{"id":2470,"date":"2015-01-30T10:32:42","date_gmt":"2015-01-30T09:32:42","guid":{"rendered":"http:\/\/www.asei.eu\/it\/?p=2470"},"modified":"2017-05-16T10:07:02","modified_gmt":"2017-05-16T08:07:02","slug":"delle-emigrazioni-e-della-loro-diversa-indole-nella-storia-antica-e-moderna-divagazioni-e-riflessioni-in-ordine-sparso-su-storiografia-e-storia-in-eta-contemporanea","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/2015\/01\/delle-emigrazioni-e-della-loro-diversa-indole-nella-storia-antica-e-moderna-divagazioni-e-riflessioni-in-ordine-sparso-su-storiografia-e-storia-in-eta-contemporanea\/","title":{"rendered":"Delle emigrazioni e della loro diversa indole nella Storia antica e moderna. Divagazioni e riflessioni in ordine sparso su storiografia e storia in et\u00e0 contemporanea"},"content":{"rendered":"<p>Delle emigrazioni e della loro diversa indole nella Storia antica e moderna<strong>[1]<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Uno de\u2019 primi grandiosi fenomeni che la Storia ci rappresenta sono le emigrazioni,\u00b8 questi movimenti provvidenziali di popoli che sovente risospinti dall&#8217;urto di altre nazioni, talora cacciati da avversari religiosi o politici; talaltra trascinati da istinti quasi fatali; in onta a temporanei travolgimenti cooperano da ultimo all\u2019equabile diffusione della civilt\u00e0.<br \/>\nSembra che come un\u2019arcana legge fisica comanda alle correnti marine un flusso regolare dal polo ai tropici e all&#8217;equatore, cos\u00ec pure una indeclinabile necessit\u00e0 tragga le razze del Settentrione verso il mezzod\u00ec. Infatti pochissime eccezioni si riscontrano a questo gran fatto, e non una di esse nei pi\u00f9 grandi dislocamenti nazionali. Un desiderio continuo richiama forse l\u2019uman genere verso quella natura ardente e vigorosa in grembo della quale ebbe primo nascimento. E\u2019 questo per avventura il solo carattere generale d\u2019ogni emigrazione di qualunque tempo, da qualunque causa abbia avuto principio. Del resto le varie condizioni del mondo antico e del moderno imprimono ad esse fisionomie tanto difformi da non poterlesi quasi significare sotto un solo vocabolo.<br \/>\nQuando la societ\u00e0 ancora bambina e perci\u00f2 tiranna, non proteggeva colle leggi l\u2019individuo, ma lo assorbiva in se, soltanto per un atto volontario di tutto il corpo sociale nacquero quei sollevamenti repentini per i quali milioni e milioni di uomini passavano da regione a regione, e cacciati dalle proprie sedi spostavano alla lor volta le altre genti nelle quali s\u2019abbattessero. L\u2019avidit\u00e0 del bottino, la smania della conquista (passioni peculiari dell\u2019epoca barbarica), la superba volont\u00e0 d\u2019un capo o la superstiziosa ubbidienza agli astuti responsi dell\u2019oracolo (primo cemento di sociale convivenza) i cataclismi fisici, o l\u2019irruzione d\u2019orde pi\u00f9 selvagge e boreali (avvenimenti storici de\u2019 tempi primitivi) traevano dalle selve torme a torme i guerrieri; e dietro ad essi sui carri gli idoli, i bambini e le donne; e per lungo spazio di luoghi e di tempi, per grandissima diversit\u00e0 di siti e di clima trasmigrava a quel modo colla sua lingua , colle sue credenze un\u2019intera nazione. La quale posta a contatto con societ\u00e0 meglio incivilite si compenetrava in esse, e dopo avervi alle volte spento apparentemente ogni elemento di civilt\u00e0, finiva col rimanere incivilita essa stessa. Testimoni le immense trasmigrazioni del Quinto e Sesto Secolo, le quali posatesi sulle rovine della Societ\u00e0 Romana furono origine agli splendori dei Comuni Italiani; e fondamento alla trasformazione completa dell\u2019Umanit\u00e0.