1. Premessa

Le migrazioni contemporanee rappresentano un argomento di estremo interesse in quanto consentono di riflettere sulla condizione dei giovani in un Paese come l’Italia, contraddistinto da uno dei tassi di disoccupazione tra i più alti d’Europa, e di fornire spunti analisi per le nuove forme della mobilità internazionale.

Tali migrazioni, negli ultimi anni, anche per un rinnovato interesse da parte dei mezzi di comunicazione di massa (alcune trasmissioni televisive e radiofoniche ne sono la testimonianza), sono state oggetto di numerose ricerche che hanno indagato la composizione dei flussi[1], le cause degli spostamenti e i vissuti dei protagonisti[2].  La bibliografia sulle migrazioni contemporanee dunque è aumentata di anno in anno e si è arricchita, accanto a ricognizioni di impronta socio-statistica estremamente difficili da realizzare per via della difficoltà nel conteggiare gli spostamenti dei nuovi migranti che sempre più rifuggono dall’iscrizione all’AIRE[3], di studi qualitativi incentrati su singole realtà[4] e sulle storie di vita dei nuovi mobili.

Il numero di questi giovani, stando alle stime più recenti[5], è in continuo aumento: osserva, ad esempio, Cucchiarato:

 

Due terzi delle persone che si sono raccontate su repubblica.it sono maschi. La maggior parte sono giovani: il 52% circa ha un’età compresa tra i 25 e i 34 anni. Il 30% ha tra i 35 e i 44 anni. Il 10% ha più di 45 anni e solo il 5% ha meno di  24 anni. Ci troviamo quindi di fronte a un fenomeno migratorio che, come ci si aspettava, riguarda soprattutto i giovani, maschi e altamente istruiti. Il 53%, infatti, ha una laurea in tasca, il 21% addirittura un dottorato. Solo il 3% del totale ha una licenza media o una laurea breve. Più del 70% di queste persone vivono fuori dai confini nazionali da più di tre anni e si concentrano per la maggior parte in Europa. Da questo dato possiamo trarre un’importante considerazione sui paesi al giorno d’oggi prediletti dai nostri migranti: la Gran Bretagna (16% del totale), la Francia e la Spagna (entrambe con un 10% circa dei censiti). Seguono le mete dell’emigrazione italica di sempre: gli Stati Uniti e la Germania con un 9% circa rispettivo. È interessante notare come questi dati siano in sostanziale contraddizione con quelli forniti dall’aire, che registrano la maggior parte dei nostri “espatriati” proprio in Germania (circa 650.000 iscritti), in Argentina (614.000 iscritti, paese che nella nostra statistica si colloca in un lontano ventisettesimo posto, con lo 0,34% dei censiti) e in Svizzera (534.000 iscritti all’Aire, ma con una percentuale di presenza nel nostro censimento piuttosto bassa, pari al 5%)[6].

 

Questi dati sono stati confermati da Nava:

 

Osservando l’età media dei neoemigranti, nel 2008 il 54,1% degli emigrati dall’Italia aveva un’età compresa tra i 25 e i 44 anni, a emigrare sono dunque le classi più produttive. La percentuale di 25-44enni sul totale degli emigrati dal Centro Nord ammontava, sempre quell’anno, al 57,3% del totale, contro il 47,6% del Mezzogiorno (istat, 2009). Se passiamo a esaminare i titoli di studio, i laureati espatriati, secondo l’istat, sono più che raddoppiati numericamente tra il 2002 e il 2008 (passando da circa 4.000 a circa 9.000 annui in uscita). Anche la loro percentuale è quasi raddoppiata negli anni, toccando il 16,6% del totale. Altre ricerche indipendenti li stimano addirittura al 70%, sul totale dei giovani che lasciano il Paese[7].

 

Dietro le cifre, però, ci sono le storie dei protagonisti, quasi tutti giovani, partiti con aspettative, progetti e capitale sociale diversi: rientrano in questa categoria non solo i “cervelli” attratti da maggiori possibilità di inserimento in un ateneo straniero e i “professionisti” che non riescono a trovare una collocazione professionale idonea e stabile in Italia, ma anche “braccia” che ricercano all’estero un lavoro regolare e più pagato di quello che potrebbero trovare in Italia. Tra i protagonisti della “nuova mobilità”, non a caso, Minutilli, annovera:

 

studenti, ricercatori, liberi professionisti, impiegati di aziende italiane, funzionari di organismi internazionali, docenti, piccoli imprenditori e altre figure professionali contrassegnate da bisogni, forme di partecipazione, esigenze e problemi diversi da quelli dell’emigrazione “tradizionale”. I “nuovi migranti” italiani sono un popolo variegato: accanto ai manager attivi nella Banca Europea, ci sono i lavoratori che partono in pullman da Agrigento senza una meta precisa e ci sono i giovani, spesso laureati, che diventano camerieri a Berlino[8].

 

L’universo dell’emigrazione italiana è dunque assai complesso. In questo panorama, nei contesti di antica emigrazione, convivono nuovi e vecchi migranti, le cui storie sono spesso profondamente diverse e non commensurabili. In questo panorama, tracciare linee di confine tra un gruppo e l’altro, cercando di ridurre a tipologie discrete i diversi “tipi” di migrazione, può essere un’operazione estremamente complessa e forse nemmeno possibile:

 

Essi [= i nuovi migranti] sono stati messi sporadicamente in contrapposizione con i figli dei Gastarbeiter, in quelle che erano le mete tradizionali nella Germania dell’Ovest dei migranti per lavoro. Se questi ultimi, come già accennato, soffrono per le condizioni sociali svantaggiate, nella mentalità generale sembra invece resistere il luogo comune che considera Berlino come moderna capitale che accoglie dall’Italia studenti, giovani artisti, imprenditori del settore della ristorazione e liberi professionisti; in sostanza si tratterebbe di una migrazione cosiddetta “privilegiata”, d’ “élite”, nel senso di highly skilled, altamente qualificata e istruita[9].

 

Tuttavia, come ben dimostra lo stesso Del Prà nel prosieguo del suo lavoro, il panorama è molto più complesso: all’interno delle nuove migrazioni o nuove mobilità rientrano percorsi diversi, sia in base alle cause sia in base all’integrazione raggiunta nella città tedesca. Secondo lo studioso, infatti,

 

non si è mai dato peso al fatto che i termini di “qualificati” e “istruiti” comprendessero anche studenti, infermieri, tecnici di medio livello, impiegati del clero, esponenti della middle class ambiziosi e avventurosi, giovani precari, artisti e tanti altri difficilmente classificabili come “élite”[10].

 

La riduzione della complessa realtà migratoria ad un’opposizione binaria tra migranti successivi alla seconda guerra mondiale e cervelli in fuga rischia quindi di eclissare un continuum in cui è difficile districarsi e che nasconde percorsi molteplici e, talvolta, lontani.

