Come mostrano gli altri saggi di questo numero, il dibattito storiografico italiano sui frontalieri non si è distinto per continuità o per assiduità. Soltanto in alcuni momenti particolari quel tipo di flusso è stato studiato, perché appariva legato ad altri fenomeni migratori, cui allora si prestava attenzione. Per esempio si è discusso delle partenze quotidiane per la Francia, quando, tra la fine degli anni 1950 e la fine degli anni 1970, esse sono apparse il naturale prolungamento del grande esodo interno dal Meridione verso il triangolo industriale e le sue propaggini. In quei trenta anni l’enorme spostamento dal Sud al Centro-Nord di forza lavoro e di effettivi demografici non si è infatti focalizzato, per quanto riguarda la Liguria, soltanto su Genova, ma ha visto numerosi arrivi nel Ponente, soprattutto dalla Calabria. Nelle province di Savona e di Imperia gli immigrati hanno trovato lavoro prima nell’agricoltura, in particolare nella piana di Albenga e nella fioricoltura dell’estremo Ponente, poi si sono immessi nei flussi già esistenti tra la fascia di confine e l’area mentonasca-nizzarda, nonché nel piccolo principato di Monaco(1). Analogamente gli emigrati meridionali in Lombardia non hanno soltanto cercato lavoro a Milano e nel suo hinterland, ma sono saliti più a nord, da dove si sono spinti ogni giorno in Svizzera, come risulta da una settantina di interviste a ex operai delle Officine FFS di Bellinzona, raccolte dalla Fondazione Pellegrini Canevascini(2). In questo secondo caso, mancano, però, analisi apposite e dobbiamo accontentarci di qualche osservazione in lavori più generali(3).
In entrambi i casi regionali l’interesse di divenire lavoratori frontalieri era dato dalle paghe più alte oltrefrontiera e dalla possibilità di beneficiare di servizi sanitari e sociali migliori di quelli italiani, mentre le tasse pagate in Italia, il luogo di residenza, erano comunque minori, grazie anche a una franchigia non disprezzabile. Infine il vitto e l’alloggio italiani erano indubbiamente meno cari di quelli sul luogo di lavoro e per giunta si poteva giocare sul differenziale di acquisto rispetto alla lira di monete forti quali i franchi francesi e svizzeri. Nel nuovo millennio la moneta unica europea ha ridotto i margini di guadagno dei frontalieri italiani in Francia, pur se i salari d’oltre frontiera sono rimasti più cospicui. Inoltre le concertazioni tra stati hanno ridotto le possibilità di pagare le tasse dove erano minori e di usufruire di servizi dove erano migliori(4). Le vibrate proteste dei frontalieri hanno allora attratto l’attenzione degli studiosi italiani, in particolare di quelli che collaborano ad osservatori specializzati sull’emigrazione come il Rapporto italiani nel mondo della Fondazione Migrantes(5) . Questi ricercatori hanno allora riscoperto un’attività tradizionale nelle aree di confine, soprattutto dove quest’ultimo si è mosso (si pensi a quello francese che ha progressivamente assorbito molte aree italofone) oppure dove le popolazioni hanno parlato oppure parlano ancora lo stesso dialetto (Lombardia e Canton Ticino; Ponente ligure e Mentone-Nizza)(6). Nel frattempo il rilancio delle migrazioni interne e quindi la ripresa degli studi su di esse ha riportato alla moda la riflessione sul fenomeno dei frontalieri anche nell’ambito di chi si interessa agli spostamenti dentro la Penisola(7).
La curiosità per le proteste dei frontalieri, lo studio di aree lavorative transfrontaliere talvolta nate ben prima del processo di unificazione europea, l’analisi delle conseguenze lavorative di quest’ultima e infine lo stupore per le violenza delle reazioni locali ai lavoratori che ogni giorno traversano la frontiera hanno nel tempo stimolato una riflessione europea sullo stesso tipo di flussi. Negli anni 1980 analisti legati alla CISL, il sindacato cattolico italiano, si sono confrontati con le autorità svizzere per comprendere se il frontalierato costituiva una vera opportunità per i lavoratori italiani(8). Tali riflessioni si sono protratte nel decennio successivo, soprattutto per quanto riguarda il Canton Ticino(9). Nel frattempo il gruppo italiano legato alla CISL ha esteso la sua analisi su tutto l’arco alpino, presentando le diverse forme di frontalierato(10). Negli anni 1990, mentre la Comunità europea sondava la questione frontaliera e presentava alcune proposte di studio(11), in Svizzera si valutava quanto convenisse il ricorso alla manodopera frontaliera(12). Era l’inizio della riflessione in un quadro europeo, che presto non si sarebbe concentrata sul solo caso elvetico(13). In effetti non bisogna dimenticare che circa la metà dei frontalieri europei lavorano in Svizzera, ma che quest’ultima non ha il monopolio sul frontalierato, come ha dimostrato già nel 1967 Louis Bauvir(14).
