Un prudente sostenitore di G.B. Scalabrini e dell’assistenza agli emigranti italiani: il cardinale Giovanni Simeoni

Nella storia dell’emigrazione italiana emerge il ruolo di taluni personaggi che si trovarono ad occuparsi di questo fenomeno nello svolgimento delle loro varie funzioni spesso in posizioni di alto livello. Può essere il caso di ministri dello Stato, di uomini di varia cultura o anche di membri della Chiesa, visto il ruolo che quest’ultima ha svolto nella vicenda migratoria italiana nella sua fase più intensa tra Otto e Novecento [1].
Per la fondazione dell’ordine dei Missionari di San Carlo per l’assistenza spirituale agli emigranti italiani Giovanni Battista Scalabrini ebbe numerosi contatti con la Santa Sede e, in particolare nei primi anni di questa sua iniziativa con il cardinale prefetto della Congregazione de Propaganda Fide, Giovanni Simeoni, il dicastero pontificio preposto alla giurisdizione sulle missioni e quindi anche sull’ordine fondato da Scalabrini [2]. Come ha dimostrato l’ampia documentazione epistolare tra Scalabrini e Simeoni, quest’ultimo ha avuto un ruolo importante come interlocutore istituzionale, ma anche come consigliere e sostenitore di Scalabrini, fino alla morte del porporato avvenuta il 14 gennaio 1892 [3].
Negli anni del mandato di Giovanni Simeoni la carica di cardinale prefetto di Propaganda Fide aveva un’enorme importanza nella Curia pontificia per la giurisdizione che il vertice del dicastero missionario aveva sul mondo intero. Se osserviamo una carta geografica delle missioni sulle quali Propaganda Fide esercitava il suo governo spirituale la dimensione territoriale notiamo come essa abbia raggiunto un’enorme estensione: se togliamo l’Europa cattolica (Italia, Francia, Penisola iberica, Impero austro-ungarico) e l’America latina con le Filippine, resta il mondo intero che la Chiesa considera territorio di missione, cioè regioni dove prevalgono religioni non cattoliche, oppure anche dove i cattolici sono in minoranza. Questo è il mondo di Propaganda Fide e di conseguenza quello del suo vertice, il cardinale Simeoni. Ben appropriato era l’appellativo che proprio nell’Ottocento si dava al prefetto di Propaganda: il papa rosso.
L’idea di missione all’epoca di Simeoni che stava alla base dell’attività di Propaganda era diversa da quella che abbiamo adesso. Ora le missioni ci sembrano rivolte specialmente al Terzo Mondo e hanno una componente caritativa, assistenziale oltre a quella religiosa. All’epoca di Simeoni, questi aspetti si stavano delineando, ma non erano ancora così chiari. La missione aveva una preponderante componente conversionistica che rifletteva l’impostazione contro-riformistica tridentina con la quale la Congregazione di Propaganda Fide era stata fondata nel 1622. Quindi un complesso concetto di missione nel quale si cumulavano le attività apostoliche presso i protestanti, gli ortodossi, quelli che venivano chiamati “infedeli” e ancora talvolta “selvaggi” su un doppio piano di conversione e civilizzazione, cui si aggiungevano i cattolici latini o di rito orientale che costituivano minoranze legate al papa di Roma nel mondo islamico.
La Chiesa non aveva aggiornato ancora molto le sue posizioni. Al Concilio Vaticano I (1870), cui lo stesso Simeoni partecipò, non si parlò molto di missioni, che restavano un soggetto più legato al potere centrale pontificio che non all’assemblea conciliare. Se ne discusse infatti negli ultimi convulsi momenti che precedettero l’invasione piemontese con un’impostazione ancora molto giuridico-canonistica tradizionale, non valorizzando i progetti missionari di apertura culturale derivati dell’esperienza missionaria sul terreno [4].
A fine Ottocento siamo ancora nel pieno del colonialismo europeo e Simeoni come prefetto di Propaganda visse il periodo del congresso di Berlino del 1884 in cui si discusse anche di missioni (di certo non solo quelle cattoliche) nel quale le posizioni della Santa Sede non furono direttamente rappresentate (e dove invece il nuovo stato italiano cercò di mettersi in mostra tra le potenze coloniali). Invece i rapporti di politica estera erano preziosi per il Vaticano che, dopo la perdita dello Stato temporale, era in difficoltà e aveva bisogno di mantenere relazioni anche con gli stati coloniali che ospitavano le missioni [5].
