{"id":1147,"date":"2008-07-01T01:00:00","date_gmt":"2008-06-30T23:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.asei.eu\/it\/?p=1147"},"modified":"2017-05-16T17:00:06","modified_gmt":"2017-05-16T15:00:06","slug":"per-una-storia-politica-dellemigrazione-5","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/2008\/07\/per-una-storia-politica-dellemigrazione-5\/","title":{"rendered":"Per una storia politica dell&#8217;Emigrazione"},"content":{"rendered":"<h2>L\u2019emigrazione fascista e neofascista nel secondo dopoguerra (1945-1985)<\/h2>\n<p align=\"justify\"><strong>1. Premessa<\/strong><br \/>\nFino ad alcuni anni fa in una rassegna sull\u2019emigrazione politica italiana l\u2019inclusione di un saggio dedicato agli espatri dei fascisti dopo il 1945 e al ruolo da essi svolto all\u2019estero, nelle comunit\u00e0 di connazionali, sarebbe probabilmente stata considerata una bizzarria.<br \/>\nDei fascisti emigrati si erano infatti perse completamente le tracce gi\u00e0 pochi anni dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, quando la vittoria democristiana del 18 aprile 1948 sanc\u00ec la definitiva chiusura della resa dei conti con il fascismo in tutte le sue articolazioni legali e non (giustizia sommaria, processi per collaborazionismo, epurazione degli apparati dello stato). L\u2019anticomunismo divenne la cifra dei nuovi governi centristi e l\u2019antifascismo fu costretto sempre pi\u00f9 sulla difensiva. Le responsabilit\u00e0 e le colpe individuali erano gi\u00e0 state cancellate, in nome della pacificazione nazionale, dall\u2019amnistia del giugno 1946; quelle collettive del paese durante il fascismo furono rimosse.<br \/>\nNegli anni cinquanta, le cronache della stampa italiana smisero di segnalare e denunciare la vera o pi\u00f9 spesso presunta fuga di questo o quel gerarca verso uno dei paesi amici in Europa (Spagna e Portogallo) o in America (<em>pour cause<\/em> solo meridionale, dall\u2019Argentina al Brasile). A destra, conclusa la breve stagione dell\u2019autocommiserazione per le \u201cpersecuzioni\u201d, giudiziarie e non, che costringevano molti camerati ad abbandonare loro malgrado la patria, fogli come \u201cIl Tempo\u201d o \u201cCronaca Italiana\u201d potevano concedersi registri meno funerei, affidando magari a giornalisti a propria volta gi\u00e0 epurati e poi prontamente reintegrati reportage tra il disincantato e il nostalgico sulla Repubblica di Sal\u00f2 trasferitasi in uno degli ospitali lidi sudamericani, la citt\u00e0 di San Paolo in Brasile; oppure descrizioni giocate sul filo dell\u2019ironia e del tragicomico della clandestinit\u00e0 dei repubblichini fuggiti a Roma dalle regioni settentrionali all\u2019indomani della Liberazione<a title=\"_ftnref1\" href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\"><sup>1<\/sup><\/a>.<br \/>\nStorie come queste, di transfughi nostrani che avevano optato per un <em>buen retiro<\/em> all\u2019ombra di regimi conniventi o intrapreso all\u2019estero fortunate carriere imprenditoriali, erano poco adatte a solleticare l\u2019interesse di un vasto pubblico. Assai meglio funzionavano le ricostruzioni pi\u00f9 o meno fantasiose che romanzieri, scrittori di fantapolitica e giornalisti presero a dedicare, a partire dagli anni sessanta, alle misteriose trame dell\u2019\u201cInternazionale nera\u201d, la rete di gruppi di estrema destra attivi in diversi paesi europei e sudamericani e teoricamente impegnati a fondare un Quarto Reich; o a quelle della mitica \u201cOdessa\u201d, l\u2019organizzazione di ex SS creata per favorire la fuga in Sudamerica dei gerarchi di Hitler. In entrambi i casi i protagonisti indiscussi di quello che si riveler\u00e0 un filone fortunatissimo erano i criminali e i gerarchi nazisti, sfuggiti alla cattura, come Mengele e Eichmann; o presunti redivivi, come Bormann, e i fascisti vi figuravano come comparse o poco pi\u00f9<a title=\"_ftnref2\" href=\"#_ftn2\" name=\"_ftnref2\"><sup>2<\/sup><\/a>.<br \/>\nQuesta produzione d\u2019evasione e giornalistica, presentando la questione dell\u2019esodo nazifascista esclusivamente in termini di fughe di criminali di guerra, ha in qualche modo condizionato e frenato la stessa ricerca storiografica sull\u2019argomento. Ha infatti reso difficile annoverare tali espatri tra le migrazioni politiche, associate invariabilmente dagli studiosi all\u2019immagine dell\u2019esule e ai tratti democratici che ne hanno connotato la figura dall\u2019Ottocento in avanti.<br \/>\nNel caso italiano, dopo le partenze determinate, dagli anni venti del secolo XIX, dal fallimento dei moti risorgimentali, nella fase della \u201cgrande emigrazione\u201d il grosso degli espatri politici fu formato da militanti socialisti e anarchici; negli anni venti e trenta a queste componenti si aggiunsero i comunisti e il resto dell\u2019esilio provocato dal nazifascismo (cattolici, repubblicani, democratici di ogni tendenza, ebrei). I caratteri propri dei tre periodi sono stati trasferiti alla storia dell\u2019emigrazione <em>tout court<\/em>, riconducendo necessariamente ad ideali e valori \u201cprogressisti\u201d, se non rivoluzionari, la scelta di chi non va all\u2019estero per sfuggire alla miseria o per cercare opportunit\u00e0 migliori.<br \/>\nDi conseguenza, le partenze dei fascisti, che si sentivano in pericolo o non in sintonia con istituzioni democratiche, furono ritenute una contingenza criminale, estranea alle migrazioni politiche. Essi sarebbero cio\u00e8 fuggiti in gran fretta in Sudamerica perch\u00e9 condannati dai tribunali (e dunque latitanti); o per il timore di essere individuati e di dover pagare per i delitti commessi: all\u2019origine della decisione ci sarebbe stata in ogni caso una colpa, accertata o da accertare.<br \/>\nUn ragionamento siffatto \u00e8 oltremodo schematico e si fonda su una visione senza sfumature e gradazioni delle responsabilit\u00e0, inapplicabile a regimi come quelli fascista e nazista, che fino all\u2019ultimo godettero di ampi consensi. Esso interpone altres\u00ec una barriera insuperabile tra i criminali e chi si recava all\u2019estero per lavoro: esclude cio\u00e8 l\u2019esistenza, nel frangente postbellico, di quei nessi tra motivazioni politiche ed economiche che si trovano sempre alla base delle migrazioni e diventano centrali nel Novecento, quando l\u2019importanza numerica degli esuli cresce, rendendo ancora pi\u00f9 arduo separare nettamente \u00e9lite politicizzate e masse di lavoratori.<br \/>\nSono state per prime alcune ricerche di nuova impostazione sull\u2019emigrazione dei nazisti a mostrare come in realt\u00e0 anche all\u2019interno di questo gruppo le due categorie non siano sempre perfettamente distinguibili e gli espatri per motivi economici si confondano con quelli per motivi politici. Una serie di lavori condotti sia negli archivi tedeschi che in quelli della principale destinazione sudamericana, l\u2019Argentina, ha permesso in primo luogo di arrivare ad una approssimazione quantitativa sul numero effettivo di criminali che si rifugiarono all\u2019estero, specie in America latina, sgombrando il terreno dalle ipotesi inverosimili circolate in passato, che volevano quei paesi letteralmente invasi da migliaia di nazisti in fuga<a title=\"_ftnref3\" href=\"#_ftn3\" name=\"_ftnref3\"><\/a>3.<br \/>\nNello stesso tempo, studiando i meccanismi di espatrio ed in particolare il ruolo di figure come il vescovo Alois Hudal<a title=\"_ftnref4\" href=\"#_ftn4\" name=\"_ftnref4\">4<\/a>, rettore del Collegio germanico di S. Maria dell\u2019Anima a Roma e membro della Pontificia Commissione di Assistenza, che aiut\u00f2 numerosi criminali a riparare oltreoceano fornendo loro documenti e visti, si \u00e8 concluso che dalla Germania e dall\u2019Austria non fuggivano solo coloro che temevano di essere catturati e processati. Tanti tedeschi e austriaci che si rivolsero a Hudal, infatti, non erano responsabili di crimini, pur essendo stati nazisti ed avendo magari anche combattuto nelle armate hitleriane: dalle lettere si deduce che erano obbligati a lasciare l\u2019Europa per la mancanza di prospettive nei loro paesi, a causa delle distruzioni provocate dai bombardamenti ma anche delle misure introdotte dagli Alleati, che impedivano l\u2019assunzione di chi era stato iscritto al partito di Hitler<a title=\"_ftnref5\" href=\"#_ftn5\" name=\"_ftnref5\"><sup>5<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p align=\"justify\"><strong>2. L\u2019emigrazione fascista<\/strong><br \/>\nNel caso italiano \u00e8 stato proprio a partire dall\u2019analisi del contesto postbellico, pi\u00f9 che non dalla schedatura dei criminali di guerra (anche perch\u00e9, per i motivi che si diranno, il contingente era nella fattispecie assai esiguo), che si \u00e8 giunti ad un diverso approccio all\u2019esodo dei fascisti: da un\u2019ottica limitata alla ricostruzione delle singole vicende dei gerarchi costretti a fuggire perch\u00e9 latitanti, ad una prospettiva pi\u00f9 ampia e attenta a rintracciare le componenti politiche nell\u2019emigrazione dalla penisola che riprese subito dopo la guerra<a title=\"_ftnref6\" href=\"#_ftn6\" name=\"_ftnref6\"><sup>6<\/sup><\/a>.