{"id":1346,"date":"2012-04-02T00:00:00","date_gmt":"2012-04-01T22:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.asei.eu\/it\/?p=1346"},"modified":"2017-05-16T12:32:14","modified_gmt":"2017-05-16T10:32:14","slug":"limmagine-dellaltro-nel-rapporto-tra-immigrati-italiani-e-societa-tedesca-percezioni-a-confronto-tra-otto-e-novecento","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/2012\/04\/limmagine-dellaltro-nel-rapporto-tra-immigrati-italiani-e-societa-tedesca-percezioni-a-confronto-tra-otto-e-novecento\/","title":{"rendered":"L\u2019immagine dell\u2019\u201caltro\u201d nel rapporto tra immigrati italiani e societ\u00e0 tedesca. Percezioni a confronto tra Otto e Novecento."},"content":{"rendered":"<p>E il perch\u00e9 \u00e8 presto detto. \u00c8 innegabile che la tematica in questione, per i riflessi che ha sulle prospettive e le opportunit\u00e0 dei migranti nel paese ospite, sia ormai ineludibile in ogni discorso serio sull&#8217;emigrazione, ma come affrontarla? March Bloch nel suo <span style=\"font-style: italic;\">Apologia della storia<\/span> sosteneva che \u201ci fatti umani sfuggono alle determinazioni matematiche\u201d e che \u201cdov&#8217;\u00e8 impossibile calcolare, bisogna suggerire\u201d<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-3-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-3\">3<\/a><\/span>. Ora, mi sembra che nel caso dell\u2019argomento che qui ci interessa la necessit\u00e0 di \u201csuggerire\u201d sia davvero massima. Che cosa si intende per percezione dell\u2019\u201caltro\u201d? Esiste <span style=\"font-style: italic;\">la<\/span> percezione dell\u2019\u201caltro\u201d, uguale per tutti, o si tratta di una faccenda pi\u00f9 soggettiva? E ancora, chi \u00e8 che percepisce chi? Se sono gli italiani a percepire i tedeschi, di quali italiani si tratta? Di quelli di Trento o di quelli di Palermo? O magari di quelli di Palermo emigrati a Monaco di Baviera? E quali tedeschi percepiscono? Quelli conosciuti sui libri o il collega alla catena di montaggio della Volkswagen? E se sono i tedeschi a percepire gli italiani, di che tedeschi si tratta? Del proprietario di un\u2019azienda o di un operaio? Di un protestante del nord del paese o di un cattolico del sud? Di una persona che parla per sentito dire o per esperienza diretta? Pu\u00f2 inoltre cambiare la percezione? E se cambia, come cambia?<\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">Insomma, a pensarci bene, la percezione dell\u2019\u201caltro\u201d, lontano o vicino, \u00e8 una questione decisamente complessa. Se aggiungiamo la prospettiva diacronica si converr\u00e0 con me che ci troviamo di fronte ad una tematica assai sdrucciolevole al confine tra storia, antropologia, sociologia, psicologia e scienze della comunicazione e che pone quindi non pochi problemi di approccio e di fonti. Uno dei primi (e comunque assai pochi) storici a cimentarsi in modo specifico con l\u2019argomento \u00e8 Jens Petersen. Petersen restringe il campo d\u2019indagine alle percezioni reciproche nei rapporti tra italiani e tedeschi in generale e individua la sua fonte principale nelle immagini che emergono dalla letteratura e dalla pubblicistica dei due paesi<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-4-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-4\">4<\/a><\/span>. Un\u2019operazione senz&#8217;altro corretta, ma sorge comunque il dubbio se si tratti di un quadro esauriente. Lo stesso Petersen ne \u00e8 in qualche modo consapevole<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-5-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-5\">5<\/a><\/span>. \u00c8 pur vero che il processo di produzione della rappresentazione parte per lo pi\u00f9 dalle \u00e9lite per arrivare alle masse (si pensi, per dire, a quanto hanno influito sull&#8217;immagine che i tedeschi hanno dell\u2019Italia e degli italiani gli appunti di Goethe sul suo \u201cviaggio in Italia\u201d<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-6-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-6\">6<\/a><\/span>), ma basta dar voce alle prime per avere tutto lo spettro della percezione dell\u2019\u201caltro\u201d? \u00c8 come se guardassimo la punta di un iceberg senza considerare quello che sta o, meglio, quello che avviene sotto la sua linea di galleggiamento. E questo vale soprattutto nei casi di contatto diretto tra gruppi molto diversi per lingua e tradizioni, come quando si mettono in moto consistenti flussi migratori. Fernando Devoto, autore di una importante <span style=\"font-style: italic;\">Storia degli italiani in Argentina<\/span>, parlando della percezione degli italiani nell&#8217;Argentina degli anni sessanta, giustamente secondo me afferma che \u201cnulla autorizza a passare automaticamente da una serie di stereotipi generati dalla letteratura, dal cinema e dalla televisione ad altri prodotti dall&#8217;esperienza quotidiana, ovvero a quelli che le persone si costruiscono a partire dalla vita di tutti i giorni e dalla gente che incontrano e conoscono\u201d<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-7-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-7\">7<\/a><\/span>. Devoto non fa che riprodurre uno schema ben noto alla psicologia sociale, secondo la quale esistono due livelli percettivi, quello della \u201cpercezione intergruppo\u201d e quello della \u201cpercezione interpersonale\u201d. Questo secondo livello della percezione, pur fortemente influenzato dal primo (che continua a sussistere), tende a differenziarsi da esso. Non sempre per la verit\u00e0, come vorrebbe il senso comune, in senso positivo (verso un\u2019immagine pi\u00f9 realistica e meno convenzionale dell\u2019\u201caltro\u201d). Dipender\u00e0 dalle caratteristiche della situazione di contatto (perch\u00e9, per esempio, si registri una riduzione del pregiudizio nei confronti di un altro gruppo \u00e8 necessario, tra l\u2019altro, che i membri dei due gruppi abbiano uno status uguale, che le istituzioni favoriscano il dialogo, che il contatto sia di lunga durata e che avvenga in contesti il pi\u00f9 possibile diversi)<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-8-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-8\">8<\/a><\/span>.<\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">\u00c8 fin troppo evidente come ad essere determinante nella percezione immediata dei nuovi arrivati e a condizionare il loro inserimento nel paese ospite sia la percezione intergruppo, ma a mio parere vale la pena cercare di andare oltre e vedere se e come l\u2019incontro con l\u2019\u201caltro\u201d abbia indotto delle modificazioni nella percezione reciproca. Per cogliere queste modificazioni \u00e8 necessario fare ricorso a fonti diverse da quelle utilizzate da Petersen, come per esempio interviste con e diari e memorie di emigranti, ma soprattutto, laddove siano disponibili, indagini demoscopiche o altre rilevazioni campionarie. Il rischio per\u00f2, mi pare, con buona parte di questi materiali \u00e8 quello di non lavorare su campioni rappresentativi e di dover comunque sempre maneggiare materiale di difficile interpretazione. Non \u00e8, per dire, affatto semplice rilevare la percezione reciproca (con interviste? Questionari? E come? Sottoponendo alle persone contattate elenchi di presunte caratteristiche etniche con il rischio di indirizzarne o condizionarne la scelta?) e difatti esiste un ampio dibattito su questo punto<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-9-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-9\">9<\/a><\/span>. Sandro Rinauro, profondo conoscitore di sondaggi, tiene a sottolineare come \u201cun questionario strutturato tenda a semplificare e quasi ad \u2018inventare\u2019 la realt\u00e0\u201d e come \u201cun\u2019indagine campionaria, per quanto ottima e ampia, sia solo uno degli strumenti\u201d per effettuare indagini sociali ampie e complesse<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-10-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-10\">10<\/a><\/span>. Sempre relativamente alle indagini demoscopiche, bisogner\u00e0 nel nostro caso a mio parere fare anche attenzione a distinguere tra indagini effettuate tra persone in situazione \u201cdi contatto\u201d e indagini effettuate senza questo criterio. Dare voce, per esempio, ad un tedesco che vive situazioni di contatto significativo con italiani \u00e8 ben diverso dal dare voce ad un tedesco che non ha (o ha solo rari) contatti con loro e che tender\u00e0 molto probabilmente a riprodurre la percezione intergruppo.<\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">In sintesi, ci troviamo di fronte ad un aspetto della presenza italiana all&#8217;estero senza dubbio molto importante, ma allo stesso tempo anche molto complesso e difficile da descrivere in modo soddisfacente. E forse non \u00e8 un caso che gli storici dell\u2019emigrazione manifestino sempre una certa riluttanza ad affrontare l\u2019argomento, liquidandolo abbastanza frettolosamente e assegnandogli il ruolo di nota di colore o poco pi\u00f9. Lo stesso Devoto gli dedica solo 5 delle 477 pagine che compongono la sua opera<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-11-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-11\">11<\/a><\/span>. Come gi\u00e0 rilevato da Yvonne Rieker e Roberto Sala, gli storici che si sono occupati di emigrazione italiana in Germania non si sono comportati molto diversamente<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-12-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-12\">12<\/a><\/span>. Qualcosa di pi\u00f9 hanno fatto la sociologia e la linguistica, forse pi\u00f9 attrezzate per (e in fondo anche pi\u00f9 interessate a) questo tipo di indagine. Elisabetta Mazza Moneta ha dato alle stampe nel 2000 proprio un approfondito studio sulla percezione reciproca e sui suoi riflessi sulla percezione degli italiani in Germania. La tesi dell\u2019autrice \u00e8 che la percezione reciproca, purtroppo in buona misura, come vedremo, negativa, abbia giocato un ruolo nello scarso successo dei \u201cGastarbeiter\u201d italiani in Germania e dei loro figli<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-13-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-13\">13<\/a><\/span>. Una tesi a prima vista fin troppo logica, che pure, come cercher\u00f2 di spiegare sulla base di una serie di dati e considerazioni, presenta a mio parere qualche elemento di criticit\u00e0. In ogni caso il suo lavoro \u00e8 particolarmente utile perch\u00e9 riassume bene origini e sviluppi della percezione reciproca (e della autopercezione) di italiani e tedeschi. L\u2019autrice tenta inoltre, attraverso una ricerca sul campo che coinvolge anche alcuni italiani in Germania, di cogliere eventuali modificazioni nella percezione reciproca a seguito di un intenso e prolungato contatto con l\u2019\u201caltro\u201d, un punto che qui ci sta molto a cuore e sul quale torneremo.