{"id":2464,"date":"2014-10-30T10:26:49","date_gmt":"2014-10-30T09:26:49","guid":{"rendered":"http:\/\/www.asei.eu\/it\/?p=2464"},"modified":"2017-05-16T11:39:10","modified_gmt":"2017-05-16T09:39:10","slug":"gli-stati-uniti-come-meta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/2014\/10\/gli-stati-uniti-come-meta\/","title":{"rendered":"Gli Stati Uniti come meta"},"content":{"rendered":"<p>1. \u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Introduzione<\/p>\n<p>La percezione dell\u2019America del Nord quale terra della libert\u00e0 fu cos\u00ec radicata anche nell&#8217;Italia preunitaria da precorrere perfino la nascita degli stessi Stati Uniti come nazione sovrana. Le prime manifestazioni di interesse nella penisola per le vicende dell\u2019altra sponda dell\u2019Atlantico, sorte in occasione della fine della guerra dei Sette Anni nel 1763, si accompagnarono, infatti, alla diffusione della visione della colonia della Pennsylvania quale \u201clibera Patria\u201d, come emerse per esempio nell&#8217;avvertenza del traduttore all&#8217;edizione veneziana di An Account of the European Settlements in America di William ed Edmund Burke, uscito proprio in quell&#8217;anno nella citt\u00e0 lagunare col titolo di Storia degli stabilimenti europei in America<sup><sup>[1]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>La libert\u00e0 di coscienza praticata nella Pennsylvania, fino dalla sua fondazione sotto il quacchero William Penn nel 1681, potrebbe non essere stata estranea all&#8217;edificazione di tale immagine in Italia, \u201cun paese in cui nel 1765\u201d \u2013 come ha affermato Giorgio Spini, non senza una certa enfasi da polemista protestante \u2013 \u201cl\u2019Inquisizione esisteva ancora\u201d<sup><sup>[2]<\/sup><\/sup>. Tuttavia la nozione di libert\u00e0 nordamericana assunse sempre pi\u00f9 un significato esclusivamente politico in seguito alla Dichiarazione d\u2019Indipendenza delle tredici colonie britanniche nel 1776 e al loro riconoscimento come Stato sovrano nel 1783. Basterebbe pensare all&#8217;entusiasmo di Vittorio Alfieri per la Rivoluzione americana espresso nelle cinque odi del poemetto L\u2019America libera, composto tra il 1781 e il 1783<sup><sup>[3]<\/sup><\/sup>. Ma gi\u00e0 nel 1778 Francesco Longano aveva considerato la Pennsylvania la sua \u201cideale repubblica\u201d perch\u00e9 terra di \u201clibert\u00e0 effettiva\u201d e pochi anni dopo Gaetano Filangeri l\u2019aveva definita \u201cl\u2019asilo della libert\u00e0\u201d<sup><sup>[4]<\/sup><\/sup>. Nonostante lo slancio repubblicano del giacobinismo d\u2019impronta napoleonica, nel 1796 Francesco Becattini contrappose le \u201clibere contrade dell\u2019America settentrionale\u201d all\u2019\u201corribil giogo del dispotismo\u201d del Vecchio Mondo<sup><sup>[5]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>L\u2019occupazione napoleonica della penisola indusse nel complesso i liberali italiani a preferire l\u2019archetipo francese di libert\u00e0 \u201cper convinzione o per necessit\u00e0\u201d<sup><sup>[6]<\/sup><\/sup>. Tuttavia non manc\u00f2 il caso di Giuseppe Ceracchi \u2013 uno scultore romano emigrato temporaneamente negli Stati Uniti, attrattovi dagli ideali repubblicani \u2013 che, dopo aver ideato un irrealizzato colosso monumentale celebrativo della libert\u00e0 americana, fin\u00ec i suoi giorni sulla ghigliottina nel 1801 perch\u00e9 coinvolto in un attentato contro Napoleone Bonaparte<sup><sup>[7]<\/sup><\/sup>. Inoltre, la delusione subentrata in alcuni patrioti italiani per l\u2019involuzione del processo rivoluzionario francese nel successivo impero napoleonico contribu\u00ec, come ha scritto Antonio Pace, a rendere la \u201crivoluzione americana\u201d un \u201cparadigma del Risorgimento\u201d<sup><sup>[8]<\/sup><\/sup>. Ad ogni buon conto, la Restaurazione infuse nuovo vigore in Italia al modello americano e contribu\u00ec ad accentuare per contrasto con la realt\u00e0 europea in generale e italiana in particolare l\u2019immagine degli Stati Uniti come luogo della libert\u00e0 politica per antonomasia. Per esempio, l\u2019esaltazione di questa nazione pervase Dell\u2019Italia uscita il settembre del 1818, l\u2019opera del patriota Luigi Angeloni che, non a caso, si reput\u00f2 uno dei primi promotori della \u201clibert\u00e0 americana\u201d<sup><sup>[9]<\/sup><\/sup>. Allo stesso modo, nella sua Storia d\u2019America, uscita tra il 1820 e il 1823, Giuseppe Compagnoni celebr\u00f2 le \u201cmoderne e libere istituzioni\u201d statunitensi<sup><sup>[10]<\/sup><\/sup>. Nonostante avesse stigmatizzato il federalismo quale \u201cmostro politico\u201d incompatibile con il principio imprescindibile dell\u2019unit\u00e0 nazionale al tempo della sua precedente fase giacobina nel 1798, un quarto di secolo pi\u00f9 tardi Compagnoni sottoline\u00f2 la natura democratica della Rivoluzione americana, che identificava soprattutto con la tolleranza religiosa e la laicit\u00e0 dello Stato<sup><sup>[11]<\/sup><\/sup>. Pochi anni pi\u00f9 tardi, nel 1826, un altro storico dell\u2019indipendenza statunitense dai trascorsi giacobini, Carlo Botta, afferm\u00f2 di aver \u201cimparato ad amare la libert\u00e0 alla scuola di Washington, non a quella di Napoleone\u201d<sup><sup>[12]<\/sup><\/sup>. Come aveva gi\u00e0 ammonito nel 1820 il primo console generale del Regno di Sardegna a Filadelfia, Gaspare Deabbate, \u201cL\u2019importanza americana d\u2019oggi\u201d era rappresentata soprattutto dalla \u201cforza dell\u2019esempio\u201d nella diffusione di ideologie repubblicane<sup><sup>[13]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>2. \u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Tipologie e dinamiche dell\u2019esilio risorgimentale negli Stati Uniti<\/p>\n<p>In un tale clima politico, non stupisce che alcuni esuli risorgimentali italiani, costretti a prendere la strada dell\u2019esilio, scegliessero come destinazione proprio gli Stati Uniti, una opzione facilitata pure dallo sviluppo dei trasporti navali transatlantici<sup><sup>[14]<\/sup><\/sup>. Nondimeno \u00e8 stato stimato che nel complesso le Americhe finirono per ricevere meno del 10% del flusso totale dei fuorusciti in quanto la maggioranza di fuggiaschi e proscritti prefer\u00ec stabilirsi in regioni pi\u00f9 vicine alla terra d\u2019origine per potervi rientrare in tempi pi\u00f9 rapidi nel caso di sviluppi politici favorevoli<sup><sup>[15]<\/sup><\/sup>. Del resto, a prescindere dai motivi specifici del trasferimento oltre l\u2019Atlantico, appena 439 italiani immigrarono negli Stati Uniti nel corso degli anni 1820-1830 e non pi\u00f9 di 13.000 li seguirono nei restanti tre decenni che precedettero l\u2019unificazione della penisola<sup><sup>[16]<\/sup><\/sup>. Dunque, anche a non prendere in considerazione l\u2019ovvio \u2013 cio\u00e8 il fatto che non tutti gli emigranti italiani di questo periodo varcarono l\u2019Atlantico per ragioni politiche \u2013 gli Stati Uniti assorbirono solo una piccola parte di un flusso di profughi la cui entit\u00e0 \u00e8 stata diversamente stimata, ma che \u2013 secondo le valutazioni pi\u00f9 attendibili \u2013 avrebbe superato i 50.000 individui per quanto riguard\u00f2 i soli rifugiati in Piemonte dal Lombardo-Veneto dopo la conclusione della prima guerra d\u2019Indipendenza<sup><sup>[17]<\/sup><\/sup>. Secondo uno degli stessi esuli, alla met\u00e0 dell\u2019Ottocento la citt\u00e0 di New York avrebbe ospitato \u201cqualche centinaio di profughi italiani e parecchi noti per patriottismo e virt\u00f9 civile\u201d<sup><sup>[18]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>Comunque, l\u2019inizio dell\u2019esodo risorgimentale verso gli Stati Uniti fu contestuale all&#8217;instaurarsi della Restaurazione. Gi\u00e0 nel 1816 il console americano a Livorno volle segnalare all&#8217;ex presidente Thomas Jefferson che \u201cil numero di coloro che chiedono il visto per gli Stati Uniti \u00e8 divenuto incalcolabile\u201d, aggiungendo come l\u2019entit\u00e0 del fenomeno fosse tale da attestare come \u201cnessun miglioramento vi sia nello stato politico del paese; al contrario va progredendo quella sorta di maturit\u00e0 che deve terminare in una generale convulsione\u201d<sup><sup>[19]<\/sup><\/sup>. Tra questi primi esuli vi furono alcuni ex ufficiali napoleonici e murattiani come Agostino Codazzi e Costante Ferrari che giunsero negli Stati Uniti, in parte sulle orme degli stessi figli dell\u2019ex re di Napoli e di altri militari italiani che avevano servito nelle armate francesi<sup><sup>[20]<\/sup><\/sup>. Nel caso di Codazzi e Ferrari, per\u00f2, questo approdo fu solo l\u2019esito temporaneo di un percorso indiretto che li aveva condotti in precedenza a fare tappa in Medio Oriente. Inoltre, il desiderio dell\u2019azione \u2013 per poter sfruttare le proprie competenze militari anche da un punto di vista professionale \u2013 indusse entrambi a un soggiorno estremamente breve in terra statunitense. Sia Codazzi sia Ferrari ripartirono ben presto per l\u2019America Latina allo scopo di prendere parte alle lotte indipendentiste delle colonie spagnole, in un contesto decisamente pi\u00f9 adatto di quello statunitense per coniugare gli ideali liberali e la ricerca di ingaggi come combattenti. Sebbene sia ragionevole affermare che Codazzi e Ferrari rappresentassero pi\u00f9 degli avventurieri che non dei patrioti, il retroterra risorgimentale fa comunque parte integrante della loro esperienza precedente l\u2019emigrazione<sup><sup>[21]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>In seguito, come per l\u2019esodo risorgimentale nel suo complesso<sup><sup>[22]<\/sup><\/sup>, fu il fallimento dei successivi moti carbonari del biennio 1820-1821, delle insurrezioni del 1831 e delle rivoluzioni del 1848-1849 a produrre le principali ondate emigratorie politiche preunitarie alla volta degli Stati Uniti. Dopo il rapido soffocamento dell\u2019esperienza liberale in Spagna, prima che la rivoluzione di luglio tornasse a fare della Francia un punto di riferimento almeno per i moderati italiani, il modello politico statunitense rafforz\u00f2 la sua attrattiva sui patrioti italiani, forte soprattutto dell\u2019ammirazione suscitata nei circoli massonici che non ignoravano certo l\u2019affiliazione di alcuni dei padri dell\u2019indipendenza americana da Benjamin Franklin a George Washington<sup><sup>[23]<\/sup><\/sup>. Ad alimentare tali flussi furono diverse categorie di fuorusciti: gli insofferenti al pesante clima politico della Restaurazione; coloro che sull&#8217;altra sponda dell\u2019Atlantico cercarono scampo dalla repressione delle autorit\u00e0 governative; chi in seguito all&#8217;arresto e alla condanna \u2013 e talvolta anche dopo un periodo di detenzione pi\u00f9 o meno lungo \u2013 approfitt\u00f2 della grazia condizionata alla possibilit\u00e0 di andare in esilio quale alternativa alla carcerazione. La prima categoria \u2013 definibile in termini di esuli volontari \u2013 incluse Giacomo Costantino Beltrami, giunto a Filadelfia nel 1823 per sottrarsi alle vessazioni delle autorit\u00e0 pontificie provocate dai suoi trascorsi filo-napoleonici e dai sospetti di affiliazione alla Carboneria<sup><sup>[24]<\/sup><\/sup>. La seconda comprese Orazio De Attellis, marchese di Sant&#8217;Angelo. Impossibilitato a rientrare a Napoli \u201cda una proscrizione a morte\u201d, dopo la sua partecipazione alle insurrezioni liberali nel Regno delle Due Sicilie e in Spagna, e persuaso che \u201cla corrotta e schiava Europa non offre asilo piacevole n\u00e9 sicuro\u201d, De Attellis sbarc\u00f2 a New York il 20 maggio 1824 alla ricerca di \u201cpace, sicurezza, libert\u00e0\u201d, convinto dalla lettura di \u201ccerti scritti del celebre Giorgio Washington\u201d che \u201cgli Stati Uniti di America sono il solo soggiorno convenevole all&#8217;uomo pensante, onesto e libero\u201d<sup><sup>[25]<\/sup><\/sup>. Alla terza appartenne Luigi Tinelli, arrestato nel 1833 e condannato a morte per la propria