<br \/>\nIn particolare, studi fondamentali realizzati soprattutto negli anni novanta sul periodo \u201943-\u201948 in Italia hanno approfondito per un verso i tratti di guerra civile assunti dalla Resistenza; e per l\u2019altro gli accadimenti successivi alla Liberazione nelle regioni centro-settentrionali dove l\u2019occupazione tedesca e il regime di Sal\u00f2 erano stati particolarmente feroci: qui, dopo l\u2019esplosione di violenza dell\u2019aprile del 1945 che caus\u00f2 migliaia di vittime (stimate tra le 8000 e le 10000), si verificarono episodi di giustizia sommaria ai danni di ex fascisti almeno per tutto il 1946<a title=\"_ftnref7\" href=\"#_ftn7\" name=\"_ftnref7\"><sup>7<\/sup><\/a>.<br \/>\nAll\u2019incirca per un triennio, fino alle elezioni dell\u2019aprile del 1948, ci furono persone che per l\u2019appoggio diretto che avevano dato al fascismo e, pi\u00f9 spesso, al Mussolini repubblicano di Sal\u00f2, o per la loro fede politica, continuarono a sentirsi in pericolo, subirono o temettero di subire vendette private, oppure semplicemente, lo si \u00e8 visto per i nazisti, non riuscirono a trovare lavoro. Il contesto postbellico si configur\u00f2 dunque, sia pure per un periodo circoscritto, come un contesto \u201cdi espulsione\u201d, e come hanno confermato recentemente numerose testimonianze di emigrati (c\u2019\u00e8 chi per esempio ha ammesso di aver dormito fino alla partenza con la pistola sotto il cuscino) anche dall\u2019Italia se ne andarono per motivi in tutto o in parte politici persone che non avevano commesso crimini o avevano responsabilit\u00e0 minime<a title=\"_ftnref8\" href=\"#_ftn8\" name=\"_ftnref8\"><sup>8<\/sup><\/a>.<br \/>\nSe neppure i fascisti sfuggirono alla regola che vuole la parte sconfitta di ogni guerra civile obbligata a lasciare il suo paese, fu per simili ragioni, essenzialmente extra-giudiziarie. A differenza di quanto accadde dopo il 1945 in Germania e in paesi dove erano sorti regimi collaborazionisti come la Francia, infatti, in Italia sia la punizione dei crimini fascisti nei tribunali che l\u2019epurazione dell\u2019amministrazione dello stato si conclusero rapidamente e si risolsero in un fallimento.<br \/>\nIn parte quella che \u00e8 stata definita un\u2019anomalia nel quadro europeo deriv\u00f2 dal fatto che l\u2019Italia al momento dell\u2019armistizio aveva acquisito lo status di cobelligerante<a title=\"_ftnref9\" href=\"#_ftn9\" name=\"_ftnref9\"><sup>9<\/sup><\/a>: la nuova classe dirigente pot\u00e9 valersene per impedire una \u201cNorimberga italiana\u201d, ovvero per evitare i processi a carico dei responsabili dei crimini perpetrati dall\u2019esercito italiano in Grecia e in Jugoslavia tra il 1940 e il 1943, continuando nello stesso tempo a reclamare la cattura dei nazisti autori degli eccidi e delle stragi contro i civili in Italia, ma non dei repubblichini che erano stati in molti casi loro complici<a title=\"_ftnref10\" href=\"#_ftn10\" name=\"_ftnref10\"><sup>10<\/sup><\/a>.<br \/>\nIn parte essa fu dovuta al tanto discusso provvedimento di amnistia voluto da Togliatti per facilitare la riconciliazione nel paese e promulgato all\u2019indomani del referendum che sanc\u00ec la vittoria della Repubblica, nel giugno del 1946. Ad appena un anno e poco pi\u00f9 dalla Liberazione, con largo anticipo rispetto alla Francia, l\u2019Italia consider\u00f2 liquidato il fascismo e fece uscire dalle carceri circa 10000 dei 12000 fascisti che vi erano detenuti, non esclusi i maggiori responsabili a livello politico e militare della guerra, e numerosi autori di crimini efferati<a title=\"_ftnref11\" href=\"#_ftn11\" name=\"_ftnref11\"><sup>11<\/sup><\/a>.<br \/>\nA queste tre circostanze \u2013 giustizia sommaria per effetto della guerra civile, mancata punizione dei crimini fascisti ed amnistia estremamente generosa e precoce \u2013 si legano in larga misura le caratteristiche e le modalit\u00e0 di svolgimento dell\u2019esodo dei fascisti.<br \/>\nPer effetto dell\u2019amnistia \u2013 che fu paradossalmente all\u2019origine di numerose partenze, perch\u00e9 chi veniva scarcerato rischiava di incorrere in vendette private \u2013 esso fu infatti quasi esclusivamente legale, e si mescol\u00f2 e confuse con l\u2019emigrazione per lavoro, sfruttando gli stessi canali. Che erano poi molto spesso canali privati, dato il peso quantitativo che aveva avuto tradizionalmente, e in pratica fino all\u2019entrata in guerra dell\u2019Italia nel 1940, nonostante le restrizioni fasciste da un lato e quelle americane (in particolare statunitensi) dall\u2019altro, l\u2019emigrazione nella storia italiana. Furono cio\u00e8 le reti di relazioni con parenti, conoscenti o compaesani installatisi all\u2019estero in precedenza o rientrati dopo periodi trascorsi fuori d\u2019Italia; e le informazioni sulle possibili destinazioni e gli aiuti concreti per soddisfare le richieste dei paesi di arrivo (atti di chiamata, contratti di lavoro) che costoro mettevano a disposizione, a permettere anche ai fascisti di partire.<br \/>\nEspatri autogestiti, dunque, con una quota assai ridotta di fughe di latitanti, visto che come detto tanti colpevoli di gravissimi reati erano stati scarcerati e tanti altri non erano stati neppure indagati e processati; e con un\u2019incidenza relativa anche (o di conseguenza) delle reti politiche pi\u00f9 o meno strutturate di appoggio alle fughe e della stessa chiesa cattolica, che \u00e8 ben noto in figure come il citato vescovo Hudal non fu aliena da grosse responsabilit\u00e0 e consent\u00ec a numerosi criminali nazisti di raggiungere il Sudamerica.<br \/>\nNel caso italiano la chiesa svolse un ruolo importante nel proteggere i repubblichini in patria nella fase pi\u00f9 acuta delle vendette, nelle prime settimane dopo la Liberazione; assai minore per quanto riguarda invece l\u2019aiuto fornito a chi doveva espatriare. Nell\u2019uno e nell\u2019altro ambito, non bisogna pensare ad una regia o ad un piano di interventi ideato dalle gerarchie vaticane e volto ad assicurare la salvezza dei fascisti. Ci\u00f2 non toglie che singoli conventi o istituti religiosi ricoprirono una funzione chiave in tal senso, nascondendo criminali e latitanti per mesi e talvolta per anni, vuoi perch\u00e9 si trovavano in una posizione strategica dal punto di vista geografico, vuoi perch\u00e9 a dirigere le strutture erano figure di religiosi ben disposti. In qualche circostanza, non sempre, questo era sinonimo di schierati dalla parte dei fascisti e motivati sul piano ideologico. Se non mancarono preti e prelati che in nome dell\u2019anticomunismo ritennero giustificati l\u2019ospitalit\u00e0 offerta ai gerarchi e anche gli aiuti ai criminali, altri furono complici solo per malinteso spirito di carit\u00e0 cristiana: come traspare da diari e testimonianze scritte, alcuni rettori di conventi che, pur conoscendone se non le gesta la carriera, diedero rifugio a fascisti e repubblichini consideravano queste presenze assai poco gradite<a title=\"_ftnref12\" href=\"#_ftn12\" name=\"_ftnref12\"><sup>12<\/sup><\/a>.<br \/>\nGerarchi come Cesare Maria De Vecchi e Luigi Federzoni espatriarono quando ancora erano ricercati dalla giustizia (l\u2019amnistia avrebbe presto sanato le loro posizioni), grazie ai documenti falsi e alla protezione dei salesiani. Il primo si trasfer\u00ec in Argentina, dopo una lunga serie di peripezie e dopo aver corso notevoli rischi in Italia; e il secondo in Brasile, anche se di l\u00ec a poco tempo, quando trapel\u00f2 sulla stampa locale la notizia della sua venuta, ritenne pi\u00f9 sicuro spostarsi a propria volta a Buenos Aires<a title=\"_ftnref13\" href=\"#_ftn13\" name=\"_ftnref13\"><sup>13<\/sup><\/a>.<br \/>\nChi non godeva di appoggi analoghi nelle alte sfere di ordini e congregazioni religiose o dello stesso Vaticano, e dovette accontentarsi dell\u2019aiuto del clero in cura d\u2019anime, spesso incontr\u00f2 difficolt\u00e0 ben maggiori per fuggire all\u2019estero. Cos\u00ec fu per Bruno Piva, un ex capitano della Guardia nazionale repubblicana condannato a trent\u2019anni di carcere, che si nascose per due anni in un istituto religioso in provincia di Varese, e quindi scapp\u00f2 in Svizzera. Qui si vide presto costretto a cercare un\u2019altra soluzione, dal momento che gli elvetici, se non estradavano n\u00e9 espellevano i fascisti latitanti, non erano affatto disposti a concedere loro asilo politico e anzi facevano in modo di allontanarli prima possibile dalla Confederazione. Piva fu aiutato a quel punto nuovamente dai cappuccini di Friburgo, la citt\u00e0 dove era andato a risiedere, e tuttavia impieg\u00f2 oltre un anno per procurarsi il passaporto, il visto di espatrio e i soldi necessari a pagare il biglietto suo e dei famigliari per la nave che nel 1951 lo porter\u00e0 in Argentina; inoltre dovette rivolgersi anche ad ambienti extrareligiosi, e in particolare alle autorit\u00e0 svizzere, e a camerati gi\u00e0 espatriati.