Per una storia politica dell’emigrazione

Emigrazione e terrorismo

Il terrorismo politico rappresenta un capitolo a parte nella storia dell’emigrazione, poco esplorato e dai connotati instabili, ma sicuramente non marginale, come dimostra anche la sua incombente presenza sulla cronaca quotidiana. Poiché la vicenda del terrorismo italiano ha ormai concluso un suo ciclo storico, che prescinde dalle residuali parentele con gruppi di fuoco attivi in anni più recenti, è forse possibile suggerire alcune ipotesi interpretative, senza la pretesa di giungere a conclusioni che avranno bisogno di un più lungo periodo di maturazione e di ben altro materiale documentario.
Cominciamo col dire che usiamo in modo improprio la qualifica di terrorista e lo facciamo con esclusivo riferimento all’Italia e agli italiani. Alcuni casi che verranno qui esaminati non hanno avuto alcun legame con le vicende del terrorismo, oppure ne sono stati sfiorati in modo ambiguo e occasionale. Molte campagne di stampa si sono basate proprio su questa ambiguità, vale a dire sull’attribuzione da parte della giustizia italiana di una serie di reati di sangue, che non sempre hanno trovato un riscontro evidente agli occhi dell’opinione pubblica internazionale. La violenza politica è una specie di Giano bifronte, che cambia aspetto a seconda del punto di osservazione, sicché alcuni di questi personaggi sono stati considerati alternativamente come degli esuli incompresi oppure dei latitanti senza scrupoli. Senza voler entrare nel merito, in queste pagine ci muoveremo soprattutto sulla meno compromettente categoria dell’emigrazione politica, che ha costituito semmai l’humus ambientale in cui hanno trovato sostegno logistico anche alcuni terroristi riparati all’estero. Un ulteriore limite è rappresentato dal fatto che ci concentreremo esclusivamente sull’emigrazione di sinistra, la più numerosa. I movimenti di destra hanno avuto tutt’altra fenomenologia e differenti referenti geografici, che li orientavano verso i regimi totalitari dell’Europa mediterranea e del Sud America.
Una prima riflessione sulle modalità di sopravvivenza evidenzia un importante tratto distintivo tra l’emigrazione politica novecentesca e quella ottocentesca. Al di là di una evidente diversità di intenti – l’esule ottocentesco è nella maggioranza dei casi un combattente per l’indipendenza nazionale – ciò che diverge è soprattutto il rapporto tra la meta dell’espatrio e il movente cospirativo. L’emigrante politico dell’Ottocento in genere dispone fuori dalla propria patria di una strutturata rete di relazioni internazionali, che gli consente di operare in comunità di intenti con gruppi animati dalla sua stessa fede politica. Quello del Novecento, appena fuori dai confini nazionali, appare invece come uno sradicato forzatamente a riposo e in perenne attesa di rientrare in patria. Contrariamente a ciò che costituisce il senso comune, in passato esisteva una comunità globale di “sovversivi”, che oggi nel mondo occidentale non esiste più a causa della costruzione degli stati nazionali e di specificità locali irriducibili alla globalizzazione della lotta politica. Da questo punto di vista l’espatriato del Novecento può dirsi una vittima della forma statuale, ossessionato com’è dal timore che l’ospitalità gli venga improvvisamente revocata dallo stato che lo ospita; che il sistema dei controlli ne soffochi progressivamente le condizioni minime per la latitanza e infine che i rapporti internazionali favoriscano la stipula di nuove convenzioni per lo scambio dei rifugiati. Se l’espatriato di un tempo era un attivista a tempo pieno, quello tardo novecentesco si degrada al rango di indesiderato ospite.
Il prototipo di queste due figure può essere mostrato con alcuni esempi. Per la stagione del terrorismo internazionale viene in mente la figura di Felice Orsini, l’anarchico italiano che proprio dall’esilio inglese organizzava l’attentato parigino alla vita di Napoleone III nel 18581. Aggiungiamo che uno dei complici di Orsini, il conte Carlo Di Rudio, si troverà poi a fianco del generale Custer nella battaglia di Little Bighorn2. Per i giorni nostri si rimanda ai casi che seguiranno, accomunati da un rapporto prevalentemente instabile con la comunità locale e dall’apparente, ma in diversi casi reale, volontà di chiudere all’estero i propri conti con la politica. Se l’espatrio ottocentesco rappresentava una condizione quasi naturale per il proseguimento dell’azione politica oltre frontiera, nel Novecento esso diventa definitivamente un puro e semplice strumento di sopravvivenza, quando non addirittura una via di fuga dal passato.
Ambedue le condizioni, sopravvivenza e fuga, si ritrovano nel primo significativo caso di emigrazione politica dell’età repubblicana, che consiste nell’espatrio oltre i confini dell’Europa orientale di un cospicuo numero di partigiani comunisti implicati in regolamenti di conti consumati all’indomani della Resistenza. Sono stati dedicati diversi studi all’idea della Resistenza come guerra civile, in alcune zone del nord prolungata ben al di là dei confini temporali della liberazione dal nazi-fascismo3. Tale idea era intimamente connaturata alla strategia politica comunista, per lo meno a quella collegata al mito della conquista rivoluzionaria del potere, che non si esauriva quindi con la riconquista della libertà, ma si dilatava senza soluzione di continuità sino alla conquista di uno stato nuovo. Ancora a distanza di anni lo riconosceva apertamente uno dei più autorevoli dirigenti del partito comunista, accantonando il mito della Resistenza come guerra di liberazione nazionale:

Il partigiano è un “sovversivo”. L’operaio armato di fucile che spara contro le forze dell’“ordine” è sempre un ribelle anche quando si batte per la liberazione del paese. Per questo i ceti conservatori e moderati avranno sempre timore del partigiano, cercheranno di impedire lo sviluppo del movimento, saranno “attesisti” per principio […] Il problema non sta nella consegna delle armi. Si trattava di non disarmare politicamente e di inserire i partigiani negli organismi di difesa del nuovo stato democratico4.

Si radicava così l’idea della rivoluzione mediante una lunga guerra di resistenza al “nemico di classe”, che avrebbe poi condizionato diverse vicende della storia italiana e molte biografie di esilio politico. Solo considerando l’anelito di una palingenesi politica si comprendono infatti i lunghi periodi di fuga in terre inospitali, al di là della stessa necessità di sottrarsi alla morsa della giustizia italiana.
La prima colonia di italiani all’estero è dunque quella dei comunisti riparati in Cecoslovacchia. La prima capitale di esilio è l’oscura cittadina di Dobřichovice. La vicenda è stata ricostruita da Giuseppe Fiori con molti dettagli e capacità introspettiva5, che non rendono, però, la dimensione complessiva del fenomeno. Si trattava di quasi cinquecento partigiani provenienti per lo più dal triangolo rosso dell’Emilia o dalle esperienze della Volante rossa6, fatti espatriare dal partito comunista verso la fine degli anni Quaranta a seguito di lunghe condanne penali: la manovalanza di quella rivoluzione politica vagheggiata come una prospettiva di uscita dal fascismo, quindi lasciata decantare nel limbo delle utopie possibili e infine gradualmente abbandonata a favore del progetto di una forza politica integrata nelle istituzioni. In questa revisione ideologica dell’identità comunista gli esuli di Dobřichovice erano perciò delle vittime, ma non degli strumenti passivi. Non si trattava insomma di terroristi in formazione, bensì di una comunità di senza-patria cui era stato concesso un salvacondotto di latitanza, purché si sottoponessero a una severa preparazione politica presso una scuola di partito organizzata sul modello di quella romana delle Frattocchie7.
L’iniziale sensazione di una ingiustizia patita sull’altare della contro-rivoluzione (“L’Italia proprio capovolta. Uscivano di galera, amnistiati, anche i grandi criminali, i Graziani, i Borghese, e dovevano entrarci, per azioni di guerra fatte credere delitti comuni, i partigiani”8) in ciascuno di questi espatriati era presto sostituita dalla maturazione di una diversa consapevolezza politica, che per i più preparati ruotava attorno al lavoro nella redazione cecoslovacca di “Oggi in Italia”. L’integrazione di questa comunità di comunisti italiani negli schemi del socialismo reale risultava però fallimentare: qualche legame sentimentale, sporadici contatti con la società culturale della capitale, ma soprattutto una vita perennemente sottoposta ai rigori della vigilanza e della censura da parte della polizia politica e aggravata dalla rottura di ogni relazione con la madrepatria. Alcuni casi assai sospetti di suicidio contribuivano a rendere ancora più cupa questa esperienza. L’avventura dei comunisti italiani in Cecoslovacchia si protraeva stancamente per alcuni decenni, sino all’evento risolutivo della primavera di Praga, senza alcuna ricaduta sul piano politico se non una generale disillusione nei confronti del socialismo reale. Il mito della diversità del comunismo italiano si alimentava anche degli esiti infausti di una così diretta conoscenza della situazione oltre la cortina di ferro.
Al di là di queste vicende non si dispone di ulteriori ragguagli sulle relazioni tra il partito comunista italiano e la galassia dei paesi dell’Europa orientale, né la sostanziale riservatezza degli archivi di partito e gli ostacoli frapposti ai ricercatori lasciano preludere a possibili rivelazioni future. Anche da ciò si intuisce la presenza di un rapporto difficile, punteggiato da pagine opache e da indecifrate intimidazioni (si ricordi l’incidente automobilistico subito da Enrico Berlinguer in Bulgaria, appena un anno dopo avere assunto la segreteria del Pci)9. A questi episodi fanno seguito i sospetti di un legame mai chiarito di alcuni servizi segreti dell’est con il terrorismo politico, la cui origine non va disgiunta da un rapporto antagonistico all’interno della sinistra italiana10. Aggiungiamo che uno dei protagonisti del passaggio all’azione diretta sarà l’editore Giangiacomo Feltrinelli, morto su un traliccio di Segrate nel 1972, proprio nei giorni in cui Berlinguer si insediava alla guida del partito comunista. Non si trattava solamente del padre putativo delle Brigate rosse, per ammissione dei suoi fondatori11: Feltrinelli fungeva anche da trait-d’union con gli ambienti internazionali, forte di importanti punti di approdo innanzitutto in Cecoslovacchia12. Ma a questo punto, per uscire dalle nebbie della guerra fredda e continuare a seguire le vicende dell’emigrazione politica, sarà meglio spostarsi da est verso ovest e dalla Cecoslovacchia alla Francia, da Dobřichovice a Parigi.
A Parigi cominciamo a seguire la vicenda di uno dei personaggi più atipici nella genia dell’emigrazione politica. Il caso giudiziario che prende il nome dal suo protagonista Massimo Carlotto è emblematico di una rara sovrapposizione di ruoli: non solo lo spessore politico del personaggio è sovrastato dal richiamo della sua odissea giudiziaria, ma la vicenda diventa addirittura l’occasione per rivelarne d’improvviso la vocazione di autentico romanziere. Carlotto non è propriamente un esule e neppure un espatriato in cerca di riscatto. È semplicemente un fuggiasco, che si sottrae alla galera dopo esserne rimasto impigliato per un equivoco giudiziario, aggravato dai tempi lunghi della legislazione processuale e dalla perversa spirale dei diversi gradi di giudizio. La sua militanza politica ha un rilievo del tutto marginale sulla storia: nel 1976 Carlotto è un attivista di Lotta continua che si trova per caso a passare sul teatro di un omicidio, che egli stesso denuncia ai Carabinieri.
Non è un delitto politico e nessun movente ricondurrebbe all’indagato, ma su Carlotto gravano i sospetti della sua militanza e probabilmente del ritardo con cui procede alla denuncia, sicché egli passa per gli inquirenti dalla posizione di testimone a quella di sospettato e immediatamente dopo di imputato. Seguono l’arresto, il primo processo e l’assoluzione per insufficienza di prove; la condanna a diciotto anni in secondo grado e di seguito a un’interminabile serie di processi (saranno in tutto 11, sino alla Corte Costituzionale) conclusa solamente dal provvedimento di grazia da parte del presidente della Repubblica, dopo la condanna definitiva giunta a diciassette anni di distanza dall’omicidio di Padova.
Carlotto è l’emblema di una giustizia lenta e poco persuasiva, ma il suo non assurge al rango di caso politico. L’opinione pubblica non ha saputo più nulla della vittima e la trama del delitto è avvolta nel mistero, tanto per gli innocentisti quanto per i colpevolisti. In favore della libertà di Carlotto si sono mobilitati senza alcuna divisione ideologica esponenti del mondo della cultura (da Norberto Bobbio a Jorge Amado); comitati e organizzazioni internazionali, tra cui la Fédération internationale des droits de l’homme. Il suo caso ha superato i confini dell’informazione nazionale. Su Google il nome di Carlotto conta più di 150 mila richiami: per avere un’idea, Enzo Tortora ne ha circa 51 mila, mentre Renato Curcio non arriva a 70 mila. La sua fuga è dunque un capitolo a parte, che entra in rapporto con l’emigrazione politica attraverso l’analogia di luoghi e situazioni, ma non di condizioni esistenziali.