partecipazione al movimento mazziniano in Lombardia, prima di vedersi commutata la pena capitale nella deportazione negli Stati Uniti in virt\u00f9 di un rescritto imperiale promulgato da Ferdinando I d\u2019Austria in occasione della sua ascesa al trono nel 1835<sup><sup>[26]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>Il caso di Tinelli attesta anche come le due ondate di espatri legate ai primi cicli rivoluzionari tendessero a sovrapporsi. A bordo dell\u2019Ussaro, il brick austriaco da cui Tinelli sbarc\u00f2 a New York il 16 ottobre 1836, viaggiarono anche Pietro Borsieri, Gaetano De Castillia ed Eleuterio Felice Foresti, i milanesi affiliati alla setta segreta dei federati. Anch&#8217;essi erano reduci del carcere dello Spielberg, ma erano stati coinvolti nelle cospirazioni del 1820 \u2013 quando avevano cercato di indurre il Regno di Sardegna a muovere guerra all&#8217;Austria per liberare la Lombardia \u2013 al pari di Piero Maroncelli, che li aveva preceduti sul suolo americano dopo aver ricevuto la grazia imperiale nel 1833, e di Federico Confalonieri, che li raggiunse nel 1837 perch\u00e9 una malattia gli aveva impedito di prendere il mare con il gruppo di Tinelli<sup><sup>[27]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>Come ha scritto Giorgio Spini, \u201ccon l\u2019arrivo negli Stati Uniti dei superstiti dello Spielberg comincia un va e vieni di profughi politici fra Italia e America\u201d<sup><sup>[28]<\/sup><\/sup>. I percorsi di questi esuli, per\u00f2, furono spesso tortuosi e portarono i patrioti risorgimentali a toccare anche altre destinazioni prima di varcare l\u2019Atlantico. Un\u2019esperienza emblematica a tale proposito fu la vicenda di Francesco Arese Lucini. Fuggito dalla Lombardia nel 1831 per sottrarsi alla polizia austriaca, trascorse alcuni anni tra il castello che l\u2019ex regina di Olanda Ortensia possedeva in Svizzera e l\u2019Algeria, per la quale era partito volontario con la Legione straniera francese. Negli Stati Uniti sbarc\u00f2 soltanto nel 1837, per preparare l\u2019arrivo dell\u2019amico Luigi Napoleone Bonaparte che aveva conosciuto nel periodo svizzero del proprio esilio<sup><sup>[29]<\/sup><\/sup>. In modo analogo, lasciata l\u2019Italia in seguito all&#8217;abbandono del progetto di assassinare il re di Sardegna Carlo Alberto e all&#8217;insuccesso dell\u2019invasione della Savoia da parte del generale mazziniano Gerolamo Ramorino nel 1834, Antonio Gallega approd\u00f2 a New York nel 1836 dopo essersi fermato a Tunisi e a Tangeri nel corso del biennio precedente<sup><sup>[30]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>In alcuni casi, i soggiorni negli Stati Uniti furono ripartiti in pi\u00f9 fasi. Per esempio, l\u2019ex ufficiale sabaudo Giuseppe Avezzana giunse una prima volta a New Orleans nel dicembre del 1823, dopo essersi sottratto a una condanna a morte in contumacia a causa del suo contributo all&#8217;insurrezione nel Regno di Sardegna del 1821 e aver preferito la deportazione al carcere in seguito alla cattura da parte delle truppe francesi per il sostegno che aveva offerto alle forze costituzionali spagnole una volta lasciato il Regno di Sardegna. Trasferitosi in Messico nel 1826, Avezzana si stabil\u00ec a New York otto anni dopo per poi rientrare in Italia in occasione dei moti del 1848. Fu alla testa dell\u2019insurrezione di Genova nel 1849 e successivamente ricopr\u00ec la carica di ministro della Guerra della Repubblica romana. Crollata quest\u2019ultima, fece ritorno a New York<sup><sup>[31]<\/sup><\/sup>. Parimenti, il palermitano Ignazio Batolo fugg\u00ec a Boston dopo i moti siciliani del 1821 e si port\u00f2 a Malta nel 1844 nella vana attesa di una nuova insurrezione in Sicilia. Tornato una prima volta negli Stati Uniti quando si rese conto che la rivoluzione non sarebbe scoppiata, rientr\u00f2 in Sicilia per prendere parte agli avvenimenti del 1848, ma fu ancora una volta costretto sulla via dell\u2019esilio per rifugiarsi nuovamente a Boston<sup><sup>[32]<\/sup><\/sup>. Felice Argenti trov\u00f2 scampo addirittura per tre volte negli Stati Uniti: nel 1822 dopo la partecipazione ai moti piemontesi dell\u2019anno precedente e un suo coinvolgimento in una cospirazione repubblicana contro l\u2019imperatore del Messico, nel 1836 con gli altri \u201cmartiri dello Spielberg\u201d dove aveva scontato la condanna per l\u2019adesione alle attivit\u00e0 rivoluzionarie del 1831 e in seguito al fallimento delle insurrezioni del 1848 in Lombardia che lo avevano indotto a tornare in Italia, sebbene fosse giunto troppo tardi nella penisola per prendere parte ai sommovimenti di quest\u2019ultimo anno<sup><sup>[33]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>Anche in corrispondenza a tale esodo per alcuni di coloro che trovarono rifugio negli Stati Uniti si pu\u00f2 parlare pi\u00f9 appropriatamente di esilio volontario, anzich\u00e9 di proscrizione o di vera e propria fuga verso la salvezza. Per esempio, il corso ma livornese d\u2019adozione Leonetto Cipriani fu forse il pi\u00f9 autorevole rappresentante di un gruppo di esuli che lasciarono l\u2019Italia non perch\u00e9 bersaglio di persecuzione politica, ma pi\u00f9 semplicemente perch\u00e9 non si riconoscevano nei rispettivi governi dopo i moti del biennio 1848-1849. Cipriani prese parte alla prima guerra d\u2019indipendenza, combattendo prima con i volontari toscani a Curtatone e poi con le truppe sarde a Novara. Non toller\u00f2 il ritorno al potere di Leopoldo II nel Granducato di Toscana dopo la caduta del governo democratico di Giuseppe Montanelli nel 1849 e part\u00ec per la California nell&#8217;agosto del 1851, con l\u2019incarico di console del Regno di Sardegna a San Francisco. Come avrebbe scritto nelle memorie dettate al figlio, \u201cRestaurata la dinastia dei Lorena, fu sostituita alla coccarda tricolore quella toscana, ed egli sent\u00ec ripugnanza a rimanerne al servizio cambiando i colori che rappresentavano la libert\u00e0 ed il risorgimento italiano, pei quali aveva combattuto, con quelli toscani, che rappresentavano l\u2019assolutismo e la tomba delle speranze italiane. Se fosse rimasto in queste condizioni, guardandosi allo specchio si sarebbe vergognato di s\u00e8 stesso [sic], sembrandogli averlo fatto per la pagnotta\u201d<sup><sup>[34]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>La circolazione dei patrioti attraverso l\u2019Atlantico attesta le diramazioni americane di quella che, ancorch\u00e9 in riferimento all&#8217;Europa, Maurizio Isabella ha chiamato l\u2019\u201cinternazionale liberale\u201d<sup><sup>[35]<\/sup><\/sup>. Inoltre, come dimostrato dal caso di Argenti, l\u2019esito negativo per il Risorgimento degli avvenimenti del biennio 1848-1849 segn\u00f2 una ripresa dell\u2019afflusso di esuli italiani negli Stati Uniti. Oltre ad Avezzana tale esodo incluse anche Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Barilli \u2013 alias Quirico Filopanti, che all\u2019Assemblea costituente della Repubblica romana aveva presentato il decreto che dichiarava decaduto il potere temporale dei pontefici \u2013 nonch\u00e9 figure meno conosciute come il marchigiano Pasquale Enrico Papiri<sup><sup>[36]<\/sup><\/sup>. Quest\u2019ultimo \u2013 insofferente della vigilanza della polizia pontificia causata dalla sua partecipazione alla prima guerra d\u2019Indipendenza e, quindi, anch&#8217;egli in parte un caso di esilio volontario \u2013 s\u00ec imbarc\u00f2 alla volta di New York alla fine del 1850 per ricercare oltre l\u2019Atlantico quella libert\u00e0 che non riusciva a trovare in patria<sup><sup>[37]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>L\u2019attrattiva degli Stati Uniti sull&#8217;emigrazione politica successiva ai moti del biennio 1848-1849 ebbe nuovamente una ragione prevalentemente ideologica. La nazione americana apparve ancora una volta quale luogo ideale per i fuorusciti o come la \u201cTerra Promessa\u201d, per usare un\u2019espressione del mantovano Tullio De Suzzara Verdi, che vi si rifugi\u00f2 nel 1850 dopo aver combattuto nelle truppe sabaude contro l\u2019Austria fino alla sconfitta di Novara<sup><sup>[38]<\/sup><\/sup>. Non fu un caso, per esempio, che dimostrazioni repubblicane, come una manifestazione svoltasi a Livorno il 13 maggio 1848, associassero il grido di \u201cviva la repubblica\u201d all&#8217;esposizione della bandiera statunitense<sup><sup>[39]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>L\u2019attrattiva esercitata dagli Stati Uniti sui patrioti italiani fu rafforzata dagli sviluppi politici in questo paese. La calda accoglienza e l\u2019aiuto materiale che i newyorkesi riservarono ai \u201cmartiri dello Spielberg\u201d, di cui Foresti volle dare pubblicamente atto in segno di riconoscenza, furono gi\u00e0 di per se stessi un\u2019esemplificazione dell\u2019empatia americana per il Risorgimento<sup><sup>[40]<\/sup><\/sup>. A tale solidariet\u00e0 non era stato estraneo lo sdegno per il trattamento inumano che l\u2019Austria aveva riservato ai patrioti italiani, cos\u00ec come era stato rappresentato nella traduzione inglese de Le mie prigioni di Silvio Pellico, un testo diffusissimo negli Stati Unitiche, come osserv\u00f2 Confalonieri, \u201ctrovasi sparso per tutto dalle capanne dell\u2019Alabama a quelle del Michigan\u201d<sup><sup>[41]<\/sup><\/sup>. Inoltre, secondo la testimonianza di Foresti, \u201cle gazzette tutte parlarono di noi continuamente per due o tre mesi\u201d<sup><sup>[42]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>Dopo l\u2019arrivo dei reduci dello Spielberg l\u2019adesione degli statunitensi alla causa italiana si era ulteriormente approfondita negli anni seguenti. Infatti, non solo l\u2019opinione pubblica americana aveva manifestato una grande attenzione per le vicende della penisola e, in particolare, aveva espresso un marcato sostegno all&#8217;esperienza della Repubblica romana, grazie anche alle appassionate corrispondenze che la giornalista Margaret Fuller aveva pubblicato sulla \u201cDaily Tribune\u201d di New York, con la dovuta e ovvia eccezione dei comunque minoritari ambienti cattolici<sup><sup>[43]<\/sup><\/sup>. All&#8217;interno della classe politica americana e, in particolare, in seno al partito democratico era pure sorta una corrente \u2013 la Young America, che almeno nella denominazione lasciava trasparire una qualche ascendenza mazziniana \u2013 la quale propugnava il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nelle insurrezioni e nelle guerre indipendentiste, scoppiate in Europa alla met\u00e0 dell\u2019Ottocento. Lo scopo di questo progetto di politica interventista da parte di Washington, che si ricollegava alla ripresa dell\u2019espansione continentale culminata con la vittoriosa guerra contro il Messico nel 1846-1848, sarebbe stato quello di adempiere a una presunta missione provvidenziale volta alla diffusione dei principi di libert\u00e0, repubblica e democrazia, incarnati dagli stessi Stati Uniti, anche nelle nazioni europee sottoposte al giogo di monarchie autoritarie<sup><sup>[44]<\/sup><\/sup>. D\u2019altro canto, fin dal 1845 la stessa Fuller \u2013 che era solita assistere alle riunioni di vari gruppi di esuli europei \u2013 aveva alluso a un patriottismo cosmopolita liberale che avrebbe potuto arricchire ideologicamente gli Stati Uniti in una prospettiva transazionale<sup><sup>[45]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>Questi orientamenti si riflessero in parte nell&#8217;atteggiamento di William A. Sparks e Nicholas Brown, i consoli statunitensi rispettivamente a Venezia e a Roma. Sparks espresse le proprie felicitazioni alla Repubblica di San Marco dopo l\u2019insurrezione che scacci\u00f2 gli austriaci dalla citt\u00e0 lagunare, un gesto che rasent\u00f2 il riconoscimento de facto del nuovo governo<sup><sup>[46]<\/sup><\/sup>. Brown non soltanto sostenne in modo aperto la Repubblica romana, senza neppure consultarsi con il Dipartimento di Stato e in parziale contrasto con