<br \/>\nNel suo caso non intervenne la principale organizzazione che oper\u00f2 nel dopoguerra a favore dei fascisti: il Movimento italiano femminile (Mif), fondato alla fine del 1946 a Roma dalla principessa Maria Pignatelli di Cerchiara. Simile non tanto alla fantomatica Odessa delle SS, quanto semmai ad associazioni per l\u2019assistenza ai detenuti politici nate in Germania pi\u00f9 tardi, perch\u00e9 fino al 1948 dur\u00f2 l\u2019occupazione alleata, il Mif si occup\u00f2 principalmente di soccorrere i fascisti ancora in carcere con aiuti materiali e fornendo loro avvocati che ne seguivano le cause nei tribunali. Legalmente costituito e dotato di statuto dopo una clandestinit\u00e0 di breve momento vissuta peraltro al riparo dei palazzi vaticani, diretto e gestito da donne appartenenti in maggioranza alla nobilt\u00e0 nera romana e meridionale, il movimento si organizz\u00f2 rapidamente ed apr\u00ec sedi un po\u2019 in tutta Italia, destinando pi\u00f9 risorse ed energie a quelle prossime ai penitenziari in cui erano concentrati i fascisti.<br \/>\nSi ramific\u00f2 inoltre quasi subito all\u2019estero, in Europa (Spagna) e in America latina (Brasile e poi Argentina soprattutto), in questo secondo caso anche perch\u00e9 sia la principessa che il marito, Valerio Pignatelli, avevano rapporti di amicizia con esponenti illustri delle collettivit\u00e0 italiane in Sudamerica, come i membri della famiglia di imprenditori italobrasiliani Matarazzo, che al pari di altri notabili \u2013 a riprova di una consuetudine di relazioni che la breve parentesi bellica non aveva spezzato \u2013 si mobilitarono spontaneamente per finanziare un\u2019associazione considerata una sorta di succedaneo della causa fascista in cui avevano creduto.<br \/>\nMa la scelta di allargarsi fuori d\u2019Italia fu legata anche alla necessit\u00e0 di reperire risorse per le attivit\u00e0 di assistenza nella penisola e appoggi oltreoceano per i camerati che si rivolgevano all\u2019organizzazione. Come emerge infatti dalle lettere conservate nell\u2019archivio creato dalla stessa fondatrice del Mif, non pochi chiedevano aiuto per espatriare, essendo in difficolt\u00e0 o senza lavoro per i loro trascorsi durante il ventennio o per aver combattuto nelle milizie di Sal\u00f2<a title=\"_ftnref14\" href=\"#_ftn14\" name=\"_ftnref14\"><sup>14<\/sup><\/a>. La Pignatelli, pur riluttante \u2013 riteneva l\u2019emigrazione dannosa per il paese, a maggior ragione se ad andar via erano esponenti della sua parte politica \u2013 si attiv\u00f2 per facilitare gli espatri e trovare sistemazioni e impieghi, dalla Spagna, dove era in contatto con il gruppo femminile della Falange, al Venezuela, dal Brasile all\u2019Argentina. La meta pi\u00f9 richiesta da chi voleva emigrare era di gran lunga quest\u2019ultima, tanto che la segretaria del Mif pens\u00f2 di rivolgersi addirittura al presidente argentino Ju\u00e1n Domingo Per\u00f3n e approfitt\u00f2 di un viaggio in Italia nel 1947 della consorte Eva Per\u00f3n per fargli pervenire un messaggio e raccomandargli i camerati in procinto di trasferirsi al Plata.<\/p>\n<p align=\"justify\"><strong>3. I fascisti italiani in Argentina <\/strong><br \/>\nIl favore con cui la destra neofascista e il suo partito di riferimento, il Movimento sociale italiano, guardavano al regime peronista e le speranze che riponevano nel suo progetto politico di \u201cterza via\u201d tra il capitalismo americano e il comunismo sovietico furono in realt\u00e0 solo uno dei motivi per cui l\u2019emigrazione fascista nel dopoguerra privilegi\u00f2 l\u2019Argentina; e probabilmente non il principale. Pi\u00f9 importanti furono infatti due diversi ordini di fattori, legati gli uni all\u2019attrazione che il paese sudamericano esercitava in generale agli occhi degli italiani; e gli altri ai vantaggi specifici che offriva rispetto alle destinazioni alternative per nostalgici e repubblichini.<br \/>\nTra i primi si possono indicare la florida situazione economica della Repubblica del Plata all\u2019indomani della fine del conflitto, in cui era entrata solo a cose fatte e controvoglia, dichiarando guerra alla Germania nel marzo del 1945; l\u2019apertura di una politica immigratoria che, pur tra contraddizioni dovute alla presenza di tendenze divergenti all\u2019interno del governo, puntava ad attirare manodopera qualificata e imprese con operai al seguito e collocava tra l\u2019altro gli italiani al primo posto tra i gruppi nazionali preferiti (gradimento che trov\u00f2 pronta traduzione nell\u2019accordo di emigrazione tra i due paesi firmato nel febbraio del 1947); la tradizione, infine, che vedeva l\u2019Argentina seconda solo agli Stati Uniti nelle Americhe per numero di arrivi complessivo dalla penisola: il che significava non solo immagine positiva dello stato sudamericano, ma anche reti di relazioni che gli italiani mantenevano con famigliari e compaesani emigrati in passato e che fu facile riattivare e sfruttare al termine della guerra. Il risultato fu che met\u00e0 degli emigrati tra il 1947 e il 1951 scelse il Plata.<br \/>\nA tutto ci\u00f2 bisogna aggiungere per i fascisti innanzitutto il problema del momento dell\u2019espatrio. \u00c8 chiaro che pi\u00f9 di altri essi avevano urgenza di allontanarsi dall\u2019Italia, perch\u00e9 non si sentivano al sicuro o addirittura vivevano in clandestinit\u00e0 e non potevano lavorare. Nello stesso tempo per\u00f2 le opzioni a loro disposizione non erano tante. In Europa, la vicina Svizzera adottava da sempre una politica immigratoria restrittiva, e inoltre, come detto, cercava di impedire in tutti i modi ai rifugiati fascisti di stabilirsi nel paese. In effetti nella Confederazione, che aveva accolto un flusso eterogeneo ma consistente di industriali compromessi col regime e gerarchi dopo il 25 luglio e soprattutto dopo l\u20198 settembre, al momento della Liberazione i nuovi ingressi furono pochissimi<a title=\"_ftnref15\" href=\"#_ftn15\" name=\"_ftnref15\"><sup>15<\/sup><\/a>. In stati come il Belgio e la Francia, con cui l\u2019Italia aveva stipulato accordi di emigrazione rispettivamente nel 1946 e nel 1947, c\u2019era il motivato timore di non essere accolti bene, in particolare nella Francia che Mussolini aveva aggredito nel giugno del 1940. In Spagna simili rischi non c\u2019erano, per\u00f2 anche le attrattive erano scarse, vista la situazione economica certamente non florida del paese, che infatti rimase per i successivi trent\u2019anni e oltre un paese essenzialmente di emigrazione. Restavano le Americhe. Tuttavia in quella del Nord Canada e Stati Uniti non solo mantennero in vigore le restrizioni introdotte a partire dagli anni venti, che riservavano agli italiani una quota assai ridotta di ingressi, ma selezionavano gli immigrati anche sulla base dei loro trascorsi politici, scartando gli ex fascisti almeno fino alla met\u00e0 degli anni cinquanta, quando la discriminante cadde.<br \/>\nInoltre, per i latitanti che non volessero tentare l\u2019avventura dell\u2019emigrazione illegale erano oggettivamente impraticabili pure altre soluzioni sudamericane, come il Brasile: l\u2019Argentina era infatti l\u2019unico stato che accettava i passaporti per apolidi della Croce rossa internazionale, gli unici che costoro potevano procurarsi. Ad agevolare l\u2019arrivo al Plata di chi era ricercato dalla giustizia fu pure il fatto che, al di l\u00e0 delle contraddizioni della politica immigratoria del primo peronismo, la gestione concreta fu caotica, anche a causa dei carichi di lavoro imposti agli uffici; inoltre fu lasciata una ampia discrezionalit\u00e0 ai funzionari; e non mancarono arbitri ed episodi di corruzione: pratiche tutte che chiaramente davano margini di manovra a quanti, fascisti o meno, non avevano la documentazione in regola e quindi dovevano ricorrere a conoscenze, a pressioni o al denaro<a title=\"_ftnref16\" href=\"#_ftn16\" name=\"_ftnref16\"><sup>16<\/sup><\/a>.<br \/>\nPremesso che sarebbe stato molto difficile evitare gli ingressi di ex nazisti e fascisti in ogni caso, ovvero anche in presenza di una forte volont\u00e0 politica in tal senso, perch\u00e9 i soli immigrati italiani dal 1947 diventarono decine di migliaia, va detto che il regime peronista si premur\u00f2 di bloccare esclusivamente le cosiddette infiltrazioni dei sovversivi, gli affiliati dei vari partiti comunisti, e cerc\u00f2 dunque di individuarli pure tra gli italiani in partenza attraverso indagini informali dei funzionari consolari presso partiti come la Dc e il Msi, per impedire che si imbarcassero per l\u2019Argentina.