Esistono categorie differenti di latitanti. I malavitosi, i politici, gli imprenditori, i banchieri e tanti altri, di solito godono di mezzi e protezioni sufficienti per vivere la latitanza come un incidente di percorso. Io, ovviamente, non appartengo a nessuna di queste categorie. Ero il classico latitante per caso, quello che mai avrebbe pensato di avere guai con la giustizia e di doversi «inventare» una fuga dal proprio paese come unico mezzo per salvaguardare vita, libertà e dignità. La caratteristica del latitante per caso è di non sapere assolutamente nulla di come si fa a latitare13.

Da fuggiasco Carlotto è un latitante senza coperture e non ha obiettivi che non siano concentrati sulla revisione del processo. Si dirige quasi spontaneamente a Parigi, dove si è creata «una vera e propria cultura della solidarietà per chi è costretto a fuggire dal proprio paese»14, ma lì evita di frequentare la colonia italiana, sospettata di scambi di favori con i servizi di informazione francesi, e si accontenta per sopravvivere di lavori occasionali (maschera cinematografica, cameriere, traduttore), contando soprattutto sul sussidio dei familiari. Non si radica in nessun luogo, al punto da abbandonare l’Europa per rifugiarsi in Messico, dove invece di rifarsi una vita sarà facilmente catturato in seguito a una delazione. La sua latitanza è durata poco, in tutto tre anni, a dimostrazione di come la mancanza di un sostegno ideologico renda ancora più instabile l’impalcatura di una vita da emigrante in debito con la giustizia. Se in altri casi il ritorno alla lotta costituisce un elemento di solidità nell’oceano di una latitanza, in casi come questo il rientro alla quotidianità appare un incubo di fronte all’incombere della realtà processuale. Per Carlotto la sublimazione letteraria ha così rappresentato, più che uno sfogo, una scialuppa di salvataggio.
Apparentemente simile può essere considerata la vicenda di Cesare Battisti, di recente arrestato in Brasile, ove si era rifugiato dopo una lunga latitanza in Francia. Oltre all’abbinamento tra Europa e America latina (con quest’ultima come elemento debole nella maglia protettiva della latitanza), anche su Battisti è stato impiantato un caso giudiziario di risonanza internazionale, che lo ha rappresentato come vittima del sistema giudiziario italiano se non addirittura come un perseguitato politico. Anche lui, infine, è diventato uno scrittore di successo.
Tuttavia a guardare più da vicino le similitudini risultano meno rilevanti delle differenze. Innanzitutto mutano la natura politica e la consistenza delle imputazioni. Battisti è stato riconosciuto come uno degli organizzatori di una formazione armata, i Proletari armati per il comunismo. Dunque non un semplice militante dell’estrema sinistra, ma un elemento attivo nel terrorismo politico. Poiché i reati che gli sono addebitati corrispondono all’attività di questo gruppo, è stata applicata a suo carico la legislazione speciale contro il terrorismo. Su questa base Battisti è condannato in contumacia all’ergastolo per concorso nell’esecuzione di 3 delitti e per responsabilità diretta nell’omicidio di un agente di polizia. Nessuno dei processi è mai stato riaperto.
Diverse sono poi le modalità della latitanza. A differenza di Carlotto, Battisti inizialmente non si identifica nella figura del fuggiasco con il fiato sul collo della giustizia, pur arrivando in Francia a seguito di una evasione. A Parigi avvia una relazione con la futura moglie, con la quale si trasferisce in Messico dove collabora a riviste culturali e scrive il suo primo libro. L’espatrio non gli impedisce insomma di recuperare una stabilità familiare e professionale. Dal Messico Battisti fa poi ritorno in Francia, dove si integra senza difficoltà nella comunità locale dei rifugiati politici, intensificando nel frattempo la produzione letteraria. La sua posizione si modifica solamente dopo molto tempo (in questo caso si tratta di una latitanza pluridecennale), quando la Francia si allontana dalla politica di ospitalità nei confronti degli espatriati per reati politici, anche a seguito della necessità di conformarsi alla normativa europea. Di qui la fuga di Battisti dalla Francia e l’inizio del primo effettivo periodo di latitanza, concluso con la cattura in Brasile.