Fu in quegli anni che si cominciò a rendersi conto della eccessiva complessità della situazione e del peso che gravava su Propaganda e vennero presi i primi provvedimenti. Pio IX aveva già cominciato a dividere in due la Congregazione costituendo nel 1862 la sezione per gli affari delle Chiese orientali, cioè di rito orientale (i maroniti, i caldei, i ruteni e altri) [6] con un prefetto comune ma con una propria segreteria. Il primo responsabile di quest’ultima fu Giovanni Simeoni, dal 1862 al 1868 quando poi passò al segretariato di rito latino fino al 1875. Compì così una prima lunga e decisiva esperienza presso Propaganda, in coincidenza con il complicato passaggio della presa di Roma e dei problemi relativi allo status del dicastero e del suo patrimonio, che egli affrontò sotto la guida di un importante prefetto, il cardinale Alessandro Bernabò [7]. In quei frangenti un memoriale preparato da Simeoni fu indirizzato ai governi chiedendo protezione per la Congregazione [8]. Nel 1884, ormai cardinale prefetto, si occupò delle procure estere, cioè delle destinazioni non italiane per le offerte per evitare eventuali confische [9].
Il segretario era il factotum della Congregazione. Presente in tutte le commissioni, era a conoscenza di tutto e dirigeva i minutanti che leggevano l’immensa corrispondenza e lo informavano. Quando Simeoni salì alla carica di cardinale prefetto, aveva quindi già fatto un cursus honorum interno alla Congregazione di tutto rispetto, anzi forse mai nessun prefetto fu così “interno” a Propaganda. Aveva iniziato insegnando filosofia e teologia al Collegio Urbano, il seminario internazionale della Congregazione, sito nello stesso palazzo di Piazza di Spagna. In seguito, già vicino a Pio IX, aveva prestato servizio come auditore presso le importanti nunziature di Madrid e Vienna con una missione particolare in Transilvania nel 1858. Seguirono poi gli anni dei due segretariati sopra ricordati. Fu quindi nunzio in Spagna, il primo dopo la ripresa delle relazioni tra Madrid e Santa Sede, e tale esperienza gli valse il cardinalato in pectore nel 1875 e, al rientro a Roma, la nomina alla Segreteria di stato il 18 dicembre 1876 mantenuta fino alla morte di Pio IX [10]. Con il nuovo pontefice, il 5 marzo 1878, avvenne il ritorno a Propaganda come prefetto, passaggio significativo dell’importanza che Leone XIII dava alla congregazione, soprattutto nel suo aspetto diplomatico-ecclesiastico. Erano infatti in ballo l’apertura a Oriente, le relazioni con gli stati e la dimensione universale delle missioni come contrappeso alla diminuzione del peso internazionale della Santa Sede dopo la perdita del potere temporale. In questo senso il passaggio di Simeoni dalla Segreteria di Stato alla prefettura di Propaganda, un evento inconsueto, può essere visto come l’affidamento di un importante ruolo nella strategia generale di Leone XIII, lo ha sostenuto Claude Prudhomme, e non come una diminuzione [11].
Certo Propaganda è allora all’acme della sua importanza nella Curia, ma nello stesso tempo si avvia verso un cambiamento e anche un ridimensionamento che avvenne nel 1908 con la riforma curiale di Pio X. Ma con Simeoni al timone Propaganda era ancora una istituzione polivalente con giurisdizione sui cinque continenti.
Tuttavia, non dobbiamo considerarla un organismo staccato dalla Curia, né Simeoni era un autocrate nel proprio dominio giurisdizionale sulle missioni. Non era concepito così il governo della Chiesa universale fin dalla riforma curiale di Sisto V del 1588, nella quale in ritardo si inserì anche la fondazione di Propaganda nel 1622. Basti ricordare, limitandoci al nostro cardinale, come egli fosse membro di altre importantissime congregazioni, dove aveva un ruolo certamente non paragonabile a quello presso Propaganda, ma tuttavia importante. Lo ritroviamo infatti in gangli vitali dell’organismo pontificio: al Sant’Uffizio, alla Congregazione dei Vescovi e Regolari e a quella del Concilio [12]. Poi faceva parte anche di una congregazione molto collegata alla politica estera e strettamente legata Segreteria di Stato, la Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari, a riprova della centralità dei temi politici in molte materie sottoposte al dicastero missionario. Si registrano infatti molti cardinali in comune tra Propaganda e Affari Ecclesiastici Straordinari, soprattutto all’inizio del pontificato di Leone XIII, e inoltre presenti in commissioni miste [13]. Naturalmente Simeoni si occupava anche degli affari del rito orientale ed era nella Congregazione per la revisione dei testi sacri orientali. Infine, più tardi si unì alla Congregazione del Cerimoniale, un posto nella Curia molto vicino al papa [14].