<br \/>\nA preoccuparsi assai dell\u2019arrivo oltreoceano dei fascisti erano invece gli esuli antifascisti, che protestavano sui loro fogli per una scelta considerata suicida da parte dei governi della neonata democrazia, ma anche i funzionari delle ambasciate italiane, che dall\u2019Argentina e soprattutto dal Brasile \u2013 dove si stabilirono in buon numero gerarchi amnistiati o entrati con documenti falsi, concentrandosi soprattutto a San Paolo \u2013 telegrafavano a Roma le proprie perplessit\u00e0 al riguardo. A loro avviso i vari Mussolini (Vittorio, figlio del duce) e Parini, Grandi e Federzoni rischiavano di compromettere la faticosa opera di pacificazione e riassorbimento delle divisioni tra fascisti ed antifascisti che i diplomatici stavano conducendo nelle collettivit\u00e0. In Italia questi timori non furono recepiti o comunque non si provvide a bloccare gli espatri dei gerarchi, che del resto in alcuni dei casi segnalati erano avvenuti in forma illegale: Vittorio Mussolini aveva viaggiato travestito da prete, ed era entrato in Argentina con un passaporto falso.<br \/>\nIn realt\u00e0 l\u2019effetto paventato non si produsse o fu limitato, anche perch\u00e9 i nuovi arrivati si dedicarono poco o punto all\u2019attivit\u00e0 politica, per scelta \u2013 come nel caso del citato Bruno Piva, che visse in Argentina dal 1951 all\u2019inizio degli anni ottanta e non volle pi\u00f9 avere nulla a che fare con gli ex camerati \u2013; o perch\u00e9 si trovarono costretti a guadagnarsi da vivere, a conferma ulteriore della contiguit\u00e0 tra emigrazione politica e da lavoro, sia in partenza che a destinazione.<br \/>\nL\u2019ex capo provincia di Milano durante la Rsi Piero Parini, scrivendo probabilmente nel 1947 da Buenos Aires alla segretaria del Mif, che lo aveva contattato per chiedergli di collaborare con l\u2019associazione, le spiegava di essere tutto assorbito dal lavoro nella sua azienda metallurgica: l\u2019urgenza dell\u2019inserimento nel nuovo paese gli impediva di impegnarsi pi\u00f9 attivamente per la raccolta di fondi e poi, faceva capire, c\u2019erano incomprensioni e dissidi con i notabili della colonia che in passato avevano appoggiato il fascismo; e non andava meglio con gli esuli arrivati come lui da poco.<br \/>\nLamentavano difficolt\u00e0 analoghe anche altri corrispondenti della principessa, e in particolare Francesco Di Giglio, direttore a Buenos Aires del foglio fascista \u201cRisorgimento\u201d, che attraverso il giornale promosse una colletta cercando di coinvolgere anche i camerati in Brasile per aiutare i detenuti nella penisola, ma si scontr\u00f2 a propria volta con il disinteresse di quasi tutti i fascisti pi\u00f9 forniti di mezzi delle due collettivit\u00e0; i quali a suo giudizio pensavano solo agli affari o, nel caso dei gerarchi giunti dopo la guerra, a godersi i soldi portati dall\u2019Italia.<br \/>\nIn realt\u00e0 il quadro non era cos\u00ec fosco. Di Giglio raccolse alla fine una discreta somma, che invi\u00f2 in parti uguali al Mif e al Msi e il fatto che numerosi documenti di polizia italiani parlino di finanziamenti al partito della destra neofascista provenienti dall\u2019Argentina negli anni cinquanta indica che oltreoceano qualcuno che sosteneva la causa ancora c\u2019era<a title=\"_ftnref17\" href=\"#_ftn17\" name=\"_ftnref17\"><sup>17<\/sup><\/a>. Inoltre lo stesso direttore del \u201cRisorgimento\u201d ammetteva che in Cile resisteva un gruppo di camerati ben attivo, che tra l\u2019altro distribuiva un suo giornale. Anche il citato Parini continuava, quantomeno, a intervenire sui fogli dei nostalgici in Argentina e, come provano i carteggi tra i membri del Mif e i riferimenti contenuti nelle lettere che i fascisti rimasti in patria scambiavano con quelli residenti al Plata<a title=\"_ftnref18\" href=\"#_ftn18\" name=\"_ftnref18\"><sup>18<\/sup><\/a>, le varie testate pubblicate in Cile, Argentina e Brasile erano lette in Italia e tenevano vivo un minimo di dibattito e confronto tra le due sponde dell\u2019oceano. Proprio la stampa fu uno dei terreni in cui la presenza dei gerarchi e dei repubblichini arrivati dopo il 1945 fu pi\u00f9 significativa, sia a Buenos Aires che a San Paolo, anche perch\u00e9 parecchi di loro non mancavano di esperienza nel settore. Alcuni si inserirono nelle redazioni dei giornali gi\u00e0 editi, altri ne crearono di nuovi: cos\u00ec l\u2019ultimo segretario del Partito nazionale fascista, Carlo Scorza, che nel 1950 fond\u00f2 nella capitale argentina un periodico per cui lavorarono anche collaborazionisti belgi e francesi, \u201cDin\u00e1mica social\u201d.<br \/>\nSemmai la situazione dei fascisti appariva meno florida nell\u2019altro settore fondamentale della collettivit\u00e0 italiana, il mondo delle associazioni. Da oltre due decenni il movimento fascista in Argentina ruotava attorno alla figura di Vittorio Valdani, ingegnere ed ex manager della Pirelli, quindi imprenditore di grande successo, il quale aveva rifondato il Fascio di Buenos Aires nel momento della crisi peggiore, dopo l\u2019assassinio di Matteotti nel 1924, e poi sostenuto generosamente durante il ventennio e fino alla Rsi giornali e associazioni<a title=\"_ftnref19\" href=\"#_ftn19\" name=\"_ftnref19\"><sup>19<\/sup><\/a>. Ma il crollo del regime aveva messo in crisi dopo il 25 luglio tutte le sezioni dei Fasci e del Dopolavoro, nonch\u00e9 le altre istituzioni che il fascismo aveva creato o di cui si era impadronito, peraltro faticosamente e mai completamente per quanto riguarda alcune delle pi\u00f9 importanti, tanto che Mussolini si sent\u00ec sempre poco amato dagli italiani d\u2019Argentina.<br \/>\nAnche gli antifascisti e i democratici in genere, a cominciare da quello che fu forse il loro leader pi\u00f9 rappresentativo nel secondo dopoguerra, l\u2019esponente dell\u2019associazione Italia libera Ettore Rossi, erano persuasi che, date queste premesse, fosse sufficiente un\u2019opera paziente di convincimento per indurre i pochi estremisti della parte avversa a lasciare le cariche, far rinsavire i molti che avevano creduto in buona fede che il fascismo avesse guadagnato all\u2019Italia prestigio e potenza e riconquistare cos\u00ec un\u2019istituzione chiave come la Federazione delle societ\u00e0 italiane in Argentina, per far ripartire di l\u00ec l\u2019intera macchina dell\u2019associazionismo, che si auspicava sarebbe tornato ai fasti del passato anche perch\u00e9 era sicuro che dall\u2019Italia sarebbe presto ricominciata l\u2019emigrazione verso il Plata.<br \/>\nIn realt\u00e0 l\u2019unica previsione che si riveler\u00e0 esatta sar\u00e0 proprio quest\u2019ultima: in Argentina giungeranno infatti fino alla fine degli anni cinquanta oltre 400.000 italiani, estrema ondata di un flusso iniziato negli anni venti dell\u2019Ottocento<a title=\"_ftnref20\" href=\"#_ftn20\" name=\"_ftnref20\"><sup>20<\/sup><\/a>. Per il resto, Rossi si sbagliava sulla rinascita delle societ\u00e0 italiane, perch\u00e9 \u2013 come spesso accade a chi vive all\u2019estero per decenni e congela nel ricordo il paese di partenza \u2013 non immaginava che gli italiani che presero a sbarcare in massa dal 1947 fossero per molti aspetti diversi dai connazionali residenti al Plata da quindici, venti o pi\u00f9 anni. I nuovi immigrati avrebbero creato loro associazioni, invece di aderire a quelle storiche della collettivit\u00e0; e puntato in prevalenza su societ\u00e0 a base regionale, pi\u00f9 che nazionale, o su sodalizi che non avevano finalit\u00e0 mutualistiche (rese obsolete dall\u2019impianto dei sistemi sanitario e previdenziale pubblici) ma ricreative e sportive.<br \/>\nQuesta distanza tra gli italiani arrivati dopo il 1945 e la collettivit\u00e0 di connazionali in Argentina fin\u00ec paradossalmente per andare a vantaggio della sua componente democratica, dal momento che in realt\u00e0, anche in questo caso contro le attese e le speranze di Rossi, i fascisti conservarono il controllo delle vecchie istituzioni. In particolare rimasero alla testa della Federazione delle societ\u00e0 italiane in Argentina, ribattezzata Feditalia nel 1954, e nella prima met\u00e0 degli anni cinquanta le conquistarono, se non pi\u00f9 adesioni, dato che i sodalizi in mano agli antifascisti continuarono a rimanere fuori, quantomeno una notevole visibilit\u00e0, grazie all\u2019abbraccio con Per\u00f3n.