La Confederazione elvetica ha tuttavia conquistato da tempo una vera e propria centralità negli studi relativi al nostro tema, non tanto grazie al numero dei frontalieri che vi lavorano, quanto per le forti reazioni locali alla presenza di questi ultimi, in particolare di quelli francesi. Il flusso dalla Francia in Svizzera è infatti molto più rilevante di quello dalla Penisola o dalla Germania, basti ricordare che nel 2014 i frontalieri francesi sono stati 148.000, gli italiani 66.000, i tedeschi 57.000 e gli austriaci poco più di 8.000(15). Gli storici e i politologi hanno scoperto queste cifre, quando hanno cominciato a ragionare sulla sconfitta del governo elvetico nel referendum del 9 febbraio 2014(16). Quel giorno le forze contrarie al lavoro straniero, specialmente frontaliero, in particolare il Mouvement citoyens genevois ( se ne veda la piattaforma a http://mcge.ch/ e si noti come essa sia declinata in chiave antifrancese perché il grosso dell’immigrazione giornaliera a Ginevra viene proprio dalla Francia), basicamente antifrancese, e la Lega dei ticinesi (http://www.lega-dei-ticinesi.ch/), antitaliana, sono riuscite a bloccare il trattato di libera circolazione del lavoro siglato da Svizzera e Unione Europea. Tale avvenimento ha spinto a rivalutare l’importanza delle spinte xenofobe in Svizzera, a studiare la storia e il ruolo dei movimenti locali anti-lavoro straniero, infine a scandagliare la continuità fra l’ondata populista a cavallo degli anni 1960-1970, guidata da James Schwarzenbach (1911-1974), l’uomo politico che aveva richiesto il referendum antistranieri tenuto il 7 giugno 1970. Schwarzenbach era allora l’unico deputato federale dall’Action nationale contre l’emprise étrangère du peuple et de la patrie/Nationale Aktion gegen Überfremdung von Volk und Heimat, un piccolo movimento destinato a spaccarsi. Nel 1971, dopo la sconfitta del suo referendum, lo stesso Schwarzenbach uscì dall’Action nationale per fondare il Parti républicain, che nel 1990 si riunì al movimento originario dando vita ai Démocrates suisses/Schweizer Demokraten, i quali nel 1991 ottennero 5 deputati e poterono formare un gruppo parlamentare. Oggi i Democratici svizzeri non hanno più un peso concreto; però, sono serviti da incubatrice di altre formazioni localistiche e xenofobe(17).
Nel 1974 il Partito repubblicano promosse un secondo referendum, anch’esso fallito, e proprio il periodo fra le due iniziative referendarie è stato spesso denominato Les annéees Schwarzenbach come nell’omonimo e assai interessante documentario di Katharine Dominice e Luc Peter del 2010, ancora visibile su Youtube(18). Questo documentario mostra soprattutto il punto di vista degli immigrati, ma anche le poche notazioni sui/dei favorevoli al referendum contro gli stranieri indicano che quel tipo di populismo xenofobo non è di semplice lettura. Tali difficoltà interpretative restano ancora oggi, basti pensare che i vincitori del referendum del febbraio 2014 non hanno poi sostenuto un secondo referendum (novembre dello stesso anno, che pure mirava a limitare le nuove immigrazioni. Inoltre l’impossibilità d’intendere a pieno le nuove strategie della destra populista gioca anche il contrasto fra destre di paesi confinanti. Sul problema del lavoro italiano in Svizzera si sono scontrate due formazioni ideologicamente assai vicine, come la Lega ticinese e quella lombarda, in aperto contrasto a proposito dei frontalieri lombardi nel Canton Ticino(19).
Molti studiosi hanno cercato negli ultimi anni di comprendere relazioni e parentele tra forze xenofobe di paesi confinanti: Italia, Francia, Belgio e Svizzera per esempio(20). Tuttavia la lotta al lavoro frontaliero sembra una peculiarità elvetica, mentre in altri paesi l’avversione xenofoba si concentra sugli immigrati stabili dal Terzo Mondo(21).
In certe aree infatti viene dato ormai per scontato che le frontiere nazionali non hanno più significato. In primo luogo abbiamo la cosiddetta Grande Région composta da Saar e Renania Palatinato in Germania, dal Belgio, il Lussemburgo e la Lorena in Francia, con l’appendice dei Paesi Bassi (si veda il portale pubblico http://www.granderegion.net/)(22). Possiamo inoltre considerare regioni migratorie interfrontaliere la Scandinavia (Norvegia, Svezia, Finlandia e Danimarca) e le isole britanno-celtiche (Repubblica irlandese e Regno Unito). Abbiamo casi analoghi nelle aree studiate in questo numero (Italia/Francia e Principato di Monaco/Svizzera/Austria/Croazia), nonché fra Austria/Liechtenstein/Germania/Danimarca, per non parlare degli scambi fra Regno Unito e Francia, Francia e Spagna, Spagna e Andorra, Spagna e Portogallo. Qualcosa infine si sta muovendo anche nell’Europa centro-orientale, ma mancano per il momento le riflessioni su quanto accade al di là dell’Elba.