Vediamo quindi la profonda commistione di Simeoni al governo della Chiesa di Leone XIII e il suo ruolo nel fare di Propaganda e dell’estensione sempre maggiore della sua giurisdizione missionaria un momento di rafforzamento politico internazionale del papa. E questo avviene anche contro il nuovo Stato italiano, considerato usurpatore dei diritti della Santa Sede, visto che anch’esso si muove nelle sedi internazionali come il congresso di Berlino. Simeoni era l’uomo giusto per questa politica missionaria collegata alla politica estera. Del resto, il suo profilo era molto orientato in questo senso. Tra tutti i prefetti di Propaganda aveva esperienza di professore, di funzionario, di diplomatico, di curiale, ma nessuna attività pastorale. Va pure detto che questa era la tendenza dominante nel dicastero durante il XIX secolo, pur se esso doveva occuparsi degli aspetti pastorali. Ad esempio, Simeoni portò a compimento un’iniziativa del predecessore Alessandro Franchi volta a controllare le diocesi missionarie attraverso una commissione che valutava i rapporti dei vescovi e dei vicari apostolici [15].
Tuttavia non poche decisioni s’intersecavano spesso con la politica, come quando esaminaò la successione a Daniele Comboni in Africa centrale [16]. In generale, fin dalla fondazione della Congregazione, separare missioni e colonialismo era considerato ideale da Propaganda e tale idea era stata più volte espressa in documenti ai quali, però, non si poté dare adeguata attuazione. Infatti le necessità di mantenimento delle missioni erano alte e il contributo delle potenze coloniali cattoliche (i patronati dei monarchi spagnolo e portoghese oppure la protezione francese che nel XIX secolo era preponderante) costavano a Propaganda in termini di autonomia di manovra [17]. Anche all’epoca di Simeoni l’obiettivo era quindi quello di avere un’indipendenza insieme finanziaria e politica.
Per il primo obiettivo Simeoni intensificò la raccolta di elemosine e offerte per le missioni sviluppando varie organizzazioni come soprattutto l’Oeuvre de la Propagation de la Foi che aveva sede a Lione, ma che Propaganda controllava [18]. Inoltre, si sviluppò l’Opera della Santa Infanzia. Ma era importante anche l’azione che Simeoni esercitò per difendere il patrimonio del dicastero dalla requisizione dello Stato italiano. Nel 1884 Simeoni mobilitò i nunzi apostolici per stabilire procure in luoghi sicuri fuori d’Italia per intestare le proprietà all’estero. Al contempo diffuse un documento in cui accusava lo stato italiano di agire contro le missioni. Intanto 1885 gli arcivescovi di grosse diocesi dipendenti da Propaganda, come Westminster in Inghilterra o New York o Sydney in Australia o anche a Hong Kong, ricevettero in dono proprietà della Congregazione, così da sottrarle alle confische [19].
La ricerca di indipendenza delle missioni dal sostegno dei paesi coloniali cattolici, un obiettivo che per secoli non era stato raggiunto, si osserva pure nella lotta contro il patronato portoghese sulle missioni in Asia che aveva creato un doppio regime, un doppio clero missionario e una doppia gerarchia [20]. L’obiettivo si dimostrò difficile da conseguire senza pesanti contropartite, dato che la Chiesa voleva una centralizzazione e una romanizzazione mal viste in Asia. Si andò quindi verso soluzioni concordatarie che richiesero lunghissime trattative e non offrirono condizioni soddisfacenti. Inoltre la Francia estese il suo protettorato in maniera particolarmente pesante. Simeoni notò questo primato francese che, grazie ai numerosi collegi, forniva i nove decimi dei missionari e rimpianse la mancata collaborazione delle altre potenze [21]. Come in passato, talvolta Propaganda si trovò peggio con le potenze cattoliche, le quali rivendicavano protettorati, patronati e concordati, che con le potenze non cattoliche con cui si erano intessuti accordi per l’accesso dei missionari. Ad esempio, l’impero inglese in India dette più possibilità di azione a Propaganda di quello portoghese, dove l’indipendenza della Chiesa era limitata dal patronato. Inoltre, la necessità di affidarsi al protettorato francese costituì un obbligo difficilmente aggirabile, quando si volevano contatti diretti con il governo dello Stato, dove si volevano fondare missioni. Lo stesso Simeoni se ne rese conto nel 1886 quando dal nunzio a Parigi gli giunse notizia dell’irritazione francese per il riavvicinamento tra Santa Sede e Cina [22].