La prospettiva di ricerca tracciata da Del Prà che, a partire dal precedente lavoro di Pichler[11], divide i nuovi migranti in esclusi ed inclusi, sembra alquanto pertinente: tra i primi rientrano coloro che hanno raggiunto una scarsa integrazione nel Paese di arrivo, che hanno una competenza linguistica limitata e limitati rapporti con la popolazione autoctona; gli inclusi, al contrario, anche grazie a maggiori competenze linguistiche e un più elevato livello di scolarizzazione, hanno generalmente un lavoro stabile, spesso ben pagato, e una rete sociale fortemente inter-etnica.

Tali categorie, nelle intenzioni dell’autore, non sono rigide, in quanto un migrante può travalicarle: un semplice contratto di lavoro, ad esempio, può permettere al migrante di migliorare le sue competenze linguistiche, di accedere ad un reddito più alto e di instaurare rapporti più maturi e più frequenti con la società ospite passando da escluso ad incluso. È altresì possibile il percorso inverso: per gli inclusi, ad esempio, la perdita del lavoro può costituire un evento così traumatico da diventare esclusi.

Per quanto abbastanza conosciute, le nuove migrazioni presentano ancora alcuni nodi tematici quasi completamente da chiarire: recentemente Maddalena Tirabassi ne ha individuati alcuni:

 

Molte sono le domande che attendono una risposta: che tipo di rapporti i giovani mantengono con i luoghi di origine; la propensione al rientro; nel caso del prolungarsi del soggiorno all’estero che rapporti stabiliscono con l’Italia; quanto è italiano l’ambiente in cui si muovono all’estero, se cioè sono membri di comunità reali o virtuali italiane; chi rientra cosa porta in Italia dell’esperienza lavorativa e culturale acquisita fuori e così via[12].

 

Sebbene studi precedenti abbiano insistito sulla presenza dei “nuovi mobili”[13] accanto alle varie generazioni di migranti unskilled partiti dopo la fine della seconda guerra mondiale, rimangono a nostro avviso ancora da indagare le relazioni tra questi due gruppi così diversi. Nei contesti europei in cui, ad esempio, i giovani partiti nel nuovo millennio convivono con i migranti partiti dopo la seconda guerra mondiale, si creano relazioni fondate sulla comune origine italiana? Quali sono gli elementi attorno ai quali si polarizzano migranti con caratteristiche socio-culturali differenti? Tali caratteristiche determinano la creazione di comunità parallele che non si incontrano mai o la comune origine italiana e agisce da collante di gruppi sociologicamente diversi?

Il presente contributo intende partire da tali interrogativi e si propone di indagare le migrazioni di giovani italiani nella città inglese di Cambridge con particolare riferimento ai rapporti con i migranti di epoca più antica e tra migranti appartenenti a tipologie migratorie diverse: a Cambridge, infatti, i migranti con basso livello di scolarizzazione partiti dopo la fine della seconda guerra mondiale convivono con i cervelli in fuga e con i nuovi mobili. Nello stesso spazio sociale, dunque, si intrecciano percorsi migratori diversi e in questo contributo si tenterò di capire di che natura siano  gli eventuali rapporti tra tali “tipologie” migratorie, ciascuna delle quali potrebbe essere contraddistinta da specifiche modalità di integrazione e di adattamento al contesto di immigrazione.

In questa prospettiva di analisi, si mira altresì a scandagliare gli elementi, le modalità e il linguaggi, spesso inediti (vedi i social networks), con cui ciascun gruppo concepisce la propria identità sia in relazione all’Italia e agli italiani di Cambridge sia in relazione agli inglesi al fine di capire se, all’interno della comunità italiana studiata, sussistano strategie diverse identificazione da riconnettere alla specificità del percorso migratorio e ad alcune variabili di natura socio-culturale e biografica (numero di anni trascorso in Inghilterra, livello di istruzione, tipologia di lavoro svolto, causa della migrazione).

 

  1. La comunità italiana di Cambridge tra vecchie e nuove mobilità

L’emigrazione italiana verso Cambridge ha inizio alla fine della seconda guerra mondiale, quando alcuni prigionieri di guerra decisero di rimanere come contadini nella città inglese. A tale primo contingente, ben presto se ne aggiunse un altro: a seguito di un accordo bilaterale tra il governo inglese, bisognoso di manodopera, e quello italiano, che, al contrario, riteneva che l’emigrazione potesse essere una valvola di sfogo per la pressione demografica delle regioni italiane meridionali, gli italiani, soprattutto (ma non solo) maschi, meridionali e con basso livello di istruzione, cominciarono ad essere reclutati per un posto di lavoro oltre Manica. Nel caso della città universitaria, erano tre le destinazioni lavorative principali: alcuni migranti finirono come contadini in una delle tante aziende agricole della periferia della città; altri trovarono un impiego come cantinieri, camerieri, inservienti nei colleges della città, o come giardinieri, maggiordomi, cuoche, cameriere, e baby sitters al seguito di una famiglia borghese o aristocratica.

Questo tipo di migrazione “poco colta” continua ancora oggi, ma è molto cambiata in quanto sono cambiati gli sbocchi occupazionali degli italiani che, oggi, sono soprattutto impiegati nel settore gastronomico: i giovani, infatti, spesso riescono a trovare un’occupazione in uno dei tanti ristoranti italiani, molti dei quali sono stati aperti proprio dai migranti della prima ondata, mentre oggi sono meno numerosi coloro che trovano un impiego nei colleges (soprattutto come lavapiatti e inservienti). Se, però, per coloro che migrarono tra gli anni Cinquanta e Sessanta, il sogno era quello di un lavoro stabile e il ritorno in Italia era procrastinato al momento della pensione, i nuovi mobili non sempre pensano ad una migrazione temporanea.

A Cambridge, questa migrazione poco colta si intreccia con quella dei “cervelli”: essa è composta, da un lato, da ricercatori, professori, borsisti, studiosi, che ottengono un lavoro presso la prestigiosa università, e dai “professionisti”, impiegati generalmente nelle numerose aziende della città: questi ultimi sono soprattutto informatici, programmatori, medici, biologi, chimici, grafici, architetti, accomunati dal non riuscire a trovare un’occupazione di cui poter andare fieri in Italia.

In ultimo, non può essere trascurata un’ulteriore componente, quella formata da migranti che partono per ragioni politiche o valoriali: vi rientrano coloro che potrebbero essere definiti (molti vi si definiscono) come “esiliati politici”. Tale “definizione estremamente azzardata e forse fuori luogo, che però non ho visto affibbiarsi da nessun altro espatriato proveniente da un paese industrializzato e democratico diverso dall’Italia”[14]: rientrano in questa casistica molti giovani insofferenti per la politica italiana, per l’assenza di politiche di sostegno ai giovani, per i numerosi scandali italiani.

Nel secondo gruppo, ossia tra coloro che sono spinti prevalentemente da motivi valoriali, rientrano gli omosessuali che trovano in molti paesi europei un clima più tollerante di quello italiano e hanno maggiori diritti e, più generalmente, tutti coloro che sentono di poter godere di diritti migliori e di poter esprimere al meglio la propria personalità in un paese diverso dall’Italia.