Fino a che è rimasto a Parigi Battisti non può essere nemmeno considerato un latitante. È uno scrittore di successo, che pubblica con Gallimard e soprattutto che non si nasconde. Anzi, è proprio dalla visibilità derivatagli dall’attività di scrittore che traggono forza le tesi difensive, mentre sul suo caso si protendono le ombre nere della persecuzione. Nella percezione dell’opinione pubblica francese si opera una dissociazione tra lo scrittore e l’attivista politico: la notorietà del primo viene assunta come elemento di discolpa per i possibili reati imputati al secondo, la cui fondatezza è negata pregiudizialmente, senza necessità di sottoporla al vaglio di ulteriori riscontri, soprattutto adesso che egli è entrato a far parte della corporazione degli uomini di cultura15. Battisti inoltre è vittima delle dichiarazioni di un pentito, e tanto basta agli occhi dei suoi amici francesi per assolverlo da ogni colpa e includerlo nel novero delle vittime dell’anomalia giudiziaria italiana. Una equazione pericolosa, se presa alla lettera, dal momento che i maggiori processi di terrorismo e di mafia si fondano in larga parte proprio su delazioni di pentiti verificate da riscontri processuali. Tuttavia la campagna di stampa dedica all’aspetto giuridico uno spazio assai minore di quello riservato alla difesa dello scrittore. Agli occhi di un settore influente della cultura francese la condanna di Battisti è la dimostrazione tangibile della persecuzione contro la libertà di pensiero: “Cesare Battisti si sta giocando la libertà e, nel senso stretto della parola, la vita. Ma in questo momento è innanzitutto uno scrittore imprigionato”16.
Da parte sua lo scrittore non intende affatto rinunciare all’identità di militante politico, che anzi rivendica continuamente sia in alcuni romanzi che in interventi pubblici, con una ricostruzione appassionata del suo passato e degli intrecci generazionali che hanno determinato la parabola degli anni di piombo17. Battisti intende sottolineare come non ci sia alcuna soluzione di continuità tra il romanziere e il militante politico, alla luce di una linea di coerenza ideologica che la lontananza dall’Italia sembra avere rafforzato piuttosto che lacerato. Questa fedeltà al passato è anzi uno degli elementi che accomuna il nucleo dell’emigrazione politica in Francia e che ne rinsalda il vincolo reciproco di solidarietà. Verrebbe da aggiungere che senza questa rivendicazione di appartenenza a un passato comune risulterebbe impossibile la stessa sopravvivenza all’estero di una comunità politica di espatriati.
Uno degli esponenti più rappresentativi di questa comunità è stato senz’altro Oreste Scalzone, il cui lungo soggiorno a Parigi (dal 1981 al 2007) si è concluso dopo più di un quarto di secolo con la prescrizione dei reati e quindi con il suo definitivo rientro in Italia da libero cittadino. Il leader di Potere operaio è stato uno dei primi beneficiari della cosiddetta dottrina Mitterrand, che prevedeva il tacito rigetto delle domande di estradizione avanzate dal governo italiano qualora le imputazioni contestate riguardassero reati d’ispirazione politica. Si trattava di un discrimine ambiguo, che segnalava una divaricazione tra i due paesi nell’interpretazione del diritto (benché la Francia applicasse tutt’altri parametri con i reati d’ispirazione politica consumati sul proprio territorio), anche se non formalizzata da atti ufficiali. Infatti ai rifugiati non veniva concesso alcun diritto d’asilo politico. Semplicemente, dopo un eventuale pronunciamento favorevole all’estradizione da parte della Chambre d’accusation, il tribunale preposto a questi giudizi, il governo francese si limitava a sospendere l’esecutività dell’ingiunzione. Questa sospensione gravava come un incognita sui destini degli interessati. Esposti ai mutevoli equilibri delle maggioranze politiche, essi per ovvia prudenza si sentivano in obbligo di mantenere una presenza di basso profilo, senza tuttavia rinnegare la propria appartenenza ideologica, che in fondo costituiva il motivo originario dell’accoglienza francese. Provenivano tutti, inutile aggiungere, dalle file della sinistra extraparlamentare.
Gli italiani rifugiati a Parigi (almeno un centinaio secondo i rapporti ministeriali, probabilmente molti di più)18 si presentano così come dei reduci in attesa di riguadagnare la libertà, rassegnati a sospendere temporaneamente l’azione politica in favore di una rivendicazione dei propri diritti, ma soprattutto impegnati a tempo pieno nella riflessione teorica. È una condizione opposta a quella della clandestinità, che comporta l’abbandono delle regole del mondo civile proprio in cambio della possibilità di agire, di mantenere l’iniziativa19. Rendere pubblica la presenza sul territorio francese (un’associazione di difesa legale a questo punto si sarebbe occupata del caso) serviva invece a dare evidenza alla condizione opposta, quella cioè dell’espatriato in attesa del diritto d’asilo, che si rassegnava a limitare l’attività politica a una estenuante rielaborazione del proprio passato. In breve tempo, e con il mutare degli scenari, l’anacronismo di una vita rivolta al passato assume così i tratti malinconici del reducismo:

Alcuni miei vecchi amici credono che il tempo si sia fermato quando loro sono arrivati a Parigi. Il fatto è che la loro esistenza è tutta nel passato. Parlano sempre degli anni ’70 e delle loro imprese, presentando un’immagine di sé di sedicenti guerriglieri dalla vita avventurosa. Sembrano un po’ quegli anziani partigiani che non la smettono mai di parlare della Resistenza. Vengono tollerati come personaggi un po’ buffi, o come degli scocciatori che si finge di ascoltare ma su cui non si fa affidamento20.

Malgrado ciò gli scritti dall’esilio contengono spunti di riflessione assai più interessanti di quelli che è possibile ricavare da altre memorie di reduci rimasti in patria, pur nel linguaggio gergale che li contraddistingue. Non vi troviamo quasi mai una presa di distanza dalla responsabilità degli anni di piombo, che costituisce invece il contrappunto ipocrita di molte ricostruzioni convenzionali di provenienza italiana. Scalzone e Persichetti (un’abbinata a suo modo eloquente: il primo proveniente dall’esperienza di Potere operaio e dell’Autonomia, il secondo dalle Brigate rosse) ammettono senza giri di parole che “non era il ricorso a mezzi violenti che divideva i gruppi autonomi, in modo particolare quelli che provenivano dall’ex-Potere Operaio e i frazionisti fuoriusciti da Lotta Continua dai brigatisti. Se c’era differenza, era nella strategia per metterla in pratica” 21.
Non manca naturalmente un presupposto auto-assolutorio, secondo il principio (poco conciliabile con una cultura del diritto) per il quale “le infrazioni commesse da una moltitudine durante una congiuntura storica particolare, quali che siano la loro natura e gravità, hanno un carattere eccezionale” 22. Questa idea è funzionale all’intenzione di promuovere un movimento di opinione in favore dell’amnistia per reati di terrorismo. Tuttavia anche così viene affermata una linea di continuità tra le posizioni sovversive e quelle terroristiche. Questo apparentamento ci spinge a formulare qualche ipotesi sul ricorso all’emigrazione come strategia di lotta armata, basate per adesso su singoli elementi indiziari in cerca di conferma.
È però accertato che la Francia ha rappresentato una via di fuga anche per i brigatisti, che ne avvertivano la necessità nei momenti di maggiore pressione dell’azione di contrasto da parte delle forze dell’ordine italiane:

Allora facevamo la spola fra l’Italia e la Francia, nostro quartier generale. Discutevamo nei boulevards, accelerando il passo ogni volta che un turista italiano coglieva qualche parola di troppo. Lì stampavamo i nostri opuscoli, truccandoli come pubblicazioni legali23.