<\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">Detto della difficolt\u00e0 di rendere la percezione reciproca nel rapporto tra italiani e tedeschi sia in generale sia soprattutto nel caso specifico del contatto diretto a seguito dell\u2019emigrazione italiana in Germania, cercher\u00f2 di tratteggiare qui in ogni caso almeno la punta dell\u2019iceberg (la percezione intergruppo) tentando di cogliere, laddove possibile, anche qualcosa della sua parte sommersa (la percezione interpersonale a seguito del contatto diretto) e di azzardare qualche nuova interpretazione. Per far ci\u00f2 mi sembra opportuno allargare un po\u2019 lo sguardo anche al periodo che va dall&#8217;unit\u00e0 d\u2019Italia alla seconda guerra mondiale comprendendo quindi un secolo e pi\u00f9 di emigrazione italiana di massa in Germania (che inizia infatti, com&#8217;\u00e8 ampiamente noto, gi\u00e0 sul finire dell\u2019Ottocento, pur se in forme diverse da quelle di et\u00e0 repubblicana)<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-14-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-14\">14<\/a><\/span>. \u00c8 a mio parere la natura stessa dell\u2019argomento a suggerire di non appiattire l\u2019analisi sugli ultimi decenni e di evidenziare invece continuit\u00e0 e discontinuit\u00e0 nel lungo periodo.<\/p>\n<p class=\"paragrafo-3-asei\" align=\"justify\"><strong>2. &#8211; Per un approccio interdisciplinare: stereotipi, pregiudizi e rapporti tra gruppi secondo la psicologia sociale <\/strong><\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">Prima di iniziare ad osservare da vicino la percezione reciproca nei rapporti tra italiani e tedeschi, ritengo sia utile, per una migliore comprensione del fenomeno che si vuole descrivere, tornare brevemente alla prima domanda che ci siamo posti, vale a dire che cosa si intenda esattamente per percezione dell\u2019\u201caltro\u201d.<\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">Per il sociologo Marshall Singer, la percezione \u00e8 una operazione mediante la quale \u201cun individuo seleziona, valuta e organizza gli stimoli dell\u2019ambiente esterno.\u201d Pur esistendo una \u201crealt\u00e0\u201d oggettiva al di l\u00e0 della percezione, \u201cin termini di comportamento umano, esiste (per la gente) solo una realt\u00e0 soggettiva \u2013 cio\u00e8 l\u2019universo come l\u2019individuo lo percepisce\u201d<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-15-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-15\">15<\/a><\/span>. Alla formazione della percezione concorrono stereotipi e pregiudizi. Per lo psicologo Bruno Mazzara lo stereotipo pu\u00f2 essere definito in generale come \u201cl\u2019insieme delle caratteristiche che si associano ad una certa categoria di oggetti\u201d (nel nostro caso, gruppi sociali)<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-16-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-16\">16<\/a><\/span>. Il pregiudizio invece, inteso genericamente, sarebbe banalmente un \u201cgiudizio precedente all&#8217;esperienza o in assenza di dati empirici\u201d<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-17-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-17\">17<\/a><\/span>. Nel caso specifico dell\u2019incontro interetnico, esso esprimerebbe la \u201ctendenza a considerare in modo ingiustificatamente sfavorevole le persone che appartengono ad un determinato gruppo sociale\u201d<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-18-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-18\">18<\/a><\/span>. Ma perch\u00e9 esistono stereotipi e pregiudizi? E perch\u00e9 condizionano cos\u00ec tanto le nostre relazioni? Sempre secondo Mazzara, essi deriverebbero<\/p>\n<blockquote>\n<p class=\"citazione-asei\" align=\"justify\">La loro forza dall&#8217;azione congiunta di almeno tre fattori. Il primo sono le caratteristiche e i limiti propri del sistema cognitivo, il quale ha da un lato la necessit\u00e0 di semplificare la realt\u00e0 e dall&#8217;altro l\u2019esigenza di avere comunque delle aspettative nei confronti delle persone e circa lo sviluppo degli eventi. Il secondo \u00e8 il bisogno di appartenenza, a sua volta miscuglio di motivazioni biologiche, psicosociali e culturali, che ci spinge con forza a riconoscerci in gruppi di nostri simili e a nutrire un\u2019avversione apparentemente spontanea e \u201cnaturale\u201d verso coloro che non condividono la nostra cultura e le nostre appartenenze [vedi Singer, n.d.a.]. Il terzo sono le ragioni di tipo storico e sociale che di volta in volta definiscono la posizione e le funzioni di ciascun gruppo minoritario e lo stato complessivo dei rapporti tra i gruppi in una determinata societ\u00e0, nonch\u00e9 la situazione delle relazioni interetniche e internazionali<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\" style=\"font-size: 0.67em;\"><a id=\"footnote-226-19-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-19\">19<\/a><\/span>.<\/p>\n<\/blockquote>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">Pregiudizi e stereotipi fanno quindi parte integrante del nostro modo di rapportarci al mondo. Nascono e difficilmente si modificano (si vede solo quello che si conosce gi\u00e0) o addirittura si estinguono, e comunque sempre in processi di lungo e lunghissimo periodo. Spesso le caratteristiche attribuite ad un gruppo \u201caltro\u201d sono quelle che mancano o sembrano mancare al proprio. Ci si pone come \u201cnorma\u201d e si osservano, connotandole positivamente o negativamente, le deviazioni degli altri da tale \u201cnorma\u201d. Quello che si osserva degli altri non \u00e8 quindi mai tutta la verit\u00e0, ma solo quella che pi\u00f9 ci colpisce<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-20-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-20\">20<\/a><\/span>.<\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">Vale la pena di citare qui infine una delle pi\u00f9 recenti teorie sullo sviluppo degli stereotipi perch\u00e9 fornisce, a mio parere, importanti elementi per interpretare i rapporti italo-tedeschi. Secondo questa teoria gli stereotipi sarebbero \u201cdi rado completamente negativi\u201d e combinerebbero tra loro \u201ccredenze ostili e favorevoli verso il gruppo target\u201d. Questi stereotipi sarebbero la \u201cconseguenza di relazioni strutturali tra gruppi in rapporto a due dimensioni fondamentali: lo status socioeconomico e il tipo di interdipendenza (cooperativa o competitiva)\u201d. Queste relazioni strutturali genererebbero, a loro volta, \u201cdue dimensioni di contenuti dello stereotipo \u2013 rispettivamente la <span style=\"font-style: italic;\">competenza <\/span> percepita e la <span style=\"font-style: italic;\">simpatia <\/span>\u2013 che in genere sono correlate negativamente tra loro. In altre parole, l\u2019outgroup (il gruppo diverso da quello di appartenenza) verrebbe in genere percepito come competente <span style=\"font-style: italic;\">o<\/span> simpatico, ma non competente <span style=\"font-style: italic;\">e<\/span> simpatico\u201d. Esisterebbero quindi \u201cdue forme prevalenti di pregiudizio: <span style=\"font-style: italic;\">paternalistico<\/span> (nei confronti di gruppi di basso status, che sono visti come simpatici ma incompetenti) e <span style=\"font-style: italic;\">invidioso<\/span> (nei confronti di gruppi di alto status, che sono visti come competenti ma antipatici)\u201d. Si tratta di una teoria che gli autori ritengono applicabile soprattutto alle culture democratiche contemporanee, perch\u00e9 in tempi di democrazia matura non sarebbe \u201cconsiderata legittima l\u2019espressione di atteggiamenti puramente ostili\u201d<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-21-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-21\">21<\/a><\/span>.<\/p>\n<p class=\"paragrafo-3-asei\" align=\"justify\"><strong>3. &#8211; Percezioni a confronto prima della Grande Guerra<\/strong><\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">Mazza Moneta ricorda come la percezione intergruppo che gli italiani ancora oggi hanno dei tedeschi sia notoriamente ricca di immagini che risalgono a Tacito e a Cesare: i tedeschi sarebbero tutti biondi, grandi, dagli occhi azzurri, forti, coraggiosi, guerrieri, persone semplici rispettose delle tradizioni, grandi bevitori, molto aggressivi e rispettosi dell\u2019autorit\u00e0. Un quadro che rivela rispetto ma che lascia trapelare anche un forte timore dell\u2019\u201caltro\u201d, un timore confermato da secoli di vicende belliche tra i due popoli (che vedranno, tra l\u2019altro, sempre l\u2019Italia come teatro di guerra). Per tutto il medioevo i tedeschi furono considerati barbari rozzi e avventati, bevitori e mangiatori senza freni e soprattutto persone crudeli e violente. L\u2019altra faccia della medaglia era una notevole ammirazione per la loro disciplina e la loro arte della guerra. L\u2019unica consolazione per gli italiani era quella di contrapporre a tanta straripante dimostrazione di forza, la propria presunta superiore raffinatezza intellettuale. Anche la Riforma protestante gioc\u00f2 contro una migliore percezione reciproca, con i tedeschi bollati come \u201canticristi\u201d. Solo con la diffusione delle idee illuministe e romantiche (alla base, tra l\u2019altro, del Risorgimento italiano) e l\u2019ammirazione per le opere di Goethe, Schiller e Wagner la percezione della Germania e dei tedeschi inizi\u00f2 a diventare meno a senso unico rimanendo peraltro essenzialmente negativa<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-22-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-22\">22<\/a><\/span>.<\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">Alle soglie della prima emigrazione di massa italiana in Germania (fine dell\u2019Ottocento), anche i tedeschi avevano sempre percepito l\u2019\u201caltro\u201d italiano come un nemico, ma con la decisiva differenza che si trattava di un nemico inferiore, mai distintosi per particolari doti fisiche e guerresche. Se non gli italiani, i tedeschi impararono peraltro ben presto ad amare l\u2019Italia. L\u2019et\u00e0 dell\u2019oro dell\u2019immagine dell\u2019Italia in Germania \u00e8 quella del periodo del barocco, quando nelle corti si parlava italiano e si invitavano oltralpe pittori, stuccatori, architetti, musicisti ed attori. L\u2019ammirazione per le arti italiane non si riverberava per\u00f2 come detto sull&#8217;immagine degli italiani in s\u00e9, che tra Sette e Ottocento erano visti dai viaggiatori tedeschi in Italia come pigri, sporchi e truffatori, l\u2019esatto contrario dei tedeschi che si consideravano precisi, ordinati, lavoratori. Peraltro si concedeva agli italiani di essere molto belli, pieni di temperamento, vivaci (anche se un po\u2019 troppo rumorosi\u2026)<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-23-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-23\">23<\/a><\/span>.