All’interno delle migrazioni verso la città inglese, rientrano dunque percorsi migratori e storie di vita diverse che, sulla base dell’epoca migratoria, del livello di istruzione e del tipo di lavoro svolto nella città universitaria, possono essere riassunte come segue:

 

Fig. 1: Tipologie ed epoche

dell’immigrazione italiana a Cambridge

 

I ondata II ondata
Componente colta Professori, ricercatori, borsisti, studiosi impiegati dall’Università, Professionisti.
Componente meno colta Contadini; inservienti; maggiordomi, cuochi, giardinieri, barbieri. Alcuni avvieranno dopo i primi anni trascorsi in Inghilterra attività in proprio, soprattutto nel settore gastronomico. Camerieri (non solo, ma spesso in attività gestite da italiani della I ondata); baristi e altri lavoratori precari.

 

 

  1. Metodologia della ricerca

I dati discussi in questo contributo sono il frutto di una prolungata ricerca etnografica condotta a partire da febbraio 2009 nella città universitaria; alle osservazioni sono state affiancate interviste qualitative condotte sia con la metodologia della storia di vita sia sulla base di un questionario sui i rapporti tra i vari gruppi di italiani che convivono nello stesso tessuto urbano. Ulteriori dati sono stati raccolti tramite un questionario on-line, sottoposto unicamente ai migranti iscritti al gruppo facebook “Italiani a Cambridge”. Tra coloro che hanno risposto on-line al questionario, molti sono stati successivamente contattati ed intervistati secondo la metodologia della storia di vita.

 

  1. Risultati

La ricerca sul campo ha evidenziato la presenza di percorsi migratori molteplici. Tuttavia, pur nella variabilità tra le storie raccolte ed ascoltate a Cambridge, alcune tendenze sembrano caratterizzare di più alcune delle tipologie migratorie individuate. I percorsi migratori e le strategie di integrazione messe in atto dai migranti con basso livello di istruzione della I ondata, ad esempio, sembrano differenziarsi da quelle dei professioni e degli universitari di recente immigrazione: i migranti poco scolarizzati della I ondata, in particolare, conservano un ricordo vivido delle ingiustizie subite, del difficile rapporto con gli inglesi, elementi che, tuttavia, non hanno pregiudicato una successiva integrazione, da molti esibita e sbandierata.

Emblematiche del primo atteggiamento sono le testimonianze di una donna di origine campana, partita per l’Inghilterra a metà degli anni Cinquanta come cameriera per una famiglia londinese (es. 1), e di una donna di origine pugliese che denuncia il razzismo subìto (es. 2)[15]:

 

  1. S: a chill tiempë nujë erëmë comm schiavë # era fortunata chella famiglia che qualcuno arrivavë a na famiglia / per esempio ti faccio un esempio che … o fratellë e mio maritë ca a moglië / hann truat na famiglia splendida / che facevënë tutt chell ca vulevënë / no quello che volevano / però … cucinavano / mangiavano // invece nujë / niente / noi abbiamo avuto na famiglia per se … quasi otto mesi […] vicino Londra // a una parte sperduta da Dio e dal # e abbiamo avutë na pessima vita proprio / abbiamo pianto prima # noi siamo arrivatë qui … a … fine settembre lui è venuto / io un mese prima // e … o primmë Natale abbiamo digiunato … come venerdì santë

R: perché non vi davano da mangiare?

S: niente niente / insomma … noi poi abbiamo avuto un po’ di aiuto da mia cognata che c’era a sorella di mio marito che era stata cà già da tanti anni prima / forse il cinquanta … cinquantatre cinquantaquattro / e: … così abbiam telefonato e … e così ci siamo # abbiamo cambiato e siamo venuti poco lontanë e qua / si chiama New Markèt / e abbiamo stato un po’ / meglio // […] e: poi … o per fortuna o per sfortuna e io aspettavo un bimbo / abbiamo rimasto a questa famiglia a New Markèt / e nun era male / poi: … pi sissantatre è arrivato il second / ed è succiess a guerra / abbiamo scappato / abbiamo dovuto scappare / pecché troppo cattivë / troppo cattivë / non è come oggë / che ognuno si difende / voglio / voglio / voglio / e com facivë a dicere voglio

 

  1. C: mh // yeah / ma dicono che la gente a Cambridgè non è tantë … fre: # friendly / you know / però adesso non c’è male / però quando sono venuta a abitare qua c’era na signora qua / e diceva che lei veniva da Manchester / e diceva che è stata dodici anni prima che a gente incominciava a parlare a .. parlare / […] prima eranë più: … eranë più … racist / come si dicë no? / come si dice in italiano?

 

Nonostante tali ricordi, spesso raccontati con le lacrime agli occhi e soffocati dal pianto, molti rivendicano un’integrazione voluta, raggiunta; tale integrazione è giustificata non tanto su un abbandono delle abitudini (linguistiche e culturali) italiane nelle quali ancora si riconoscono, quanto piuttosto attraverso i riferimenti alla posizione economica raggiunta, all’acquisizione dell’inglese e alla creazione di un rapporto non solo lavorativo con la popolazione locale[16]. Un fattore che ha favorito tale processo è senza dubbio la genitorialità, come esemplificato nel testo successivo:

 

  1. S: solo a sentire // solo / poi mi sono migliorata quando i miei bambini sono andati a scuolë / allora io mi sforzava e chiù a parla con loro che a parlare […] ma allora nun è parlate in italiano? / e ma io mi sogno l’inglese non lo posso parlare loro l’italiano? A me më conveniva a  me insegnà a lorë / capito?

 

L’oscillazione tra il ricordo delle difficoltà subite e la rivendicazione dell’inclusione sociale raggiunta a fatica sembra caratterizzare anche i flussi più recenti:

 

  1. M: all’inizio è stato un po’ difficile / poi comunque sai / che la mia famiglia era tutta in Italia e … / poi sono nati loro sai … / ora va molto meglio / ora diciamo sono integra … abbastanza bene / poi comunque il popolo inglese è un popolo abbastanza … distante … e … niente / mentre ora va meglio / soprattutto quando le bambine si sono inserite a scuola / comunque / abbiamo cercato … di fare amicizia / quindi va molto meglio

 

  1. M: l’Inghilterra / cioè gli inglesi / per esempio tu vai a fare una visita / dici “non lo so / che ne so? mo domani vado a trovare Vincenzo e Rossella” / cioè l’inglese … dice “ok / vie # vuoi venire prima di venire / dammi un colpo di telefono e poi stai con me dalle dieci alle undici / prendiamo il thè dalle dieci alle undici” / cioè comunque loro sono … profondamente sai formali / hai capito / non è che sono … sono troppo … sono freddi / sono molto distaccati / sono … cioè non c’è sta cosa di calore che abbiamo noi/ cioè per esempio / io / quando sono venuta / la cosa che mi è mancata e per cui è sofferto /è proprio sta cosa di umanità e di calore / cioè noi non conosciamo nessuno e dice “oh oh / vieni / che ci pigliamo il caffè insieme” / con loro niente … loro invece no // qua questo discorso non lo puoi fare // e … devi cercare di … devi cercare di capire come sono / cioè in che senso / loro vogliono fare così / e allora se devo andare a trovare a qualche inglese / prendo il telefono e “ti fa piacere se oggi vengo? / sei disponibile a tale ora?” // è brutto perché a noi pesa / perché noi non lo faremmo mai