Insomma questi temi mostrano come il prefetto di Propaganda dovesse svolgere, soprattutto in questo periodo, un’azione politico-diplomatica. D’altronde era figura ben conosciuta nelle corti e nelle cancellerie europee, anche in quelle non cattoliche. Ad esempio, nel 1880 Simeoni ricevette dal Divano della Sublime Porta le insegne di prima classe dell’Ordine Imperiale dell’Osmanie [23].
Per venire a qualche aspetto di pastorale missionaria intrapreso all’epoca di Simeoni, mi soffermo su due aspetti uno concernente l’Asia, l’altro le Americhe.
II primo è il contributo all’incentivazione del clero missionario indigeno che si fondava sul presupposto che l’evangelizzazione avrebbe avuto maggior successo se i missionari fossero stati connazionali dei convertendi. Infatti essi avrebbero potuto comunicare nella lingua locale, godere della fiducia dei convertendi, conoscerne le usanze. Questo tema ritorna anche nella strategia di assistenza ai migranti italiani per l’assistenza dei quali Scalabrini volle fondare un ordine di religiosi connazionali.
A Propaganda si discuteva di questo fin dal XVII secolo e si possono immaginare le difficoltà culturali dell’attuazione di tale politica: bisognava prima formare sacerdoti e religiosi di quei popoli e poi mandarli nei loro paesi. Gli ordini religiosi, in particolare i gesuiti, ma in realtà quasi tutti, erano fortemente ostili a questo passo. Propaganda Fide invece ne fece un suo programma specifico già nel XVII secolo e fondò a tale scopo a Roma il Collegio Urbano per formare quei missionari. In questo collegio internazionale Simeoni insegnò filosofia e teologia da giovane. Ebbe dunque una particolare sensibilità a questo problema che aveva una particolare natura culturale: si voleva un clero indigeno o locale, ma lo si voleva formare a Roma nel quadro di una rigida ortodossia tridentina che dava le direttive nell’azione quotidiana di sacerdoti e fedeli, dall’amministrazione dei sacramenti alla pratica liturgica. Pertanto, malgrado l’incentivazione che Simeoni dette a questa strategia di formazione del clero locale nel 1883 con una importante istruzione per i vicari della Cina, il programma restava ancora limitato [24]. La preoccupazione di unità della Chiesa, di formazione romana del clero missionario, impediva un reale adattamento del messaggio religioso alla cultura locale, quindi impediva di avere un reale clero indigeno e non un clero romanizzato. Ciò non toglie che non si debba notare uno slancio per lo studio delle lingue locali e il reclutamento di missionari in loco e la loro educazione presso la Città Eterna. Ma il limite è ancora la centralizzazione romana e il quadro culturale di stampo latino, europeo, tridentino che solo nel XX secolo la Chiesa si sforzò di superare.
Il secondo aspetto riguarda le Americhe e l’emigrazione. I grandi fenomeni di spostamento demografico verso il Nuovo Mondo hanno cambiato la situazione religiosa. Molti cattolici sono emigrati: tedeschi, irlandesi, polacchi e italiani. Nel Sudamerica già cattolico il quadro era cambiato dal punto di vista dell’origine dei fedeli. Nel Nordamerica la componente cattolica, inizialmente molto scarsa, si rafforzò notevolmente. Il territorio nordamericano apparteneva alla giurisdizione di Propaganda, che quindi dovette provvedere all’assistenza religiosa di quei cattolici di etnia diversa arrivati nel Nordamerica, soprattutto negli Stati Uniti dove la maggioranza era protestante. Inoltre la gerarchia cattolica locale (di origine tedesca e irlandese) guardava con diffidenza e talvolta con disprezzo agli italiani, abituati ad avere in patria un rapporto con la Chiesa da antico regime. Nel contesto italiano il parroco era figura chiave dell’equilibrio sociale, invece in America i migranti si trovavano in un contesto pluriconfessionale.