l\u2019atteggiamento pi\u00f9 neutrale dell\u2019incaricato d\u2019affari di Washington Lewis Cass Jr., giungendo a partecipare in divisa diplomatica alla cerimonia per l\u2019insediamento dell\u2019Assemblea costituente e ricevendo il plauso di Giuseppe Mazzini<sup><sup>[47]<\/sup><\/sup>. Dopo la caduta della Repubblica, si prodig\u00f2 anche per assicurare l\u2019incolumit\u00e0 ad alcuni dei suoi reduci pi\u00f9 compromessi, incluso Avezzana, fornendo loro passaporti americani e la possibilit\u00e0 di raggiungere gli Stati Uniti<sup><sup>[48]<\/sup><\/sup>. Brown manifest\u00f2 cos\u00ec una disponibilit\u00e0 decisamente maggiore a quella rivelata da Cass, che pure nel 1851 ottenne la liberazione di tredici detenuti politici dello Stato pontificio impegnandosi a pagare i 3.000 dollari di spesa per la loro deportazione in California<sup><sup>[49]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>Espatri e deportazioni alla volta dell\u2019America proseguirono anche negli anni successivi e riguardarono non soltanto gli Stati pi\u00f9 reazionari della penisola, ma anche il governo costituzionale sabaudo. Sedata la rivolta del 27 gennaio 1850 alla Fieravecchia di Palermo, uno dei suoi promotori, Domenico Minnelli, si mise in salvo trovando un passaggio gratuito per New York su una nave statunitense<sup><sup>[50]<\/sup><\/sup>. La tentata insurrezione di Milano del 6 febbraio 1853 indusse il Regno di Sardegna a esiliare una settantina di rivoluzionari, soprattutto per compiacere il governo austriaco. Nessun paese volle accoglierli fatta eccezione per gli Stati Uniti, che i proscritti raggiunsero nel maggio di quello stesso anno a bordo della fregata sabauda San Giovanni grazie ai passaporti che aveva rilasciato loro William Burnet Kinney \u2013 lo charg\u00e9 d\u2019affaires americano a Torino \u2013 su pressioni del ministro degli esteri di Vittorio Emanuele II, il generale Giuseppe Dabormida<sup><sup>[51]<\/sup><\/sup>. A differenza dei diplomatici di altre nazioni, Kinney si mostr\u00f2 disponibile a tale richiesta perch\u00e9 era \u201cpolitica del popolo e del governo americano, mantenendo la dottrina della libert\u00e0 civile e religiosa, offrire asilo a tutti quelli che ne erano stati privati\u201d<sup><sup>[52]<\/sup><\/sup>. Inoltre, un nucleo di dieci esuli giunse dal Granducato di Toscana e dallo Stato pontificio a New York nel 1856<sup><sup>[53]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>Alla stessa meta era destinato un gruppo di patrioti napoletani che vennero banditi dal Regno delle Due Sicilie nel 1859 nel contesto della politica di Ferdinando II di Borbone incentrata su proscrizioni e perfino accondiscendenza verso le fughe per evitare di trasformare i suoi oppositori in martiri come era accaduto, invece, per i giustiziati dopo la rivoluzione del 1799<sup><sup>[54]<\/sup><\/sup>. Questi esuli, per\u00f2, riuscirono a persuadere il capitano della nave a lasciarli sbarcare a Cork in Irlanda prima di intraprendere il viaggio transoceanico. Pur riconoscendo che gli Stati Uniti costituivano indubbiamente una nazione \u201cbella, libera e civile\u201d, i deportati preferirono farsi concedere ospitalit\u00e0 dalla Gran Bretagna per non allontanarsi troppo dall&#8217;Italia meridionale, dove auspicavano di poter rientrare in tempi rapidi nella convinzione che la monarchia di Ferdinando II sarebbe stata presto rovesciata<sup><sup>[55]<\/sup><\/sup>. Tra coloro che non vollero proseguire la traversata c\u2019era anche Luigi Settembrini. Sebbene il patriota avesse ricordato come negli ambienti risorgimentali napoletani \u201csi leggeva con ardore le storie del Botta\u201d, denotando cos\u00ec un palese interesse per gli Stati Uniti nelle cerchie che frequentava, e nonostante riconoscesse che dall&#8217;altra parte dell\u2019Atlantico vivevano \u201cuomini [\u2026] pi\u00f9 liberi\u201d, Settembrini fin dalla notifica della sua deportazione e prima ancora che si presentasse l\u2019occasione di non varcare l\u2019oceano si era determinato a \u201cstare in America il pi\u00f9 breve tempo che potr\u00f2\u201d per poter riabbracciare il figlio che viveva in Inghilterra<sup><sup>[56]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>Malgrado la comprensibilit\u00e0 e la ragionevolezza delle motivazioni \u2013 anche di carattere personale \u2013 addotte, nella scelta dei profughi napoletani pu\u00f2 essere colto pure un ridimensionamento dell\u2019attrattiva esercitata dagli Stati Uniti. Questa destinazione rimase un\u2019opzione per Francesco Crispi, espulso anch&#8217;egli dal Regno di Sardegna per il suo coinvolgimento nelle vicende milanesi del 1853, qualora non fosse riuscito a trovare asilo in Francia<sup><sup>[57]<\/sup><\/sup>. Per\u00f2, anche in considerazione dell\u2019ampio ventaglio delle posizioni politiche espresse dai patrioti italiani, non tutti gli esuli risorgimentali finirono per identificarsi ideologicamente col modello americano e tale orientamento contribu\u00ec a ridurre il fascino che gli Stati Uniti esercitarono su di loro. A tale paese guardavano soprattutto i repubblicani, stando almeno ai rapporti del gi\u00e0 menzionato Kinney<sup><sup>[58]<\/sup><\/sup>. Ma questa posizione non esauriva l\u2019articolazione del panorama risorgimentale. Per limitarsi alle decisioni dei reduci dello Spielberg, Giorgio Pallavicino Trivulzio, alla deportazione negli Stati Uniti, prefer\u00ec il confino a Praga, malgrado la noia della vita sociale nel capoluogo boemo riscontrata da chi lo aveva preceduto nell&#8217;esilio in tale citt\u00e0<sup><sup>[59]<\/sup><\/sup>. Infatti, come scriveva gi\u00e0 alla fine del 1821 il generale napoletano Gabriele Pedrinelli, \u201cChe si fa da noi in Praga? [\u2026] Si legge, si passeggia solo, si mangia bene [\u2026]. Qualche sera per disperazione si va a teatro, teatro di provincia e tedesca, vale a dire, che non se ne intende alcun\u2019arguzia\u201d<sup><sup>[60]<\/sup><\/sup>. Inoltre, nonostante il caloroso benvenuto tributatogli, l\u2019aristocratico conte Confalonieri prese ben presto le distanze dalla democrazia americana, in corso di instaurazione sotto le amministrazioni di Andrew Jackson (1829-1837) e dell\u2019appena insediatosi (4 marzo 1837) Martin Van Buren, presidenti affetti dalla limitazione di essere \u201ctutti del partito della plebe, che \u00e8 quella che li elegge e che sola governa\u201d. Sebbene questo sistema fosse \u201cantipode\u201d a quello austriaco che lo aveva perseguitato, Confalonieri non tard\u00f2 a criticare la concezione statunitense della \u201clibert\u00e0 fatalmente prossima alla licenza\u201d, paventando l\u2019imminente degenerazione della democrazia americana nella \u201coligarchia de\u2019 molti, forse pi\u00f9 temibile che quella de\u2019 pochi, e che l\u2019istesso despotismo\u201d<sup><sup>[61]<\/sup><\/sup>. Cos\u00ec, alla prima occasione utile, fugg\u00ec per rientrare in Europa e nel settembre 1837, a pochi mesi dalla sua deportazione oltre l\u2019Atlantico, era gi\u00e0 a Parigi<sup><sup>[62]<\/sup><\/sup>. Anche Barilli rientr\u00f2 presto in Europa, ma si stabil\u00ec in Gran Bretagna<sup><sup>[63]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<ol start=\"3\">\n<li>Difficolt\u00e0 economiche e impegno risorgimentale<\/li>\n<\/ol>\n<p>Terminato il periodo di quarantena al suo arrivo a New York nel 1850 Garibaldi scrisse a un comitato di esuli italiani che avrebbe voluto tributargli un ricevimento ufficiale che declinava di aderire all&#8217;iniziativa perch\u00e9 gli unici obiettivi del suo soggiorno negli Stati Uniti erano quelli di \u201cguadagnare il mio pane ed aspettare un\u2019occasione pi\u00f9 favorevole per liberare il mio paese da\u2019 suoi oppressori esteri e domestici\u201d<sup><sup>[64]<\/sup><\/sup>. In questo duplice obiettivo era riassunta la condizione e gli intenti della maggior parte dei profughi politici italiani in America. Al di l\u00e0 dell\u2019alone di eroica dignit\u00e0 che poteva circondare l\u2019esilio, la prima incombenza dei fuorusciti fu la sopravvivenza materiale. Una costante delle loro testimonianze risult\u00f2 rappresentata proprio dalla necessit\u00e0 di procurarsi i mezzi di sostentamento. Le considerazioni di apertura della lettera indirizzata da Tinelli al fratello Carlo dopo il suo sbarco a New York furono un\u2019articolata esposizione del suo sgomento per l\u2019alto costo della vita che stava riscontrando negli Stati Uniti: \u201ci primi giorni del soggiorno qui mi trovai veramente atterrito dalla grandissima difficolt\u00e0 di poter trovare qualunque alloggio o pensione, essendo tutto enormemente caro; figurati che i primi 4 giorni abbiamo speso, Bargnani e io, 20 dollari ciascheduno pel solo alloggio e vitto, senza contare tante altre spese accessorie pel discarico e trasporto di effetti\u201d<sup><sup>[65]<\/sup><\/sup>. Molti anni pi\u00f9 tardi Tinelli avrebbe ribadito il concetto ancora una volta al fratello: \u201cin questa magnifica repubblica se non c\u2019\u00e8 il com quibus bisogna morire come cani\u201d<sup><sup>[66]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>L\u2019ansia di Tinelli fu condivisa da molti altri esuli. La prima apprensione di De Attellis una volta giunto negli Stati Uniti fu quella di trovare un impiego al figlio e Borsieri non manc\u00f2 di diffondersi sugli espedienti a cui dovettero ricorrere lui stesso e gli altri \u201cmartiri dello Spielberg\u201d per trovare da sbarcare il lunario<sup><sup>[67]<\/sup><\/sup>. L\u2019immagine di Garibaldi intento a lavorare nell&#8217;opificio di Antonio Meucci a Staten Island \u00e8 parte integrante dell\u2019epopea risorgimentale ed emblematica delle condizioni di molti fuorusciti, anche se al tempo suscit\u00f2 l\u2019indignazione dell\u2019amico Francesco Carpaneto, che lo era andato a trovare nell\u2019aprile del 1851: \u201cdopo aver sudato sangue sul campo della libert\u00e0, dopo aver sostenuto l\u2019onore Italiano, dopo aver umiliato i Francesi e qualche Re, e dimostrato ai stranieri quanta virt\u00f9 possa in cuore Italiano, indovina un po\u2019 a cosa sta egli occupato? niente meno che a fab\u00adbricar candele di sego [\u2026] egli che la virt\u00f9 decantata sui teatri mette in pratica si lascia perire nell&#8217;oblio, nella miseria: vergogna nostra!