 

La presenza dei figli rappresenta il fattore principale che determina la scelta di tornare in Italia o meno: sia per i migranti poco colti della prima ondata che per quelli più recenti, infatti, si è scelto/ si sceglie di rimanere in Inghilterra per dar loro un futuro migliore. Come esempi, proponiamo due testi di due donne campane dell’emigrazione meno colta, la prima emigrata negli anni Cinquanta, la seconda alla fine degli anni Novanta:

 

  1. S: poi quano amm venutë qua / dopo un po’ / i genitori miei dicevano mio padre “venite qua / Giuse’ / tornate a casa che qua ha incominciato / è miglioratë / le fabbriche / si e # ma lui aveva paura / e diceva / ma ië aggë vennutë tuttë e cosë mie / gli attrezzi / cose / questo e quell’altro / dicë io mo vado là e do accumincië / e ha avuto sempre paura // poi è cominciata a famiglia / e bambinë ha cuminciatë a scuola / e lui pensava più a dire / “iamë o paesë / nun è ca cë sta na … n’avvenura / che pigliamo sti bimbi e purtammë in Italia / sta sicur / o paesë nuost / dicimm a Napëlë / chë ci sta?” / e allora abbiamo sopportato noi e basta che i figli si so … si hanno sistemato

 

  1. M: è vero / eh / no no perciò questo è un dilemma / per noi … almeno io lo vivo come dilemma perché / ti ripeto / io adoro l’Italia // però / ecco qua / io … io vengo da Vico Equense / no … comunque si sta bene da noi / però / ecco qua / io vado a portare i figli là // e poi? // e poi? / cioè … comunque lei per esempio già a … a scuola / comunicano con internet / comunque cioè la scuola è come Dio comanda / la scuola dove fanno l’attività / hanno l’aula … che ne so / l’aula di pittura / l’aula di … la maestra che gli fa fare danza / la maestra che gli fa … / cioè comun’/ io dove la vado a portare? / dopo questa mi dice / “tu mi hai portato dalla padella alla brace” / sai comunque … io la sento veramente … come una … tragedia / tra virgolette / perché mi piacerebbe fargli avere / come d’altronde ognuno / i miei genitori mi hanno dato il meglio / io vorrei dare il meglio ai miei figli / ma qual è il meglio poi? // hai capito? / qua si sta bene / per l’amor di Dio / si sta bene / come … come persona tu ti senti realizzata / cioè tu qua vedi una ragazza di diciotto anni è manager / che ne so? / una catena di ristoranti / cioè in  Italia / u … cameriere lo trattano … lo trattano a pezze in faccia

 

La comunanza di atteggiamenti è indicativa di una sovrapposizione di percorsi: spesso i nuovi migranti poco scolarizzati, infatti, hanno molteplici contatti e rapporti con i migranti di vecchia emigrazione del medesimo gruppo sociale.

I rapporti sono generalmente lavorativi: molti italiani di epoca più antica, infatti, hanno aperto ristoranti e bar italiani e vi impiegano italiani di recente immigrazione. Questi ultimi infatti all’arrivo in Inghilterra non hanno una buona competenza dell’inglese e l’impiego in un bar / ristorante italiano rappresenta una soluzione che consente loro di arginare l’isolamento linguistico. Altre volte, invece, i rapporti tra un’ondata migratoria e l’altra sono dovuti a ragioni affettive; capita spesso, infatti, che i migranti di II generazione della prima ondata migratoria conoscano il partner durante i ritorni estivi nei paesi d’origine dei propri genitori: si creano dunque famiglie in cui uno dei coniugi è un membro della II generazione di origine italiana (I ondata) e l’altro è un migrante recente (II ondata). La conseguenza è che si intrecciano storie e percorsi migratori di epoca diversa, quasi sempre accomunati dall’appartenenza ad un unico gruppo sociale. In questi casi, i migranti di nuova generazione hanno ascoltato dai migranti di epoca meno recente i ricordi di una comunità più unita: un tempo, a Cambridge, si organizzavano feste e ritrovi, la chiesa cattolica offriva una messa in italiano. Venute meno queste occasioni di incontro, non conosciute personalmente dai migranti di epoca recente ma vissute attraverso i ricordi degli italiani di più antica migrazione, la comunità non può che apparire in via di dissoluzione. Tale immagine, inevitabilmente, è presente nei migranti poco scolarizzati di ogni ondata:

 

  1. M: […] però la comunità italiana comunque sta / comunque … sta sciamando / non è molto / t’ho detto / sai prima / fino a trenta / trent’anni fa / erano molto forte / c’erano dei loro club / … si riunivano / si conoscevano / mentre ora c’è proprio questo distacco / ognuno capito si isola / poi / hai capito / comunque c’è questa mentalità di dire “no / io se fai non ballo”/comunque sai una quota di partecipazione è normale […] parecchi si / parecchi si // per esempio … si isolano lo sai? / c’è questo fenomeno dell’isolamento / … noi … o perché / ripeto / forse non lo so tu mi capisci perché sei napoletana / per noi stiamo insieme / è bello / ci divertiamo / che ne so … ? andiamo … / invece qua no / invece qua ci sta …

 

  1. P: […] si è un po’ spento questo italianismo tra di noi / però: io ne conosco abbastanza

 

Gli effetti sono una profonda solitudine e la percezione di un isolamento, sia rispetto alla comunità italiana che non costituisce più un referente simbolico, sia rispetto agli inglesi con cui, per quanto si tenda a immaginare un’integrazione avvenuta e nonostante un rapporto occasionale con loro (almeno per i migranti della I ondata), si rimane sempre diversi e in qualche modo estranei (es. 10). Tale atteggiamento è più forte in coloro che hanno subito emarginazione e razzismo, mentre è meno intenso in quei migranti per i quali l’emigrazione ha rappresentato un’ancora di salvezza e la svolta positiva della propria vita. In questi ultimi, in particolare, per quanto trapeli nell’intervista la percezione di un confine identitario invalicabile tra noi (gli italiani) e loro (gli inglesi), emerge la percezione di una maggiore inclusione sociale, quanto meno immaginata (es. 11):

 

  1. S: problemë problemë proprio non ne abbiamo avutë // e … in che senso? / però anche se voglio dire “l’inglesë so bravi” / […] io c’ho i vicini qua / se / parlë di … dietro # li incontro nel giardino / dico “buongiorno” / si dice una parola / bene / n’hanno mai detto “vieni a prende il caffè” / io li ho invitata / ho fatto una pizza un giorno / abbiamo de / “entra entra vieni” / ma … abbiamo fatto na … # ma non ricambiano po’ sta sicura

R: non so napoletani!