<br \/>\nNell&#8217;Et\u00e0 di mezzo le emigrazioni ebbero specialmente a causa le passioni religiose e politiche, ma la unit\u00e0 sociale era gi\u00e0 scaduta dall&#8217;antica rigidezza, e la conquista stessa di Costantinopoli per Maometto II\u00b0 non gener\u00f2 guari la proscrizione d\u2019un intero popolo, ma solamente la fuga d\u2019alquante migliaia di dotti e di magnati i quali coadiuvarono nell&#8217;Occidente i principi del Risorgimento.<br \/>\nQuando il moderno sviluppo scientifico, giuridico ed economico ebbe sciolta la personalit\u00e0 dai legami dello Stato, cominci\u00f2 quel quasi quotidiano passaggio alla spicciolata da paese a paese di individui e di famiglie, il quale sembra provvedere nelle condizioni moderne all&#8217;equilibrio della popolazione. Ecco come alluvione lenta e continua a terre deserte e sterili infonde i semi fecondi di civilt\u00e0 recati dalla madre patria. Le emigrazioni antiche all&#8217;incontro erano violente avulsioni, dopo le quali il principio provvidenziale restava un qualche tratto offuscato e sospeso. Ma a lungo andare la mano di Dio si valeva pel bene dell\u2019umanit\u00e0 di quelle tumultuanti valanghe di nazioni, come ora adopera per l\u2019egual fine il volontario e periodico adagiarsi sopra rive lontane dell\u2019eccedenza di popoli gi\u00e0 civile. Quella prima maniera d\u2019emigrazione si conveniva a tempi di barbarie, ne\u2019 quali il procedimento dello spirito umano avviene a sbalzi e quasi per istinti; quest\u2019ultima si conf\u00e0 meglio al secolo nostro, nel quale tutto sembra prepararsi se non senza lotte, almeno senza pericoli, a uno stadio di futuro e tranquillo miglioramento. (Ippolito Nievo, Padova, 15 novembre 1855)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>1. Fra il 1852 e il 1858, durante quel decennio che gli storici del \u201cpatrio Risorgimento\u201d avrebbero poi definito di preparazione, mentre non si arrestava il flusso, intermittente ma tuttora forte, degli esuli diretti in Piemonte <sup><sup>[2]<\/sup><\/sup> e, pi\u00f9 di rado, in paesi anche assai lontani dall&#8217;Italia<sup><sup>[3]<\/sup><\/sup>, si susseguirono, su impulso diretto o indiretto di Mazzini e del suo movimento rifondato col nome di Partito d\u2019azione, i principali tentativi per mantenere in vita la prospettiva rivoluzionaria e democratica tramontata nel sangue, a Roma e a Venezia, nella triste estate del 1849. Gli episodi e le tappe in cui si articol\u00f2 una simile iniziativa di tipo sia cospirativo che insurrezionale, cui non arrise mai il successo sperato da chi l\u2019aveva promossa oppure anche solo parzialmente ispirata, sono abbastanza noti: dalla fallita rivolta operaia di Milano all&#8217;attentato, nei voti \u201ctirannicida\u201d, di Felice Orsini contro Napoleone III alla disastrosa spedizione a Sapri di Carlo Pisacane, passando peraltro attraverso le durissime repressioni austriache di Este e di Belfiore protrattesi fino al 1855 con l\u2019impiccagione di Pier Fortunato Calvi. Tali avvenimenti contrappuntarono, come pure si sa, l\u2019incedere di ben altre strategie politiche e diplomatiche maturate invece, auspice Cavour, in Piemonte e in Francia (dalla guerra di Crimea con i bersaglieri di La Marmora alla fondazione della Societ\u00e0 Nazionale Italiana di Manin e La Farina agli accordi di Plombi\u00e8res). Sia come sia, furono essi, tutti insieme, a far da cornice allo svolgersi della vita ordinaria di molti patrioti italiani intenti all&#8217;elaborazione di un lutto pi\u00f9 difficile da riassorbire, specialmente nel Lombardo Veneto, fra coloro che alla causa nazionale in chiave laica, progressista e repubblicana ancora serbavano fede avendola fervorosamente gi\u00e0 manifestata e sostenuta, in armi o col cuore, solo pochi anni avanti.