<\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">Un riscontro di questa percezione intergruppo cos\u00ec ambivalente degli italiani da parte dei tedeschi sul finire dell\u2019Ottocento si pu\u00f2 osservare in occasione di due eventi successivi verificatisi ad Amburgo tra il 1895 e il 1896. Nel 1895 venne allestita nella citt\u00e0 anseatica un\u2019esposizione \u201cItalia ad Amburgo\u201d che nelle intenzioni degli organizzatori avrebbe dovuto mostrare agli amburghesi \u201cgli usi e costumi del popolo italiano cos\u00ec come le sue splendide ricchezze paesaggistiche ed architettoniche\u201d. Vennero a tal scopo ricostruiti in un grande spazio aperto nel centro cittadino alcuni dei monumenti pi\u00f9 significativi della penisola nonch\u00e9 addirittura un quartiere veneziano completo di canali navigabili. Per animare il tutto con \u201cvere scene di vita italiana\u201d, vennero fatti arrivare dall&#8217;Italia circa 480 italiani. Questi ultimi avrebbero dovuto mettere in scena \u201cautentici tipi popolari italiani\u201d, e segnatamente (e, aggiungerei, significativamente) \u201ccantanti, bandisti e suonatori di mandolino, illusionisti, maghi e indovine, finti soldati, preti, falsi [sic!] banditi siciliani e Lazaroni [cos\u00ec nell&#8217;originale tedesco, n.d.a.], pescatori, pastori, danzatrici di strada, venditori ambulanti di prodotti provenienti dall&#8217;area del mediterraneo e in special modo dalla penisola\u201d<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-24-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-24\">24<\/a><\/span>. L\u2019Italia quindi come paese mitico per la sua storia gloriosa, quasi bucolico per la dolcezza del suo clima e non a caso abitato da genti soprattutto allegre e calorose (i cantanti, i teatranti, i suonatori e le danzatrici), anche se un po\u2019 bigotte (i preti) e credulone (i maghi e le indovine), individualiste e antisistema (i banditi e i lazzaroni) e in ogni caso povere (pescatori, pastori, venditori ambulanti). La dimensione negativa della percezione intergruppo, qui gi\u00e0 chiaramente presente, pur in un contesto che sottolinea gli aspetti positivi dell\u2019italianit\u00e0 percepita, venne prepotentemente alla luce l\u2019anno successivo. Nel 1896 diversi datori di lavoro amburghesi minacciarono i portuali in sciopero di far arrivare dall&#8217;Italia dei crumiri. Il 25 novembre un giornale vicino ai lavoratori scrisse che \u201cil lavoratore italiano \u00e8 culturalmente arretrato e costa meno perch\u00e9 non avanza le pretese di un lavoratore tedesco. Si accontenta di un alloggio comune, pu\u00f2 fare a meno della pulizia e non sostiene le spese di un lavoratore locale con famiglia, dal momento che spende meno di affitto e nulla per la propria igiene personale \u2026 Chi conosce i quartieri italiani delle grandi metropoli come NY, sa quanta miseria, sporcizia e criminalit\u00e0 vi si annidino\u201d<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-25-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-25\">25<\/a><\/span>. In realt\u00e0, questi crumiri, pi\u00f9 volte annunciati, non arriveranno mai.<\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">Se queste sono le immagini che circolavano nella letteratura e sui mezzi di informazione, qual era la percezione degli italiani di chi li conosceva da vicino? Il contatto diretto a seguito dell\u2019evento migratorio come si riverber\u00f2 sulla percezione dei singoli? Qualche indizio in questo senso ce lo d\u00e0 Ren\u00e9 Del Fabbro, studioso dell\u2019emigrazione italiana verso la Germania Guglielmina. Del Fabbro riporta i commenti di imprenditori e commissari governativi che vennero in contatto diretto con operai italiani. Come era lecito prevedere, ne risult\u00f2 una percezione diversa degli italiani. Come abbiamo gi\u00e0 detto, il contatto genera un cortocircuito tra le attese e l\u2019esperienza che, a seconda delle condizioni in cui avviene, pu\u00f2 migliorare o peggiorare la percezione. In questo caso, essa si fece pi\u00f9 articolata e in parte pi\u00f9 favorevole agli italiani, percepiti sempre come provenienti da un livello socioculturale pi\u00f9 basso, ma anche come primi nella \u201cclassifica\u201d degli stranieri presenti nel Reich, inoltre ubbidienti, gran lavoratori, intelligenti, dai comportamenti sobri. Tra l\u2019altro si inizi\u00f2 a distinguere gli italiani per provenienza regionale, dando giudizi differenziati per esempio su lavoratori friulani ed abruzzesi. Ma \u00e8 evidente che queste poche voci non sono rappresentative, come riconosce lo stesso Del Fabbro, di quella che poteva essere la percezione dell\u2019italiano immigrato da parte, per dire, dei suoi colleghi o dei suoi vicini di casa tedeschi. Ancora pi\u00f9 difficile risulta, per mancanza di fonti, dare un\u2019idea di come gli italiani emigrati vedessero la Germania e i tedeschi. I pochissimi documenti disponibili, comunque, trasmettono un\u2019immagine dei tedeschi caratterizzata da ordine, pulizia, disciplina e correttezza<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-26-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-26\">26<\/a><\/span>.<\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">Tornando al livello intergruppo, la dimensione negativa della percezione generale cos\u00ec fortemente ambivalente degli italiani, ritenuti in fondo culturalmente arretrati e pronti a tutto, sembr\u00f2 agli occhi dei tedeschi trovare conferma nel comportamento tenuto dagli italiani in occasione della prima guerra mondiale, quando l\u2019Italia, a lungo vicina alla Germania, scelse dapprima la neutralit\u00e0 e poi di schierarsi con la parte avversa. L\u2019immagine gi\u00e0 poco felice degli italiani si arricch\u00ec, per cos\u00ec dire, in quegli anni di un nuovo stereotipo, quello dell\u2019italiano \u201ctraditore\u201d. Anche la percezione intergruppo dei tedeschi da parte degli italiani venne peraltro fortemente influenzata dalla Grande Guerra. Riemerse con forza la paura atavica del tedesco invasore e violento. Ma, ancora una volta, probabilmente, il rapporto tra emigranti e societ\u00e0 tedesca era molto pi\u00f9 sfumato e, a quanto pare, pi\u00f9 positivo. Tant&#8217;\u00e8 che Ren\u00e9 Del Fabbro registra come, pur in presenza di sentimenti ostili nei confronti degli italiani rimasti, essi potessero continuare a vivere e lavorare in Germania senza particolari difficolt\u00e0. E ancor pi\u00f9 significativo \u00e8 il fatto che agli inizi del 1918 il Ministero bavarese della guerra avesse iniziato una campagna di reclutamento di lavoratori nell&#8217;Italia occupata e che il reclutamento avvenisse su base volontaria e non forzata come, per esempio, in Belgio<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-27-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-27\">27<\/a><\/span>.<\/p>\n<p class=\"paragrafo-3-asei\" align=\"justify\"><strong>4. &#8211; Percezioni a confronto tra le due guerre<\/strong><\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">Anche con l\u2019avvento del fascismo e la conquista del potere da parte di Hitler, grande ammiratore di Mussolini e del suo movimento, a livello intergruppo gli italiani continuarono a essere giudicati per lo pi\u00f9 negativamente, bench\u00e9 in modo, per cos\u00ec dire, \u201cmascherato\u201d. In tempi di Asse e Patto d\u2019acciaio i due governi vararono una politica culturale di avvicinamento dei due popoli. Ad Amburgo, per esempio, questa politica culturale culmin\u00f2 nell&#8217;organizzazione nel 1941 di una \u201cSettimana d\u2019arte italo-tedesca\u201d ripetuta poi nel 1942 e nuovamente nel 1943. Gli italiani, fino a pochi anni addietro percepiti come sporchi, criminali, culturalmente arretrati e traditori, vennero improvvisamente riabilitati in articoli, esposizioni, conferenze, film. Si trattava peraltro di un\u2019immagine \u201cripulita\u201d calata dall&#8217;alto per ragion di Stato. Gli stessi vertici del regime nazista non la condividevano veramente ritenendo gli italiani, tra l\u2019altro, \u201csospetti dal punto di vista razziale\u201d. Hitler, com\u2019\u00e8 noto, avrebbe preferito come alleati in una guerra contro il bolscevismo gli inglesi, molto pi\u00f9 \u201cariani\u201d degli italiani<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-28-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-28\">28<\/a><\/span>. La guerra e le d\u00e9bacle militari italiane misero a dura prova l\u2019opera di cosmesi cui era stata sottoposta la percezione intergruppo. Il finto idillio venne rotto definitivamente dall&#8217;armistizio dell\u20198 settembre del 1943. Per i tedeschi gli italiani tornarono ad essere \u201cufficialmente\u201d incapaci ed infidi.<\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">Anche in questo caso resta la difficolt\u00e0 di dare conto delle tante sfumature della percezione interpersonale prodotte dal contatto diretto a seguito dei consistenti flussi di italiani verso il Reich tra la fine degli anni trenta e il 1945 (lavoratori civili tra il 1937 e il 1943 e poi soprattutto soldati deportati). Le fonti peraltro si fanno un po\u2019 meno rade e qualitativamente pi\u00f9 interessanti. Il quadro dei rapporti interpersonali che emerge in particolare dagli studi di storia orale di Cesare Bermani, pare caratterizzato da ammirazione per la modernit\u00e0 (soprattutto di costumi) tedesca da parte dei lavoratori italiani<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-29-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-29\">29<\/a><\/span> e da una considerazione molto bassa degli stessi da parte dei tedeschi<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-30-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-30\">30<\/a><\/span>, influenzati peraltro pi\u00f9 da fattori contingenti come lo scarso apporto italiano alla guerra (con gli italiani in Germania accusati fin da subito di essere degli \u201cimboscati\u201d) e dalla firma dell\u2019armistizio (che diede nuovo vigore al clich\u00e9 dell\u2019italiano \u201ctraditore\u201d) che non da razzismo puro e semplice<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-31-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-31\">31<\/a><\/span>. Ma non tutti i tedeschi vedevano gli italiani come il fumo negli occhi. Sempre Bermani, rileva, per dire, ottimi rapporti tra le donne tedesche e i lavoratori italiani<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-32-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-32\">32<\/a><\/span>.<\/p>\n<p class=\"paragrafo-3-asei\" align=\"justify\"><strong>5. &#8211; Percezioni a confronto nella seconda met\u00e0 del Novecento <\/strong><\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">Veniamo cos\u00ec all&#8217;ultima fase dell\u2019emigrazione di massa verso la Germania, che inizia verso la fine degli anni cinquanta per avere termine alla met\u00e0 degli anni settanta. Se per le fasi storiche precedenti la percezione intergruppo si poteva ricostruire per lo pi\u00f9 a partire dalle immagini veicolate dalla letteratura e dalla pubblicistica senza poterne peraltro verificare pi\u00f9 di tanto la diffusione tra le masse, ora sono disponibili nuove fonti che permettono di cogliere anche il sentire della \u201cgente\u201d.<\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">A partire dagli anni cinquanta, diversi sociologi e, pi\u00f9 avanti, anche numerosi istituti demoscopici per conto della Comunit\u00e0 Europea<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-33-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-33\">33<\/a><\/span>, iniziarono ad analizzare, tramite vari sondaggi (peraltro non sempre rappresentativi), con sempre pi\u00f9 attenzione le percezioni reciproche tra i popoli europei in generale e anche tra italiani e tedeschi in particolare.