S: no ma non … / a parte napoletano / ma ië dicë # nujë / va be’ / napoletanë simmë chiù apiertë / simmë chiù famiglie: voli / voglio di’ / vogliamë amici / vogliamo esse … an # anche ora / se tu hai … un … avere … un ragionamento / avere un incontro / gli inglesi / ancora oggi / dicono che nujë emme fre # fregatë e posti a lorë / chellë erë o fa:

 

  1. I: e ci siamo abituati / e: non è stato chissà che per abituarci … o col mangiare … qualsiasi cosa batteva / perché noi ci siamo inseriti subito […] il consolato come ha detto / si vede che l’italiano / ti ricordi quella sera / allo speech / cosa ha detto? / si vede che l’italiano di Cambridgè è abituato con l’inglesi / è cresciuto con l’inglesi // ha detto // ecco

 

Per i migranti più recenti appartenenti al gruppo con basso livello di scolarizzazione, l’isolamento subito è ricondotto in parte alle difficoltà linguistiche, in parte ai ritmi di lavoro estenuanti: le relazioni sociali inevitabilmente si riducono a quelle con i colleghi, generalmente italiani, o a quelli tra coinquilini. A tali relazioni fisiche, si aggiungono poi quelle virtuali che, per i più giovani, si stabiliscono generalmente attraverso il gruppo facebook “Italiani a Cambridge”. In questo gruppo convivono giovani migranti con caratteristiche socio-biografiche diverse: da un lato, ci sono i migranti per lavoro, generalmente unskilled, per i quali il gruppo rappresenta una fonte di informazioni (per l’affitto di una camera o di un posto letto, per l’acquisto e lo scambio di merci come biciclette, oggetti di arredamento …); dall’altro ci sono gli universitari e i professionisti che più degli altri sono interessati a costruire relazioni interetniche, spesso finalizzate alla promozione della propria attività o per costruire rapporti di natura lavorativa e non solo affettiva. Per quanto il gruppo facebook rappresenti una piattaforma comune che unisce migranti con storie, vissuti ed aspettative diverse, quando si passa alla realtà le tre anime che lo popolano (lavoratori unskilled, professionisti e universitari) si muovono in spazi e reti sociali diverse. Si veda, come esempio, il testo seguente che ci è stato fornito da una giovane grafica che lavora a Cambridge da quattro anni:

 

12.A: […] c’è un gruppo

R: quello di facebook?

A: sì / e: sì ci vediamo: # oddio // alla fine quando ci vediamo siam sempre gli stessi /  cioè quelli che stanno qui da un po’ / più magari quelli che hanno fondato / che hanno fondato # gli amministratori del gruppo / siamo sempre # Diego / anche tutte queste persone qua / siamo sempre gli stessi / poi ogni tanto facciamo delle cose / tipo delle cene o quando: il tempo permettendo pic nic o cose del genere / e allora lì / estendiamo l’invito a tutto il gruppo e vengono anche quelli un più nuovi / però spesso e volentieri li vedi una volta e poi magari non li vedi più perché è gente che sta qui qualche mese e poi se ne va / non c’è … c’è poca gente che è proprio sedentaria qua: […] quelli che stanno qui da un po’ / molti sono ricercatori o medici / lavorano nel campo medico / logicamente in Italia col fatto che la ricerca non esiste / molti si … vengono qui […] / sono molti istituti di ricerca / anche ricerca sul campo tutte queste cose qui / sì ricercano molto da fuori / gli altri: … nei college puoi trovare a fare il cameriere così / almeno / una mia amica spagnola mi diceva che basta che ti presenti col passaporto e loro … ti prendono così / però / anche lì è  un po’ così nel senso … se gli servi bene / se non gli servi stai a casa

 

Pur condividendo lo spazio virtuale all’interno del gruppo facebook “Italiani a Cambridge”, nella realtà professionisti, camerieri e universitari hanno reti sociali diverse: i tre gruppi si incontrano raramente e, quasi sempre, sotto la spinta propositiva dei primi che, tramite i social networks, organizzano pranzi o cene, pic-nic, gite. Ulteriori occasioni di incontro in vivo che travalicano il livello di istruzione e la classe socio-culturale di appartenenza, sono le riunioni del gruppo “Il girotondo”, organizzato da alcune giovani donne (una professionista, l’altra universitaria) al fine di rinsaldare nei figli delle nuove migrazioni e nei nipoti di quelle più antiche la competenza dell’italiano attraverso giochi e riunioni settimanali.

Come dicevamo, però, la vita quotidiana dei tre gruppi procede senza intersezioni: i professionisti, infatti, non hanno relazioni con i camerieri da un lato (es. 13 e 14) e con gli universitari dall’altro (es. 15 e 16):

 

  1. R: ci stanno tanti / però penso che quello sia un altro gruppetto che si frequentano solo tra di loro /

M: probabilmente sì // bè / “Olio & Farina”[17] l’avranno aperto un paio di anni fa / forse / io non li conosco / so stata una volta per un caffè ma … finita là / e: … no probabilmente sì perché tipo io vedo su sti italiani / su facebook / sulla pagina di facebook / tanti che trovano lavoretti … del genere e quindi non è gente che vuol star qui … a vita / perché non cominci a fa lavapia # cioè forse questi sto stanchi dell’Italia “boh / vado là / ho n amico là”

 

  1. S: italiani a Cambridge ce ne sono una marea / non passa giorno che io sono per strada che non sento qualcuno che passa italiano / ce ne sono una miriade / io non sono una persona che esce la sera tanto / preferisco stare a casa mia al computer / li conosco perché c’è il gruppo di facebook / c’è massimo … quello del gruppo / del Clown’s Cafè / che organizza un gruppo che si chiama professionisti italiani a Cambridge / che è un bel gruppo lì saremo anche cinquanta persone / però l’unico no … # saremo dieci giovani / della mia fascia di età […] tro: # la gente dell’università non è che mi … troppo / più che altro perché anche sì / molta gente che fa l’università / la vedo anche molto come gente che viene qua per far casino / io sono qua per lavorare e basta principalmente / se volevo far casino stavo a vigevano quindi ….

 

  1. R: […] i giovani che vengono per un dottorato o … per un contratto dopo / fanno gruppo molto a sé rispetto ai professionisti che ci stanno?

M: ah sì sì non c’è proprio / ma forse anche tra inglesi comunque / l’università è a sé non è che # ok tra italiani non se cagano ma anche tra inglesi  / no cioè # se uno va all’università di Cambridge / ha gli amici  là / ha la vita dentro … dentro l’università di Cambridge / va # fa sport lì ha vanno a bere lì / son # tutta la vita # la vita sociale è tutta lì / cene non cene / è tutto …. perché è abbastanza / io ho fatto un anno / due anni fa / nel 2010 / all’università / è abbastanza intensivo ma è anche un po’ di cricca / tipo / nessuno entra / e … per quei due anni che ci sei / ti va di restarci dentro/ hai capito? / è tipo un po’ posh / un po’ snob

 

  1. S: io degli universitari che ho conosciuto / fanno l’università e basta / non è che ho … non ne ho conosciuti tanti però / non ho conosciuto né tanta: gente … di …. che fanno il mio lavoro diciamo / né tanta gente che credo sia intenzionata a rimanere

R: ma per coincidenze?