\u201d<sup><sup>[68]<\/sup><\/sup><\/p>\n<p>Come \u00e8 stato rilevato, generalmente la precariet\u00e0 della condizione economica afflisse soprattutto gli esuli dei moti del biennio 1848-1849 in quanto, a differenza dei patrioti risorgimentali che li avevano preceduti, erano pi\u00f9 numerosi, appartenevano a una molteplicit\u00e0 di ceti sociali e risultavano privi di quella rete di solidariet\u00e0 di ceto che aveva connotato i loro antesignani di estrazione aristocratica<sup><sup>[69]<\/sup><\/sup>. Nel caso specifico statunitense, per\u00f2, tali reti furono indebolite da tensioni e incomprensioni che lacerarono in parte la ristretta comunit\u00e0 degli esuli. Ne risulta esemplificativo un passo di una lettera di Arese sui suoi compagni di sventura: \u201cQui ho conosciuto tutti i vecchi e nuovi esportati e deportati; e per alcuni di essi meglio varrebbe l\u2019esserci accontentati di conoscerne il nome; Argenti, uomo debole, senza mezzi (intellettuali) e d\u2019una presunzione eccessiva, Confalonieri, uomo di gran numeri ma d\u2019amor proprio immenso, Maroncelli discreto, Bargnani, senza forme [\u2026], Castiglia buono ma bigotto\u201d<sup><sup>[70]<\/sup><\/sup>. Risparmiato da Arese, Maroncelli era criticato da Borsieri \u2013 che lo accusava di essere \u201ctraviato [\u2026] da una inarrivabile vanit\u00e0, che lo riduce a mali passi\u201d \u2013 ma, a sua volta, si doleva che gli altri reduci dello Spielberg \u2013 come lo stesso Borsieri \u2013 avessero accesso a sussidi finanziari che erano invece preclusi al \u201cmutilato\u201d, come si definiva con un misto di autocommiserazione e sarcasmo<sup><sup>[71]<\/sup><\/sup>. Inoltre, le difficolt\u00e0 finanziarie afflissero anche i nobili come Tinelli, che per trovare un\u2019occupazione redditizia cerc\u00f2 di trasformarsi in imprenditore tessile diffondendo la coltura del gelso e l\u2019allevamento del baco da seta per l\u2019industria serica, oltre ad ambire a raggiungere una certa sicurezza economica con incarichi diplomatici per conto del governo di Washington, una volta acquisita la cittadinanza statunitense<sup><sup>[72]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>A differenza dell\u2019esperienza di Tinelli, la soluzione adottata da numerosi esuli fu l\u2019insegnamento della lingua e della letteratura italiana a pi\u00f9 livelli, a cui non si dedic\u00f2 invece a tempo pieno Maroncelli, convinto che \u201cse non fosse la musica, di cui egli e sua moglie danno lezioni, la sola maestranza delle lingue lo lascerebbe morire di fame\u201d<sup><sup>[73]<\/sup><\/sup>. Borsieri e De Attellis impartivano lezioni private. Dopo aver svolto anch&#8217;egli l\u2019attivit\u00e0 di insegnante privato, nel 1839 Foresti sostitu\u00ec Lorenzo Da Ponte, l\u2019ex librettista di Mozart, alla cattedra di italiano che era stata istituita al Columbia College. Ad essa ne aggiunse una seconda alla New York University nel 1841 fino a quando non torn\u00f2 in Italia nel 1856 nella veste di console degli Stati Uniti a Genova. Batolo svolse a pi\u00f9 riprese corsi all\u2019Universit\u00e0 di Harvard, che dovette per\u00f2 integrare con l\u2019insegnamento privato a causa della modestia del suo compenso, fino a quando non fu rimosso dall&#8217;incarico nel 1846. Dal 1854 al 1859 il suo sostituto, Luigi Monti, fu un altro esule politico che era fuggito da Palermo nel 1850, dopo aver partecipato ai moti del biennio precedente, prima di farvi ritorno quale console americano dal 1861 al 1863<sup><sup>[74]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>Se il conseguimento della cittadinanza statunitense e l\u2019ingresso nella carriera diplomatica per il paese d\u2019adozione da parte di alcuni degli esuli risorgimentali come Tinelli pot\u00e9 forse configurarsi come un segnale di un attenuamento, almeno parziale, dell\u2019identificazione con la terra d\u2019origine, altri fuorusciti mantennero anche negli Stati Uniti il loro impegno a favore dell\u2019unit\u00e0 italiana. Non a caso, pur essendosi naturalizzato cittadino americano, alla \u201cnotizia delle riforme liberali incominciate negli Stati Romani del nuovo pontefice Pio IX\u201d, De Attellis si imbarc\u00f2 per l\u2019Europa per \u201cvolare al soccorso dell\u2019Italia\u201d<sup><sup>[75]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>Particolarmente significativo per attestare l\u2019impegno risorgimentale degli esuli negli Stati Uniti fu l\u2019esperienza di Foresti. Il 6 giugno 1841, lo stesso anno in cui ricevette la cittadinanza americana, Foresti fu collocato da Mazzini alla presidenza della Congrega Centrale della Giovine Italia per l\u2019America del Nord. La Congrega aveva sede a New York, contava una sessantina di aderenti in questa citt\u00e0 e si proponeva di diffondere gli ideali mazziniani, tanto tra gli immigrati italiani quanto presso l\u2019opinione pubblica statunitense, in modo da suscitare il sostegno al processo di unificazione politica della nazione italiana in forma repubblicana. A tale scopo promosse anche la raccolta di fondi in ambienti protestanti che potevano essere ragionevolmente ritenuti ostili a una potenza cattolica quale era l\u2019Austria. Da New York, l\u2019azione della Congrega si estese ben presto ad altre citt\u00e0 degli Stati Uniti dove sorsero le sue \u201cramificazioni\u201d: a Boston sotto la guida del gi\u00e0 menzionato Bachi, a Filadelfia con Giuseppe De Tivoli \u2013 alias Cola di Renzo \u2013 come \u201cordinatore\u201d, a Richmond in Virginia con alla testa Carlo Bassini, a Charleston nel South Carolina con a capo Cristoforo S. Salinas, a New Haven nel Connecticut sotto Luigi Roberti e a New Orleans in Louisiana sotto la direzione del Dr. Natilj. La Congrega oper\u00f2 fino alla primavera del 1848 quando venne trasformata nell&#8217;Associazione Nazionale Italiana, un\u2019organizzazione che, negli intenti di Mazzini, attenuando l\u2019intransigenza repubblicana del precedente organismo, avrebbe dovuto coinvolgere un maggior numero di immigrati italiani negli Stati Uniti<sup><sup>[76]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>Pure l\u2019insegnamento della lingua italiana divenne uno strumento a sostegno del risorgimento. Un po\u2019 tutti i docenti menzionati in precedenza imposero ai loro allievi la lettura de Le mie prigioni di Pellico come un classico della letteratura al pari di Dante o di Tasso, aiutando cos\u00ec la diffusione di sentimenti antiaustriaci<sup><sup>[77]<\/sup><\/sup>. Inoltre, la Congrega Centrale della Giovine Italia per l\u2019America del Nord istitu\u00ec a Boston e a New York due scuole per i figli di famiglie povere di immigrati italiani, sul modello di quanto aveva fatto Mazzini a Londra nel 1841, dove \u00e8 presumibile che gli ideali risorgimentali nella loro accezione repubblicana venissero trasmessi insieme alle nozioni di lingua e letteratura<sup><sup>[78]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>I fuorusciti svolsero anche un\u2019intensa attivit\u00e0 pubblicistica per propagandare la causa dell\u2019indipendenza italiana negli Stati Uniti, scrivendo per alcuni grandi periodici in lingua inglese. Foresti collabor\u00f2 con la \u201cDemocratic Review\u201d, la testata di riferimento per il movimento della Young America e, quindi, un giornale gi\u00e0 sensibile a questa tematica. Per il giornale rivale, l\u2019\u201cAmerican Whig Review\u201d, scrisse invece un altro proscritto, il piacentino Giovanni Francesco Secchi de\u2019 Casali, esule dopo la fallita cospirazione del 1836 contro la duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla Maria Luigia d\u2019Austria<sup><sup>[79]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>Per raggiungere in maniera pi\u00f9 efficace l\u2019intera comunit\u00e0 italiana newyorkese, non soltanto la sua componente gi\u00e0 politicizzata dalla partecipazione ai moti risorgimentali in patria, de\u2019 Casali volle anche fondare un periodico in lingua italiana. Ci prov\u00f2 una prima volta nel 1849 con \u201cL\u2019Europeo Americano\u201d, un periodico bilingue per non perdere il contatto con il pubblico anglofono, che per\u00f2 interruppe le pubblicazioni nel giro di qualche settimana. Ritent\u00f2 l\u2019anno successivo con il giornale \u201cL\u2019Eco d\u2019Italia\u201d, a cui arrise miglior fortuna tanto che continu\u00f2 a uscire fino al 1896, ben oltre la morte del suo ideatore e proprietario sopraggiunta nel 1885. Dal 1850 de\u2019 Casali si fece anche promotore della diffusione negli Stati Uniti del giornale \u201cL\u2019Italia del Popolo\u201d, stampato da Mazzini prima a Losanna e poi a Genova<sup><sup>[80]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>Tutto faceva presagire che de\u2019 Casali e \u201cL\u2019Eco d\u2019Italia\u201d potessero diventare la voce dei mazziniani negli Stati Uniti. Tuttavia, dopo un primo sostegno alle iniziative di de\u2019 Casali, Foresti ruppe in poco tempo i suoi rapporti con lui. Gi\u00e0 nell&#8217;ottobre del 1850 defin\u00ec il suo rivale \u201cun uomo inetto \u2013 cattivo \u2013 e mercenario \u2013 servile \u2013 e cangevole\u201d, accusandolo di essersi appropriato dei proventi derivanti dalla vendita de \u201cL\u2019Italia del Popolo\u201d<sup><sup>[81]<\/sup><\/sup>. Alle idiosincrasie e alle rivalit\u00e0 personali tra Foresti e de\u2019 Casali si somm\u00f2 la posizione progressivamente moderata che il secondo espresse in misura crescente dalle colonne de \u201cL\u2019Eco d\u2019Italia\u201d e che condusse il settimanale a presentare la politica del Regno di Sardegna e della Casa Savoia quale strumento pi\u00f9 efficace e opportuno per realizzare il processo di unificazione nazionale in Italia<sup><sup>[82]<\/sup><\/sup>. Foresti volle liquidare \u201cL\u2019Eco d\u2019Italia\u201d come \u201cun giornaletto italiano di niun conto\u201d, ma le sue parole sprezzanti non rispecchiavano il reale ascendente di de\u2019 Casali<sup><sup>[83]<\/sup><\/sup>. Foresti stesso ne era consapevole e si propose di correre ai ripari. Per cercare di arginare l\u2019influenza di de\u2019 Casali \u2013 costituita non tanto dall&#8217;esigua circolazione del suo settimanale, attestata sul centinaio di copie, quanto dal fatto che i suoi articoli erano ripresi dalle testate pi\u00f9 autorevoli statunitensi in lingua inglese \u2013 i mazziniani tentarono di contrapporgli un proprio organo. Tale sforzo si rivel\u00f2 tuttavia infruttuoso. Gi\u00e0 nel 1850 Foresti promosse la nascita de \u201cL\u2019Esule Italiano\u201d, affidandolo a un ex cappuccino, Giovan Battista Torricelli. Cessate le pubblicazioni dopo pochi numeri, nell&#8217;agosto dell\u2019anno seguente il giornale fu sostituito da \u201cIl Proscritto\u201d, diretto da Alberto Maggi e Filippo Manetta, ma anch&#8217;esso fallito in breve tempo<sup><sup>[84]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>La mancanza di fondi costitu\u00ec l\u2019ostacolo pi\u00f9 ostico per la sopravvivenza delle testate mazziniane radicali prima ancora che nella seconda met\u00e0 degli anni Cinquanta la voce sempre pi\u00f9 moderata e filo-monarchica di de\u2019 Casali trovasse una pronta eco nel distacco dell\u2019opinione pubblica americana e dello stesso governo statunitense dalle istanze pi\u00f9 estremistiche del Risorgimento soprattutto in seguito alla reazione per il presunto coinvolgimento di Mazzini nell&#8217;attentato di Felice Orsini contro Napoleone III nel 1858<sup><sup>[85]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>Solo a San Francisco \u2013 nella lontana California, meta soprattutto di immigrati ed esuli genovesi \u2013 l\u2019ideologia mazziniana rivel\u00f2 una maggiore capacit\u00e0 di sopravvivenza nella comunit\u00e0 italiana. Tale dinamismo fu attestato dal sorgere di due testate repubblicane proprio nel periodo a cavallo della proclamazione del Regno d\u2019Italia: \u201cLa Cronica Italiana\u201d, creata nel 1860 da Angelo Mangini, sottrattosi alla condanna a morte in contumacia che colp\u00ec i protagonisti del moto di Genova del giugno di tre anni prima, e \u201cLa Parola\u201d, fondato nel 1861 da due altri esuli ed ex collaboratori del primo giornale, Raffaele Ancarani e Agostino Spivalo, e ben presto scivolato su posizioni monarchiche<sup><sup>[86]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>Il reperimento di finanziamenti tra gli immigrati italiani e nei settori italofili della societ\u00e0 statunitense costitu\u00ec un ulteriore terreno di iniziativa degli esuli a beneficio della causa risorgimentale. Tra il 1859 e il 1860, per esempio, a New York operarono ben due comitati per alimentare la campagna del \u201cmilione di fucili\u201d, la raccolta di contributi per equipaggiare le milizie garibaldine, che nel complesso riusc\u00ec a inviare alle camice rosse armamenti e altre forniture per un totale di circa 100.000 dollari: il Garibaldi Fund Committee, presieduto da Avezzana e di orientamento pi\u00f9 radicale, e l\u2019Italian National Committee, diretto da Vincenzo Botta e di tendenza moderata<sup><sup>[87]<\/sup><\/sup>. L\u2019iniziativa fu cos\u00ec estesa da avere ramificazioni fino in California, dove a San Francisco sorse un comitato diretto da Fulgenzio Seregni che raccolse altri 4.100 dollari<sup><sup>[88]<\/sup><\/sup>. Per\u00f2, il suo sdoppiamento a New York fu ancora una volta significativo della scarsa coesione interna del mondo degli esuli a causa delle diverse posizioni politiche e in particolare della crescente contrapposizione tra democratici e moderati monarchici, una condizione rafforzata dal boicottaggio di questa campagna da parte di de\u2019 Casali e de \u201cL\u2019Eco d\u2019Italia\u201d<sup><sup>[89]<\/sup><\/sup>. Un precedente esempio di questa