<\/p>\n<p>Nella vita ordinaria dei popoli e degli Stati, frattanto, in quel decennio davvero cruciale dell\u2019Ottocento, nuovi equilibri, nuove dottrine e nuove egemonie occidentali, a cominciare ovviamente da quella imperiale britannica, si venivano delineando non solo entro i confini del vecchio continente, bens\u00ec pure nelle Americhe resesi infine indipendenti e proiettate, a spese degli \u201cindiani\u201d, verso la definitiva conquista delle proprie \u201cfrontiere\u201d<sup><sup>[4]<\/sup><\/sup>. Ad attirare l\u2019attenzione dei contemporanei potevano gi\u00e0 essere quindi, assieme agli eventi tumultuosi della politica interna e internazionale, anche molti e diversi fatti di cui davano notizia sempre pi\u00f9 frequente giornali o riviste di grande tiratura e una editoria piuttosto vivace nonch\u00e9 seguita, a riprova del suo fascino, da stuoli crescenti di lettori. Viaggi, scoperte, invenzioni e fenomeni economico-sociali per molti aspetti inediti ma tutti, quale pi\u00f9 quale meno, sorti dal grembo della rivoluzione industriale e tecnologica in corso (ed anzi quasi in corsa) dai primi decenni dell\u2019Ottocento, occupavano ormai la fantasia delle classi colte e persino di quelle popolari urbane di mezza Europa. Fra essi, inedite per le loro ricadute immediate nelle isole britanniche e in buona parte del Nord Europa, ma persino in alcune province del periferico Regno Sardo, spiccavano le migrazioni transatlantiche. Prima quelle degli inglesi, dei tedeschi, dei norvegesi, degli svedesi, ecc., (iniziate o rafforzatesi a dismisura dopo la fine delle guerre napoleoniche) e poi, negli anni 1830-1850, quelle dei liguri, dei piemontesi e dei ticinesi<sup><sup>[5]<\/sup><\/sup> (o degli stessi irlandesi all&#8217;indomani di una famosa e terribile carestia di patate) cominciavano infatti a ritagliarsi un posto di qualche riguardo nell&#8217;immaginario collettivo e, via via, anche nelle preoccupazioni degli statisti e delle loro correnti pratiche di governo. All&#8217;esodo ad esempio dei genovesi e dei biellesi, ma anche degli italofoni svizzeri, si rifaceva esplicitamente pi\u00f9 volte a Torino, nella sua qualit\u00e0 di ministro delle Finanze e di presidente del Consiglio, il conte Camillo Benso di Cavour. Facendo approdare la questione emigratoria nelle aule del parlamento subalpino sin dal 1852 egli promuoveva addirittura, l\u2019anno successivo, con il sostegno di Luigi Torelli e degli ambienti armatoriali liguri \u201cstretti attorno all&#8217;emergente Raffaele Rubattino\u201d, un progetto ambizioso (anche se poi subito rientrato) di \u201ccompagnia di bandiera\u201d volto ad attivare, grazie al concorso di una \u201cSociet\u00e0 transatlantica\u201d appositamente creata, una specifica \u201clinea di navigazione a vapore tra Genova e le Americhe\u201d<sup><sup>[6]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>Non \u00e8 dato di sapere con precisione, ma forse non \u00e8 nemmeno troppo difficile da ipotizzare, il motivo per cui, nel novembre del 1855, il ventiquattrenne Ippolito Nievo si risolse a privilegiare, quale ultimo banco di prova propedeutico al conseguimento del titolo di dottore \u201cin ambe le leggi\u201d presso l\u2019Universit\u00e0 di Padova<sup><sup>[7]<\/sup><\/sup>, l\u2019argomento da lui sviluppato nel testo che introduce, in esergo, la nostra riflessione e che rispetto alle migrazioni costituisce spesso, per gli storici, lo spunto stimolante per uno studio comparato bench\u00e9, ovviamente, svolto oggi in ben diversa e assai pi\u00f9 articolata prospettiva<sup><sup>[8]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>L\u2019esodo oltreoceano dei contadini europei intorno alla met\u00e0 degli anni 1850-1860 era sotto gli occhi di tutti mentre quello dei contadini del Nord della penisola si profilava appena all&#8217;orizzonte bench\u00e9 si trovasse, in ipotesi, ormai alle viste di un\u2019opinione pubblica per altri versi giustamente distratta e pressoch\u00e9 magnetizzata, invece, dal perdurante dibattito sulle sorti politiche, auspicate o paventate che fossero in chiave unitaria, di un\u2019Italia scossa ma tuttora in grande fermento.