<\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">Nel 1953, qualche anno prima dell\u2019avvio della nuova fase di emigrazione di massa in Germania, in un sondaggio sulla percezione di diversi popoli (europei e non) da parte dei tedeschi, gli italiani venivano percepiti in particolare come persone \u201cdal sangue caldo\u201d<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-34-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-34\">34<\/a><\/span> (risposta data dall\u201986,3% degli 881 intervistati. Anche altri popoli venivano percepiti soprattutto come tali, ma gli italiani lo erano pi\u00f9 di tutti), \u201cmusicali\u201d (72,7%), \u201cspensierati\u201d (71,2%), \u201cvivaci\u201d (69,8%), un popolo con tante \u201cbelle donne\u201d (68,3%), ma anche \u201csporchi\u201d (66,2%) e \u201cpoco costanti\u201d (66,2%)<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-35-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-35\">35<\/a><\/span>. Queste, come le altre caratteristiche attribuite agli italiani confermano in sostanza l\u2019ambivalenza della percezione precedente, belli e simpatici, ma un po\u2019 arretrati e poco affidabili. Impressiona il fatto che le caratteristiche \u201cpoco costanti\u201d, \u201cinaffidabili\u201d, \u201cpigri\u201d e \u201cnoncuranti\u201d vengano attribuite solamente agli italiani. Un quadro che, come mostra bene Mazza Moneta, trova sostanzialmente riscontro anche in sondaggi successivi<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-36-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-36\">36<\/a><\/span>. L\u2019immagine appena delineata \u00e8 ben presente anche nella letteratura, anche se soprattutto nelle opere che tematizzano l\u2019emigrazione e non in quelle ambientate in Italia<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-37-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-37\">37<\/a><\/span>. Un po\u2019 diversa parrebbe l\u2019immagine degli italiani che emerge dalla pubblicistica. A partire dagli anni cinquanta sui giornali continuano a circolare gli stereotipi dell\u2019italiano un po\u2019 arretrato e dal sangue caldo, ma prevalgono letture pi\u00f9 positive che sottolineano invece l\u2019altra faccia dell\u2019italianit\u00e0: la simpatia, la cordialit\u00e0, il calore umano e anche la voglia di lavorare<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-38-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-38\">38<\/a><\/span>. I motivi risiedono probabilmente da una parte nel fatto che la forza lavoro italiana \u00e8 benvenuta per far girare il motore del boom economico e dall&#8217;altra si rinforza, grazie alle vacanze di massa in Italia, il mito dell\u2019Italia e dell\u2019\u201carte di vivere\u201d degli italiani. Italiani per la verit\u00e0 un po\u2019 idealizzati, tant&#8217;\u00e8 che, come abbiamo visto, le masse paiono ancora molto affezionate ai vecchi stereotipi. Nel 1973 gli italiani risultano, tra i Gastarbeiter, il gruppo straniero pi\u00f9 antipatico (15%, di poco davanti ai turchi con il 14%, ma molto meno considerati di jugoslavi, spagnoli e greci con rispettivamente il 3, 3 e 4%)<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-39-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-39\">39<\/a><\/span>. Come ha giustamente rilevato Sandro Rinauro, bisogna comunque tenere presente che gli italiani rappresentavano all&#8217;epoca il gruppo straniero pi\u00f9 numeroso e \u201cchi non nutriva simpatie per gli stranieri in generale andava col pensiero innanzitutto agli italiani\u201d<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-40-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-40\">40<\/a><\/span>. Che si tratti di una riflessione corretta, diventa evidente considerando i risultati dello stesso sondaggio effettuato a distanza di dieci anni. Nel 1983 i pi\u00f9 antipatici risultavano essere di gran lunga i turchi (46%), che infatti erano da tempo la maggioranza degli stranieri in Germania. Gli italiani comunque continuano a non godere di grande stima da parte degli intervistati (secondi, tra i pi\u00f9 antipatici, con il 9%, prima di jugoslavi, greci e spagnoli al 4%)<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-41-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-41\">41<\/a><\/span>.<\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">Anche per quanto concerne la percezione dei tedeschi da parte degli italiani negli stessi anni, si pu\u00f2 osservare una notevole continuit\u00e0 di fondo con le immagini precedenti. Mazza Moneta riporta un sondaggio del 1977 su come gli italiani vedevano i tedeschi da cui risulta che i secondi erano percepiti in particolare come \u201cdiligenti\u201d, \u201caffidabili\u201d, \u201ccoscienziosi\u201d e \u201cpi\u00f9 attivi\u201d degli italiani. Essi avrebbero avuto inoltre \u201csenso dell\u2019ordine e della disciplina\u201d e appreso fin da piccoli ad essere ubbidienti. Avrebbero poi eseguito gli ordini \u201csenza discutere\u201d. Da quest\u2019ultima caratteristica sarebbe dipesa peraltro anche l\u2019incapacit\u00e0 di \u201cpensare democraticamente\u201d, nonch\u00e9 \u201cottusit\u00e0\u201d e \u201cmancanza di flessibilit\u00e0\u201d. Il nazionalsocialismo era sentito come un fenomeno \u201ctipicamente\u201d tedesco per via della corrispondenza delle sue teorie con la mentalit\u00e0 tedesca. I tedeschi erano anche percepiti come \u201cfieri\u201d, \u201caggressivi\u201d e sempre \u201cpronti alla guerra\u201d. Scarse infine le loro abilit\u00e0 relazionali, dato che erano visti, tra l\u2019altro, come \u201criservati\u201d, \u201cfreddi\u201d, \u201csenza cuore\u201d. Un quadro sostanzialmente anche questo confermato da indagini successive<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-42-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-42\">42<\/a><\/span>, dalle immagini veicolate dalla letteratura (in particolare quella che tematizza l\u2019esperienza tragica della seconda guerra mondiale) e finanche dai fumetti. Insomma, come ben sintetizza Mazza Moneta, una percezione ambivalente che attribuisce ai tedeschi caratteristiche ideali se rapportate ad un ambito lavorativo, ma caratteristiche per lo pi\u00f9 negative in ambito relazionale. In sostanza, l\u2019opposto degli italiani<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-43-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-43\">43<\/a><\/span>.<\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">Se questa \u00e8 la percezione intergruppo con cui dovettero fare i conti gli immigrati italiani in Germania, \u00e8 lecito chiedersi se e come queste immagini influissero sul loro inserimento nella societ\u00e0 tedesca. Se per esempio un contatto intenso e prolungato tra datori di lavoro e colleghi tedeschi da una parte e lavoratori italiani dall&#8217;altra non intervenisse a modificare almeno parzialmente questa percezione reciproca consentendo un rapporto in fondo non eccessivamente problematico. Purtroppo non esistono molte di queste indagini condotte tra italiani in Germania e tra tedeschi che abbiano avuto contatti significativi con i primi. Mazza Moneta ritiene, sulla base di un suo sondaggio tra tedeschi e italiani a Darmstadt e italiani in Italia, che tale percezione non sarebbe sostanzialmente mutata di molto e fa discendere da qui la sua gi\u00e0 menzionata tesi dell\u2019influenza della stessa sulle difficolt\u00e0 di inserimento degli italiani in Germania. Come detto in apertura, mi sembra una tesi che presenta qualche elemento di criticit\u00e0. Un po\u2019 perch\u00e9 se \u00e8 vero che una percezione negativa, per dire, delle qualit\u00e0 lavorative degli italiani pu\u00f2 condizionare un datore di lavoro tedesco, non \u00e8 detto che le cose vadano poi sempre avanti cos\u00ec. E lo stesso pu\u00f2 valere in altri ambiti. La stessa autrice deve tra l\u2019altro ammettere che, sulla base del suo sondaggio, la percezione dei tedeschi da parte degli italiani residenti in Germania sembra in effetti differenziarsi da quella degli italiani residenti in Italia su tre punti: intanto cade completamente lo stereotipo del tedesco grande, biondo e dagli occhi azzurri, ma soprattutto vengono accostati molto meno spesso all&#8217;immagine dei tedeschi temi come razzismo, violenza, paura e xenofobia, e spariscono del tutto i riferimenti al nazionalsocialismo, molto frequenti tra gli intervistati in Italia<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-44-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-44\">44<\/a><\/span>. Non mi sembrano cambiamenti di cos\u00ec poco conto. Anche per quanto riguarda la percezione che i tedeschi avevano degli immigrati italiani, il dato rispecchierebbe quello sugli italiani in genere. Ma pure qui intravedo delle possibili criticit\u00e0. Se intervistare italiani in Germania vuol dire lavorare su un gruppo inevitabilmente \u201cdi contatto\u201d, intervistare, come fa l\u2019autrice, tedeschi che non abbiano necessariamente avuto rapporti significativi con italiani, vuol dire esporsi al rischio di continuare a dar voce alla percezione intergruppo. Infine, come la stessa autrice sottolinea nelle prime pagine del suo lavoro, la sua indagine non \u00e8 rappresentativa<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-45-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-45\">45<\/a><\/span>.<\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">Insomma, non mi sentirei di escludere che a livello di contatto la percezione reciproca non abbia conosciuto delle modificazioni anche importanti consentendo un inserimento certo non facile, ma nemmeno cos\u00ec drammatico come, tra l\u2019altro, spesso viene dipinto. Un\u2019ipotesi corroborata da due fonti: la prima, le relazioni annuali sull&#8217;inserimento dei Gastarbeiter inviate tra anni sessanta ed anni settanta dalle Agenzie del lavoro dei L\u00e4nder all\u2019Agenzia federale del lavoro, in cui l\u2019atteggiamento dell\u2019opinione pubblica nei confronti degli stranieri (sempre attentamente monitorato) viene descritto in termini per lo pi\u00f9 positivi. A condizionare negativamente gli umori della gente erano soprattutto fattori contingenti come la crisi economica del 1967 e non tanto stereotipi e pregiudizi. \u00c8 pur vero che le relazioni registrano anche, con il passare degli anni, una certa preferenza dei datori di lavoro tedeschi per operai di altra nazionalit\u00e0 rispetto agli italiani, ma questa viene ricondotta esclusivamente all&#8217;abitudine diffusa tra i Gastarbeiter provenienti dalla penisola di cambiare spesso posto di lavoro alla ricerca di un maggior guadagno<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-46-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-46\">46<\/a><\/span>; la seconda, i risultati di un vasto sondaggio d\u2019opinione a campione rappresentativo (1.398 maschi emigrati per motivi di lavoro e poi rimpatriati) sull&#8217;immagine della Germania tra gli emigranti italiani realizzato tra il 1972 e il 1973 dalla Doxa per conto del ministero italiano degli Esteri e del ministero del Lavoro e degli affari sociali della RFT<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-47-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-47\">47<\/a><\/span>. Ne emerge, come gi\u00e0 rilevato da Sandro Rinauro, autore di un fondamentale commento ai risultati del sondaggio, un\u2019immagine spesso positiva, anche in ambito relazionale, dei tedeschi, che contrasta con la percezione intergruppo che abbiamo visto: essi risultavano infatti \u201camichevoli e alla mano\u201d per il 67% degli intervistati, \u201cchiusi e riservati\u201d per il 20,9% e solo per il 10,9% \u201cscortesi e sprezzanti\u201d<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-48-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-48\">48<\/a><\/span>. Inoltre il giudizio era tanto pi\u00f9 positivo quanto pi\u00f9 elevata era la qualifica dell\u2019immigrato italiano e maggiore la durata della sua permanenza in Germania. Per Rinauro peraltro questo gradimento \u201cnon scaturiva tanto dalla