S: no perché ho incontrato / li ho incontrati più che altro per il gruppo italiani a Cambridge o per … professionisti italiani a Cambridge / Diego è venuto a professionisti italiani a Cambridge / io sono andato solo il primo incontro che è un gruppo abbastanza nuovo / sono andato solo al primo incontro e ho visto lui / non so chi altro è andato / … no: poi # altra gente / più che altro massimo l’ho conosciuto perché ci faccio …  andavo al pitch and mix / che è quel gruppo al Clown’s Cafè / e … era … il giovedì mattina alle otto / poi ho iniziato a lavorare e ho dovuto tagliare / però ci faccio anche kick boxing / tramite the # kick boxing ho incontrato anche un altro italiano / che fa sempre il professionista / che si chiama Andrea / e: … la maggior parte degli altri italiani li conosco tramite la mia morosa / perché fa l’università e … so che ci sono un po’ di italiani che lavorano al Nando’s perché la mia morosa ci lavora e sa che ce ne sono un po’

 

L’ultimo testo è anche esemplificativo delle modalità di incontro di questo gruppo di migranti, che si riconoscono come italiani tramite il web che diventa lo strumento principale per la promozione delle attività dei professionisti italiani. Sono pochi, infatti, i professionisti che intrattengono relazioni in vivo con altri italiani, ma, ancora una volta, tali frequentazioni ruotano intorno soprattutto ad interessi di tipo lavorativo:

 

  1. D: ripeto / tutti almeno # tutte le persone che ho conosciuto su gruppo lavorano quasi tutti / sì / e … le … è difficile / difficile // m’è rimasto difficile incontrare studenti italiani / comunque studenti parlo di’università di Cambridge /perché poi  ho conosciuto molti italiani che vengono qua per studiare inglese / ma comunque poi devono cercare un lavoretto / perciò non sono affiliati alla … università di Cambridge // che altro?// ah … un’altra cosa / n’altra cosa // n’altra cosa che è nata ultimamente su linked-in il gruppo PIC / professionisti in Cambridge / e lo ha … # lo ha # lo sta organizzando questo italiano che ormai sono sedici anni che sta qui a Cambridge / massimo si chiama/ e … anche lui lavora / c’ha la sua azienda / tutto quanto / c’ha n’azienda di marketing / e perciò anche lì ho avuto l’occasione di incontrare altri italiani che magari che non sono sul gruppo son o italiani un pochettino più: … grandi / dai trenta in su / che anche loro insomma lavorano / anche loro lavorano qui a Cambridge / e lo scopo di questo gruppo è creare una comunità di professionisti italiani in Cambridge in modo di promuovere … ancora ci stiamo # abbiamo iniziato da poco / abbiamo fatti pochi incontri / soprattutto per socializzare / per capire che tipo di persone siamo / però la mission del gruppo è quello comunque di  promo # promuovere attività italiani qui a Cambridge e viceversa / comunque avere un buon collegamento con l’Italia / ecco questa e n’altra … se vogliamo dire n’altra comunità /  piccola comunità di professionisti / questa però è solo per professionisti /e: … nel gruppo non ci sono … meno che mai qui non ci sono studenti

 

  1. D: io è da poco che sono qui a Cambridge / da ottobre / perciò è meno di un anno / però da quello che ho visto / in questo poco tempo / diciamo / c’è una forte co # comunità italiana / qua / a Cambridge / tanti italiani vuoi per la crisi vuoi per altre cose / comunque ci sono molti italiani come ci sono molti spagnoli e … sud americani / molti vengono qua per studiare inglese / di italiani … / sì c’è un gruppo … secondo me ci sono diversi gruppi / perché / Cambridge / bisogna dividere il …  Cambridge studentesca e la Cambridge dei … professional / di quelli che lavorano / ma io per esempio non conosco un solo studente / italiano / che … sono due ambienti completamente diversi

R: nessuno studente oppure tipo … un giovane ricercatore

D: quelli sì / quelli diciamo … diciamo che  li conosco / perché sono quasi lavoratori / diciamo // infatti molti … per esempio quel ragazzo che vive in casa con me / è italiano / lui ha vissuto quattro anni a Londra / ha studiato a Londra  poi si è trasferito qui e sta facendo un post doc / poi conosco … ho molti amici che fanno chimici / soprattutto chimici / biologi / virologi / perciò tutti questi di questo ambiente qua / e: … che altro? / perciò le #  e ci stanno molto programmatori qua /che …essendo una cittadina molto av # avanti / ri # con le varie imprese / con le compagnie / ci sono molti sviluppatori / molti ricercatori / molti fisici / chimici / … molte aziende farmacologiche / però / aspetta / stiamo sviando la domanda / la domanda era se facciamo gruppo / allora da quello che ho visto / facebook ad esempio c’è il gruppo  italiani a Cambridge / esatto /  io quando … mi sembra prima di venire qua / oppure quando sono venuto qua / mi sono iscritto / e da … e da ottobre diciamo abbiamo sempre organizzato molte molte uscite insieme / anche perpe # anda’ a prende na birra / qualcosa / sempre sul gruppo / e ho conosciuto moltissime persone tramite il gruppo /  sono venuto a conoscenza anche di molte altre italiani che stanno qua / che non sanno neanche dell’esistenza gruppo / però so che stanno qui magari … soprattutto che studiano / però / per esempio /  ora ci sono gli europei / e stiamo organizzando tutto sul gruppo / andiamo a vedere qua / ci siamo organizzati di andare a casa dell’amministratore / poi al Maipoll che è un pub che c’è … è un italiano / […] perciò secondo me … c’è una … comunità de # di italiani è grazie molto all’utilizzo di facebook questo sì / perché magari sarebbe stato un pochettino più difficile / già così / sul gruppo tipo ci sono seicento e passa persone / comunque io ho visto sempre le stesse facce / da ottobre fino qua

 

  1. R: e secondo te / cioè voi / gli italiani qua / parlo di italiani / italiani della nostra età ….

[…]

S: sì ce ne sono tanti:ssimi / c’è … credo che … la comunità italiana sia quella più grande / dopo: … i cinesi / i cinesi … quelli … quelli va bè non è che contano più ormai sono di qua / però gli italiani ce ne sono veramente tanti / e: … in genere stanno molto insieme // da quello che ho visto io / meno / io principalmente ho visto i … giovani / però stanno molto insieme / per il mio lavoro ho conosciuto anche … gente della fascia: quaranta cinquanta / che anche loro ho visto che sono in genere abbastanza legati

R: tra di loro?