<\/p>\n<p>Sui caratteri delle migrazioni del passato messe a confronto con quelle del presente e sulla colonizzazione agraria delle Americhe o dell\u2019Australia<sup><sup>[9]<\/sup><\/sup>, ad ogni modo, esisteva da tempo una letteratura economica abbastanza agguerrita non solo in Inghilterra e in Francia, grazie alle opere di Merival e di Wakefield, di Garnier e di Legoyt, di Duval e di Wolowski ecc., bens\u00ec pure da noi in virt\u00f9 dei sondaggi precocemente compiuti da Melchiorre Gioia e, dopo di lui, da una serie di giovani studiosi e cultori pi\u00f9 e meno volontari d\u2019economia politica. Alcuni di essi, in particolare, risultavano molto attivi gi\u00e0 nella decade 1850 e si mostravano sin da allora disposti, da Maestri a Correnti a Minghetti<sup><sup>[10]<\/sup><\/sup>, a esaminare i rapporti, allora prevalenti, fra emigrazione transoceanica, colonie \u201cpenali\u201d e colonizzazione agricola quale rimedio, in prospettiva, ai \u201cguasti\u201d indotti dal pauperismo e ai rischi, malthusianamente intesi, di una temuta sovrappopolazione. Se questi ultimi pericoli non apparivano tuttavia ancora esattamente all&#8217;ordine del giorno da noi, i dilemmi scrutinati invece dal giovane Nievo, si stavano gi\u00e0 allora consolidando, nella pubblicistica e nella letteratura economica coeve<sup><sup>[11]<\/sup><\/sup>, in vulgata e avrebbero continuato per pi\u00f9 di vent&#8217;anni a riprodursi quasi invariati confluendo nelle opere successive dei vari Carpi, Virgilio, Florenzano ecc.<\/p>\n<p>Ai quesiti sul carattere essenziale che avrebbe differenziato \u201cle antiche dalle moderne migrazioni\u201d si rispondeva di solito, come asserito pi\u00f9 tardi in riepilogo dall&#8217;avvocato Giuseppe Scavia, sottolineando come alle prime, realizzate da \u201cfamiglie e trib\u00f9 unite in nazione\u201d si fossero sostituiti, \u201cnei tempi moderni\u201d, gli esodi individuali o di gruppo di persone migranti in grado di portare con s\u00e9, all&#8217;estero, capacit\u00e0, competenze e capitali (\u201ccivilt\u00e0\u201d in una parola) in un quadro di nuova mobilit\u00e0 territoriale che avrebbe reso nondimeno \u201cperpetue\u201d, come gi\u00e0 in passato, le cosiddette \u201cmigrazioni coloniali\u201d<sup><sup>[12]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>In Italia poi, a livello divulgativo, se ne segnalavano qua e l\u00e0 alcune ricadute possibili persino sul piano poetico dilatando cos\u00ec lo spettro delle relazioni fra letteratura ed economia moderna gi\u00e0 avviate per alcuni versi durante la Restaurazione<sup><sup>[13]<\/sup><\/sup> tanto che recensendo nel 1854 un\u2019operetta giovanile di Fedele Lampertico \u2212 ch&#8217;era stato incoraggiato a stenderla dal suo mentore e maestro Giacomo Zanella<sup><sup>[14]<\/sup><\/sup> (Dei vantaggi che la poesia pu\u00f2 conseguire dall&#8217;economia politica e questa da quella<sup><sup>[15]<\/sup><\/sup>) \u2212 un critico forse inizialmente poco apprezzato da Nievo<sup><sup>[16]<\/sup><\/sup>, ma comunque del valore di Carlo Tenca, si spingeva sul \u201cCrepuscolo\u201d a tesserne entusiasticamente le lodi scrivendo: \u201cSe l\u2019aspetto d\u2019un intero popolo che muove animoso a sgombrare con la scure le foreste dell\u2019America per conquistare allo spirito le sue mille citt\u00e0, non \u00e8 atto a infiammare le menti pi\u00f9 ancora che non fosse pei greci quello dei favolosi argonauti, non sapremmo ove debba trovarsi oggid\u00ec la materia della poesia\u201d.