lacerazione era stato fornito nel 1857 quando, in California, i monarchici avevano offerto 5.000 lire al Regno di Sardegna per rafforzare le fortificazioni nel presidio di Alessandria e i democratici avevano risposto aderendo \u2013 con l\u2019ancorch\u00e9 modesta cifra di 162,25 lire \u2013 alla sottoscrizione lanciata dal giornale mazziniano di Genova \u201cItalia e Popolo\u201d per donare 10.000 fucili alla prima provincia italiana in cui fosse scoppiata un\u2019insurrezione<sup><sup>[90]<\/sup><\/sup>. Altre collette riguardarono il reperimento di circa 10.000 dollari destinati alle vedove e agli orfani dei patrioti caduti in battaglia nella guerra contro l\u2019Austria nel 1859<sup><sup>[91]<\/sup><\/sup>. Furono pure raccolti sussidi anche per le famiglie dei soldati sabaudi morti durante la guerra di Crimea<sup><sup>[92]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>Vincenzo Botta \u2013 che era giunto a New York nel 1853, non come esule politico, ma per studiare il sistema scolastico americano, anche se si trattenne negli Stati Uniti perch\u00e9 ne apprezz\u00f2 ben presto \u201ci dolcissimi frutti d\u2019una libert\u00e0 tanto sconfinata quanto il consente ragione\u201d<sup><sup>[93]<\/sup><\/sup> \u2013 svolse anche un\u2019importante funzione di propugnatore dell\u2019indipendenza italiana presso l\u2019opinione pubblica statunitense attraverso una serie di conferenze e di interventi sui principali periodici in lingua inglese. In questo compito fu particolarmente facilitato dal matrimonio contratto nel 1855 con la celebre poetessa Anne Charlotte Lynch, che gli dischiuse la porta dei salotti letterari newyorkesi<sup><sup>[94]<\/sup><\/sup>. Nell&#8217;ambito dei propagandisti vanno considerate anche alcune figure di esuli che, pur senza stabilirsi negli Stati Uniti, vi si trattennero per qualche tempo per tenere conferenze. Uno dei personaggi pi\u00f9 significativi in proposito fu forse l\u2019ex barnabita Antonio Gavazzi. Gi\u00e0 protagonista della Repubblica romana, Gavazzi si rec\u00f2 negli Stati Uniti e in Canada tra il 1853 e il 1854 su invito dell\u2019organizzazione protestante American and Foreign Christian Union e pronunci\u00f2 una serie di violenti discorsi contro Pio IX, la tirannide papale e la Chiesa cattolica, che accus\u00f2 del fallimento dei moti italiani del 1848. Le sue invettive ricevettero particolare attenzione per il contemporaneo viaggio negli Stati Uniti del nunzio pontificio Gaetano Bedini, a cui Gavazzi non manc\u00f2 di imputare la responsabilit\u00e0 per la fucilazione di un altro dei patrioti che avevano preso parte alla Repubblica romana, il sacerdote Ugo Bassi. Le polemiche alimentate da Gavazzi in una societ\u00e0 attraversata da marcati atteggiamenti anticattolici servirono a ridestare le simpatie dell\u2019opinione pubblica statunitense per la Repubblica romana e, con essa, per il Risorgimento italiano<sup><sup>[95]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>Inoltre, fin dal 1843, De Attellis e Avezzana avevano costituito a New York una Guardia Italiana per mantenere l\u2019addestramento militare dei fuorusciti nel caso si fossero presentate le condizioni per riprendere la lotta risorgimentale sul campo di battaglia. Soprattutto Avezzana era convinto che \u201cil giorno della grande riscossa nazionale fosse molto vicino e pi\u00f9 prossimo che taluni il credessero\u201d<sup><sup>[96]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>4. L\u2019esilio risorgimentale postunitario<\/p>\n<p>La concretizzazione dell\u2019unit\u00e0 italiana richiam\u00f2 nella penisola alcuni esuli. Avezzana, per esempio, non volle rinunciare all&#8217;opportunit\u00e0 di tornare all&#8217;azione militare e riusc\u00ec a rientrare in tempo per unirsi ai \u201cMille\u201d di Garibaldi e per combattere nella battaglia del Volturno, guadagnandosi sul campo i galloni di tenente generale<sup><sup>[97]<\/sup><\/sup>. Cipriani rientr\u00f2 nel Regno di Sardegna gi\u00e0 alla notizia dell\u2019alleanza sardo-francese del gennaio del 1859 per arruolarsi nelle truppe sabaude con la funzione di ufficiale di collegamento con il quartier generale dell\u2019imperatore Napoleone III, di cui era amico<sup><sup>[98]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>Nondimeno la proclamazione del Regno d\u2019Italia non mise fine all&#8217;emigrazione politica risorgimentale. Rispetto al passato, per\u00f2, non si tratt\u00f2 pi\u00f9 di un esodo in prevalenza forzoso, bens\u00ec soprattutto di un esilio volontario da parte dei delusi dell\u2019esito che stava avendo il processo di unificazione nazionale.<\/p>\n<p>Dopo che il suo tentativo di marciare su Roma e di annettere all&#8217;Italia quel che restava dello Stato pontificio era stato frustrato dall&#8217;esercito sabaudo sull&#8217;Aspromonte nel 1862, Garibaldi ventil\u00f2 la possibilit\u00e0 di accettare l\u2019offerta di un comando nelle forze armate unioniste fattagli dal presidente statunitense Abraham Lincoln e di partire, quindi, per gli Stati Uniti per prendere parte alla guerra civile americana. Falliti gli sforzi per fomentare un\u2019insurrezione nel Lazio e sconfitto a Mentana dalle truppe francesi e pontificie, Garibaldi torn\u00f2 a ipotizzare il trasferimento negli Stati Uniti, rivendicando una sua presunta cittadinanza americana che in realt\u00e0 non aveva mai conseguito. Si pu\u00f2 pensare che il generale avesse voluto fare affidamento su Washington per ottenere la liberazione dalla fortezza del Varigliano dove era stato recluso in entrambe le occasioni. Ma non \u00e8 neppure da escludere, come ha suggerito H. Nelson Gay, che Garibaldi avesse minacciato di rinunciare alla cittadinanza italiana e di intraprendere un nuovo esilio \u2013 azioni che sarebbero suonate come uno smacco, se non addirittura come un\u2019implicita messa in stato di accusa, per il neocostituito Regno d\u2019Italia \u2013 per indurre il governo sabaudo a risolvere la questione romana. Comunque, in entrambi i casi, i propositi del generale, se realmente tali, non ebbero alcun seguito<sup><sup>[99]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>Quanto rimase sul piano meramente virtuale per Garibaldi venne, invece, attuato da alcuni garibaldini. Come ha osservato Giorgio Spini, \u201cnulla di strano che dei \u2018picciotti\u2019 siciliani, dopo aver seguito Garibaldi verso Aspromonte, siano poi scappati negli Stati Uniti\u201d<sup><sup>[100]<\/sup><\/sup>. Per esempio, il console generale degli Stati Uniti presso il Regno d\u2019Italia riconobbe in questi ultimi buona parte dei garibaldini che chiesero di potersi arruolare nell&#8217;esercito unionista dopo lo scoppio della guerra civile americana<sup><sup>[101]<\/sup><\/sup>. \u00c8 molto probabile, per\u00f2, che per costoro, come era gi\u00e0 avvenuto per alcuni dei loro predecessori dell\u2019inizio dell\u2019Ottocento, l\u2019intenzione di trovare opportunit\u00e0 per continuare a esercitare il mestiere delle armi si andasse a sommare al senso di delusione per l\u2019assetto politico del nuovo Stato unitario. Tale connubio emerse dell\u2019esperienza di Enrico Fardella, che si dimise dall&#8217;esercito sabaudo nell&#8217;aprile del 1861 sull&#8217;onda lunga dello sconforto della rinuncia a Roma da parte di Vittorio Emanuele II per emigrare negli Stati Uniti dove si arruol\u00f2 nell&#8217;esercito nordista<sup><sup>[102]<\/sup><\/sup>. Un numero imprecisato di ex combattenti delle guerre risorgimentali attravers\u00f2 l\u2019Atlantico sulle orme di Fardella per entrare nelle truppe unioniste, contribuendo alla costituzione della Garibaldi Guard a Est e alla milizia del generale John Fr\u00e9mont a Ovest<sup><sup>[103]<\/sup><\/sup>. Questo fu forse anche il caso di Giovanni Martini, un reduce dello scontro di Mentana, aggregatosi come trombettiere al Settimo Cavalleggeri del colonnello George Armstrong Custer e unico sopravvissuto alla battaglia del Little Big Horn del 1876<sup><sup>[104]<\/sup><\/sup>. Inoltre, la Compagnia Garibaldina, sorta nel 1868 a San Francisco \u2013 dove la comunit\u00e0 italo-americana che era gi\u00e0 stata teatro di manifestazioni di protesta per i fatti di Mentana, compresa una sottoscrizione per le famiglie dei morti e dei feriti tra le milizie di Garibaldi \u2013 annover\u00f2 tra i suoi membri numerosi ex combattenti che erano stati agli ordini del generale<sup><sup>[105]<\/sup><\/sup>. Oltre a queste campagne di sostegno alle iniziative di Garibaldi nell&#8217;ambito delle Little Italies, fu l\u2019atteggiamento di empatia dell\u2019opinione pubblica americana verso il generale a offrire ancora una volta agli occhi dei suoi reduci l\u2019immagine degli Stati Uniti come una terra politicamente accogliente. Proprio dopo lo scoppio delle ostilit\u00e0 con la Confederazione, la stampa dell\u2019Unione stigmatizz\u00f2 l\u2019asservimento del Regno d\u2019Italia alla Francia sulla questione romana, present\u00f2 Vittorio Emanuele II come un \u201cdoppiogiochista\u201d e propose lo stesso Garibaldi \u2013 \u201cvittima dell\u2019ipocrisia ministeriale\u201d sull&#8217;Aspromonte e \u201cribelle che ha agito nell&#8217;interesse dell\u2019Italia\u201d \u2013 quale modello per la societ\u00e0 nordista a tal punto che, alla fine di ottobre del 1862, nel pieno della guerra civile, la rivista \u201cHarper\u2019s Magazine\u201d gli dedic\u00f2 la copertina, ritraendolo pensieroso e con la gamba ferita durante la detenzione nella fortezza di Varigliano<sup><sup>[106]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>L\u2019emigrazione negli Stati Uniti per disillusione politica coinvolse perfino i moderati. Cipriani, che era stato nominato governatore della Romagna dopo l\u2019insurrezione del 1859 ma aveva destato il sospetto di voler avallare le mire francesi sull&#8217;Italia centrale a causa della sua amicizia con Napoleone III, si sent\u00ec \u201cmesso in disparte\u201d proprio alla vigilia della proclamazione del Regno d\u2019Italia, dopo tutto quello che aveva fatto \u201cper ingrandire il Piemonte\u201d. Pertanto, si dimise dalla carica di governatore ed emigr\u00f2 ancora una volta in California gi\u00e0 alla met\u00e0 del 1860<sup><sup>[107]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>Soprattutto gli Stati Uniti meridionali divennero il rifugio per alcuni dei nuovi sconfitti del Risorgimento. Prima che scoppiasse formalmente la guerra tra il Nord e il Sud e la marina unionista imponesse un blocco navale alle coste nemiche, tra il dicembre del 1860 e il marzo del 1861 diverse centinaia di soldati del disciolto esercito borbonico \u2013 con il tacito avallo del governo sabaudo, desideroso di liberarsi della loro scomoda presenza \u2013 furono reclutati dalle forze armate confederate da Chatham Roberdeau Wheat, un avventuriero della Louisiana che paradossalmente aveva combattuto con i Mille di Garibaldi. All&#8217;internamento, per chi era rimasto fedele al sovrano deposto, e alle discriminazioni per l\u2019inserimento tra le truppe sabaude, nel caso dei pi\u00f9 pragmatici, un certo numero di ex militari di Francesco II prefer\u00ec prendere la via dell\u2019esilio alla volta della Louisiana e di altri Stati del Sud<sup><sup>[108]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>In tal modo, gli Stati Uniti continuarono in parte a rappresentare una met\u00e0 per alcuni di coloro che seguitarono a restare insoddisfatti della situazione politica italiana anche dopo il raggiungimento dell\u2019unificazione nazionale. Costoro anticiparono di qualche decennio quel pi\u00f9 nutrito gruppo di scontenti per motivi politici costituito dagli anarchici e dai socialisti trasferitisi sull&#8217;altra sponda dell\u2019Atlantico tra la fine dell\u2019Ottocento e l\u2019inizio del Novecento, attratti da una nuova accezione del mito americano<sup><sup>[109]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[1]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 William ed Edmund Burke cit. in Piero Del Negro, Il mito americano nella Venezia del \u2018700, Padova, Liviana, 1986, p. 45.