S: tra di loro // di contadini non ho ancora visto nessuno / di … un po’ più anziani … diciamo / ho conosciuto i … i … proprietari del Clown’s Cafè / che al Clown’s Cafè ci sono andato perché c’è un altro italiano che tiene un gruppo / sempre correlato al mio lavoro che si chiama pitch and mix / che: # questo qua si chiama Massimo / e: … in realtà è un gruppo di imprenditori / programmatori / e tutto / ci si trova il giovedì mattina al Clown’s Cafè / e si parla un po’ di questa cosa qua / al Fountain Inn / invece / c’è un gruppo  che si ritrova al martedì / che saranno quaranta persone / … solo di per parlare di applicazioni per dispositivi mobili […] però per farti capire che comunque c’è una cultura forte di questa cosa qua  / se quaranta persone si trovano ogni settimana

 

Nei racconti dei professionisti è labile il confine tra incontri e attività a base etnica (italiana) quali i ritrovi del gruppo “Professionisti italiani a Cambridge” e quelle che, al contrario, prevedono una partecipazione interetnica, come, ad esempio, le riunioni al pub Fountain Inn citate nell’ultimo testo. Del resto, questo gruppo di migranti ha quasi sempre frequentazioni inter-etniche: pochi gli amici italiani e nel costruire relazioni sociali e professionali conta poco la comune origine italiana:

 

  1. M: fino a dicembre / gennaio / io non ho frequentato italiani /per dirti / poi ho fatto un corso all’università di Cambridge /e stiamo parlando di networking / tutte ste … ste mene qua / e ho cominciato a veder qualche italiano in più / un po’ per il lavoro / un po’ per … per conoscere gente /e mi so iscritta a italiani a Cambridge / sta cosa su face book / e … poi da là / sentivo sta ragazza praticamente lei … vive dall’altra parte dell’incrocio / aurora / non so se la conosci / e lei l’ho vista un paio di volte ma non so amica / è che cioè non è che: … […] / io ho tutti amici inglesi / dell’est / de … non so dove / sì … altre cose / a caso / non è che ho scelto / che ho . […] / è successo così / è successo così / poi / ti dico / ho frequentato na ragazza italiana un paio d’anni fa / però perché era na mia collega e viveva come me / perché le ho detto guarda “c’è una stanza libera / se vuoi vieni qua” / e quindi per forza / non è: … che: … però non è che … c’è sto gruppo italiani che vado a mangiare la pizza / ste robe qua

R: non esiste qua a Cambridge? / non credi?

M: non so se esiste / sai cos’è / secondo me esiste tra: …  pseudo studenti / o gente che ha studiato in Italia insieme / e poi pian piano son venuti qua tutti / perché io vedo sta ragazza / Aurora / col ragazzo / lei ha cene cose co altri italiani / conosce / so che nomina italiani però io no … li ho visti na volta / però non è che conosci / ti dico

 

  1. R: allora / hai amici e non sono italiani? / o ….

S: ho degli amici non sono italiani / ho: … delle conoscenze italiane

 

Stesse strategie di integrazione sono state riscontrate nel gruppo degli universitari che, tuttavia, fanno meno affidamento sulle modalità di comunicazione virtuale e affidano gli incontri e le relazioni con gli italiani a occasioni diverse come lo studio in biblioteca o nei vari dipartimenti, le formal dinners dei colleges. Tuttavia, similmente ai professionisti, gli universitari non cercano vincoli di connazionalità per costruire le proprie relazioni sociali e la comune italianità non rappresenta un fattore privilegiato per la nascita di rapporti di amicizia e/o professionali. Questo può essere ricondotto al diverso peso attribuito dai migranti con livello di istruzione più elevato alla propria identità italiana: se, infatti, i migranti con più bassa scolarizzazione, per quanto si ritengano inclusi alla società inglese, continuano a percepire un’opposizione identitaria tra noi (= gli italiani o, al massimo, gli italiani di Cambridge) e loro (= gli inglesi), separati da comportamenti e atteggiamenti incommensurabili (la socialità e l’apertura mentale, il gusto nel mangiare, l’eleganza sono attribuite solo e solamente agli italiani), i migranti con livello di scolarizzazione più elevato si proiettano in una dimensione globale in cui ogni opposizione etnica si sgretola: ci si riconosce come professionisti, europei, mobili e meno in un’identità nazionale monolitica costruita attraverso un processo di differenziazione rispetto alla popolazione locale.

 

  1. Alcune valutazioni conclusive

In questo contributo abbiamo cercato di ricostruire mediante un approccio qualitativo ed etnografico le modalità di integrazione di migranti di epoca diverse e diversi per professione e per livello di istruzione. In tale prospettiva, sono state indagate le dinamiche di inclusione/esclusione rispetto al Paese di immigrazione e alla comunità italiana. I risultati presentati consentono di fare alcune valutazioni che, per il carattere sperimentale dello studio, andrebbero ulteriormente verificate attraverso comparazioni con ulteriori contesti di ricerca.

Per quanto riguarda le dinamiche di inclusione/esclusione rispetto al Paese di immigrazione, sono emerse strategie differenziate non tanto in base all’epoca della migrazione quanto rispetto alla classe sociale e al capitale sociale dei migranti: non è determinante il numero di anni trascorso in Inghilterra per favorire l’integrazione (l’inclusione) dei migranti che sembra piuttosto favorita dall’accesso ad un lavoro stabile, in un ambiente inter-etnico, e dalle competenze linguistiche raggiunte. Del resto, questi ultimi due aspetti (accesso ad un lavoro stabile al di fuori delle attività nel settore del catering a base etnica e la competenza dell’inglese) sono fortemente interconnessi nella misura in cui la conoscenza dell’inglese costituisce una condizione imprescindibile per una realizzazione lavorativa alternativa. Inoltre, le risorse linguistiche sono fondamentali anche per la creazione di relazioni affettive e sociali al di là del contesto lavorativo italiano. Non a caso, infatti, i migranti di epoca più recente, ma con un livello di istruzione più alto (i professionisti e gli universitari) si integrano più facilmente, anche per le loro maggiori conoscenze linguistiche.

È dunque possibile pensare che ai margini della società ospite ci siano i migranti poco colti di epoca recente che rivivono quasi l’iniziale esclusione e marginalità subita dai lavoratori (non professionisti) arrivati in Inghilterra dopo la seconda guerra mondiale; seguono poi questi ultimi che, attraverso una prolungata e sistematica vicinanza con gli inglesi, la socializzazione dei figli in ambiente anglofono e la conseguente maggiore competenza dell’inglese in molti casi tutt’altro che basica, forse non sono né completamente inclusi né completamente esclusi: essi infatti sembrano muoversi tra una sbandierata integrazione e l’estraneità al mondo inglese che continuano a percepire, seppure in maniera meno traumatica rispetto ad altre comunità italiane d’Inghilterra[18]. Tale conclusione conferma dunque che le conoscenze linguistiche, il tipo di lavoro e la rete sociale si intrecciano e determino stadi di inclusione diversi: i più svantaggiati sono coloro che migrano oggi con un capitale sociale poco elevato mentre sul versante opposto ci sono i professionisti e gli universitari che più dei primi sono svincolati da un’italianità necessaria e sono pronti, culturalmente e linguisticamente, all’inclusione sociale.