natura e dalla qualit\u00e0 dei rapporti reciproci\u201d, scarsi al di fuori del luogo di lavoro, \u201cma piuttosto da aspetti positivi del carattere e della formazione culturale e professionale dei tedeschi\u201d<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-49-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-49\">49<\/a><\/span>. La percezione positiva dell\u2019\u201caltro\u201d viene fatta discendere, in sostanza, dal rapporto del migrante italiano (spesso proveniente da piccoli centri agricoli di aree depresse) con un mondo del lavoro e, pi\u00f9 in generale, con un sistema sociale, egualitario, efficiente e meritocratico<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-50-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-50\">50<\/a><\/span>. Certamente il contesto ebbe un peso rilevante nella ri-definizione della percezione, ma non sottovaluterei i rapporti sul luogo di lavoro, pur sempre di grande intensit\u00e0 e durata e quindi a mio parere altrettanto decisivi. Come che sia, il sondaggio ci rivela come le immagini veicolate dai media non sempre rispecchino quelle degli individui, soprattutto quando questi ultimi entrano significativamente in contatto con l\u2019\u201caltro\u201d. Il risultato, almeno in questo caso, \u00e8 stata una modificazione in senso positivo della loro percezione<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-51-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-51\">51<\/a><\/span>. Inoltre il sondaggio sembra relativizzare in parte anche un fenomeno, quello della discriminazione degli italiani, molto sottolineato dai lavori dedicati all&#8217;emigrazione italiana in Germania. Uno dei momenti paradigmatici di questa discriminazione \u00e8 l\u2019esclusione degli italiani da alcuni locali pubblici, ma alla domanda su quale fosse \u201cil peggior ricordo\u201d riportato a casa dalla RFT, solo lo 0,4% degli intervistati dichiar\u00f2 di aver incontrato questo problema (anche potendo dare pi\u00f9 di una risposta). Anche altri dati stridono un po\u2019 con l\u2019immagine di un inserimento sempre molto problematico a causa dei pregiudizi della societ\u00e0 tedesca. La \u201cscarsa considerazione da parte dei tedeschi\u201d viene, tra i peggiori ricordi, solo all\u20198\u00b0 posto con il 4,4% delle risposte (prima, con grande margine, \u00e8 la risposta \u201cnon ho ricordi spiacevoli\u201d con il 33%). Vale infine la pena segnalare come l\u20191,2% degli italiani si sentisse in dovere di segnalare tra i peggiori ricordi anche il \u201ccomportamento scorretto e rozzo\u201d dei connazionali. Questi dati devono, mi pare, mettere in guardia tutti coloro che si occupano di emigrazione italiana in Germania dal non finire per riproporre acriticamente a loro volta dei clich\u00e9. Insomma, il sondaggio Doxa, pur non con tutti i limiti che pu\u00f2 avere, mi sembra che dia diversi spunti per tornare a riflettere su quella che \u00e8 stata l\u2019esperienza degli emigranti italiani in Germania. Mancano purtroppo, a quanto mi consta, simili indagini effettuate tra i tedeschi, ma sono abbastanza convinto che anch&#8217;esse avrebbero rivelato dimensioni altrettanto inedite dell\u2019incontro tra immigrati italiani e societ\u00e0 tedesca.<\/p>\n<p class=\"paragrafo-3-asei\" align=\"justify\"><strong>6. &#8211; La percezione reciproca tra la fine del XX e gli inizi del XXI secolo <\/strong><\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">Dopo l\u2019esaurirsi, negli anni settanta, del flusso migratorio di massa italiano verso la Germania, soprattutto tra anni ottanta e novanta, la percezione reciproca nei rapporti tra italiani e tedeschi si evolve rapidamente. Sul versante tedesco, sembrerebbe, in senso per lo pi\u00f9 positivo. <span class=\"char-style-override-2\">\u00c8<\/span> innegabile che l\u2019immagine degli italiani in generale e degli italiani residenti in Germania in particolare abbia tratto vantaggio da una serie di fattori: la gi\u00e0 menzionata ammirazione dei tedeschi per l\u2019Italia tradottasi a partire dal secondo dopoguerra in decenni di viaggi nella penisola e nel tentativo di ricreare in patria un po\u2019 di presunta \u201cdolce vita\u201d (modificando in parte comportamenti e, soprattutto, abitudini alimentari); la fine, come si diceva, dell\u2019immigrazione e con ci\u00f2 dei timori di \u201cinvasione\u201d del paese da parte degli italiani; il trasferimento di questi timori su altri gruppi di immigrati percepiti come culturalmente ancora pi\u00f9 distanti (africani, asiatici); lo sviluppo italiano e il suo crescente prestigio internazionale; l\u2019avvicinamento politico-istituzionale nell&#8217;ambito dell\u2019Unione Europea (gli italiani quindi come appartenenti all\u2019ingroup europeo vs. gli extraeuropei); la lenta omologazione commerciale degli usi e costumi in Occidente. Non stupisce che in base a un sondaggio del 1992 gli italiani continuino ad essere visti come \u201cpieni di temperamento\u201d e \u201cpoco accurati\u201d, ma per la prima volta anche \u201cdiligenti\u201d, \u201cpuliti\u201d e \u201cmoderni\u201d<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-52-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-52\">52<\/a><\/span>. Secondo un sondaggio sulla fiducia reciproca tra i 15 popoli europei condotto per Eurobarometro nel 1996, i tedeschi mettono gli italiani al nono posto<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-53-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-53\">53<\/a><\/span>. Non tra i primi, ma nemmeno tra gli ultimi come era stato in passato<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-54-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-54\">54<\/a><\/span>. Per Rieker e Sala, gli anni pi\u00f9 recenti sarebbero caratterizzati da una tendenza ad \u201cidealizzare l\u2019immigrazione italiana in Germania\u201d, laboriosa e apportatrice di gradite novit\u00e0 (caff\u00e8 espresso, gelaterie, pasta ecc.). L\u2019immigrato italiano sarebbe diventato \u201cuna figura non solo accettata ma connotata positivamente in modo esplicito e non casualmente anche in film e in una popolare serie televisiva. L\u2019italiano \u00e8 lo straniero buono, integrato\u201d. I due autori rilevano come questo pregiudizio positivo figlio del mito della \u201cdolce vita\u201d abbia in realt\u00e0 probabilmente solo messo in ombra pregiudizi negativi tuttora esistenti<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-55-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-55\">55<\/a><\/span>. Forse non \u00e8 un caso che nel 2008 alla televisione tedesca siano strati mostrati spot di una catena di negozi di elettrodomestici che, per pubblicizzare tv color in occasione degli europei di calcio, ha pescato a piene mani tra i peggiori stereotipi anti-italiani (grezzi, maschilisti, donnaioli e abituati a truffare il prossimo)<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-56-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-56\">56<\/a><\/span>. Molto probabilmente il messaggio \u00e8 stato volutamente esasperato per fare notizia, ma evidentemente i pubblicitari sapevano di richiamare immagini ancora largamente diffuse.<\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">Questo ed altri episodi<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-57-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-57\">57<\/a><\/span> sembrano segnalare un peggioramento negli ultimissimi anni della percezione degli italiani da parte dei tedeschi. \u00c8 la tesi esposta nel 2008 da Gian Enrico Rusconi in un libro dal titolo <span style=\"font-style: italic;\">Estraniazione strisciante tra Italia e Germania<\/span>?<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-58-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-58\">58<\/a><\/span>. Secondo Rusconi la causa di questa \u201cestraniazione\u201d sarebbe soprattutto, dopo anni di generale intesa italo-tedesca, \u201cuna Germania riunificata sempre pi\u00f9 sicura di s\u00e9\u201d e la refrattariet\u00e0 dei tedeschi per \u201cil fenomeno Berlusconi\u201d che avrebbe riattivato \u201cvecchi giudizi e pregiudizi sugli italiani come tali, o sulla maggioranza di essi che \u2013 tramite il berlusconismo \u2013 si sarebbero rivelati (o confermati) dilettanteschi, superficiali, tendenzialmente proni all&#8217;illegalit\u00e0 e succubi della televisione\u201d<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-59-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-59\">59<\/a><\/span>. Questa dell\u2019\u201cestraniazione\u201d non \u00e8, per la verit\u00e0, una tesi condivisa da tutti. Nello stesso libro summenzionato, lo storico Hans Woller afferma come i rapporti politici tra i due paesi, lungi dall&#8217;aver conosciuto un\u2019et\u00e0 dell\u2019oro ora finita, siano stati improntati sempre solo ad una \u201cdistesa normalit\u00e0\u201d e come sia \u201ctutto da dimostrare che Berlusconi abbia effettivamente annullato e invertito la tendenza, ormai in atto da tempo, all&#8217;affievolimento di antiche \u2018immagini\u2019 dell\u2019Italia\u201d e che nonostante alcune \u201cprove\u201d in questo senso, vi siano anche \u201cun gran numero di contro-esempi, che risultano tanto pi\u00f9 convincenti, quando clich\u00e9s e luoghi comuni sono riconoscibili solo come reminiscenza ironico-scherzosa.\u201d Tanto pi\u00f9 che dopo la caduta del Muro i rapporti culturali si sarebbero decisamente intensificati, come mostrato, del resto, in altri contributi presenti nel libro. Woller mette anzi in guardia dal lanciare allarmi, perch\u00e9 potrebbero soffiare su un fuoco in via di spegnimento<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-60-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-60\">60<\/a><\/span>.<\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">Come la percezione intergruppo degli italiani da parte dei tedeschi, anche quella dei tedeschi da parte degli italiani, pur rimanendo sostanzialmente fedele a vecchi stereotipi, tende a migliorare leggermente nel corso degli ultimi anni. La stampa italiana, pur continuando a fare, per dire, largo uso di termini e metafore militari quando in ballo c\u2019\u00e8 la Germania e a riferire volentieri di episodi di violenza ed antisemitismo accaduti oltralpe, veicolerebbe un\u2019immagine pi\u00f9 positiva dei tedeschi<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-61-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-61\">61<\/a><\/span>. Dalla met\u00e0 degli anni novanta si registra anche qualche tentativo di revisione dei tradizionali clich\u00e9 collegati alla Germania ed ai tedeschi<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-62-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-62\">62<\/a><\/span>. Recentemente si \u00e8 molto parlato, anche questa volta sull&#8217;onda di un evento calcistico (del resto, \u00e8 soprattutto in occasione di questi momenti di intenso, anche se indiretto, \u201ccontatto\u201d che viene a galla tutto il repertorio delle immagini dell\u2019\u201caltro\u201d<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-63-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-63\">63<\/a><\/span>), in senso positivo dei successi della formazione tedesca, da tutti attribuito alla trasformazione in senso multiculturale della Germania contemporanea<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-64-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-64\">64<\/a><\/span>.