<br \/>\nUn primo avvicinamento si ebbe nel 1951, per intercessione del presidente della Federazione, quel Luis Giusti che durante la guerra Valdani aveva messo alla guida dei Fasci e delle sezioni del Dopolavoro di Buenos Aires e che secondo l\u2019ambasciata italiana lavorava alle dipendenze ed accedeva a fondi del governo peronista. Ma la manovra prese corpo decisamente solo nel 1954, quando la dirigenza della Federazione era ormai tutta formata da repubblichini e fascisti giunti dopo la guerra, con l\u2019ex ministro del Lavoro della Rsi Giuseppe Spinelli alla presidenza. In occasione del nuovo congresso delle societ\u00e0 italiane, Per\u00f3n pronunci\u00f2 un discorso nella giornata inaugurale, sottolineando l\u2019importanza del contributo degli italiani in Argentina e facendo riferimento alla \u201clatinit\u00e0\u201d come minimo comun denominatore tra argentini e italiani. Il richiamo si inseriva in una strategia ben precisa del governo, che anche perch\u00e9 in crisi di consensi stava cercando di recuperare terreno inglobando nel partito peronista le comunit\u00e0 straniere (e in primis quella italiana, con la spagnola la pi\u00f9 importante) e aveva da poco creato a tale scopo il Movimiento peronista de los extranjeros. Per guadagnare alla causa peronista gli immigrati, era necessario per\u00f2 prima farli diventare cittadini argentini e infatti negli stessi mesi era in discussione il regolamento attuativo della nuova legge sulla nazionalizzazione \u201csemiautomatica\u201d (cio\u00e8 con diritto di rinunciarvi su richiesta) degli stranieri dopo 5 anni di residenza in Argentina.<br \/>\nLa destituzione di Per\u00f3n nel 1955 vanific\u00f2 l\u2019intera operazione, che per i repubblichini costitu\u00ec ad ogni modo una sorta di investitura e legittimazione a rappresentare la collettivit\u00e0 italiana, di cui anche l\u2019ambasciata prese atto. In parte il ruolo che i fascisti si ritagliarono \u2013 consacrato nel 1961 dalla presenza di Carlo Scorza nel comitato per le accoglienze al presidente della Repubblica Giovanni Gronchi in visita a Buenos Aires<a title=\"_ftnref21\" href=\"#_ftn21\" name=\"_ftnref21\"><sup>21<\/sup><\/a> \u2013 deriv\u00f2 dalla loro rinuncia alle posizioni intransigenti, a favore di una pi\u00f9 neutra difesa dell\u2019\u201citalianit\u00e0\u201d; in parte fu il segno dell\u2019arretramento del fronte democratico nella comunit\u00e0. \u00c8 probabile peraltro che, come accennato, la massa dei nuovi immigrati fosse lontana da questo tipo di contese. Lo stesso Ettore Rossi se ne era accorto per tempo e nel 1949 aveva fondato un settimanale, \u201cIl Corriere degli italiani\u201d, che fu trasformato nel 1954 in un quotidiano letto e apprezzato anche fuori dall\u2019Argentina e che fino alla morte prematura del direttore nel 1960 affront\u00f2 sulle sue pagine questioni che stavano assai pi\u00f9 a cuore agli emigrati dell\u2019ondata postbellica, dal costo degli affitti e delle case, alle rimesse e ai ricongiungimenti famigliari.<\/p>\n<p align=\"justify\"><strong>4. Stefano Delle Chiaie e gli altri: eversione nera ed emigrazione negli anni settanta<\/strong><br \/>\nMentre per gli espatri dei terroristi rossi italiani dagli anni settanta fino ai giorni nostri (ultimo il caso dell\u2019ex membro dei Proletari armati per il comunismo Cesare Battisti) un paese \u2013 la Francia \u2013 e una citt\u00e0 \u2013 Parigi \u2013 sono chiaramente identificati come luogo di destinazione e rifugio, con poche eccezioni, tanto che la capitale francese, al tempo della \u201cdottrina Mitterand\u201d, divent\u00f2 sede di una vera e propria colonia<a title=\"_ftnref22\" href=\"#_ftn22\" name=\"_ftnref22\"><sup>22<\/sup><\/a>, per i militanti dell\u2019eversione nera che all\u2019incirca negli stessi anni fuggirono dalla penisola ci troviamo di fronte ad una geografia molto pi\u00f9 complessa, con una variet\u00e0 di percorsi, e con soluzioni individuali in qualche caso del tutto anomale anche rispetto alle rotte dell\u2019emigrazione italiana in generale. L\u2019esponente di Ordine nuovo Delfo Zorzi, che sar\u00e0 successivamente coinvolto nelle indagini sulle stragi di Piazza Fontana (1969) e Peteano (1972), si trasfer\u00ec per esempio in Giappone nel 1974. Mete principali furono comunque la Spagna in Europa; e un gran numero di paesi in America centrale e meridionale, dal Costarica a Santo Domingo, dal Brasile al Paraguay, dalla Bolivia all\u2019Argentina e al Cile<a title=\"_ftnref23\" href=\"#_ftn23\" name=\"_ftnref23\"><sup>23<\/sup><\/a>.<br \/>\nA ben vedere per\u00f2 anche qui al caleidoscopio di approdi corrispondono un paio di direttrici fondamentali, che forse si possono addirittura ridurre ad una sola, perch\u00e9 dopo una prima fase o tappa in Europa, dove intorno alla met\u00e0 degli anni settanta la Spagna diede rifugio a decine di militanti, dalla seconda met\u00e0 del decennio in poi il grosso dei rifugiati si spost\u00f2 o emigr\u00f2 direttamente oltreoceano e in pratica l\u2019intera America latina divenne l\u2019area di destinazione preferita. Si assistette cio\u00e8 ad una sorta di cambio della guardia, dovuto all\u2019evoluzione del quadro politico di qua e di l\u00e0 dell\u2019Atlantico.<br \/>\nSe si osserva da vicino la cronologia degli espatri, peraltro, l\u2019impressione \u00e8 di nuovo di una fuga alla spicciolata, conseguenza del coinvolgimento individuale in inchieste giudiziarie e processi per le stragi. Cos\u00ec i due esponenti di Ordine nuovo Franco Freda e Giovanni Ventura fecero perdere le loro tracce a distanza di pochi mesi l\u2019uno dall\u2019altro, rispettivamente nell\u2019ottobre del 1978 e nel gennaio del 1979, mentre era in corso a Catanzaro il quarto processo per la strage di Piazza Fontana che li vedeva imputati assieme a Guido Giannettini, a propria volta gi\u00e0 fuggito a Parigi nel 1973, al momento della prima incriminazione, e a due uomini del Sid, il Servizio informazioni difesa, Gian Adelio Maletti e Antonio Labruna. Sia Freda che Ventura furono poi arrestati nell\u2019agosto del 1979, il primo in Costarica (sar\u00e0 estradato) e il secondo in Argentina, per possesso e uso di documenti falsi (rimarr\u00e0 in carcere a Buenos Aires fino all\u2019agosto del 1985)<a title=\"_ftnref24\" href=\"#_ftn24\" name=\"_ftnref24\"><sup>24<\/sup><\/a>.<br \/>\n\u00c8 sicuro comunque che un flusso consistente di militanti e anche dirigenti dei gruppi responsabili della prima fase dello stragismo \u2013 Ordine nuovo e Avanguardia nazionale \u2013 si produce in corrispondenza dello scioglimento dello stesso Ordine nuovo (1973) e con l\u2019avvio dei primi processi per le stragi di Milano, Peteano, Brescia, e dell\u2019espresso Italicus, che tra 1969 e 1974 provocarono decine di morti. \u00c8 il momento, la seconda met\u00e0 degli anni settanta, in cui in Italia \u00e8 in atto una radicalizzazione delle formazioni armate sia dell\u2019estrema destra che dell\u2019estrema sinistra, che sfocia in uno stillicidio di episodi di violenza e anzi, secondo qualcuno, in una \u201cguerra civile strisciante\u201d<a title=\"_ftnref25\" href=\"#_ftn25\" name=\"_ftnref25\"><sup>25<\/sup><\/a>.<br \/>\nSui meccanismi di espatrio non sussistono in molti casi dubbi. In sede giudiziaria e storica \u00e8 ormai acquisito che uomini appartenenti a strutture \u201cdeviate\u201d dei servizi segreti non ostacolarono e anzi utilizzarono e protessero gruppi della destra eversiva, dopo averli del resto abbondantemente infiltrati, depistando le indagini sulle stragi e favorendo la fuga degli indiziati in procinto di essere arrestati o in attesa di giudizio<a title=\"_ftnref26\" href=\"#_ftn26\" name=\"_ftnref26\"><sup>26<\/sup><\/a>. Regia unica ma percorsi individuali, dunque, in cui certamente a destinazione gioc\u00f2 un ruolo la rete di rapporti personali con i membri di vari gruppi e gruppuscoli di neofascisti europei e non<a title=\"_ftnref27\" href=\"#_ftn27\" name=\"_ftnref27\"><sup>27<\/sup><\/a> o l\u2019appoggio di agenti di altri paesi (come quelli della Dina \u2013 Direcci\u00f3n de inteligencia nacional \u2013, la polizia segreta cilena che copr\u00ec la latitanza in Spagna dell\u2019ex deputato missino e collaboratore dei servizi Sandro Saccucci); al momento della partenza tuttavia furono quasi sempre decisivi i servizi di sicurezza italiani, che fornirono soldi e documenti falsi e talvolta organizzarono direttamente la fuga. Furono messi in salvo in questo modo ex confidenti o personaggi che avevano operato come infiltrati alle dirette dipendenze delle strutture deviate, come il gi\u00e0 citato Guido Giannettini e Marco Pozzan, fatti espatriare dal Sid in gran fretta perch\u00e9 raggiunti dalle indagini sulle stragi. Sono modalit\u00e0 di intervento non inedite, basti pensare al salvataggio nel dopoguerra di fascisti che potevano tornare utili nella lotta al comunismo, come Junio Valerio Borghese; e alle analoghe procedure dei servizi americani per far fuggire attraverso la \u201cvia dei topi\u201d i criminali nazisti utilizzati allo stesso scopo. Il principale regista di queste operazioni nell\u2019Italia degli anni settanta, il capo del controspionaggio del Sid Gian Adelio Maletti, dopo essere stato arrestato nel 1976 nell\u2019ambito delle indagini sui depistaggi e il ruolo dei servizi nella strage di Piazza Fontana, si rifugi\u00f2 a propria volta in Sudafrica<a title=\"_ftnref28\" href=\"#_ftn28\" name=\"_ftnref28\"><sup>28<\/sup><\/a>.<br \/>\nUna peculiarit\u00e0 di questa emigrazione nera \u00e8 senza dubbio costituita dal fatto che se molti una volta all\u2019estero si dedicarono ad altre attivit\u00e0, per alcuni la fuga non signific\u00f2 abbandono della lotta armata perch\u00e9 entrarono a far parte di gruppi di estrema destra (Spagna) o si misero direttamente al servizio delle dittature militari latinoamericane (Cile, Argentina e Bolivia).