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[2]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Giorgio Spini, Prefazione, in Italia e America dal Settecento all&#8217;et\u00e0 dell\u2019imperialismo, a cura di Giorgio Spini et al., Venezia, Marsilio, 1976, pp. 12-13.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[3]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Charles R. D. Miller, Alfieri and America, \u201cPhilological Quarterly\u201d, 11, 1 (1932), pp. 163-66; Piero Bairati, Alfieri e la rivoluzione americana, in Italia e America, cit., pp. 67-83.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[4]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Longano cit. in Franco Venturi, Francesco Longano. Nota introduttiva, in Illuministi italiani, V, Riformatori napoletani, a cura di Id., Milano, Ricciardi, 1962, p. 337; Filangeri cit. in Franco Venturi, Settecento riformatore, IV, La caduta dell\u2019Antico Regime (1776-1789), tomo 1, I grandi stati dell\u2019Occidente, Torino, Einaudi, 1984, p. 26. Per il quadro generale del periodo, cfr. anche Anna Maria Martellone, Introduzione. L\u2019et\u00e0 della Rivoluzione Americana, in Italia e America, cit., pp. 27-37 e Carlo Mangio, Illuministi italiani e Rivoluzione americana, ivi, pp. 39-65.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[5]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Becattini, cit. in Carlo Morandi, Giuseppe Compagnoni e la \u201cStoria dell\u2019America\u201d, \u201cAnnali della R. Scuola Normale Superiore di Pisa\u201d, 8, 3 (1939), p. 253.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[6]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Joseph Rossi, Il mito americano nel pensiero politico del Risorgimento, in Italia e Stati Uniti nell&#8217;et\u00e0 del Risorgimento e della guerra civile, Firenze, La Nuova Italia, 1969, p. 241.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[7]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Regina Soria, Artisti nell&#8217;emigrazione, in Storia dell\u2019emigrazione italiana, II, Arrivi, a cura di Piero Bevilacqua, Andreina De Clementi e Emilio Franzina, Roma, Donzelli, 2001,pp. 710-711.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[8]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Antonio Pace, Benjamin Franklin and Italy, Philadelphia, American Philosophical Society, 1958, p. 169.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[9]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Angeloni cit. in James H. Billington, Fire in the Minds of Men. Origins of the Revolutionary Faith, New Brunswick, NJ, Transaction Publishers, 2007,p. 567.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[10]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Compagnoni cit. in C. Morandi, Giuseppe Compagnoni, cit., p. 260.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[11]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Giuseppe Compagnoni, Federalismo, \u201cIl Monitore Italiano\u201d, 3 fruttidoro VI (20 agosto 1798), ora in Giornali giacobini italiani, a cura di Renzo De Felice, Milano, Feltrinelli, 1962, p. 488; Giuliano Procacci, Rivoluzione americana e storiografia italiana, in Atti del XXXII Congresso di Storia del Risorgimento Italiano, Roma, Vittoriano, 1954, p. 399.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[12]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Botta cit. in Carlo Tivaroni, L\u2019Italia durante il dominio austriaco (1815-1849). L\u2019Italia meridionale, Torino, Roux, 1894, p. 527. Per il cambiamento degli orientamenti politici di Botta, cfr. Il giacobino pentito. Carlo Botta fra Napoleone e Washington, a cura di Luciano Canfora e Ugo Cardinale, Roma-Bari, Laterza, 2010.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[13]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Gaspare Deabbate alla segreteria di Stato, 5 novembre 1820, cit. in Marco Mariano, Da Genova a New York? Il Regno di Sardegna e gli Stati Uniti tra Restaurazione e integrazione nel mondo atlantico, \u201cAnnali della Fondazione Luigi Einaudi\u201d, 42 (2008), p. 29.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[14]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Giovanni Pizzorusso e Matteo Sanfilippo, Viaggiatori ed emigranti. Gli italiani in Nord America, Viterbo, Sette Citt\u00e0, 2004, pp.37-39.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[15]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Donna R. Gabaccia, Italy\u2019s Many Diasporas, London, UCL Press, 2000, pp. 43-44.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[16]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 U.S. Bureau of the Census, Historical Statistics of the United States, Colonial Times to 1957, Washington, DC, U. S. Government Printing Office, 1960, p. 57.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[17]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Patrizia Audenino e Antonio Bechelloni, L\u2019esilio politico fra Otto e Novecento, in Storia d\u2019Italia. Annali 24, Migrazioni, a cura di Paola Corti e Matteo Sanfilippo, Torino, Einaudi, 2009, p. 345.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[18]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Eleuterio Felice Foresti a Giovan Battista Cuneo, New York, 25 luglio 1851, ora in Salvatore Candido, L\u2019azione mazziniana nel Nuovo Mondo, \u201cIl Veltro\u201d, 17, 4-6 (1973), p. 171.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[19]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Thomas Appleton a Thomas Jefferson, Livorno, 27 settembre 1816, cit. in Giuseppe Massara, Viaggiatori italiani in America (1860-1970), Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1976, p. 16.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[20]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Emilio Franzina, Gli italiani al Nuovo Mondo. L\u2019emigrazione italiana in America, 1492-1942, Milano, Mondadori, 1994, p. 90.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[21]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Fabio Zucca, Agostino Codazzi. Cartografo, geografo ed esploratore (1793-1859), Firenze, La Nuova Italia, 1989; Vincenzo Fannini, Ferrari, Costante, in Dizionario biografico degli italiani, XLVI, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1996, pp. 534-536.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[22]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Zeffiro Ciuffoletti, L\u2019esilio nel Risorgimento, in L\u2019esilio nella storia del movimento operaio e l\u2019emigrazione economica, a cura di Maurizio Degl\u2019Innocenti, Manduria, Lacaita, 1992, p. 56.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[23]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Salvo Mastellone, La Costituzione degli Stati Uniti d\u2019America e gli uomini del Risorgimento (1820-1860), in Italia e Stati Uniti nell&#8217;et\u00e0 del Risorgimento, cit., pp. 266-269.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[24]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Romain Rainero, Beltrami, Giacomo Costantino, in Dizionario biografico degli italiani, VIII, Roma, Istituto della Enciclopedia Treccani, 1966, p. 68; Andrew F. Rolle, The Immigrant Upraised. Italian Adventurers and Colonists in an Expanding America, Norman, University of Oklahoma Press, 1968,p. 60.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[25]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Oreste De Attellis, I miei casi di Roma sotto il triumvirato Mazzini, Armellini, Saffi. Preceduti da una sinopsi biografica di tutta la mia vita militare e politica da ottobre 1774 a oggi, 1849, pp. 19-20, manoscritto V A 47\/3, Biblioteca Nazionale, Napoli.Su De Attellis, cfr. Luciano G. Rusich, Un carbonaro molisano nei due mondi, Napoli, Glaux, 1982; Cinzia Cassani, De Attellis, Orazio, in Dizionario biografico degli italiani, XXXIII, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana,1987, pp.329-332.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[26]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Giuseppe Castelli, Figure del Risorgimento lombardo: Luigi Tinelli (Da Mazzini a Carlo Alberto), Milano, Ceschina, 1949, pp. 80-81. Oltre a questo studio, sui trascorsi mazziniani di Tinelli, cfr. anche Franco Della Peruta, Luigi Tinelli e la Giovine Italia: 1831-1833, in I Tinelli. Storia di una famiglia (Secoli XVI-XX), a cura di Marina Cavallera, Milano, Angeli, 2003, pp. 49-66.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[27]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Joanne Pellegrino, An Effective School of Patriotism, in Studies in Italian American Social History. Essays in Honor of Leonard Covello, a cura di Francesco Cordasco, Totowa, NJ, Rowman and Littlefield, 1975, pp. 88-93.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[28]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 G. Spini, Prefazione, cit., p. 19.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[29]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Romualdo Bonfadini, Vita di Francesco Arese. Con documenti inediti, Torino, Roux, 1894, pp. 28-48.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[30]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Pietro Orsi, Antonio Gallenga(con documenti inediti), \u201cNuova Antologia\u201d, 67, 1439 (1932), pp. 31-34.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[31]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Luigi Lerro, Avezzana, Giuseppe, in Dizionario biografico degli italiani, IV, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1962, pp. 675-76; Yael Razzoli, Avezzana Giuseppe, in Fondazione Casa America, I primi italiani in America del Nord. Dizionario biografico dei liguri, piemontesi e altri. Storie e presenze italiane tra Settecento e Ottocento, a cura di Chiara Vangelista, Reggio Emilia, Diabasis, 2009, pp. 65-67.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[32]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 S. Eugene Scalia, Figures of the Risorgimento in America. Ignazio Batolo, Alias Pietro Bachi and Pietro D\u2019Alessandro, \u201cItalica\u201d, 42, 4 (1965), pp. 311-324.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[33]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Francesco Caravatti, Un martire viggiutese dello Spielberg. Felice Argenti nel centenario del suo processo, Varese, La Tipografica, 1932; Mario Barsali, Argenti, Felice, in Dizionario biografico degli italiani, IV, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1962, pp. 117-19.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[34]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Nidia Danelon Vasoli, Cipriani, Leonetto, in Dizionario biografico degli italiani, XXV, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1981, pp. 755-756; Leonetto Cipriani, Avventure della mia vita, a cura di Leonardo Mordini, Bologna, Zanichelli, 1934, II, p. 20.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[35]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Maurizio Isabella, Risorgimento in esilio. L\u2019internazionale e l\u2019et\u00e0 delle rivoluzioni, Roma-Bari, Laterza, 2009.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[36]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Emilio Franzina e Matteo Sanfilippo, Garibaldi, i Garibaldi, i garibaldini e l\u2019emigrazione, \u201cArchivio Storico dell\u2019Emigrazione Italiana\u201d, 4 (2008), pp. 26-27, 30.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[37]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Enrico Liburdi, Le \u201cmemorie autobiografiche\u201d di Pasquale Papiri e i suoi viaggi in America, in Atti del XXXII Congresso di Storia del Risorgimento Italiano, cit., p. 221.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[38]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Tullio De Suzzara Verdi, Vita americana, Milano, Hoepli, 1894, p. 2.