Questo problema toccava i cattolici italiani più aperti ai problemi sociali e in particolare condusse il vescovo di Piacenza, Scalabrini, alla fondazione di una congregazione di religiosi che avevano come regola l’assistenza ai connazionali emigranti e che operavano per la fondazione di parrocchie “etniche” o personali (cioè parrocchie italiane, cui si apparteneva per origine geografica e non per territorialità). L’Istituto di Scalabrini fu inizialmente sotto l’attenzione di Propaganda. Come detto all’inizio di questo testo, il rapporto tra il prefetto Simeoni e Scalabrini fu molto e proficuo, come anche quello del vescovo con il segretario della Congregazione Domenico Maria Jacobini [25]. Propaganda cominciò a occuparsi della materia nel 1883 (nel 1887 furono ufficialmente fondati i Missionari di San Carlo) e continuò a farlo fino alla morte di Simeoni (e persino oltre, fino al 1908 quando con la riforma di Pio X perse la giurisdizione sul Nordamerica). Il cardinale aveva a cuore gli emigranti e leggeva con attenzione i rapporti dei vescovi statunitensi, che avevano discusso con attenzione del problema al III Concilio plenario di Baltimore nel 1883 [26]. Era preoccupato che fossero cattolici non molto istruiti nella fede e venissero considerati male in America dagli altri fedeli. A tal proposito sollecitò la Congregazione del Concilio affinché facesse pressione sui vescovi delle diocesi di partenza perché insegnassero meglio la dottrina e soprattutto registrassero gli atti riguardanti questi fedeli. Ad esempio, il problema della bigamia era diventato importante: in mancanza delle opportune registrazioni, gli emigranti avevano spesso una moglie in Italia e una in America.
Simeoni era quindi al centro di questo sforzo iniziale per la pastorale degli emigranti. Bisogna rilevare anche qui un elemento politico, ancora una volta contro l’Italia liberale e “usurpatrice”. In una lettera personale [27], Simeoni raccomandava a Scalabrini di fare attenzione. Per promuovere la sua opera per gli emigranti italiani negli ambienti cattolici laici, il vescovo piacentino girava l’Italia facendo conferenza sul tema generale “Religione e Patria”. Simeoni, pur auspicando una azione positiva per l’assistenza agli emigranti italiani, era preoccupato che, soprattutto in America, la patria italiana fosse identificata con il nuovo Stato, formatosi a spese del potere temporale pontificio. Temeva quindi che i missionari di Scalabrini fomentassero il nazionalismo italiano negli emigranti, un “falso patriottismo” a vantaggio di un governo che non aveva fatto nulla in loro favore. Sia chiaro, sembra ammonire Simeoni, che gli italiani che andiamo ad assistere sono i fedeli del papa romano, il quale per secoli li ha avuti come figli, e non i sudditi del re usurpatore e del suo governo.
In conclusione vediamo come Simeoni fosse figlio di un tempo difficile in cui l’intreccio tra politica e religione è costante e in lui, intelligente ma fermo uomo di Pio IX, tale intreccio fosse particolarmente esacerbato dalle vicende italiane e dalle contraddizioni che sorgevano e che coinvolgevano anche un personaggio così globale, che dal palazzo di Piazza di Spagna governava le missioni della Chiesa universale.
Questa dimensione globale è dimostrata anche dai suoi interessi culturali che aggiungono un tassello al suo profilo e che emergono in vario modo. Ad esempio, tra le sue numerosi protettorie (ordini religiosi maschili e femminili, monasteri, confraternite, opere) troviamo anche i Collegi esteri a Roma (greco, irlandese, scozzese, nordamericano) e l’Università Laval di Québec in Canada [28]. Inoltre, come collezionista d’arte Simeoni seguì con attenzione il Museo Borgiano di Propaganda, dove si raccoglievano opere artistiche e antiquarie, nonché, soprattutto alla fine del XIX secolo, oggetti di interesse antropologico. Tale museo venne allora rilanciato non solo per esaltare lo sforzo missionario, ma anche con finalità scientifiche [29]. Simeoni nel corso della sua prefettura aprì infatti alla ricezione anche pubblica dei risultati culturali dell’attività missionaria: dall’acquisto di antichi atlanti in una bottega fiorentina all’invio di un rappresentante di Propaganda al convegno degli orientalisti di Stoccolma del 1889, il gesuita esperto di archeologia egizia Cesare Antonio De Cara [30].
Questa rapida rassegna della complessa attività e de vari aspetti della biografia del cardinale Simeoni può giustificare il prestigio che egli assunse agli occhi di Scalabrini nel loro breve ma intenso contatto.