<\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">Difficile dire chi tra Rusconi e Woller abbia ragione. Lo storico tedesco \u00e8 forse eccessivamente ottimista, eppure le sue affermazioni ben si accompagnano al crescente interesse per la Germania dei giovani italiani che ogni anno, nonostante il famigerato \u201cKapo\u201d rivolto da Berlusconi all&#8217;eurodeputato Schulz, scelgono quel paese per trascorrere un periodo di studio all&#8217;estero o vi si trasferiscono per motivi di lavoro. Mancano purtroppo, a quanto mi consta, studi in grado di approfondire la percezione reciproca degli italiani e dei tedeschi <span style=\"font-style: italic;\">oggi<\/span> <span style=\"font-style: italic;\">in Germania<\/span> e capire se si differenzia da quella veicolata ed amplificata dai media dei due paesi e come si riverbera sui rapporti tra i due gruppi.<\/p>\n<p class=\"paragrafo-3-asei\" align=\"justify\"><strong>7. &#8211; Conclusioni<\/strong><\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">Per concludere, vorrei ritornare sulla difficolt\u00e0 detta in apertura di rendere lo spettro delle percezioni reciproche, intergruppo e soprattutto interpersonali nei rapporti tra emigranti italiani e societ\u00e0 tedesca. La percezione \u00e8 una faccenda che sembra a prima vista cartesianamente chiara e distinta, ma poi sfuma, a ben vedere, in mille posizioni diverse nell&#8217;incontro con l\u2019\u201caltro\u201d riflettendosi in modi altrettanto differenziati sulla vita quotidiana delle persone.<\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">Nell&#8217;ovvia impossibilit\u00e0 di rendere tutte queste sfumature, vanno tenute ferme almeno alcune cose: la percezione \u00e8 un\u2019operazione mediante la quale l\u2019essere umano \u201cseleziona, valuta e organizza gli stimoli dell\u2019ambiente esterno\u201d fino a costruirsi una realt\u00e0 soggettiva non necessariamente corrispondente a quella oggettiva; la percezione dell\u2019\u201caltro\u201d sembra conoscere due livelli (in relazione tra loro), un livello \u201cintergruppo\u201d legato alle immagini veicolate dai mezzi di comunicazione e un livello \u201cinterpersonale\u201d pi\u00f9 legato all&#8217;esperienza diretta; alla formazione della percezione concorrono stereotipi e pregiudizi, strutture di pensiero dipendenti, tra l\u2019altro, dalle caratteristiche e dai limiti propri del sistema cognitivo, il quale ha da un lato la necessit\u00e0 di semplificare la realt\u00e0 e dall\u2019altro l\u2019esigenza di avere comunque delle aspettative nei confronti delle persone e circa lo sviluppo degli eventi; secondo una recente teoria di psicologia sociale, gli stereotipi sarebbero spesso ambivalenti, vale a dire combinerebbero tra loro credenze ostili e favorevoli verso il gruppo target con cui esista una relazione di dipendenza. Nei rapporti italo-tedeschi dell\u2019ultimo secolo sembra in effetti riconoscibile, anche per cause storiche, una tendenziale caratterizzazione dei tedeschi come (in senso lato) competenti ed antipatici e degli italiani come incompetenti e simpatici. Questa caratterizzazione sembra conoscere negli ultimi anni, nonostante recenti battute d\u2019arresto, un \u201cammorbidimento\u201d dei suoi aspetti negativi (meno antipatici gli uni, meno incompetenti gli altri) grazie ad una serie di fattori, tra i quali soprattutto l\u2019aumentato prestigio italiano, l\u2019appartenenza alla casa comune europea (ingroup allargato) e l\u2019omologazione sempre pi\u00f9 spinta di usi e costumi.<\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\">Se siamo abbastanza informati sull&#8217;evoluzione del livello intergruppo della percezione reciproca (un argomento peraltro poco frequentato dalla storiografia dell\u2019emigrazione), mancano quasi del tutto studi che analizzino le modificazioni della stessa a seguito di situazioni di contatto significativo con l\u2019\u201caltro\u201d nel corso dell\u2019emigrazione italiana verso la RFT. Le poche fonti disponibili sembrano per\u00f2 suggerire l\u2019affacciarsi fin da subito di immagini reciproche molto meno nette e negative di quelle intergruppo. In attesa di una conferma di questa ipotesi, si potrebbe forse affermare che l\u2019incontro qui in questione con l\u2019\u201caltro\u201d, spesso dipinto a tinte fosche, non fu poi, nonostante le premesse, sempre cos\u00ec infelice.<\/p>\n<p class=\"testo-asei\" align=\"justify\"><em>Note al testo:<\/em><\/p>\n<div class=\"footnotes\">\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-1\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-1-backlink\">1<\/a> <span style=\"font-style: italic;\">Gastarbeiter<\/span><span xml:lang=\"fr-FR\">, letteralmente <\/span>\u201clavoratori-ospiti\u201d<span xml:lang=\"fr-FR\"> era il termine con il quale venivano comunemente indicati i lavoratori stranieri fatti arrivare nella RFT negli anni del boom economico. Si trattava di un termine dall&#8217;accezione ambigua, in parte positiva e in parte negativa (l\u2019ospite \u00e8 infatti una presenza gradita, ma anche solo temporanea). <\/span><\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-2\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-2-backlink\">2<\/a> In un mio studio sull\u2019emigrazione italiana ad Amburgo ci sono peraltro diverse pagine dedicate all\u2019argomento. Si veda: <span xml:lang=\"de-DE\">Elia Morandi, <\/span><span style=\"font-style: italic;\">Italiener in Hamburg. Migration, Arbeit und Alltagsleben vom Kaiserreich bis zur Gegenwart<\/span><span xml:lang=\"de-DE\">, Frankfurt am Main, Peter Lang, 2004. <\/span><\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-3\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-3-backlink\">3<\/a> Marc Bloch, <span style=\"font-style: italic;\">Apologia della storia<\/span>, Torino, Einaudi, 1998, p. 39.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-4\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-4-backlink\">4<\/a> Jens Petersen, <span style=\"font-style: italic;\">Italia-Germania: percezioni, stereotipi, pregiudizi, immagini d\u2019inimicizia<\/span>, in <span style=\"font-style: italic;\">L\u2019emigrazione tra Italia e Germania<\/span>, a cura di Jens Petersen Manduria, Piero Lacaita Editore, 1993, pp. 199-219.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-5\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-5-backlink\">5<\/a> <span style=\"font-style: italic;\">Ibid.<\/span><span xml:lang=\"de-DE\">, pp. 209, 210.<\/span><\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-6\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-6-backlink\">6<\/a> <span xml:lang=\"de-DE\">Johann Wolfgang von Goethe, <\/span><span style=\"font-style: italic;\">Italienische Reise<\/span><span xml:lang=\"de-DE\">, M\u00fcnchen, Beck, 2007.<\/span><\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-7\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-7-backlink\">7<\/a> Fernando Devoto, <span style=\"font-style: italic;\">Storia degli italiani in Argentina<\/span>, Roma, Donzelli, 2007, p. 469.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-8\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-8-backlink\">8<\/a> Ida Castiglioni, <span style=\"font-style: italic;\">La comunicazione interculturale: competenze e pratiche<\/span>, Roma, Carocci, 2005, pp. 53-55.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-9\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-9-backlink\">9<\/a> <span xml:lang=\"de-DE\">Elisabetta Mazza Moneta, <\/span><span style=\"font-style: italic;\">Deutsche und Italiener. Der Einfluss von Stereotypen auf interkulturelle Kommunikation<\/span><span xml:lang=\"de-DE\">, Frankfurt am Main, Peter Lang, 2000, pp. 47-62. <\/span><\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-10\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-10-backlink\">10<\/a> Sandro Rinauro, <span style=\"font-style: italic;\">L\u2019immagine della RFT tra gli emigranti italiani negli anni Settanta<\/span>, in <span style=\"font-style: italic;\">Un geografo per il mondo: studi in onore di Giacomo Corna Pellegrini<\/span>, a cura di Elisa Bianchi, Milano, Cisalpino, 2006, pp. 287-323, qui p. 304.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-11\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-11-backlink\">11<\/a> F. Devoto, <span style=\"font-style: italic;\">Storia degli italiani in Argentina<\/span>, cit., pp. 465-471.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-12\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-12-backlink\">12<\/a> Yvonne Rieker e Roberto Sala, <span style=\"font-style: italic;\">Italiani in Germania: tra avvicinamento e disagio<\/span>, in \u201cStudi Emigrazione\u201d, 160 (2005), pp. 806-821. In attesa di monografie specifiche, si veda comunque, a parte il gi\u00e0 citato lavoro di Petersen: Ren\u00e9 Del Fabbro, <span style=\"font-style: italic;\">Transalpini. Italienische Arbeitswanderung nach S\u00fcddeutschland im Kaiserreich 1870-1918<\/span><span xml:lang=\"de-DE\">, Osnabr\u00fcck, Rasch, 1996, pp. 233-255; Adolf Wennemann, <\/span><span style=\"font-style: italic;\">Arbeit im Norden<\/span><span xml:lang=\"de-DE\">. <\/span><span style=\"font-style: italic;\">Italiener im Rheinland und Westfalen des sp\u00e4ten 19. und fr\u00fchen 20. Jahrhundert<\/span><span xml:lang=\"de-DE\">, Osnabr\u00fcck, Rasch, 1997, pp. 168-171; Yvonne Rieker, <\/span><span class=\"char-style-override-3\">\u201c<\/span><span style=\"font-style: italic;\">Ein St\u00fcck Heimat findet man ja immer<\/span><span class=\"char-style-override-3\">\u201d<\/span><span style=\"font-style: italic;\">. Die italienische Einwanderung in die Bundesrepublik<\/span><span xml:lang=\"de-DE\">, Essen, Klartext, 2003, pp. 53-62. <\/span><\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-13\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-13-backlink\">13<\/a> <span xml:lang=\"de-DE\">E. Mazza Moneta, <\/span><span style=\"font-style: italic;\">Deutsche und Italiener<\/span><span xml:lang=\"de-DE\">, cit., pp. 18-20. <\/span>Sullo stato dell\u2019integrazione, solo in parte riuscita (ma i dati sono contraddittori: da una parte viene rilevata una difficolt\u00e0 scolastica e professionale e dall\u2019altra numerosissimi matrimoni misti e intensi contatti con i tedeschi), degli italiani in Germania vedi i vari contributi in <span style=\"font-style: italic;\">Italiener in Deutschland. Teilhabe oder Ausgrenzung?<\/span><span xml:lang=\"de-DE\">, a cura di <\/span>Roberto Alborino e Konrad P\u00f6lzl, <span xml:lang=\"de-DE\">Freiburg im Breisgau, Lambertus-Verlag, 1998. <\/span><\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-14\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-14-backlink\">14<\/a> Sull\u2019immigrazione italiana in Germania prima del 1918 si vedano soprattutto i gi\u00e0 citati R. Del Fabbro e A. Wennemann. Sugli italiani in Germania prima del secondo dopoguerra invece in particolare: Brunello Mantelli, \u201c<span style=\"font-style: italic;\">Camerati del lavoro\u201d. I lavoratori italiani emigrati nel terzo Reich nel periodo dell\u2019Asse 1938-1943<\/span>, Firenze, La Nuova Italia, 1992; Cesare Bermani, <span style=\"font-style: italic;\">Al lavoro nella Germania di Hitler. Racconti e memorie dell\u2019emigrazione italiana 1937-1945<\/span>, Torino, Bollati Boringhieri, 1998.