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[39]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 J. Rossi, Il mito americano, cit., p. 243.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[40]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 E. Felix Foresti, Political and Personal Reminescences, \u201cNew York Times\u201d, 7 luglio 1854, p. 2. Un\u2019esperienza di particolare vicinanza agli esuli fu il caso della famiglia Sedgwick (cfr. Life and Letters of Catharine M. Sedgwick, a cura di Mary E. Dewey, New York, Harper &amp; Brothers, 1871, pp. 223, 256-259, 262-263).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[41]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Federico Confalonieri a Camillo Casati, New York, 13 giugno 1837, ora in Carteggio del Conte Federico Confalonieri ed altri documenti spettanti alla sua biografia, a cura di Giuseppe Gallavresi, II, 2, Milano, Ripalta, 1913,p. 713.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[42]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Ricordi di Felice Foresti, in Atto Vannucci, I martiri della libert\u00e0 italiana. Dal 1794 al 1848, Milano, Bortolotti, 1878, p. 365.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[43]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Gli americani e la Repubblica romana del 1849, a cura di Sara Antonelli, Daniele Fiorentino e Giuseppe Monsagrati, Roma, Gangemi, 2000; Margaret Fuller, \u201cThese Sad but Glorious Days\u201d. Dispatches from Rome, 1846-1850, a cura di Larry J. Reynolds e Susan Belasco Smith, New Haven, Yale University Press, 1991; Francesca Bisutti, The Sad Nymph of Margaret Fuller. A Description for a Besieged City, \u201cRivista di Studi Anglo-Americani\u201d, 3, 4-5 (1984-1985), pp. 557-564; Paola Gemme, Domesticating Foreign Struggles. The Italian Risorgimento and Antebellum American Identity, Athens, Georgia University Press, 2005, pp. 89-106; Peter R. D\u2019Agostino, Rome in America. Transnational Catholic Ideology from the Risorgimento to Fascism, Chapel Hill, NC, University of North Carolina Press, 2004, pp. 26-31.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[44]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Merle Curti, Young America, \u201cAmerican Historical Review\u201d, 32, 1 (1926), pp. 34-55; P. Gemme, Domesticating Foreign Struggles, cit., pp. 72-82; Yonatan Eyal, The Young America Movement and the Transformation of the Democratic Party, 1828-1861, New York, Cambridge University Press, 2007, pp. 93-115.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[45]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Charles Capper, Margaret Fuller. An American Romantic Life. The Public Years,New York, Oxford University Press, 2007, pp. 258-259.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[46]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Howard R Marraro, American Opinion on the Unification of Italy, 1846-1861, New York, Columbia University Press, 1932, pp. 36-37; Giorgio Spini, Le relazioni politiche fra l\u2019Italia e gli Stati Uniti durante il Risorgimento e la guerra civile, in Italia e Stati Uniti nell\u2019et\u00e0 del Risorgimento, cit., pp. 144-45.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[47]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Daniele Fiorentino, Il governo degli Stati Uniti e la Repubblica romana del 1849, in Gli americani e la Repubblica romana del 1849, cit., pp. 91-92, 108-10, 118-19, 130; Giuseppe Mazzini a E. Felice Foresti, Losanna, 10 novembre 1849, ora in Scritti editi ed inediti di Giuseppe Mazzini, vol. XLII, Imola, Galeati, 1925, p. 17.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[48]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Nathaniel Niles a John M. Clayton, Torino, 10 agosto 1849, ora in L\u2019unificazione italiana vista dai diplomatici statunitensi, a cura di Howard R. Marraro, Roma, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, 1964, II, p. 126; Lewis Cass, Jr. a John M. Clayton, Roma, 20 settembre 1849, ora in United States Ministers to Papal States. Instructions and Despatches, 1848-1868, a cura di Leo Francis Stock, Washington, DC, Catholic University Press, 1933, p. 59.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[49]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 H. R. Marraro, American Opinion on the Unification of Italy, cit., p. 174.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[50]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Luigi Antonio Pagano, Sicilia e Stati Uniti d\u2019America nel Risorgimento, in Atti del XXXII Congresso di Storia del Risorgimento Italiano, cit., pp. 318-19.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[51]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Giovanni Francesco Secchi de\u2019 Casali, Trent\u2019otto anni d\u2019America \u2013 XXXI, \u201cL\u2019Eco d\u2019Italia\u201d, 13-14 maggio 1883, p. 1; H.R. Marraro, American Opinion on the Unification of Italy, cit., pp. 175-77; H. Nelson Gay, Scritti sul Risorgimento, Roma, La Rassegna Italiana, 1937, p. 186.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[52]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Kinney cit. in Howard R. Marraro, Relazioni fra l\u2019Italia e gli Stati Uniti, Roma, Edizioni dell\u2019Ateneo, 1954, p. 68.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[53]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 H.R. Marraro, American Opinion on the Unification of Italy, cit., pp. 180-181.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[54]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Marta Petrusewicz, Come il Meridione divenne una Questione. Rappresentazioni del Sud prima e dopo il Quarantotto\u00b8Soveria Mannelli, Rubbettino, 1998, pp. 113-114.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[55]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 H.R. Marraro, American Opinion on the Unification of Italy, cit., pp. 181-84 (p. 184 per la citazione).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[56]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Luigi Settembrini, Ricordanze della mia vita, Roma, Gremese, s.d., pp. 45, 381, 424.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[57]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Francesco Crispi, I Mille, Milano, Treves, 1912, p. 44.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[58]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 S. Mastellone, La Costituzione degli Stati Uniti d\u2019America e gli uomini del Risorgimento, cit., p.290.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[59]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 A. Vannucci, <em>I martiri della libert\u00e0<\/em>, cit., p. 36.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[60]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Pedrinelli cit. in M. Petrusewicz, Come il Meridione divenne una Questione, cit., p. 121.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[61]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 F. Confalonieri a C. Casati, cit.,pp. 713, 715-16.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[62]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Luigi Ambrosoli, Confalonieri, Federico, in Dizionario biografico degli italiani, XXVII, Roma, Istituto della Enciclopedia Treccani, 1982, p. 776.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[63]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 J. Pellegrino, An Effective School of Patriotism, p. 96; E. Franzina e M. Sanfilippo, Garibaldi, cit., p. 27.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[64]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Garibaldi cit. in Jasper Ridley, Garibaldi, Milano, Mondadori, 1975,p. 421.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[65]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Luigi Tinelli a Carlo Tinelli, New York, 22 ottobre 1836, ora in Giancarlo Peregalli, L\u2019emigrazione politica forzata: Luigi Tinelli attraverso una sua lettera, in Emigrazione e territorio. Tra bisogno e ideale, a cura di Carlo Brusa e Robertino Ghiringhelli,Varese, Lativa, 1995, I, p. 312. L\u2019avvocato Alessandro Bargnani, nativo di Iseo nel bresciano, era un altro dei reduci dello Spielberg, dove scontava una condanna a vent&#8217;anni, poi commutati in dieci, per la sua affiliazione alla Carboneria. Cfr. Massimo Petrocchi, Un progetto di Stati Uniti d\u2019Italia, \u201cRassegna Storica del Risorgimento\u201d, 24, 1 (1947), p. 74.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[66]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Luigi Tinelli a Carlo Tinelli, New York, 2 febbraio 1872, cit. in Marco Sioli, Se non c\u2019\u00e8 il conquibus si muore come cani: Luigi Tinelli a New York (1851-1873), in Gli Stati Uniti e l\u2019Unit\u00e0 d\u2019Italia, a cura di Daniele Fiorentino e Matteo Sanfilippo, Roma, Gangemi, 2004, p. 149.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[67]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 O. De Attellis, I miei casi di Roma, cit., p. 20; Pietro Borsieri a Costanza Arconati, Filadelfia, 31 maggio 1838, ora in Renzo U. Montini, Vita americana di Pietro Borsieri, in Atti del XXXII Congresso di Storia del Risorgimento Italiano, cit., pp. 298-306.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[68]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Lucy Riall, Garibaldi. Invention of a Hero, New Haven, CT, Yale University Press, 2007, pp. 109-110; Carpaneto cit. in Phillip Kenneth Cowie, Garibaldi in Nicaragua e nel Regno di Mosquito nell\u2019agosto-settembre 1851, \u201cRassegna Storica del Risorgimento\u201d, 71, 1 (1984),pp. 15-16.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[69]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Laura Guidi, Donne e uomini del Sud sulle vie dell\u2019esilio, 1848-60, in Storia d\u2019Italia, Annali 22, Il Risorgimento, a cura di Alberto Mario Banti e Paul Ginsborg, Torino, Einaudi, 2007, pp. 229-230.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[70]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Arese cit. in R. Bonfadini, Vita di Francesco Arese, cit., p. 29.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[71]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 P. Borsieri a C. Arconati, cit., p. 304; Luisa Cetti, Piero Maroncelli. Lettere dall\u2019America, 1834-1844, \u201cIl Risorgimento\u201d, 45, 3 (1993), p. 387.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[72]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Marco Sioli, Nella terra della libert\u00e0: Luigi Tinelli in America, in I Tinelli, cit., pp. 67-91.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[73]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Pietro Borsieri, Avventure letterarie di un giorno e altri scritti editi ed inediti, a cura di Giorgio Alessandrini, Roma, Edizioni dell\u2019Ateneo, 1967, p. 267.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[74]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Joseph Guerin Fucilla, The Teaching of Italian in the United States. A Documentary History, New York, Arno Press, 1975, pp.30, 33, 41, 87-95, 106-7, 218.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[75]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 O. De Attellis, I miei casi di Roma, cit., p. 38.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[76]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Joseph Rossi, The Image of America in Mazzini\u2019s Writing, Madison, University of Wisconsin Press, 1954,pp. 19-21, 29-30; Salvatore Candido, L\u2019azione mazziniana delle Americhe e la congrega di New York della Giovine Italia (1842-1852) attraverso lettere inedite di E.F. Foresti e G. Albinola a G. Garibaldi e G.B. Cuneo, \u201cBollettino della Domus mazziniana\u201d, 18, 2 (1972), pp. 123-175; Id., Esuli italiani negli Stati Uniti d\u2019America fra guerre e rivoluzioni (1820-1861). La Congrega della \u201cGiovine Italia\u201d in New York, in Italia e Stati Uniti dall\u2019indipendenza americana ad oggi (1776\/1976). Atti del I Congresso Internazionale di Storia Americana, Genova, Tilgher, 1978,spec. pp. 285-288; Id., La \u201cGiovine Italia\u201d nella diaspora americana, \u201cGaribaldi\u201d, 20 (2005), pp. 44-47.