La testimonianza di Geraldina Colotti, che aveva persino trovato lavoro a Montreuil vicino Parigi presso un distaccamento del ministero degli Affari sociali24, è preziosa perché apre qualche spiraglio sul clima di ospitale tolleranza riservato anche ad emigranti che non avevano deposto le armi: sui banconi di alcune librerie parigine, appena coperte da altri opuscoli, era possibile trovare le loro risoluzioni strategiche25. Siamo in una fase di iniziale crisi del terrorismo italiano, alla metà degli anni ottanta, dopo lo smantellamento delle principali colonne brigatiste. Qualche altro indizio risale a un periodo ancora più remoto.
Nel momento di massimo fulgore le Brigate rosse avevano una base fissa a Parigi, che utilizzavano per contatti con gruppi terroristici di altri paesi nel tentativo di impiantare una struttura di coordinamento internazionale. Sappiamo poco di questo tentativo e quel poco proviene dalle dichiarazioni mai troppo dettagliate di esponenti brigatisti. Con la consueta nonchalance Anna Laura Braghetti intercala il racconto di infruttuosi contatti con tedeschi della Raf e palestinesi di Al Fatah a più istruttive visite al Jeu de Paume in compagnia di Moretti26. Lo stesso Moretti ha dedicato alcune pagine dei suoi ricordi ai viaggi compiuti a Parigi tra il 1978 e il 1981, ma lo ha fatto come sempre in forma rapsodica, più che altro per smentire ipotesi sgradite, limitandosi semmai a confermare quanto già appurato. Se però Moretti sembra aver dimenticato le impressioni suscitate dai capolavori impressionisti, è più esplicito nel resoconto dei contatti parigini, affidati alla rete degli espatriati politici composta dai reduci del movimento del ’77, ossia a quel gruppo rimasto sulla linea di confine tra l’illegalità di piazza e la militanza terroristica27. Si trattava della stessa comunità che un militante di secondo piano come Carlotto evitava di frequentare per sfuggire alla trappola degli informatori di polizia. Che non avesse di queste preoccupazioni il terrorista più ricercato d’Europa (quando Moretti cominciava a fare la spola con Parigi si era appena consumato il delitto Moro) lascia trapelare qualche dubbio sul ruolo della Francia nella lotta al terrorismo.
Questi dubbi hanno trovato più esplicita formulazione in una suggestiva quanto indimostrabile ipotesi interpretativa avanzata da un magistrato, muovendo da un assunto che ha gia ricevuto numerose conferme: Parigi è stata tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta un crocevia logistico del terrorismo internazionale28. L’ipotesi chiama in causa il ruolo della Francia e dei suoi servizi segreti per una copertura del terrorismo a fini di politica internazionale:

i paesi terzi di maggior peso, quelli che al tempo erano definiti le superpotenze, erano vincolati da Yalta e dal quel patto sostanzialmente appagati almeno al riguardo della spartizione dell’Europa. E quindi al più tentati da progetti di lieve erosione degli equilibri che ne discendevano; lieve al punto da non indurre ad alcun conflitto diretto, con pericoli allora non astratti di sbocchi in conflitti nucleari. Altri potevano essere tentati di erodere; in primo luogo, le potenze di rango immediatamente inferiore. Desiderose di scendere in gioco e di affiancarsi ai due grandi giocatori29.

La descrizione di una simile trama stategica avrebbe necessità di ben altri supporti indiziari, ma è pur sempre più plausibile dell’individuazione, riproposta con insistenza da Franceschini30, di Corrado Simioni e del suo istituto linguistico Hyperion ‑ anch’esso a Parigi ‑ come cervello operativo del terrorismo italiano. Adombrata per primo da Bettino Craxi (che aveva conosciuto Simioni nel partito socialista milanese degli anni Sessanta e forse pensava proprio a lui), l’idea di un grande vecchio è funzionale a una spiegazione semplificata e piuttosto romanzesca del fenomeno terroristico. Ma come non è credibile l’ipotesi di una direzione verticistica in grado di governare i movimenti di un magma così dilatato e tumultuoso quale il terrorismo, così è altrettanto poco convincente la casualità delle sue mete di riferimento, in una convergenza verso la Francia di cui l’emigrazione politica è stata una componente secondaria, ma non irrilevante.
Per ironia della storia un altro dei sospettati “grandi vecchi” degli anni di piombo ha trovato ospitalità a Parigi nel corso della sua lunga latitanza. Il ritorno in Italia di Toni Negri chiude il cerchio di questa nostra ricostruzione. A differenza di altri imputati del “caso 7 aprile” (la data in cui furono arrestati nel 1979 diversi esponenti di Autonomia operaia con l’accusa di banda armata e insurrezione contro i poteri dello Stato) Negri non ha mai riconosciuto alcun nesso di continuità tra l’ideologia sovversiva e il terrorismo, tracciando anzi una linea di separazione che è stata considerata da altri coimputati né più né meno che una dissociazione31. Più abilmente egli ha cercato di rintracciare una genesi di lunga durata del fenomeno terroristico, allargando la responsabilità dall’ambito personale a quello storico della sinistra comunista:

Ci si continua a chiedere, comunque, come mai la lotta armata in Italia fosse così radicata e sia durata così lungamente. La risposta va ritrovata in una certa tradizione insurrezionale comunista radicata nella memoria della Resistenza32.