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-15\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-15-backlink\">15<\/a> Marshall R. Singer, <span style=\"font-style: italic;\">Cultura: un approccio percettivo<\/span>, in a cura di Milton J. Bennet, <span style=\"font-style: italic;\">Principi di comunicazione interculturale<\/span>, Milano, Franco Angeli, 2002, pp. 110-121, qui pp. 110-117.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-16\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-16-backlink\">16<\/a> Bruno M. Mazzara, <span style=\"font-style: italic;\">Stereotipi e pregiudizi<\/span>, Bologna, Mulino, 1997, p. 19.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-17\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-17-backlink\">17<\/a> <span style=\"font-style: italic;\">Ibid.<\/span><span xml:lang=\"de-DE\">, p. 10. <\/span><\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-18\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-18-backlink\">18<\/a> <span style=\"font-style: italic;\">Ibid.<\/span><span xml:lang=\"de-DE\">, p. 10. <\/span><\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-19\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-19-backlink\">19<\/a> <span style=\"font-style: italic;\">Ibid.<\/span><span xml:lang=\"de-DE\">, p. 123.<\/span><\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-20\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-20-backlink\">20<\/a> E. Mazza Moneta, <span style=\"font-style: italic;\">Deutsche und Italiener<\/span>, cit., p. 32-37.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-21\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-21-backlink\">21<\/a> Angelica Mucchi Faina, <span style=\"font-style: italic;\">Comunicazione interculturale. Il punto di vista psicologico-sociale<\/span>, Roma, Laterza, 2006, p. 45. <span xml:lang=\"en-US\">L\u2019autrice fa riferimento alle teorie di Peter Glick e Susan Fiske esposte in: P. Glick e S. Fiske, <\/span><span style=\"font-style: italic;\">Sexism and Other \u201cIsms\u201d: Interdipendence, Status, and the Ambivalent Content of Stereotypes<\/span><span xml:lang=\"en-US\">, in <\/span><span style=\"font-style: italic;\">Sexism and Stereotypes in modern society<\/span><span xml:lang=\"en-US\">, a cura di William B. Swann Jr., Judith H. Langlois e Lucia A. Gilbert, Washington D.C., American Psychological Association, 1999, pp. 193-221. <\/span><\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-22\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-22-backlink\">22<\/a> E. Mazza Moneta, <span style=\"font-style: italic;\">Deutsche und Italiener<\/span>, cit., pp. 94-108.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-23\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-23-backlink\">23<\/a> <span style=\"font-style: italic;\">Ibid.<\/span>, pp. 133-144.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-24\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-24-backlink\">24<\/a> E. Morandi, <span style=\"font-style: italic;\">Italiener in Hamburg<\/span>, cit., p. 117.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-25\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-25-backlink\">25<\/a> <span style=\"font-style: italic;\">Der Streik der Hafenarbeiter<\/span><span xml:lang=\"de-DE\">, <\/span><span class=\"char-style-override-3\">\u201c<\/span><span xml:lang=\"de-DE\">Hamburger Echo<\/span><span class=\"char-style-override-3\">\u201d<\/span><span xml:lang=\"de-DE\">, 25 novembre 1896.<\/span><\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-26\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-26-backlink\">26<\/a> R. Del Fabbro, <span style=\"font-style: italic;\">Transalpini<\/span>, cit., pp. 233-249.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-27\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-27-backlink\">27<\/a> <span style=\"font-style: italic;\">Ibid.<\/span><span xml:lang=\"de-DE\">, pp. 277-282.<\/span><\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-28\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-28-backlink\">28<\/a> <span xml:lang=\"de-DE\">Andrea Hoffend, <\/span><span style=\"font-style: italic;\">Zwischen Kultur-Achse und Kulturkampf<\/span><span xml:lang=\"de-DE\">, Frankfurt am Main, Peter Lang, 1998, pp. 25, 317.<\/span><\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-29\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-29-backlink\">29<\/a> C. Bermani, <span style=\"font-style: italic;\">Al lavoro nella Germania di Hitler<\/span>, cit. p. 126.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-30\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-30-backlink\">30<\/a> <span xml:lang=\"de-DE\">Cesare Bermani, <\/span><span style=\"font-style: italic;\">Odyssee in Deutschland. Die allt\u00e4gliche Erfahrung der italienischen <\/span><span class=\"char-style-override-3\">\u201c<\/span><span style=\"font-style: italic;\">Fremdarbeiter<\/span><span class=\"char-style-override-3\">\u201d <\/span><span style=\"font-style: italic;\">im Dritten Reich<\/span><span xml:lang=\"de-DE\">, in <\/span><span style=\"font-style: italic;\">Proletarier der <\/span><span class=\"char-style-override-3\">\u201c<\/span><span style=\"font-style: italic;\">Achse<\/span><span class=\"char-style-override-3\">\u201d<\/span><span style=\"font-style: italic;\">. Sozialgeschichte der italienischen Fremdarbeit in NS-Deutschland 1937 bis 1943<\/span><span xml:lang=\"de-DE\">, a cura di ld, Sergio Bologna e Brunello Mantelli, Berlin, Akademie, 1997, pp. 128-138.<\/span><\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-31\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-31-backlink\">31<\/a> <span xml:lang=\"de-DE\">Ulrich Herbert, <\/span><span style=\"font-style: italic;\">Fremdarbeiter. Politik und Praxis des <\/span><span class=\"char-style-override-3\">\u201c<\/span><span style=\"font-style: italic;\">Ausl\u00e4nder-Einsatzes<\/span><span class=\"char-style-override-3\">\u201d<\/span><span style=\"font-style: italic;\"> in der Kriegswirtschaft des Dritten Reiches<\/span><span xml:lang=\"de-DE\">, Bonn, Dietz, 1999, pp. 116-119.<\/span><\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-32\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-32-backlink\">32<\/a> C. Bermani, <span style=\"font-style: italic;\">Al lavoro nella Germania di Hitler<\/span>, cit., pp. 122-137.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-33\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-33-backlink\">33<\/a> I sondaggi venivano effettuati abbastanza regolarmente (1970, 1976, 1980, 1982, 1986, 1990, 1993, 1996), ma non rilevavano \u2013 comprensibilmente \u2013 tutta l\u2019imbarazzante teoria degli stereotipi, bens\u00ec solo il grado di \u201cfiducia\u201d tra i vari popoli europei e tra questi ed alcuni popoli extraeuropei. Si veda: \u201cEurobarometro. L\u2019opinione pubblica nella Comunit\u00e0 Europea\u201d, a cura della Commissione delle Comunit\u00e0 Europee, Bruxelles, gli anni in questione. Ringrazio Sandro Rinauro dell\u2019Universit\u00e0 Statale di Milano per avermi segnalato questa fonte.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-34\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-34-backlink\">34<\/a> \u201cHei\u00dfbl\u00fctig\u201d. Dizionario alla mano, la traduzione sarebbe, per la verit\u00e0, \u201cfocoso, impetuoso\u201d. La traduzione letterale qui proposta rende forse meglio l\u2019idea.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-35\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-35-backlink\">35<\/a> Sondaggio di Singh Sodhi e Rudolf Bergius cit. in: E. Mazza Moneta, <span style=\"font-style: italic;\">Deutsche und Italiener<\/span>, cit., pp. 123, 124.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-36\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-36-backlink\">36<\/a> Mazza Moneta sintetizza i risultati delle indagini di Rudolf Bergius (1970), di Dean Peabody (1969\/70), dell\u2019Institut f\u00fcr Demoskopie Allensbach (1982) e della Gesellschaft f\u00fcr Marktforschung (1984). A queste aggiungerei anche quelle dell\u2019INFAS (Institut F\u00fcr Angewandte Sozialwissenschaft) del 1963 e del gi\u00e0 citato Eurobarometro. Secondo il sondaggio dell\u2019INFAS gli italiani continuavano ad essere poco puliti e fannulloni, ma sarebbero stati anche, piuttosto inaspettatamente, poco simpatici e molto invadenti. Va detto peraltro che il questionario li metteva a confronto con svedesi, inglesi, francesi e israeliani, popoli che all\u2019epoca non emigravano certo in massa in Germania da un paese povero e anzi, come gli svedesi, erano considerati nella RFT socialmente molto avanzati. <span xml:lang=\"de-DE\">Cfr. Institut f\u00fcr angewandte Sozialwissenschaft, INFAS Report Sonderheft, <\/span><span style=\"font-style: italic;\">Unsere Nachbarn<\/span><span xml:lang=\"de-DE\">, Bad Godesberg, 1964, pp. 10-12. <\/span>Per quanto riguarda i sondaggi Eurobarometro, nel 1976, nel 1980 e nel 1986 i membri di allora della CEE non avevano una gran considerazione degli italiani, sempre ultimi nell\u2019indice di \u201cfiducia\u201d. Per i tedeschi in particolare, nel 1986 gli italiani venivano (tra i paesi della CEE da cui provenivano i Gastarbeiter in Germania) dopo spagnoli e greci, ma prima dei portoghesi. Cfr. \u201cEurobarometro. L\u2019opinione pubblica nella Comunit\u00e0 Europea\u201d, a cura della Commissione delle Comunit\u00e0 Europee, n. 25, Bruxelles, giugno 1986.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-37\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-37-backlink\">37<\/a> <span xml:lang=\"de-DE\">E. Mazza Moneta, <\/span><span style=\"font-style: italic;\">Deutsche und Italiener<\/span><span xml:lang=\"de-DE\">, cit., pp. 123-133.<\/span><\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-38\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-38-backlink\">38<\/a> <span xml:lang=\"de-DE\">Y. Rieker, \u201c<\/span><span style=\"font-style: italic;\">Ein St\u00fcck Heimat findet man ja immer<\/span><span xml:lang=\"de-DE\">\u201c, cit., pp. 57-62.<\/span><\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-39\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-39-backlink\">39<\/a> EMNID, \u201cInformationen\u201d, 1973, cit. in Y. Rieker e R. Sala, <span style=\"font-style: italic;\">Italiani in Germania<\/span>, cit., p. 815. EMNID (Erforschung der \u00f6ffentlichen Meinung, Marktforschung, Nachrichten, Informationen, Dienstleistungen) \u00e8 un istituto fondato nel 1945 con l\u2019obiettivo di effettuare ricerche di mercato, ma non solo.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-40\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-40-backlink\">40<\/a> S. Rinauro, <span style=\"font-style: italic;\">L\u2019immagine della RFT<\/span>, cit., p. 302.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-41\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-41-backlink\">41<\/a> EMNID, \u201cInformationen\u201d, 1983, cit. in Y. Rieker e R. Sala, <span style=\"font-style: italic;\">Italiani in Germania<\/span>, cit., p. 816.