Sui meccanismi transfrontalieri al centro dell’Europa, in particolare nella suaccennata Grande Regione, gli studi sono invece numerosissimi, anche per il peso economico di tali flussi, che spesso coinvolgono anche dirigenti e quadri, come ricorda sempre Philippe Hamman, docente di Sociologia all’Università di Strasburgo(23). Si deve inoltre tener presente che questi movimenti sono oggi amplificati dallo sviluppo dei treni ad alta velocità e dall’integrazione ferroviaria delle aree in questione, cosicché oggi si può abitare a Parigi e lavorare a Ginevra o Bruxelles, mentre negli anni 1960-1970 era considerato un frontaliere soltanto il migrante che ogni giorno attraversava la frontiera abitando a meno di 20 km da essa e per lavorare a non più di 20 km al di là del confine. Adesso le distanze sono meno influenti; inoltre un frontaliere non è obbligato a rientrare a casa ogni sera, ma basta che torni alla sua residenza almeno per il fine settimana(24).
Ho ricordato prima i lavori di Hamman, sui quali tornerò, ma questi non è l’unico. Soprattutto in Francia sono fioriti gli studi sul lavoro transfrontaliero nella Grande Regione(25). Non mancano inoltre i lavori sugli scambi fra Francia/Svizzera, Germania/Svizzera, Francia/Italia, talvolta anche in prospettiva storica, perché se il fenomeno della Grande Regione si è stabilizzato soprattutto nell’ultimo quarto del Novecento, in altri casi la periodizzazione è più lunga durata. Certo il frontalierato moderno, soprattutto quello che prevede spostamenti quotidiani, nasce grazie alla rivoluzione dei trasporti. Sono i treni, i tramway, le macchine private a permettere tale routine tra Italia, Francia, Germania e Svizzera(26). Il fenomeno è dunque eminentemente novecentesco e infatti il “petit trafic frontalier” è menzionato per la prima volta nel 1931, nella prima legge svizzera organica sull’immigrazione(27). Tuttavia si possono ricordare abitudini più antiche, che in alcuni casi datano almeno all’Ottocento e in altri addirittura più indietro nel tempo, come accade per l’elvetica Basilea e la vicina area tedesca, oppure nell’area germanofona che comprende la Lorena o nella regione, storicamente italofona, tra Monaco, Mentone e Italia(28). In ogni caso appare evidente da alcuni studi che il frontalierato è già importante nel periodo tra le due guerre del Novecento(29), pur se il suo ulteriore sviluppo dipende dalla rete ferroviaria del secondo dopoguerra e soprattutto dalla diffusione dei mezzi di trasporto privato: macchine, moto e persino biciclette(30). L’Ufficio del Lavoro di Ventimiglia produce nel 1961 un indagine sul trasporto dei frontalieri: l’ispettore incaricato attesta che, su 2.500 lavoratori che varcano la frontiera ogni giorno, 1.300 prendono il treno e gli altri sfruttano i pullman oppure i mezzi privati(31).
Il peso dei flussi frontalieri ha portato alcuni autori a chiedersi come e da chi sono difesi i lavoratori che non risiedono sul luogo di lavoro, che protezione ottengono dai sindacati o dalle associazioni professionali del paese di residenza e da quello di lavoro, se formano delle associazioni specifiche e come queste funzionano, a quali interessi (sociali, nazionali, esclusivamente corporativi) queste ultime rispondono. Il già menzionato Hamman è stato particolarmente attivo in questo settore(32). Inoltre si è chiesto come si sviluppi la dinamica linguistica di lavoratori che ogni giorno frequentano due realtà diverse(33). Ha quindi recuperato una serie di documenti e di pubblicazioni autobiografiche dei primi attori delle rivendicazioni transfrontaliere ed ha in più occasioni meditato su scopi e dinamiche delle opportunità di lavoro nel territorio della Grande Regione(34). Sul versante svizzero gli studi sono stati meno teorici, mentre si è guardato molto alla quotidianità delle esperienze di lavoro frontaliero(35). Aspetti della quotidianità frontaliera sono stati indagati anche per la Grande Regione; infine non è mancato chi ha tentato di comparare aree diverse di frontalierato(36).
Complessivamente non possiamo negare che vi sia un corpus di studi significativi sul frontalierato nell’Europa centro-occidentale. Tuttavia esso non copre tutte le aree, né tutti gli aspetti del lavoro frontaliero. Inoltre si dovrebbe estendere la comparazione anche a quanto accade nell’altra metà del continente.