Nel corso della sua lunga e mai silenziosa latitanza, durata quattordici anni e conclusa con il rientro in Italia nel 1997 per scontare un residuo anno di detenzione, Toni Negri ha sempre tenuto fede a questa linea, che consiste nel rinunciare a perdersi in una dettagliata ricostruzione di parte degli anni di piombo e di consegnare invece questo capitolo a una più ampia riflessione sui fenomeni insurrezionali. Egli ha così valorizzato un approccio culturale alla politica, evitando al tempo stesso di confondersi con le recriminazioni della comunità dei reduci. A Parigi Negri si è così presentato come il brillante filosofo sottrattosi alla galera per sopravvivere intellettualmente, che si accompagnava perciò con personalità del calibro di Guattari e Deleuze, non più come il parlamentare che è fuggito dall’Italia rinnegando la battaglia contro la carcerazione preventiva per la quale aveva ottenuto l’elezione nelle liste del partito radicale.
Il mutamento di prospettiva non corrisponde soltanto a una prevalenza del filosofo sull’agitatore politico, che il successo internazionale del suo Impero scritto con Michael Hardt nel 2000 renderà definitivo33, ma anche a un graduale declino del tempo storico della rivoluzione in Italia, che Negri riesce a percepire con più chiarezza di altri, evitando di rimanere invischiato nella palude delle memorie individuali. Il suo esilio dall’Italia è perciò l’occasione ideale per riconquistare uno spazio di riflessione senza confini, proprio quando la fine della guerra fredda rendeva ancora più marginale l’importanza del nostro paese sulla scena mondiale. Coerentemente con questi nuovi punti di riferimento, la sua descrizione degli italiani in esilio a Parigi si avvicina al ritratto di una congrega di accademici di buona forchetta. Ne parla infatti come di “persone assai intelligenti e molto politicizzate. Adesso sono diventati quasi tutti professori universitari, oppure proprietari e gestori di ristoranti, o quadri aziendali – in breve, dei geni dell’arte di arrangiarsi” 34.
È una descrizione che possiamo senz’altro riconoscere come verosimile alla fine degli anni di piombo. Senza però trascurare di riflettere sui radicali mutamenti intervenuti in più di mezzo secolo di emigrazione politica europea, se solo confrontiamo l’esito lieve di queste vicende con la sorte cupa dei rifugiati di Dobřichovice.

Note

1 Su Felice Orsini disponiamo di alcune ricostruzioni un po’ giornalistiche: Guido Artom, Cinque bombe per l’imperatore, Milano, Mondadori, 1974; Giorgio Manzini, Avventure e morte di Felice Orsini, Milano, Camunia, 1991; Alfredo Venturi, Il terrorista. Felice Orsini e i suoi tempi, Roma, Four Shakespeare and Company, 1998.

2 Cesare Marino, Dal Piave al Little Bighorn: la straordinaria storia del conte Carlo Camillo di Rudio, Belluno, Tarantola, 1996.

3 Sul concetto di guerra civile applicato alla Resistenza si deve per lo meno ricordare Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1991. Sugli eccidi post-resistenziali ha suscitato vasto clamore (se non altro per il riscontro d’opinione pubblica) l’attenzione rivoltavi a più riprese da Giampaolo Pansa: Il sangue dei vinti, Milano, Sperling & Kupfer, 2003; La grande bugia, Milano, Sperling & Kupfer, 2006.

4 Pietro Secchia, Quaderno n. 11, 1971, in Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. Archivio Pietro Secchia 1945-1973, a cura di Enzo Collotti, Milano, Feltrinelli, 1978, p. 583.

5 Giuseppe Fiori, Uomini ex, Torino, Einaudi, 1993.

6 Carlo Guerriero e Fausto Rondinelli, La Volante rossa, Roma, Datanews, 1996; Cesare Bermani, Storia e mito della Volante rossa, Milano, Nuove edizioni internazionali, 1997.

7 Cfr. Philip Cooke, Da partigiano a quadro di partito: l’educazione degli emigrati politici italiani in Cecoslovacchia, “Ricerche storiche”, 101 (2006), pp. 11-26.

8 G. Fiori, Uomini ex, cit., p. 7.

9 Giovanni Fasanella e Corrado Incerti, Sofia 1973: Berlinguer deve morire, Roma, Fazi, 2005.

10 Sui rapporti delle Brigate rosse con la Cecoslovacchia si è soffermato tra i primi Leonardo Sciascia: Commissione parlamentare di inchiesta sulla strage di via Fani, il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, la strategia e gli obiettivi perseguiti dai terroristi. Relazione di minoranza, in Leonardo Sciascia, L’affaire Moro, Palermo, Sellerio, 19893, pp. 178-181. Berlinguer reagì duramente querelando lo scrittore. Tuttavia l’archivio Mitrokhin documenta la medesima preoccupazione da parte del partito comunista italiano e persino dell’ambasciatore sovietico a Roma: Christopher Andrew e Vasilij Mitrokhin, L’archivio Mitrokhin. Le attività segrete del KGB in Occidente, Milano, Rizzoli, 2007, p. 373.