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 giovane di lui di due anni, ma laureatosi anch&#8217;egli a Padova nella stessa Facolt\u00e0 e nello stesso anno dello scrittore (con una dissertazione di 90 pagine Sulla statistica in Italia prima dell\u2019Achenwall concepita gi\u00e0 in partenza per essere data immantinente alle stampe), Lampertico \u2212 per censo, per attitudini psicologiche e politiche e per obiettivo moderatismo risorgimentale<sup><sup>[17]<\/sup><\/sup> \u2212 si collocava, in Veneto, pressoch\u00e9 agli antipodi di Ippolito Nievo. Eppure, a riprova di uno stesso clima intellettuale e culturale che era poi quello del tempo e dei luoghi in cui entrambi vivevano immersi, qualcosa si trovarono entrambi a dover spartire o ad avere grosso modo in comune. Qualora si ponga mente agli argomenti di altre due \u201cprove rigorose\u201d scelte dal secondo di loro all&#8217;Universit\u00e0, oltre a quella comparativa sulle migrazioni, quale oggetto preliminare di discussione per avere accesso alla laurea, \u00e8 possibile farsene un\u2019idea pi\u00f9 precisa. Nell&#8217;esame rigoroso di Diritto filosofico Nievo propose e difese, infatti, una tesi, intitolata Del nesso della Letteratura e della Filosofia colla Giurisprudenza, mentre in quello di Statistica si ciment\u00f2 con un tema forse ancor pi\u00f9 indicativo, e non a caso ripreso di l\u00ec a poco, ma in una prestigiosa sede accademica, anche da Lampertico<sup><sup>[18]<\/sup><\/sup>: Degli Istmi di Panama e di Suez e delle diverse condizioni geografiche, politiche, economiche che favoreggiano ed avversano il progetto di due canali attraverso ad essi<sup><sup>[19]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>La consapevolezza delle principali novit\u00e0 indotte dalla rivoluzione industriale, non solo nel campo marittimo o della modernizzazione tecnologica dei trasporti, suggeriva al giovane Nievo molte sensate osservazioni sull&#8217;ascesa, al di l\u00e0 dell\u2019Atlantico, di un inedito \u201cceto commerciale\u201d rappresentato al meglio, secondo il suo parere, dalla borghesia di New York e di Boston. Intravista qui come migliore e pi\u00f9 compiuta espressione degli Stati Uniti e dunque come \u201cimpersonificazione attuale delle Americhe appetto all&#8217;Europa\u201d, pi\u00f9 tardi essa sarebbe stata invece criticata abbastanza corrosivamente nelle pagine finali delle Confessioni con un giudizio che usciva decisamente da quel terreno economico concreto su cui insistevano le acerbe prove universitarie del 1855. Non per motivi casuali, ad ogni modo, Nievo aveva scelto di soffermarsi e d\u2019insistere allora sull&#8217;avvento del vapore quale spiegazione e premessa dei radicali mutamenti in atto nell&#8217;economia mondiale e nel complesso sistema degli scambi internazionali in cui infatti le migrazioni transoceaniche erano inserite (\u201cE questo complicato e provvido sistema mette capo d\u2019ogni lato al mare, sicch\u00e9 pochi punti sono del nostro continente ove le manifatture inglesi e i cereali del Mar Nero e delle Americhe non vengano portati dalla barche\u201d). Il che legittimava comunque anche l\u2019idea da lui discussa, e plausibile al di l\u00e0 delle contingenti esigenze scolastiche, secondo la quale \u201cfra le pi\u00f9 grandiose intraprese\u201d dei tempi moderni fossero da considerare e da inquadrare appunto i tagli progettati dei due celebri istmi.