(1) Gaetano Ferro, L’immigrazione calabrese nelle valli più occidentali della Liguria, “Quaderni di geografia umana per la Sicilia e la Calabria”, 3 (1958), pp. 137-152, e Movimenti di popolazione nella regione ligure: 1951-1971, Genova, Agis, 1973; Luciano Cavalli, Gli immigrati meridionali e la società ligure, Milano, FrancoAngeli, 1964; Giuseppe Boero, L’Assistenza sociale ed il fenomeno della “migrazione interna” interessante Ventimiglia e comuni viciniori, “Rassegna di servizi sociali e civili”, VI, 2 (1967), pp. 111-117, e L’assistenza ai frontalieri di Ventimiglia, “Esperienze sociali”, VIII, 1 (1967), pp. 3-13; Bruno Gozzi, I frontalieri della Liguria occidentale: analisi sociologica del fenomeno frontaliero nelle aree occidentali della Liguria, Roma, Abete, 1974; Regione Liguria, Il frontalierato in Liguria. Analisi delle problematiche sociali e territoriali nel comprensorio ventimigliese, Genova, Istituto F. Santi, [1977?].

(2) Vedi la descrizione del progetto diretto da Nelly Valsangiacomo: http://www.fpct.ch/officina-progetti/.

(3) Paolo Barcella, “Venuti qui per cercare lavoro”. Gli emigrati italiani nella Svizzera del secondo dopoguerra, Bellinzona, Pellegrini Canevascini, 2012.

(4) Per non limitarci al caso italiano, vedi gli accordi ispano-francesi: Convention fiscale entre la France et l’Espagne en matière d’impôt sur le revenu et sur la fortune, 2012, http://bofip.impots.gouv.fr/bofip/2951-PGP.