[1] Matteo Sanfilippo, Il lungo Ottocento delle migrazioni italiane, Viterbo, Sette Città, 2023

[2] Matteo Sanfilippo, Propaganda Fide e le missioni per gli emigranti, “Ius Missionale”, 16 (2022), pp. 247-267; cfr. anche Giancarlo Rocca, La Commissione per l’approvazione dei nuovi istituti religiosi istituita da Propaganda Fide nel 1887, ibid., pp. 177-246.

[3] La Sacra Congregazione de Propaganda Fide e la fondazione dell’Istituto Scalabriniano a cura di Giovanni Terragni, Viterbo, Sette Città, 2023. Simeoni era nato il 12 luglio 1816 a Paliano, antico possedimento dei Colonna, ora in provincia di Frosinone.

[4] Mi permetto di rimandare a Giovanni Pizzorusso, Propaganda Fide I. La Congregazione pontificia e la giurisdizione sulle missioni, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2022, pp. 226-229 con indicazioni bibliografiche.

[5] Cfr. l’ampio e dettagliato studio ancora fondamentale per la storia di Propaganda nell’Ottocento, Claude Prudhomme, Stratégie missionnaire du Saint-Siège sous Léon XIII (1878-1903). Centralisation romaine et défis culturels, Roma, Ecole Française de Roma, 1994, pp. 449-456.

[6] Divenne una congregazione autonoma nel 1917.

[7] Sacrae Congregationis de Propaganda Fide Memoria Rerum, a cura di Josef Metzler, III/1, Rom-Freiburg-Wien, Herder, 1975, pp. 45-46 (d’ora in avanti Memoria Rerum).

[8] Ibid., p. 70.

[9] Ibid., p. 78.

[10] Sul posizionamento di Simeoni all’interno della Curia nel contesto del “centro cardinalizio” mediatore tra le posizioni transigenti e intransigenti nel rapporto con gli Stati e con la vita pubblica in generale, cfr. Andrea Ciampani, Il centro cardinalizio per una strategia vaticana nel governo della Chiesa dopo il 1870, in Les cardinaux entre Cour et Curie. Une élite romaine 1775-2015, a cura di François Jankowiak e Laura Pettinaroli, Rome, Ecole Française de Rome, 2017, pp, 231-243.