11 Giovanni Fasanella e Alberto Franceschini, Che cosa sono le Br, Milano, Rizzoli, 2004, pp. 120-121.

12 Cfr. Giovanni Fasanella e Claudio Setrieri con Giovanni Pellegrino, Segreto di Stato, Torino, Einaudi, 2000, p. 128. Ridimensiona invece le relazioni con Praga la biografia di Carlo Feltrinelli, Senior Service, Milano, Feltrinelli, 2001, pp. 404-405.

13 Massimo Carlotto, Il fuggiasco, Roma, Edizioni e/o, Roma, pp. 26-27.

14 Ibid., p. 28.

15 Su questo atteggiamento ha preso posizione critica Barbara Spinelli, Cari amici francesi, su Battisti sbagliate. Non lui, ma altri, sono le vittime degli anni di piombo, “La Stampa”, 7 marzo 2004.

16 Bernard-Henri Lévy, In carcere da Battisti: “Penso all’Italia. Fatemi scrivere”, “Corriere della sera”, 15 maggio 2007.

17 Si pensi soprattutto a L’orma rossa, Torino, Einaudi, 1999 e alle tre puntate di 68 o anni di piombo? L’anomalia italiana, in www.carmillaonline.com/archives/cat_il_caso_battisti.html.

18 Cfr. Paolo Persichetti e Oreste Scalzone, Il nemico inconfessabile. Sovversione sociale, lotta armata e stato d’emergenza in Italia dagli anni Settanta a oggi, Roma, Odradek, 1999, p. 52, nota 10.

19 “Non avevano casa, famiglia, lavoro…abitavano le basi, invece, vivevano braccati, mantenevano rapporti con il mondo attraverso me e altri come me. Loro erano l’organizzazione, perché solo loro ne impersonavano totalmente lo spirito, l’essenza […] Parlavano da una distanza infinita: avevano lasciato tutto, vedevano tutto, non potevano sbagliare” (Enrico Fenzi, Armi e bagagli. Un diario dalle Brigate Rosse, Milano, Costa & Nolan, 19982, p. 43).

20 Vincenzo Ruggiero, I rifugiati politici italiani in Francia, “Vis-à-vis”, 2 (1994), p. 65.

21 P. Persichetti e O. Scalzone, Il nemico inconfessabile, cit., pp. 48-49. L’idea dell’apparentamento si può fare discendere dall’analisi precocemente sviluppata da Rossana Rossanda, a un livello più elevato, sulla discendenza delle Brigate rosse dall’album di famiglia della sinistra italiana (Il discorso sulla Dc, “Il Manifesto”, 28 marzo 1978; citato in Massimo Angeli, L’autorappresentazione delle Brigate rosse: dal collettivo alla memoria individuale, “Storia e Futuro”, 14 (2007), http://www.storiaefuturo.com/articoli.php?id=1079).

22 P. Persichetti e O. Scalzone, Il nemico inconfessabile, cit., p. 173.

23 Geraldina Colotti, Per caso ho ucciso la noia, Roma, Voland, 1997, p. 69.

24 Giovanni Bianconi, Mi dichiaro prigioniero politico. Storia delle Brigate rosse, Torino, Einaudi, 2003, p. 261.

25 G. Colotti, Per caso ho ucciso la noia, cit., p. 70.

26 Anna Laura Braghetti e Paola Tavella, Il prigioniero, Milano, Feltrinelli, 2001, pp. 111-119.

27 Mario Moretti, Brigate rosse. Una storia italiana, intervista con Carla Mosca e Rossana Rossanda, Milano, Anabasi, 1994, pp. 184-186.

28 Un crocevia affollato, se prestiamo fede agli archivi sovietici che indicano in Parigi la residenza di maggiore penetrazione di tutta l’Europa occidentale per agenti del KGB: C. Andrew e V. Mitrokhin, L’archivio Mitrokhin, cit., pp. 555 sgg.

29 Rosario Priore, Postfazione a G. Fasanella ed A. Franceschini, Che cosa sono le Br, cit., p. 205.

30 Cfr. soprattutto ibid., pp. 160-169. Moretti nega il legame che gli viene attribuito con Simioni e sostiene di non averlo mai incontrato nel corso delle sue trasferte parigine (M. Moretti, Brigate rosse, cit., p. 186).

31 Cfr. per esempio P. Persichetti e O. Scalzone, Il nemico inconfessabile, cit., p. 84, nota 9.

32 Antonio Negri, Il ritorno. Quasi un’autobiografia, conversazione con Anne Dufourmantelle, Milano, Rizzoli, 2003, p. 24.

33 Michael Hardt e Antonio Negri, Impero: il nuovo ordine della globalizzazione, Milano, Rizzoli, 2000.

34 A. Negri, Il ritorno, cit., p. 68.