(5) Franco Narducci, I lavoratori transfrontalieri in Svizzera, in Fondazione Migrantes, Rapporto italiani nel mondo 2008, Roma, Edizioni Idos, 2008, pp. 349-359; Raffaele Iaria, I frontalieri italiani nell’attuale periodo di crisi, in Fondazione Migrantes, Rapporto Italiani nel mondo 2010, Roma, Edizioni Idos, 2010, pp. 91-94; Paolo Barcella, I frontalieri nel Canton Ticino, in Fondazione Migrantes, Rapporto italiani nel mondo 2014, Todi, Tau Editrice, 2014, pp. 84-93

(6) Per un quadro, anche bibliografico, cfr. Matteo Sanfilippo, Studiare il frontalierato nell’Archivio di Stato d’Imperia, Sezione di Ventimiglia, “Archivio storico dell’emigrazione italiana”, 10 (2014), pp. 88-92; Paolo Barcella e Matteo Sanfilippo, Frontalierato e migrazioni interne, intervento al convegno di Maiori (Salerno) settembre 2014.

(7) L’arte di spostarsi. Rapporto 2014 sulle migrazioni interne in Italia, a cura di Michele Colucci e Stefano Gallo, Roma, Donzelli, 2014; Tempo di cambiare. Rapporto 2015 sulle migrazioni interne in Italia, a cura di Idd., Roma, Donzelli. 2015.

(8) Franco Pittau, I frontalieri italiani in Svizzera: problemi e prospettive, “Studi Emigrazione”, 67 (1982), pp. 387-403; Remigio Ratti, Tazio Bottinelli, Tarcisio Cima e Antonio Marci, Gli effetti socio-economici della frontiera: il caso del frontalierato nel Cantone Ticino. Bellinzona, Ufficio delle ricerche economiche, 1982

(9) Gianfranco Brevetto, Il fenomeno dei frontalieri nel Canton Ticino, “Studi Emigrazione”, 118 (1995), pp. 346-361; Luca Bausch, Frontalierato: problema o opportunità? Il frontalierato nella regione Ticino-Lombardia. Bellinzona, Ufficio delle Ricerche Economiche, 1996.

(10) Vedi in particolare i lavori di Franco Pittau: Il fenomeno del frontalierato. Condizioni economico-statistiche e socio-giuridiche, “Affari Sociali Internazionali”, 10, 4 (1982), pp. 97-114; La collettività italiana in Austria. Indagine socio-statistica, “Affari Sociali Internazionali”, 10, 3 (1982), pp. 73-80; Regioni nordorientali, minoranze e migrazioni, Pordenone, Edizioni Concordia Sette – IRSE, 1987.

(11) Vedi, ad esempio, Parlament Européen, Les travailleurs frontaliers dans l’Union européenne, document de travail, 1997, http://www.europarl.europa.eu/workingpapers/soci/w16/summary_fr.htm

(12)La Main-d’oeuvre frontalière en Suisse, Genève, Institut universitaire d’études européennes, 1990, e Les cantons frontaliers et l’intégration européenne, Genève, Institut universitaire d’études européennes , 1991, entrambi a a cura di Charles Ricq,

(13) Véronique Soutif, L’intégration européenne et les travailleurs frontaliers de l’Europe occidentale, Paris, Harmattan, 1999.

(14) Louis Bauvir, Les travailleurs frontaliers des régions wallonnes: Synthèse historique, juridique et statistique. Analyse d’une enquête socio-économique. Étude exécutée à la demande du Ministère de l’Emploi et du Travail, Liège, Impr. H. & M. Schaumans, 1967.

(15) Office fédéral de la statistique, Résultats détailles de la statistique des frontaliers, si veda il portale http://www.bfs.admin.ch/bfs. Sulla difficoltà legate all’ingente flusso frontaliere francese verso la Svizzera si era già attardato Philippe Hamman, Les relations de travail transfrontalières franco-suisses (années 1960 à nos jours): entre législations nationales et construction européenne, une problématique sociale de “l’entre-deux”, “Cahiers d’histoire du mouvement ouvrier suisse”, 20 (2004), pp. 135-151.