[11] C. Prudhomme, Stratégie missionnaire du Saint-Siège, pp. 151 e 175.

[12] Ibid., p. 171.

[13] Ibid., p. 39.

[14] Cfr. Annuario pontificio, vari anni

[15] C. Prudhomme, Stratégie missionnaire du Saint-Siège, p. 66.

[16] Ibid., p. 143.

[17] Claude Prudhomme, Missions chrétiennes et colonisation XVIe-XXe siècle, Paris, Cerf, 2004, p. 49.

[18] Ibid., p. 422.

[19] Memoria Rerum, III/2, Rom-Freiburg-Wien, Herder, 1976, p. 403; C. Prudhomme, Stratégie missionnaire du Saint-Siège, p. 70.

[20] Ibid., pp. 456-493; sul patronato portoghese nel lungo periodo cfr. Giovanni Pizzorusso, Il padroado régio portoghese nella dimensione “globale” della Chiesa romana. Note storico-documentarie con particolare riferimento al Seicento, in Gli archivi della Santa Sede come fonte per la storia del Portogallo in età moderna. Studi in memoria di Carmen Radulet, a cura di Id., Gaetano Platania, Matteo Sanfilippo, Viterbo, Sette Città, 2012, pp. 177-219.

[21] C. Prudhomme, Stratégie missionnaire du Saint-Siège, p. 14.

[22] Memoria Rerum, III/1, p. 181.

[23] Archivio storico del Dicastero per l’Evangelizzazione, Archivio di Propaganda Fide (d’ora in poi APF), Congressi Congregazione, vol. 2, f. 572rv e 573r. La lettera è tradotta dall’interprete ufficiale del ministero degli esteri turco (Commandeur Maxime Effendi Vartabiti), ibid., f. 574r. L’8.11.1880 il delegato apostolico a Costantinopoli avverte che per ringraziare si scriva a Said Pascià “presidente del consiglio dei ministri” ottomano [il gran visir Küçük Mehmed Said] e a Assym Pascià ministro affari esteri.

[24] Memoria Rerum, III/1, p. 50.

[25] Cfr. La Sacra Congregazione de Propaganda Fide e la fondazione dell’Istituto Scalabriniano e Mario Francesconi, Giovanni Battista Scalabrini, Roma, Città Nuova, 1985.

[26] Ma Simeoni aveva anche interessi privati. Un suo nipote, Gregorio Antonucci, si recò in California per occuparsi dei cinesi ivi migrati e il cardinale lo raccomandò all’arcivescovo di New York, John MacCloskey: APF, Lettere, anno 1882, f. 395v, lettera del 22 luglio 1882, ff. 395v-396r; cfr. anche ibid., ff. 398v-399r, la lettera all’arcivescovo di S. Francisco, Joseph Alemany del 26 luglio 1882 sullo stesso tema.

[27] Giovanni Pizzorusso, Religione cattolica, nazionalità, emigrazione italiana verso gli Stati Uniti in una lettera a Giovanni Battista Scalabrini del 1891, “Archivio storico dell’emigrazione italiana”, 5 (2009), 1, pp. 211-215.

[28] Cfr. Annuario pontificio, vari anni.

[29] Memoria Rerum, III/2, pp. 761-762.

[30] Domenico Santamaria, Il gesuita Cesare Antonio De Cara e l’indoeuropeistica del decennio 1880, in Le lingue dei missionari, a cura di Nicola Gasbarro, Roma, Bulzoni, 2009, pp. 161-244, e Silvia Alaura, La ricezione italiana del dibattito sugli ittiti alla fine dell’Ottocento: Luigi Schiaparelli (1815-1897) e Cesare Antonio De Cara (1835-1905), in Atti della giornata di studio “La ricerca nel vicino oriente antico: storia degli studi e nuovi orizzonti di indagine”, Roma, CNR – Istituto di studi sulle civiltà dell’Egeo e del vicino Oriente, 2012, pp. 51-68.