Per quanto riguarda le dinamiche relazionali dei vari gruppi di migranti, è stato notato come la comune italianità sia un fattore di aggregazione solo parziale e soprattutto per i gruppi che rientrano nella categoria di migranti unskilled. Tra i professionisti e gli universitari, infatti, le relazioni non sono condizionate da tale fattore, per quanto siano proprio migranti appartenenti a questi due gruppi a promuovere iniziative, reali o virtuali, basate sull’italianità (Il girotondo, la Cambridge Italian Association, i gruppi facebook “Italiani a Cambridge” e “Professionisti italiani a Cambridge”), la cui adesione virtuale è fatta anche da migranti poco colti arrivati con l’ondata più recente che tuttavia più raramente partecipano alle occasioni di ritrovo in vivo[19].

L’italianità resta dunque un ancoraggio simbolico necessario soprattutto per i migranti poco colti, siano essi di antica o di recente migrazione, mentre per i migranti più scolarizzati l’italianità diventa ora un lusso non necessario, ora un fattore di promozione delle proprie attività lavorative, e più raramente un bagaglio culturale da non perdere, ma solo se integrato con le conoscenze sviluppate nel contesto di immigrazione.

I vari gruppi creano reti di relazioni che si intersecano solo tangenzialmente, non si riconoscono in un gruppo unico, per via anche dei molteplici stereotipi reciproci emersi in molti dei testi riportati, ma piuttosto in una serie di galassie che non confluiscono in una sola comunità. Il processo di riconoscimento in una comunità italiana ideale, infatti, è fortemente condizionato dal capitale sociale dei migranti e dal loro livello di inclusione sociale con la conseguenza che i vari gruppi si muovono nello scenario inglese secondo strategie proprie che li rendono universi lontani solo in parte tangenziali.

[1]           Un utile punto di partenza è il rapporto Pioneers of European Integration “from below”: mobility and the emergence of European Identity among National and foreign citizen in the EU, disponibile al sito http://www.obets.ua.es/pioneur/difusion/PioneurExecutiveSummary.pdf. Si rimanda anche a Simon Kommander, Mari Kagasniemi, Alan Winters, The Brain Drain: Curse or Boon? A survey of the literature, IZA Discussion Paper, 2003, 809, June; Frederick Docquier, Abdeslam Marfouk, Measuring the International Mobility of Skilled Workers, 1990-2000, World Bank Policy Research Working Paper, 2004, 3381, July.  Per la bibliografia sull’emigrazione italiana, si rimanda a Claudia Cucchiarato, Guerra di cifre: perché è così difficile capire: chi e quanti sono gli italiani all’estero?,  “Altreitalie”, 43 (2011), pp. 64-72.

 

[2]           Si vedano, tra gli altri, Claudia Cucchiarato, Vivo altrove, Milano, Bruno Mondadori, 2010; Nicola Guerra, L’emigrazione italiana in Finlandia (1990-2010) attraverso un’analisi semantica, “Altreitalie”, 43 (2011), pp. 8-29; Emanuele Toscano, Italian Immigration in France. A Never-ending Phenomenon, “Altreitalie”, 43 (2011), pp. 30-46; Alvise Del Prà, Giovani italiani a Berlino: nuove forme di mobilità europea, “Altreitalie”, 33 (2006), pp. 103-125; Alvise Del Prà, Nuove mobilità europee e partecipazione politica. Il caso degli italiani a Berlino, “Altreitalie”, 36-37 (2008), pp.130-143.

 

[3]           Emblematica di tale difficoltà è l’affermazione di Cucchiarato Guerra di cifre, secondo cui “L’Italia, molto più che altri stati occidentali, non ha la più pallida idea di dove siano e cosa stiano facendo i suoi giovani nuovi migranti” (p. 66).

 

[4]           Si veda Del Prà, Giovani italiani a Berlino; Guerra, L’emigrazione italiana in Finlandia.

 

[5]           Si veda il rapporto Pioneers of European Integration.

 

[6]           Claudia Cucchiarato, Una rete transnazionale per la generazione liquida, “L’Unità”, 30 aprile 2010, p. 12.

 

[7]           Sergio Nava, Dalla Fuga alla circolazione dei talenti. Sfide per l’Italia del futuro, “Altreitalie”, 43 (2011), pp. 73-78 (p. 73).

 

[8]           Anna Maria Minutilli, La collettività italiana in Germania: una sfida ancora aperta, “Altreitalie”, 33 (2006), pp. 65-81, p. 66.

 

[9]           Del Prà, Giovani italiani a Berlino, p. 104.

 

[10]          Ibid.

 

[11]          Edith Pichler, Pioniere, Arbeitsmigranten, Rebellen, Postmoderne und Mobile: Italiener in Berlin, “Archiv für Sozialgeschichte”, 42 (2002), pp. 257-274.

 

[12]          Maddalena Tirabassi, Premessa, “Altreitalie”, 33 (2011), p. 6.

 

[13]          Si rimanda a Roberto Sala, L’emigrazione italiana in Germania nel secondo Novecento. Peculiarità e dinamica, “Il Veltro”, 2 (2006), pp. 96-104; Lisa Francovich, Le migrazioni intellettuali in Europa e in Italia, 2000, in http:// www.cestim.org, http://www.cestim.org/dossier_migrazioni/parte_2/intellettuali.htm; Michael Braun e Camelia Arsene, The Demographics of Movers and Stayers in the European Union, Firenze, Final Conference Pioneur Project, 2006, in http://www.obets.ua.es/ pioneur/, http:// www.obets.ua.es / pioneur / bajaarchivo_public.php?iden=353; Maria Carolina Brandi, Evoluzione degli studi sulle skilled migration: brain drain e mobilità, “Studi Emigrazione”, 141 (2001), pp. 75-93; Sveva Avveduto e Maria Carolina Brandi, Le migrazioni qualificate in Italia, “Studi Emigrazione”, 156 (2004).

 

[14]          C. Cucchiarato, Una rete transnazionale, cit., p. 12.

 

[15]          Per i criteri di trascrizione: con “/” si indica la pausa breve; con “//” la pausa lunga; con “#” i mutamenti di progetto; con “…” le esitazioni; con “[…]” le omissioni di parte di testo; con “R” il ricercatore e con “ë” la vocale indistinta, tipica di molte varietà dialettali dell’Italia meridionale.

 

[16]          Tale atteggiamento è discusso in maniera approfondita in Margherita Di Salvo, “Le mani parlavano inglese”: percorsi linguistici e culturali tra gli italiani d’Inghilterra, Roma, Il Calamo, 2012.

 

[17]          Si tratta di un alimentari aperto di recente nel centro di Cambridge.

 

[18]          In un mio lavoro precedente (Di Salvo, “Le mani parlavano inglese”) ho  cercato di dimostrare come tra comunità italiane coeve e simili per storia migratoria, possano sussistere differenze profonde nelle strategie di integrazione, linguistica e culturale.

 

[19]          Ciò non vuol dire che questi gruppi di giovani migranti con elevato capitale sociale non soffrano la lontananza dall’Italia.

 

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