(16) Indubbiamente tale riflessione sarà ulteriormente stimolata dalla recente vittoria dell’Unione democratica di centro, che ha raggiunto il 29,4% dei voti alle elezioni federali e insieme agli altri partiti di destra ha raggiunto una ristrettissima maggioranza (101 seggi su 200): http://www.swissinfo.ch/ita/dossiers/2015-elezioni-federali.

(17) Cfr. Thomas Buomberger, Kampf gegen unerwünschte Fremde: Von James Schwarzenbach bis Christoph Blocher, Zürich, Orell Füssli, 2004; Isabel Drews, “Schweizer erwache!”: James Schwarzenbach als rechtspopulistische Führerfigur der überfremdungsbewegung 1967-1978, Frauenfeld, Huber Verlag, 2005; Andrea Weibel, Schweizer Demokraten, in Historisches Lexicon der Schweitz, 2012, http://www.hls-dhs-dss.ch/textes/d/D17409.php.

(18) All’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=3N2jn5X9byw.

(19) Si vedano le riflessioni di Paolo Barcella in http://www.mountcity.it/index.php/2015/02/09/mobilita-e-frontiere-attraverso-larco-alpino-il-ruolo-dei-lavoratori-italiani-in-un-simposio-sui-frontalieri-alluniversita-di-milano/ .

(20) Vedi, per esempio, Diagne Ousmane, La montée du racisme et de la xénophobie en Europe, Paris, L’Harmattan, 2013.

(21) Come testimonia Charles Ricq, Les travailleurs frontaliers en Europe, Paris, Anthropos, 1981, il fenomeno non è recentissimo.

(22) Sulla storia e la geografia della Grande Regione: Camilo Pereira Carneiro Filho, La Grande Région, région transfrontalière européenne, “Confins”, 2012, http://confins.revues.org/7908.

(23) Philippe Hamman, Les travailleurs frontaliers en Europe. Mobilités et mobilisations transnationales, Paris, L’Harmattan, 2005, e Sociologie des espaces-frontières. Les relations transfrontalières autour des frontières françaises de l’Est, Strasbourg, Presses universitaires de Strasbourg, 2013.

(24) Per le trasformazioni nel tempo vedi la voce di Philippe Hamman, Cross-border workers, in Dictionary of European Actors, a cura di Élisabeth Lambert-Abdelgawad ed Hélène Michel, Brussels, Larcier, 2015, pp. 91-93.

(25) Sophie Boutillier, Blandine Laperche e Nathalie Mudard, Frontaliers du nord: Europe, régions, migrations, Paris – Dunkerque, L’Harmattan – Innoval, 2003; Rachid Belkacem, Monique Borsenberger e Isabelle Pigeron-Piroth, Les travailleurs frontaliers lorrains, “ Revue Travail et Emploi”, 106 (2006), pp. 65-77; Le travail frontalier au sein de la Grande Region Saar-Lor-Lux: Pratiques, enjeux et perspectives, a cura di Rachid Belkacem et Isabelle Pigeron-Piroth, Nancy, Presses Universitaires de Nancy, 2013.

(26) Per una migliore puntualizzazione: Urs Bloch, Grenzgänger aus Südbaden in Basel-Stadt in den ersten Jahren nach dem Zweiten Weltkrieg, “Basler Zeitschrift für Geschichte und Altertumskunde”, 95 (1995), pp. 207-235; Anna De Bernardi, Sul confine del lavoro. I frontalieri italiani in Ticino nel secondo dopoguerra, “Studi Emigrazione”, 180 (2010), pp. 812-827.

(27) Vedi il testo a http://www.admin.ch/opc/fr/classified-compilation/19310017/200404010000/142.20.pdf.