<br \/>\nIn Spagna, tra il 1974 e il 1976-77, nella fase convulsa della transizione postfranchista, ripararono decine di militanti di Ordine nuovo e Avanguardia nazionale implicati nelle inchieste sulle trame nere. Li aveva preceduti il leader di quest\u2019ultima formazione, Stefano Delle Chiaie, latitante all\u2019estero da quattro anni, sempre a quanto pare grazie al Sid, che lo avrebbe ospitato a Roma, procurandogli poi documenti falsi e biglietto aereo per il viaggio. Non pochi italiani furono attivi nella controguerriglia ai danni della resistenza basca, ma anche protagonisti di azioni condotte per conto dei servizi spagnoli in altri paesi (per esempio in Francia, contro militanti dell\u2019Eta). Il 9 maggio 1976 numerosi rifugiati, tra cui lo stesso Delle Chiaie, Giuseppe Calzona, Augusto Cauchi e Mario Ricci, parteciparono agli scontri di Montejurra in Navarra, dove centinaia di neofascisti armati assaltarono un gruppo di Carlisti, la componente democratica dei legittimisti spagnoli, provocando due morti e decine di feriti<a title=\"_ftnref29\" href=\"#_ftn29\" name=\"_ftnref29\"><sup>29<\/sup><\/a>.<br \/>\nAlcuni dei responsabili italiani, soprattutto ordinovisti, furono successivamente espulsi dalla Spagna (per esempio il citato Marco Pozzan, che si era rifugiato l\u00ec nel 1972, mentre era in libert\u00e0 vigilata, grazie al Sid); altri, come Cauchi e Delle Chiaie, emigrarono in America latina (Cauchi sar\u00e0 arrestato nel 1993 in Argentina; le autorit\u00e0 negheranno il visto per l\u2019estradizione e dopo due anni lo rimetteranno in libert\u00e0). Scelta quest\u2019ultima dettata dal fatto che proprio mentre in Europa si chiudevano le esperienze dei regimi autoritari nella penisola iberica e in Grecia, oltreoceano, in particolare nei paesi del Cono Sur, iniziava la stagione sanguinosa delle dittature militari, che in un breve arco di anni conquistarono il potere in Brasile, Cile, Argentina, Uruguay, Bolivia e Per\u00f9 avviando una spietata politica di repressione degli oppositori sul fronte interno, e coordinandosi anche a livello internazionale in un piano, voluto e diretto dalla Cia, conosciuto come \u201cOperazione Condor\u201d, che mirava a destabilizzare gli stati in cui erano al governo o in procinto di arrivarci partiti di sinistra, forniva appoggio a militari golpisti e attuava il terrorismo di stato anche fuori dai confini dei singoli paesi, combinando intelligence e azioni di commando volte alla cattura e uccisione di ambasciatori, politici ed esiliati considerati pericolosi per i regimi al potere.<br \/>\nTransnazionale la lotta condotta in nome dell\u2019anticomunismo dai paesi latinoamericani e transnazionale anche l\u2019azione della manovalanza neofascista italiana, che dopo la Spagna pass\u00f2 al servizio in particolare del dittatore cileno Augusto Pinochet e prest\u00f2 i suoi uomini per compiere attentati politici. Il 6 ottobre 1975 a Roma fu ferito gravemente assieme alla moglie Bernardo Leighton, fondatore della Democrazia cristiana cilena e oppositore tra i pi\u00f9 temuti di Pinochet. La regia era della Dina, la polizia segreta cilena che sar\u00e0 sciolta nel 1977; a sparare e curare l\u2019organizzazione logistica furono uomini di Ordine nuovo e Avanguardia nazionale. Il cui leader, Stefano delle Chiaie, che era stato in Cile gi\u00e0 nel 1974, a meno di un anno dal golpe contro Salvador Allende, al seguito di Junio Valerio Borghese, l\u2019ex comandante della X Mas a propria volta autore nel 1970 di un tentativo golpista in Italia, ammetter\u00e0 di aver collaborato come \u201cconsulente\u201d con Pinochet, svolgendo per circa un anno e mezzo un lavoro politico di propaganda e controinformazione. Il suo fu senza dubbio il nucleo di italiani pi\u00f9 attivo fuori dai confini, prima in Spagna, come detto, e poi appunto in Cile, dove operarono tra gli altri Maurizio Giorni, Roberto Graniti e l\u2019autore della strage di Peteano, Vincenzo Vinciguerra; ma anche in Argentina, dove nel 1979 soggiornarono Delle Chiaie, ancora, e Pierluigi Pagliai; e in Bolivia, dove quest\u2019ultimo, indagato in Italia per la strage di Brescia, sar\u00e0 ferito a morte dai <em>carabineros<\/em> locali in uno scontro a fuoco a La Paz nell\u2019ottobre del 1982 e portato in Italia da agenti del Sisde (il Servizio informazioni per la sicurezza democratica nato nel 1977 dallo sdoppiamento dei servizi italiani) giunti nel paese per arrestarlo<a title=\"_ftnref30\" href=\"#_ftn30\" name=\"_ftnref30\"><sup>30<\/sup><\/a>.<br \/>\nErano anni in cui anche sul piano ideologico l\u2019estrema destra italiana guardava all\u2019America latina, come aveva fatto del resto quella neofascista dopo il 1945, e si assistette al tentativo di ispirarsi ad esperienze politiche come la terza via \u201cgiustizialista\u201d di Per\u00f3n da parte di formazioni intenzionate a stabilire rapporti con gli ambienti dei militari argentini, o al contrario a combatterli<a title=\"_ftnref31\" href=\"#_ftn31\" name=\"_ftnref31\"><sup>31<\/sup><\/a>. Relazioni personali e collaborazione tra i diversi gruppi, italiani e non, in vari stati non sono sinonimo comunque di \u201cInternazionale nera\u201d, se con questa formula si fa riferimento ad una organizzazione centralizzata e strutturata: come \u00e8 stato giustamente osservato, si deve parlare \u201csemplicemente di un insieme di soggetti politici autonomi che condividono alcune regole fondamentali di base e si coordinano tra loro\u201d<a title=\"_ftnref32\" href=\"#_ftn32\" name=\"_ftnref32\"><sup>32<\/sup><\/a>.<br \/>\n\u00c8 difficile altres\u00ec intravedere le linee di una qualsivoglia continuit\u00e0 tra questa emigrazione e l\u2019emigrazione fascista del secondo dopoguerra ed \u00e8 probabile che, al di l\u00e0 delle comuni destinazioni ibero-americane, i nostalgici della vecchia guardia abbiamo avuto pochi contatti con gli ultimi arrivati, troppo distanti da loro anche sul piano delle matrici ideologiche. Nessuno dei gruppi della destra estrema degli anni sessanta e settanta (e fino ad oggi l\u2019unica eccezione in tal senso \u00e8 Forza nuova, fondata nel 1997) si \u00e8 mai richiamato al fascismo storico, che \u00e8 invece stato sempre il riferimento ideale dei primi.<br \/>\nA Buenos Aires, capitale dell\u2019esodo successivo alla Liberazione, negli anni settanta non c\u2019erano pressoch\u00e9 pi\u00f9 tracce di attivit\u00e0 politica da parte dei fascisti rimasti (tanti erano rientrati in Italia, in qualche caso perch\u00e9 amnistiati), che mantenevano solo un paio di fogli a periodicit\u00e0 irregolare e tiratura limitata, probabilmente opera quasi per intero dei loro stessi direttori. Uno dei quali, Gaio Gradenigo, un ex ufficiale della Gnr ricercato dagli Alleati come criminale di guerra<a title=\"_ftnref33\" href=\"#_ftn33\" name=\"_ftnref33\"><sup>33<\/sup><\/a>, era forse la figura, se non di maggiore caratura, di maggiore visibilit\u00e0 all\u2019epoca tra i nostalgici, per quel poco che ancora questo poteva significare a vent\u2019anni dalla conclusione dell\u2019emigrazione italiana in Argentina e dunque in un quadro di generale indebolimento e rarefazione delle istituzioni della comunit\u00e0. Dopo aver ricoperto cariche non di seconda fila dalla met\u00e0 degli anni cinquanta nell\u2019associazionismo etnico e combattentistico, a distanza di due decenni Gradenigo non aveva rinunciato all\u2019impegno politico all\u2019interno della collettivit\u00e0 tra le fila del Movimento sociale italiano, o quantomeno, nel 1975 rappresent\u00f2 i \u201cComitati tricolore italiani nel mondo\u201d d\u2019Argentina, le locali sezioni del partito, alla Conferenza nazionale dell\u2019emigrazione che si svolse a Roma.<br \/>\nIn contatto forse con Delle Chiaie al tempo del soggiorno di questi a Buenos Aires<a title=\"_ftnref34\" href=\"#_ftn34\" name=\"_ftnref34\"><sup>34<\/sup><\/a>, i suoi rapporti con la giunta militare salita al potere nel 1976, se rapporti vi furono, furono invece a quanto pare esclusivamente d\u2019affari: fin\u00ec infatti coinvolto in un\u2019inchiesta condotta in Italia su un traffico di armi con l\u2019Argentina, perch\u00e9 una sua lettera risalente al 1983, che conteneva riferimenti sospetti a trattative per commesse di elicotteri Agusta al regime ormai al tramonto, fu ritrovata a Milano nella casa di un indagato.<br \/>\nBench\u00e9 non mancassero tra i fascisti italiani sbarcati al Plata nel dopoguerra elementi che come lo stesso Gradenigo avevano trascorsi da seviziatori durante la Rsi, non risulta che qualcuno di loro sia tornato ad operare in questa veste durante la dittatura del <em>Proceso<\/em>, come fecero invece alcuni nazisti in Cile, dove la Colonia Dignidad, fondata nel 1961 da un ex militare della Wehrmacht, Paul Sch\u00e4fer, e gi\u00e0 rifugio di criminali di guerra del Reich, fu usata come campo di detenzione e luogo di tortura per i prigionieri politici da Pinochet, che pot\u00e9 evidentemente valersi della manovalanza esperta trovata sul posto<a title=\"_ftnref35\" href=\"#_ftn35\" name=\"_ftnref35\"><sup>35<\/sup><\/a>.