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[77]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 H.R. Marraro, Relazioni fra l\u2019Italia e gli Stati Uniti, cit., p. 127; J.G. Fucilla, The Teaching of Italian in the United States, cit., p. 115.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[78]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 J. Rossi, The Image of America in Mazzini\u2019s Writing, cit.,pp. 24-25.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[79]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 B\u00e9n\u00e9dicte Deschamps, Dal fiele al miele. La stampa esule italiana di New York e il Regno di Sardegna (1849-1861), \u201cAnnali della Fondazione Luigi Einaudi\u201d, 42 (2008), p. 83; Anders Stephanson, Destino manifesto. L\u2019espansionismo americano e l\u2019Impero del Bene, Milano, Feltrinelli, 2004, pp. 60-61.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[80]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Giovanni Francesco Secchi de\u2019 Casali, Trent&#8217;otto anni d\u2019America \u2013 XXVII, \u201cL\u2019Eco d\u2019Italia\u201d, 15-16 aprile 1883, p. 1; B. Deschamps, Dal fiele al miele, cit., pp. 84-85.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[81]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 E. Felice Foresti a Giuseppe Mazzini, New York, 21 ottobre 1850, ora in Francesco Durante, Italoamericana. Storia e letteratura degli italiani negli Stati Uniti, 1776-1880, Milano, Mondadori, 2001, pp. 382-383 (p. 382 per la citazione).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[82]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 B. Deschamps, Dal fiele al miele, cit., spec. pp. 92-96.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[83]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 E. Felice Foresti a Giuseppe Mazzini, New York, 23 luglio 1850, ora in F. Durante, Italoamericana, cit., p. 379.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[84]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 H. R. Marraro, Relazioni fra l\u2019Italia e gli Stati Uniti, cit., p. 143; F. Durante, Italoamericana, cit., p. 229; B. Deschamps, Dal fiele al miele, cit., pp. 88-91.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[85]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 H. R. Marraro, American Opinion on the Unification of Italy, cit., pp. 215-18.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[86]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Francesca Loverci, Italiani in California negli anni del Risorgimento, \u201cClio\u201d, 15, 4 (1979), pp. 536-540; F. Durante, Italoamericana, cit., p. 231; Deanna Paoli Gumina, The Italians of San Francisco, 1850-1930, Staten Island, NY, Center for Migration Sudies, 1978,pp. 3-4; Dino Cinel, From Italy to San Francisco. The Immigrant Experience, Stanford, CA, Stanford University Press, 1982, pp. 211. Su Mangini, cfr. anche Yael Razzoli, Mangini Angelo, in Fondazione Casa America, I primi italiani in America del Nord, cit., pp. 126-128.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[87]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 H. R. Marraro, American Opinion on the Unification of Italy, cit., p. 287; J. Pellegrino, An Effective School of Patriotism, cit., p. 99; Jerre Mangione e Ben Morreale. La Storia. Five Centuries of the Italian American Experience. New York, HarperCollins, 1992, p. 26; Matteo Sanfilippo, L\u2019emigrazione italiana nelle Americhe in et\u00e0 preunitaria, 1815-1860, \u201cAnnali della Fondazione Luigi Einaudi\u201d, 42 (2008), pp. 77-78.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[88]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 F. Loverci, Italiani in California, cit., p.537.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[89]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 F. Durante, Italoamericana, cit., pp. 229-30.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[90]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 F. Loverci, Italiani in California, cit., p.534.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[91]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Richard N. Juliani, Building Little Italy. Philadelphia\u2019s Italians Before Mass Migration, University Park, PA, Pennsylvania State University Press, 1998, p. 171.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[92]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 J. Pellegrino, An Effective School of Patriotism, cit., p. 99,<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[93]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Giovanni Battista Michelini, Un italiano in America, \u201cRivista Contemporanea\u201d, 18, 7 (1859), p. 173.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[94]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Maria Teresa Zagrebelsky Prat, Botta, Vincenzo, in Dizionario biografico degli italiani, XIII, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1971, p. 379; Yael Razzoli, Botta Vincenzo, in Fondazione Casa America, I primi italiani in America del Nord, cit., pp. 78-79.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[95]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Luigi Santini, Alessandro Gavazzi e l\u2019emigrazione politico-religiosa in Inghilterra e negli Stati Uniti nel decennio 1849-1859, in Atti del XXXII Congresso di Storia del Risorgimento Italiano, cit., pp. 417-24; Matteo Sanfilippo, Tra antipapismo e cattolicesimo: gli echi della Repubblica romana e i viaggi in Nord America di Gaetano Bedini e Alessandro Gavazzi (1853-1854), in Gli americani e la repubblica romana, cit., pp. 159-187.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[96]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Giovanni Francesco Secchi de\u2019 Casali, Trent\u2019otto anni d\u2019America \u2013 XX, \u201cL\u2019Eco d\u2019Italia\u201d, 25-26 febbraio 1883, p. 1.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[97]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 L. Lerro, Avezzana, cit., p. 676; Agostino Bistarelli, Gli esuli del Risorgimento, Bologna, il Mulino, 2011, pp. 326-327.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[98]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 N. Danelon Vasoli, Cipriani, cit., pp. 756-757.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[99]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 H.N. Gay, Scritti sul Risorgimento, cit., pp. 230-31, 241. Cfr. anche L. Riall, Garibaldi, cit., p. 317.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[100]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 G. Spini, Le relazioni politiche fra l\u2019Italia e gli Stati Uniti, cit.,p. 176.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[101]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 T.B. Lawrence a John Albion Andrew, Firenze, 30 gennaio 1865, cit. in Howard R. Marraro, Volunteers from Italy for Lincoln\u2019s Army, \u201cSouth Atlantic Quarterly\u201d, 44, 4 (1945), pp. 393-394.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[102]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Frank W. Alduino e David J. Coles, Sons of Garibaldi in Blue &amp; Gray. Italians in the American Civil War, Yongstown, NY, Cambria Press, 2007, pp.234-35.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[103]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 H.R. Marraro, Volunteers from Italy for Lincoln\u2019s Army, cit., pp. 395-396. Cfr. anche Id., Lincoln\u2019s Italian Volunteers from New York, \u201cNew York History\u201d, 24, 1 (1943), pp. 56-67.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[104]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Raimondo Luraghi, Introduzione. Dalla formazione degli Stati Uniti all&#8217;et\u00e0 della Ricostruzione, in Italia e America, cit., p. 163; Yael Razzoli, Martini Giovanni, in Fondazione Casa America, I primi italiani in America del Nord, cit., pp. 129-130. L\u2019effettiva presenza di Martini allo scontro di Mentana \u00e8 stata messa in dubbio da Emilio Franzina, Italiani \u201cyankee\u201d, i garibaldini di Custer, \u201cCorriere della Sera\u201d, 22 aprile 2003, p. 31. Alla possibile renitenza alla leva quale causa dell\u2019espatrio di Martini e alla sua millantata partecipazione alla battaglia di Custoza per ottenere l\u2019arruolamento negli Stati Uniti allude, invece, il profilo divulgativo tracciato da Angelo Mastrandrea, Il trombettiere di Custer e altre storie bizzarre di migranti italiani, Roma, Ediesse, 2010, pp. 13-27, spec. pp. 17, 19. Alla conoscenza della vicenda risorgimentale di Martini e delle sue ragioni per l\u2019abbandono dell\u2019Italia non aggiunge elementi rilevanti, anche a causa delle sviste che lo costellano, il recente volume di Leo Solimine, Custer\u2019s Bugler. The Life of John Martin (Giovanni Martino), Boca Raton FL, Universal Publishers, 2012, pp. 35-40.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[105]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 \u00a0 Francesca Loverci, Giuseppe Garibaldi e la comunit\u00e0 italiana in California, in Garibaldi generale della libert\u00e0. Atti del convegno internazionale (Roma 29-31 maggio 1982), a cura di Aldo Alessandro Mola, Roma, Ufficio Storico SME, 1984, pp. 650-651. Per la reazione della comunit\u00e0 di San Francisco a Mentana, cfr. anche Ead., Un pioniere del giornalismo italiano in California: Carlo Andrea Dondero, in Miscellanea in onore di Ruggero Moscati, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1985, pp. 453-455.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[106]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 \u00a0 Gigliola Sacerdoti Mariani, Garibaldi negli Stati Uniti: tra cronaca e mito, in Garibaldi: visione nazionale e prospettiva internazionale, a cura di Pier Fernando Giorgetti, Pisa, Edizioni ETS, 2008, pp. 429-433.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[107]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 L. Cipriani, Avventure della mia vita, cit., II, p.177. Per i problemi politici di Cipriani, cfr. N. Danelon Vasoli, Cipriani, cit., p. 758; Umberto Marcelli, Dal commissariato di Massimo D\u2019Azeglio al governatorato di Leonetto Cipriani, in Il 1859-\u201960 a Bologna, a cura di Gabriele Malaguti, Bologna, Calderini, 1961,p. 197.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[108]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Franco Rebagliati, con Furio Ciciliot, Garibaldi Guard, Garibaldi Legion. Volontari italiani nella guerra civile americana, Savona, Sabatelli, 2008, pp. 83-85. Sulle condizioni complessive degli ex soldati borbonici dopo l\u2019annessione del Regno delle Due Sicilie, cfr. Gigi Di Fiore, I vinti del Risorgimento. Storia e storie di chi combatt\u00e9 per i Borbone di Napoli, Torino, Utet, 2004, p. 232-262. Su Wheat, cfr. Charles L. Dufour, Gentle Tiger. The Gallant Life of Roberdeau Wheat, Baton Rouge, Louisiana State University Press, 1999.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[109]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Arnaldo Testi, L\u2019immagine degli Stati Uniti nella stampa socialista italiana (1886-1914), in Italia e America, cit., pp. 313-347.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>1. \u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Introduzione La percezione dell\u2019America del Nord quale terra della libert\u00e0 fu cos\u00ec radicata anche nell&#8217;Italia preunitaria da precorrere perfino la nascita degli stessi Stati Uniti come nazione sovrana. 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