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-42\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-42-backlink\">42<\/a> Mazza Moneta sintetizza qui i risultati delle indagini di Dean Peabody (1969\/70), di Martina Gilles (fine degli anni ottanta. Fanno qui anche capolino novit\u00e0 come l\u2019attribuzione alla Germania di un ruolo di paese amico protettore degli italiani \u2013 ma l\u2019indagine era stata fatta nelle scuole, il che potrebbe spiegare l\u2019immagine un po\u2019 \u201ccavalleresca\u201d del rapporto), di Elisabeth Geffers e Michael Str\u00fcbel (1991) e della Gesellschaft f\u00fcr Rationelle Psychologie (1993).<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-43\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-43-backlink\">43<\/a> E. Mazza Moneta, <span style=\"font-style: italic;\">Deutsche und Italiener<\/span>, cit., pp. 77-94.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-44\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-44-backlink\">44<\/a> <span style=\"font-style: italic;\">Ibid.<\/span>, pp. 219, 223, 229.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-45\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-45-backlink\">45<\/a> E. Mazza Moneta, <span style=\"font-style: italic;\">Deutsche und Italiener<\/span>, cit., p. 22.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-46\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-46-backlink\">46<\/a> <span xml:lang=\"de-DE\">Si vedano le relazioni annuali in: Bundesarchiv, Bundesanstalt f\u00fcr Arbeit, B 119 \/ 3014, 3015, 3017, 3018. <\/span><\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-47\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-47-backlink\">47<\/a><span class=\"apice-note-asei\">\u00a0<\/span> <span style=\"font-style: italic;\">I lavoratori italiani nella Repubblica Federale Tedesca<\/span>, a cura dell\u2019Istituto per le ricerche statistiche e l\u2019analisi dell\u2019opinione pubblica, \u201cBollettino della Doxa\u201d, XXVIII, 6\/7\/8, 25 marzo 1974.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-48\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-48-backlink\">48<\/a> <span style=\"font-style: italic;\">Ibid.<\/span>, p. 40.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-49\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-49-backlink\">49<\/a> S. Rinauro, <span style=\"font-style: italic;\">L\u2019immagine della RFT<\/span>, cit., p. 302.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-50\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-50-backlink\">50<\/a> <span style=\"font-style: italic;\">Ibid.<\/span>, p. 297.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-51\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-51-backlink\">51<\/a> Naturalmente dando per scontato che la loro percezione corrispondesse a quella veicolata da letteratura e pubblicistica. Il sondaggio purtroppo nulla dice sul sentimento dei migranti al loro arrivo concentrandosi su quello a conclusione dell\u2019esperienza migratoria.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-52\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-52-backlink\">52<\/a> E. Mazza Moneta, <span style=\"font-style: italic;\">Deutsche und Italiener<\/span>, cit., p. 128.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-53\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-53-backlink\">53<\/a> Cfr. \u201cEurobarometro. L\u2019opinione pubblica nella Comunit\u00e0 Europea\u201d, a cura della Commissione delle Comunit\u00e0 Europee, n. 46, Bruxelles, 1996, Tab. B. 46, B. 47.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-54\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-54-backlink\">54<\/a> Vedi nota 36.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-55\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-55-backlink\">55<\/a> Y. Rieker e R. Sala, <span style=\"font-style: italic;\">Italiani in Germania<\/span>, cit., pp. 817, 818.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-56\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-56-backlink\">56<\/a> Segnalo solo alcuni dei numerosi articoli apparsi sui quotidiani italiani: Fabio Cutri, <span style=\"font-style: italic;\">Toni l\u2019italiano, in Germania lo spot delle polemiche<\/span>, \u201cCorriere della sera\u201d, 26 maggio 2008; Alessandro Bocci, <span style=\"font-style: italic;\">Toni sistema il falso Toni: \u201cCi temono\u201d<\/span>, \u201cCorriere della sera\u201d, 27 maggio 2008. Evidentemente preoccupato per eventuali boicottaggi, l\u2019amministratore delegato della filiale italiana dell\u2019azienda ha acquistato \u201ca titolo personale\u201d un\u2019intera pagina de \u201cLa Repubblica\u201d del 29 maggio 2008 per affermare, sotto un elenco tricolore di invenzioni (deprime vedere al terzo posto, dopo violino, occhiali e telescopio, il \u201cfucile a ripetizione\u201d) e capolavori dell\u2019arte e della letteratura italiani, che gli italiani sono \u201cun popolo di persone e non di stereotipi\u201d.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-57\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-57-backlink\">57<\/a> Su tutti, quello dell\u2019articolo apparso sulla versione on-line del settimanale \u201cDer Spiegel\u201d nel giugno del 2006 in cui l\u2019uomo italiano, pur ironicamente, veniva descritto in termini molto negativi.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-58\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-58-backlink\">58<\/a> <span style=\"font-style: italic;\">Estraniazione strisciante tra Italia e Germania?<\/span>, a cura di Gian Enrico Rusconi, Thomas Schlemmer e Hans Woller, Bologna, Mulino, 2008. Ringrazio per la segnalazione del libro, uscito durante la stesura di questo articolo, l\u2019amica e storica dell\u2019emigrazione italiana in Argentina Federica Bertagna.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-59\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-59-backlink\">59<\/a> Gian Enrico Rusconi, <span style=\"font-style: italic;\">Le radici politiche dell\u2019estraniazione strisciante tra Italia e Germania<\/span>, in <span style=\"font-style: italic;\">Estraniazione strisciante<\/span>, cit., pp. 11-18, qui p. 16.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-60\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-60-backlink\">60<\/a> Hans Woller, <span style=\"font-style: italic;\">Sul mito dell\u2019estraniazione strisciante<\/span>, in <span style=\"font-style: italic;\">Estraniazione strisciante<\/span>, cit., pp. 25, 26.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-61\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-61-backlink\">61<\/a> E. Mazza Moneta, <span style=\"font-style: italic;\">Deutsche und Italiener<\/span>, cit., pp. 87-90.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-62\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-62-backlink\">62<\/a> <span xml:lang=\"fr-FR\">Roberto Giardina, <\/span><span style=\"font-style: italic;\">Guida per amare i tedeschi. Come superare i pregiudizi e smontare i luoghi comuni<\/span><span xml:lang=\"fr-FR\">, Milano, Rusconi, 1994. Qualche ricaduta si registra per la verit\u00e0 in un libro di dieci anni dopo, dove si evidenzia la diversit\u00e0 della societ\u00e0 tedesca contemporanea, liberale ed ecologista, rispetto a quella di qualche decennio fa, ma si afferma ancora per esempio senza tante storie che <\/span>\u201c<span xml:lang=\"fr-FR\">il tedesco medio continua ad amare le regole e l\u2019ordine in misura superiore ai suoi omologhi in altri paesi<\/span>\u201d<span xml:lang=\"fr-FR\">. Vanna Vannuccini e Francesca Pedrazzi, <\/span><span style=\"font-style: italic;\">Piccolo viaggio nell\u2019anima tedesca<\/span><span xml:lang=\"fr-FR\">, Milano, Feltrinelli, 2004, p. 36. <\/span><\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-63\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-63-backlink\">63<\/a> <span xml:lang=\"fr-FR\">Valga per tutti l\u2019articolo di Aldo Cazzullo prima della finale Olanda-Spagna\u00a0: <\/span><span style=\"font-style: italic;\">Pirati e galeoni, papisti e luterani. Una rivalit\u00e0 lunga cinque secoli<\/span>, \u201cCorriere della sera\u201d, 11 luglio 2010.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"footnote\">\n<p style=\"text-align: justify; margin-left: 1em; text-indent: -1em;\"><a id=\"footnote-226-64\" class=\"footnote-anchor\" href=\"#footnote-226-64-backlink\">64<\/a> <span xml:lang=\"fr-FR\">Anche qui, a titolo di esempio: Andrea Sorrentino, <\/span><span style=\"font-style: italic;\">Siamo giovani, la nostra forza<\/span>, \u201cLa Repubblica\u201d, 2 luglio 2010; Sergio Romano, <span style=\"font-style: italic;\">Rinascita di un grande paese. Virt\u00f9 morali dei tedeschi<\/span>, \u201cCorriere della sera\u201d, 13 luglio 2010; Gian Antonio Stella, <span style=\"font-style: italic;\">Quei ragazzi tedeschi (ma da tutto il mondo)<\/span>, \u201cCorriere della sera\u201d, 29 giugno 2010.<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div id=\"x019_morandi_epub.html\" xml:lang=\"it-IT\">\n<div class=\"story\">\n<h4 align=\"center\" class=\"autore-asei\">Elia Morandi<\/h4>\n<p>\u00a0<\/p>\n<h3 align=\"center\" class=\"paragrafo-2-asei\">L\u2019immagine dell\u2019\u201caltro\u201d nel rapporto tra immigrati italiani e societ\u00e0 tedesca. Percezioni a confronto tra Otto e Novecento.<\/h3>\n<p>\u00a0<\/p>\n<h3 align=\"center\" class=\"paragrafo-2-asei\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"image\" width=\"50\" height=\"16\" src=\"http:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-content\/uploads\/2011\/08\/inter.jpg\" alt=\"inter.jpg\" \/><\/h3>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p align=\"justify\" class=\"paragrafo-3-asei\"><strong>1. &#8211; Fonti e problemi di metodo<\/strong><\/p>\n<p align=\"justify\" class=\"testo-asei\">Quando, qualche tempo fa, un collega mi propose di iniziare ad occuparmi anche della questione dell\u2019immagine dell\u2019\u201caltro\u201d nel rapporto tra <span style=\"font-style: italic;\">Gastarbeiter<\/span><span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-1-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-1\">1<\/a><\/span> italiani e societ\u00e0 tedesca, mi sembr\u00f2 una sfida interessante da cogliere, pur sapendo peraltro che non sarebbe stato un compito facile. Un po\u2019 perch\u00e9 mi ero occupato solo tangenzialmente della questione<span class=\"apice-note-asei char-style-override-1\"><a id=\"footnote-226-2-backlink\" class=\"footnote-link\" href=\"#footnote-226-2\">2<\/a><\/span>, ma soprattutto perch\u00e9, pur trovando l\u2019argomento affascinante, lo ritenevo anche di assai difficile \u201clettura\u201d.<\/p>\n","protected":false},"author":70,"featured_media":1333,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[81],"tags":[558,92,557,254],"class_list":["post-1346","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-c65-articoli","tag-altro","tag-emigrazione","tag-germania","tag-italiani"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1346","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/70"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=1346"}],"version-history":[{"count":4,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1346\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3742,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1346\/revisions\/3742"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/1333"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=1346"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=1346"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=1346"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}