<br \/>\nPer quanto concerne invece l\u2019emigrazione nera degli anni settanta, i suoi legami con i regimi militari e i destini successivi dei singoli, le vicende di Stefano Delle Chiaie e Giovanni Ventura possono essere considerate emblematiche e riassuntive dei percorsi seguiti dai pi\u00f9<a title=\"_ftnref36\" href=\"#_ftn36\" name=\"_ftnref36\"><sup>36<\/sup><\/a>. In Cile, Argentina e Bolivia Stefano Delle Chiaie e il suo gruppo scelsero di mettersi al servizio in varie forme del terrorismo di stato di Pinochet e delle giunte militari. Arrestato nel 1987 a Caracas, in Venezuela, dopo aver evitato di un soffio la cattura anni prima durante il citato blitz a La Paz del Sisde, il leader di Avanguardia nazionale fu immediatamente estradato in Italia. Due anni dopo fu assolto nell\u2019ennesimo processo per la strage di Piazza Fontana e scarcerato. In Argentina Giovanni Ventura, arrestato nel 1979 poco dopo l\u2019arrivo, usc\u00ec di prigione nel 1985, quando si concluse con la definitiva assoluzione sua e di Freda il quinto processo per la strage di Piazza Fontana, celebrato a Bari, e l\u2019Italia ritir\u00f2 la richiesta di estradizione. La dittatura militare era finita da due anni e Ventura si ferm\u00f2 nel paese. Da molto tempo nel settore della ristorazione, attualmente gestisce tra l\u2019altro il ristorante di quello che \u00e8 stato storicamente il salotto buono della collettivit\u00e0 italiana ed oggi \u00e8 uno dei luoghi d\u2019incontro della comunit\u00e0 d\u2019affari: il Circolo italiano di Buenos Aires.<\/p>\n<p><strong>Note<\/strong><\/p>\n<div style=\"margin-left: 25px; text-indent: -25px;\" align=\"justify\">\n<div id=\"ftn1\">\n<p><a title=\"_ftn1\" href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\"><sup>1<\/sup><\/a>\u00a0Ermanno Amicucci, <em>Sopravvive a San Paolo la Repubblica di Sal\u00f2<\/em>, \u201cIl Tempo\u201d, 1 settembre 1951; Enrico De Boccard, <em>Il passo dei repubblichini<\/em>, Firenze, Le Lettere, 2006. Ringrazio Alicia Bernasconi, Emilio Franzina e Matteo Sanfilippo per aver letto il testo fornendomi utili suggerimenti e commenti.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn2\">\n<p><a title=\"_ftn2\" href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\"><sup>2<\/sup><\/a>\u00a0Matteo Sanfilippo, <em>Ratlines and Unholy Trinities: a Review-Essay on (Recent) Literature Concerning Nazi and Collaborators Smuggling Operations out of Italy<\/em> (2003), http:\/\/vaticanfiles.net\/sanfilippo_ratlines.htm.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn3\">\n<p><a title=\"_ftn3\" href=\"#_ftnref3\" name=\"_ftn3\"><sup>3<\/sup><\/a>\u00a0Holger M. Meding, <em>La ruta de los nazis en tiempos de Per\u00f3n<\/em>, Buenos Aires, Emec\u00e9, 1999 (ed. or. 1992); Carlota Jackish e Daniel Mastromauro, <em>Identificaci\u00f3n de criminales de guerra llegados a la Argentina seg\u00fan fuentes locales<\/em>, \u201cCiclos\u201d, 19 (2000), pp. 217-235.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn4\">\n<p><a title=\"_ftn4\" href=\"#_ftnref4\" name=\"_ftn4\"><sup>4<\/sup><\/a>\u00a0Matteo Sanfilippo, <em>Los papeles de Hudal como fuente para la historia de la migraci\u00f3n de alemanes y nazis despu\u00e9s de la Segunda Guerra Mundial<\/em>, \u201cEstudios migratorios latinoamericanos\u201d, 43 (1999), pp. 185-209.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn5\">\n<p><a title=\"_ftn5\" href=\"#_ftnref5\" name=\"_ftn5\"><sup>5<\/sup><\/a>\u00a0Cfr. Federica Bertagna e Matteo Sanfilippo, <em>Per una prospettiva comparata dell\u2019emigrazione nazifascista dopo la seconda guerra mondiale<\/em>, \u201cStudi emigrazione\u201d, 41, 155 (2004), pp. 527-553 e la bibliografia qui citata.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn6\">\n<p><a title=\"_ftn6\" href=\"#_ftnref6\" name=\"_ftn6\"><sup>6<\/sup><\/a>\u00a0Salvo diversa indicazione, per quanto segue si rinvia a Federica Bertagna, <em>La patria di riserva. L\u2019emigrazione fascista in Argentina<\/em>, Roma, Donzelli, 2006.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn7\">\n<p><a title=\"_ftn7\" href=\"#_ftnref7\" name=\"_ftn7\"><sup>7<\/sup><\/a>\u00a0Claudio Pavone, <em>Una guerra civile. Saggio storico sulla moralit\u00e0 nella Resistenza<\/em>, Torino, Bollati Boringhieri, 1990; Guido Crainz, <em>La giustizia sommaria in Italia dopo la seconda guerra mondiale<\/em>, in <em>Storia, verit\u00e0, giustizia. I crimini del XX secolo<\/em>, a cura di Marcello Flores, Milano, Bruno Mondadori 2001, pp. 162-170. Diversi studi su casi provinciali e regionali hanno da molti anni spazzato via (almeno agli occhi di chi fa ricerca storica) le esagerazioni di parte fascista sui morti ammazzati dopo il 25 aprile, in particolare in Emilia Romagna: cfr. per esempio il lavoro da poco riedito di Nazario Sauro Onofri, <em>Il triangolo rosso. La guerra di liberazione e la sconfitta del fascismo (1943-1947)<\/em>, Roma, Sapere2000, 2007 (1994).<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn8\">\n<p><a title=\"_ftn8\" href=\"#_ftnref8\" name=\"_ftn8\"><sup>8<\/sup><\/a>\u00a0Lia Sezzi e Nora Sigman, <em>\u201cPionieri del progresso\u201d: l\u2019impresa Borsari in Terra del Fuoco<\/em>, \u201cStoria e problemi contemporanei\u201d, 16, 34 (2003), p. 124; M\u00f3nica Bartolucci e Elisa Pastoriza, <em>Me ir\u00e9 con ellos a buscar el mar: familias migrantes marchigianas a la ciudad de Mar del Plata (1886-1962)<\/em>, \u201cAltreitalie\u201d, 15, 27 (2003), p. 89.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn9\">\n<p><a title=\"_ftn9\" href=\"#_ftnref9\" name=\"_ftn9\"><sup>9<\/sup><\/a>\u00a0Enzo Traverso, <em>A ferro e fuoco. La guerra civile europea 1914-1945<\/em>, Bologna, il Mulino, 2007, p. 124.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn10\">\n<p><a title=\"_ftn10\" href=\"#_ftnref10\" name=\"_ftn10\"><sup>10<\/sup><\/a>\u00a0Michele Battini, <em>Peccati di memoria. La mancata Norimberga italiana<\/em>, Roma-Bari, Laterza, 2003.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn11\">\n<p><a title=\"_ftn11\" href=\"#_ftnref11\" name=\"_ftn11\"><sup>11<\/sup><\/a>\u00a0Mimmo Franzinelli, <em>L\u2019amnistia Togliatti. 22 giugno 1946: colpo di spugna sui crimini fascisti<\/em>, Milano, Mondadori, 2006.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn12\">\n<p><a title=\"_ftn12\" href=\"#_ftnref12\" name=\"_ftn12\"><sup>12<\/sup><\/a>\u00a0Si veda Giovanni Preziosi, <em>Sulle tracce dei fascisti in fuga. La vera storia degli uomini del duce durante i loro anni di clandestinit\u00e0<\/em>, Atripalda (AV), Walter Pellecchia Editore, 2006, assai disorganico, ma utile per il contributo a livello di fonti inedite e di difficile reperimento, in particolare appunto alcuni diari dei rettori di conventi che ospitarono gerarchi e criminali fascisti.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn13\">\n<p><a title=\"_ftn13\" href=\"#_ftnref13\" name=\"_ftn13\"><sup>13<\/sup><\/a>\u00a0Francesco Motto, <em>Dal Piemonte alla Valle d\u2019Aosta. La clandestinit\u00e0 del quadrunviro Cesare Maria de Vecchi di Val Cismon in una memoria di don Francesco L\u00e0coni<\/em>, \u201cRicerche storiche salesiane\u201d, 20, 2 (2001), pp. 309-348; Albertina Vittoria, <em>I diari di Luigi Federzoni. Appunti per una biografia<\/em>, \u201cStudi Storici\u201d, 35, 3 (1995), pp. 729-760.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn14\">\n<p><a title=\"_ftn14\" href=\"#_ftnref14\" name=\"_ftn14\"><sup>14<\/sup><\/a>\u00a0Federica Bertagna, <em>Il Movimento italiano femminile \u201cFede e famiglia\u201d e la fuga dei fascisti italiani in Sudamerica dopo la seconda guerra mondiale<\/em>, \u201cNovecento\u201d, 8-9 (2003), pp. 47-61.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn15\">\n<p><a title=\"_ftn15\" href=\"#_ftnref15\" name=\"_ftn15\"><sup>15<\/sup><\/a>\u00a0Luc Van Dongen, <em>Un purgatoire tr\u00e8s discret. La transition \u201chelv\u00e9tique\u201d d\u2019une cohorte d\u2019anciens nazis, fascistes, collaborateurs et autres vaincus de la Lib\u00e9ration, 1943-1955 (env.)<\/em>, Universit\u00e9 de Gen\u00e8ve, Th\u00e8se de doctorat, 2006.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn16\">\n<p><a title=\"_ftn16\" href=\"#_ftnref16\" name=\"_ftn16\"><sup>16<\/sup><\/a>\u00a0Fernando J. Devoto, <em>El rev\u00e9s de la trama: pol\u00edticas migratorias y pr\u00e1cticas administrativas en la Argentina (1919-1949)<\/em>, \u201cDesarrollo econ\u00f3mico\u201d, 41, 162 (2001), pp. 294-301.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn17\">\n<p><a title=\"_ftn17\" href=\"#_ftnref17\" name=\"_ftn17\"><sup>17<\/sup><\/a>\u00a0Sui canali di finanziamento del Msi cfr. Giuseppe Parlato, <em>Fascisti senza Mussolini. Le origini del neofascismo in Italia<\/em>, Bologna, il Mulino, 2006.