(28) Per il primo caso: Wolfang Kaiser, Régions et frontières : l’espace frontalier de Bâle du XVIIe au XXe siècle, in Regional and national identities in Europe in the XIXth and XXth centuries = Les identités régionales et nationales en Europe aux XIXe et XXe siècles, a cura di Heinz-Gerhard Haupt, Michael G. Müller e Stuart J. Woolf, The Hague, Kluwer Law International, 1998, pp. 379-410. Per il secondo: Piero-D. Galloro, Frontières: et migration, une relation aporique? Le cas de la Lorraine, 1880-1914, “Migrations Société”, 140 (2012), pp. 61-69. Per il terzo si leggano i numeri monografici L’esodo frontaliero: gli italiani nella Francia meridionale, a cura di Paola Corti e Ralph Schor, “Recherches régionales”, 36, 3 (1995), e Terres et gens de frontières: le cas exemplaire des migrations dans l’espace frontalier des Alpes du Sud, XIXe et XXe siècle, a cura di Yvan Gastaut, “Migrations Société”, 140 (2012). Vedi inoltre Linda Buchaillard, Implantation niçoise de la colonie transfrontalière issue des provinces d’Imperia et de Cuneo d’après les dossiers de naturalisation de 1890 à 1920, “Cahiers de la Méditerranée”, 58 (1999), pp. 157-177. Sarebbe infine da valutare il caso dell’area basca a cavallo tra Francia e Spagna, qui gli scambi datano all’età moderna, ma il processo di unificazione europea ha funzionato da moltiplicatore: Hélène Vélasco-Graciet, Les jeux de la frontière franco-espagnole au Pays Basque dans le contexte européen, “Espace Populations Sociétés”, 2 (2005), pp. 305-317.

(29) Nicolas Abraham, Deux immigrations en région frontalière; Italiens et Suisses à Pontarlier (Doubs) durant l’entre-deux-guerres, “La Trace”, 8 (1995), pp. 6-14; Stéphane Mourlane, Migrations frontalières et engagement politique: les militants communistes piémontais et liguriens expulsés des Alpes-Maritimes (1922-1935), “Cahiers de la Méditerranée”, 58, 1999, pp. 201-211.

(30) Per il caso franco-svizzero, cfr. Francesco Garufo, “Ces pères tranquilles de la haute conjoncture”: les travailleurs frontaliers dans l’horlogerie suisse (1945-1980), “Cahiers d’histoire du mouvement ouvrier”, 22 (2006), p. 113-130, e Travail frontalier et segmentation du marché de l’emploi horloger: le cas de Tissot SA (1960-1980), “Géo-Regards”, 2 (2009), pp. 23-37.

(31) Archivio di Stato di Imperia, Sezione di Ventimiglia, Ufficio Provinciale del Lavoro, Sezione Collocamento Ventimiglia, cartella 11, 1961-1967, fasc. 5.

(32)Si vedano i seguenti saggi di Philippe Hamman: Les organisations de défense des travailleurs frontaliers: de l’espace de l’entreprise à la scène de gouvernance en Europe, “Revue internationale des relations de travail”, 1, 4 (2003), pp. 47-88; Représenter les travailleurs transfrontaliers. Enjeux de formation et transformations de l’action collective en Europe, “Cahiers du CRESS”, 10 (2009), pp. 99-138; Défendre les travailleurs frontaliers: les apprentissages de la légitimation dans l’Union Européenne, “Revue Française de Science Politique”, 55, 3 (2005), pp. 445-476; Les organisations professionnelles au défi du travail transfrontalier entre France et Allemagne: interculturalité et transactions sociales, “Revue d’Allemagne et des Pays de langue allemande”, 41, 3 (2009), pp. 435-455.

(33) Philippe Hamman, Les travailleurs frontaliers dans le Rhin supérieur: mobilités de travail et enjeux linguistiques dans un espace transfrontalier, “Synergies Pays germanophones”, 6 (2013), p. 95-109.

(34) Per il materiale autobiografico, vedi le memorie del leader associazionistico Simon Kessler, Frontaliers d’Europe, Strasbourg, Ed’Image, 1991.

(35) Claudio Bolzman et Marie Vial, Migrants au quotidien: les frontaliers. Pratiques, représentations et identités collectives, Zurich, Seismo, 2007.

(36) Bruno Dupeyron, L’Europe au défi de ses régions transfrontalières: expériences rhénane et pyrénéenne, Bern-Bruxelles, Peter Lang, 2008; Hélène Guyot-Sander, Les frontières du travail ou la vie professionnelle de frontaliers de la “Grande Région”, “Revue des Sciences sociales”, 48 (2012), p. 136-144.