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn18\">\n<p><a title=\"_ftn18\" href=\"#_ftnref18\" name=\"_ftn18\"><sup>18<\/sup><\/a>\u00a0Si vedano le lettere inviate nel 1951 a Buenos Aires a Mauro Marchetti da Bruno Spampanato, il giornalista e avvocato autore del <em>Contromemoriale<\/em>. Ringrazio Hern\u00e1n Capizzano, che le ha recuperate nella capitale argentina, per avermi permesso di consultarle.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn19\">\n<p><a title=\"_ftn19\" href=\"#_ftnref19\" name=\"_ftn19\"><sup>19<\/sup><\/a>\u00a0Eugenia Scarzanella, <em>Il fascismo italiano in Argentina: al servizio degli affari<\/em>, in <em>Fascisti in Sud America<\/em>, a cura di Eugenia Scarzanella, Firenze, Le Lettere, 2005, pp. 111-174.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn20\">\n<p><a title=\"_ftn20\" href=\"#_ftnref20\" name=\"_ftn20\"><sup>20<\/sup><\/a>\u00a0Fernando J. Devoto, <em>Storia degli italiani in Argentina<\/em>, Roma, Donzelli, 2007.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn21\">\n<p><a title=\"_ftn21\" href=\"#_ftnref21\" name=\"_ftn21\"><sup>21<\/sup><\/a>\u00a0Ludovico Incisa di Camerana, <em>L\u2019Argentina, gli italiani, l\u2019Italia. Un altro destino<\/em>, Tavernerio (CO), Spai, 1998, pp. 619-620.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn22\">\n<p><a title=\"_ftn22\" href=\"#_ftnref22\" name=\"_ftn22\"><sup>22<\/sup><\/a>\u00a0A partire dal 1985, con la cosiddetta \u201cdottrina Mitterand\u201d (in realt\u00e0 una prassi che faceva riferimento a dichiarazioni del presidente francese) la Francia garant\u00ec il diritto d\u2019asilo ai rifugiati politici stranieri, soprattutto italiani, ricercati nei loro paesi per atti di natura violenta ma d\u2019ispirazione politica, purch\u00e9 non diretti contro lo stato francese e purch\u00e9 i responsabili avessero rinunciato alla violenza politica. Erano esclusi i reati pi\u00f9 efferati, come l\u2019omicidio e la strage.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn23\">\n<p><a title=\"_ftn23\" href=\"#_ftnref23\" name=\"_ftn23\"><sup>23<\/sup><\/a>\u00a0Commissione parlamentare d\u2019inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, <em>L\u2019Italia delle stragi<\/em>, Milano, Il Minotauro, 1997-1998; Ugo Maria Tassinari, <em>Fascisteria. I protagonisti, i movimenti e i misteri dell\u2019eversione nera in Italia (1945-2000)<\/em>, Roma, Castelvecchi, 2001.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn24\">\n<p><a title=\"_ftn24\" href=\"#_ftnref24\" name=\"_ftn24\"><sup>24<\/sup><\/a>\u00a0Giorgio Boatti, <em>Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell\u2019innocenza perduta<\/em>, Torino, Einaudi, 1999 (1993). Sulla fuga di Franco Freda si veda anche Mario Caprara e Gianluca Semprini, <em>Destra estrema e criminale. Da Stefano Delle Chiaie a Mario Tuti, dai fratelli Fioravanti a Massimo Carminati: storia, avvenimenti, protagonisti e testimonianze inedite della destra eversiva italiana<\/em>, Prefazione di Giovanni Pellegrino, Roma, Newton Compton, 2007, p. 38.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn25\">\n<p><a title=\"_ftn25\" href=\"#_ftnref25\" name=\"_ftn25\"><sup>25<\/sup><\/a>\u00a0Ugo Maria Tassinari, <em>Guerrieri 1975\/1982 storie di una generazione in nero<\/em>, Pozzuoli (NA), Immaginapoli, 2005.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn26\">\n<p><a title=\"_ftn26\" href=\"#_ftnref26\" name=\"_ftn26\"><sup>26<\/sup><\/a>\u00a0Franco Ferraresi, <em>Minacce alla democrazia. La destra radicale e la strategia della tensione in Italia nel dopoguerra<\/em>, Milano, Feltrinelli, 1995.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn27\">\n<p><a title=\"_ftn27\" href=\"#_ftnref27\" name=\"_ftn27\"><sup>27<\/sup><\/a>\u00a0Cfr. le dichiarazioni di Stefano delle Chiaie riportate in Patricia Mayorga, <em>Il condor nero. L\u2019internazionale fascista e i rapporti segreti con il regime di Pinochet<\/em>, Prefazione di Italo Moretti, Introduzione di Gianni Cipriani, Milano, Sperling &amp; Kupfer, 2003, pp. 73 e sgg.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn28\">\n<p><a title=\"_ftn28\" href=\"#_ftnref28\" name=\"_ftn28\"><sup>28<\/sup><\/a>\u00a0Gianni Flamini, <em>Il partito del golpe: le strategie della tensione e del terrore dal primo centrosinistra organico al sequestro Moro<\/em>, Ferrara, Bovolenta, 1981-1983.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn29\">\n<p><a title=\"_ftn29\" href=\"#_ftnref29\" name=\"_ftn29\"><sup>29<\/sup><\/a>\u00a0U. M. Tassinari, <em>Guerrieri 1975\/1982<\/em>, cit., p. 44.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn30\">\n<p><a title=\"_ftn30\" href=\"#_ftnref30\" name=\"_ftn30\"><sup>30<\/sup><\/a>\u00a0P. Mayorga, <em>Il condor nero<\/em>, cit.; Jorge Camarasa, <em>Organizzazione Odessa. Dossier sui nazisti rifugiati in Argentina<\/em>, Milano, Mursia, 1998 (ed. or. 1995); U. M. Tassinari, <em>Fascisteria<\/em>, cit., tutti <em>ad nomina<\/em>.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn31\">\n<p><a title=\"_ftn31\" href=\"#_ftnref31\" name=\"_ftn31\"><sup>31<\/sup><\/a>\u00a0Rispettivamente U. M. Tassinari, <em>Guerrieri 1975\/1982<\/em>, cit., pp. 39-40; e Nicola Rao, <em>La fiamma e la celtica. Sessant\u2019anni di neofascismo da Sal\u00f2 ai centri sociali di destra<\/em>, Milano, Sperling &amp; Kupfer, 2006, pp. 266-273.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn32\">\n<p><a title=\"_ftn32\" href=\"#_ftnref32\" name=\"_ftn32\"><sup>32<\/sup><\/a>\u00a0Cfr. Gianni Cipriani, <em>Introduzione<\/em>, in P. Mayorga, <em>Il condor nero<\/em>, cit., p. XXI.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn33\">\n<p><a title=\"_ftn33\" href=\"#_ftnref33\" name=\"_ftn33\"><sup>33<\/sup><\/a>\u00a0Giuseppe Casarrubea e Mario J. Careghino, <em>Tango connection. L\u2019oro nazifascista, l\u2019America Latina e la guerra al comunismo in Italia 1943-1947<\/em>, Milano, Bompiani, 2007, p. 28.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn34\">\n<p><a title=\"_ftn34\" href=\"#_ftnref34\" name=\"_ftn34\"><sup>34<\/sup><\/a>\u00a0J. Camarasa, <em>Organizzazione Odessa<\/em>, cit., p. 245.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn35\">\n<p><a title=\"_ftn35\" href=\"#_ftnref35\" name=\"_ftn35\"><sup>35<\/sup><\/a>\u00a0Friedrich Paul Heller, <em>Pantalones de cuero, mo\u00f1os y metralletas:\u202fel trasfondo de Colonia Dignidad<\/em>, Santiago de Chile, ChileAm\u00e9rica Cesoc, 2006.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn36\">\n<p><a title=\"_ftn36\" href=\"#_ftnref36\" name=\"_ftn36\"><sup>36<\/sup><\/a>\u00a0U. M. Tassinari, <em>Fascisteria<\/em>, cit.; testimonianza di Giovanni Ventura all\u2019autrice, Buenos Aires.<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<h2>L&rsquo;emigrazione fascista e neofascista nel secondo dopoguerra (1945-1985)<\/h2>\n<p><strong>1. Premessa<\/strong><br \/>Fino ad alcuni anni fa in una rassegna sull&rsquo;emigrazione politica italiana l&rsquo;inclusione di un saggio dedicato agli espatri dei fascisti dopo il 1945 e al ruolo da essi svolto all&rsquo;estero, nelle comunit&agrave; di connazionali, sarebbe probabilmente stata considerata una bizzarria.<\/p>\n<div align=\"justify\">Dei fascisti emigrati si erano infatti perse completamente le tracce gi&agrave; pochi anni dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, quando la vittoria democristiana del 18 aprile 1948 sanc&igrave; la definitiva chiusura della resa dei conti con il fascismo in tutte le sue articolazioni legali e non (giustizia sommaria, processi per collaborazionismo, epurazione degli apparati dello stato). L&rsquo;anticomunismo divenne la cifra dei nuovi governi centristi e l&rsquo;antifascismo fu costretto sempre pi&ugrave; sulla difensiva. Le responsabilit&agrave; e le colpe individuali erano gi&agrave; state cancellate, in nome della pacificazione nazionale, dall&rsquo;amnistia del giugno 1946; quelle collettive del paese durante il fascismo furono rimosse.<\/div>\n","protected":false},"author":17,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[81],"tags":[92,343,254,520,245],"class_list":["post-1147","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-c65-articoli","tag-emigrazione","tag-fascismo","tag-italiani","tag-politica","tag-storia"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1147","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/17"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=1147"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1147\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3786,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1147\/revisions\/3786"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=1147"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=1147"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=1147"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}