<\/p>\n<p>Sebbene poi, nelle 24 tesi difese a una settimana di distanza dalla discussione dell\u2019ultima \u201cprova rigorosa\u201d intorno alle migrazioni non ne figuri che una di riferibile, e alquanto vagamente per giunta, a questioni economiche di simile natura o portata (la sesta di Statistica su \u201cLa Bassa Ungheria\u201d come \u201cpaese pi\u00f9 acconcio nell&#8217;Europa centrale allo stabilimento di colonie agricole\u201d)<sup><sup>[20]<\/sup><\/sup>, lo scrittore figura infatti gi\u00e0 impegnato, nel 1855, in una variet\u00e0 di riflessioni in bilico fra economia, letteratura e politica. Solo apparentemente esse risultano scollegate fra loro o disgiunte dalle altre che nel frattempo il giovane studente universitario viene consegnando ai fogli delle proprie corrispondenze private e alle pagine delle sue prime prove pubblicistiche e letterarie. Fra i coetanei dello scrittore, classe 1831, o almeno fra quelli dai trascorsi patriottici ben noti, come i suoi, anche alla polizia asburgica, cercare rifugio in una \u201cpace artificiale\u201d o, secondo l\u2019opinione di Cesare De Michelis, in \u201cuna sorta di esilio in patria\u201d<sup><sup>[21]<\/sup><\/sup> dovette essere reazione abbastanza diffusa alle delusioni e al disincanto dominanti, da questo punto di vista, nel periodo immediatamente seguito alla troppo breve ancorch\u00e9 inebriante stagione del 1848\/49<sup><sup>[22]<\/sup><\/sup> Se Ippolito aveva vissuto quel biennio da ragazzo, peraltro del tutto in linea o meglio in sintonia con la media generazionale borghese della sua classe di et\u00e0<sup><sup>[23]<\/sup><\/sup>, e se davvero la parte da lui presa negli eventi di quel tempo rivoluzionario si era forse gi\u00e0 consumata, l\u00ec ed allora, \u201cin un\u2019appassionata adesione ideale\u201d, durante il decennio successivo invece, \u201c(quello dei suoi vent&#8217;anni), il suo impegno civile \u2013 come nota di nuovo De Michelis \u2013 si concentr\u00f2 in un\u2019intensa e assai varia attivit\u00e0 di scrittore, pronta a misurarsi nei generi pi\u00f9 diversi [\u2026] ma decisa a tenersi lontano, persino idealmente lontano, dalla cospirazione con quel che ne veniva di conseguenza\u201d. Facile dedurne che sul piano professionale e degli studi ne potessero derivare assieme, per molti, uno sforzo di comprensione della realt\u00e0 pi\u00f9 variegato (e prudente) di quello immediatamente politico e il desiderio implicito, e ancora tutto sommato coerente, di applicarne gli effetti a campi appena contigui ma pur sempre compatibili con il patriottismo (quantunque visibilmente orientati adesso, oltre al resto, da praticissime necessit\u00e0). Anche cos\u00ec, ad ogni modo, non pu\u00f2 sfuggire quanto potessero variare le risposte che vennero offerte in quei frangenti, come ad esempio nel \u201cripiegamento\u201d in sede scolastica e universitaria, da parte di altri e in particolare di chi, uomo d\u2019azione giovane ma gi\u00e0 sperimentato, si fosse lasciato coinvolgere ancora per qualche tratto, diversamente da Nievo, in rischiose imprese o \u201cmene mazziniane\u201d. A questa schiera \u2013 non sempre ben distinta da quella degli esuli e dei migranti in cui gi\u00e0 abbondavano dei suoi coetanei per differenti motivi pi\u00f9 \u201cavventurosi\u201d di lui, dal bellunese Carlo Camillo di Rudio al lavagnese Giovanni (John) Garibaldi, dall&#8217;urbinate Raffaello Carboni al chietino Silvino Olivieri ecc.<sup><sup>[24]<\/sup><\/sup> \u2013 apparteneva senz&#8217;altro Luigi Castellazzo, di quattro anni pi\u00f9 vecchio del Nievo e protagonista (in negativo) di una delle pi\u00f9 tragiche vicende del nostro Risorgimento. \u201cBigio\u201d, come lo chiamavano gli amici, si trov\u00f2 infatti a far parte per sua scelta, fra il 1850 e il 1852, della \u201cpi\u00f9 grande congiura del Lombardo Veneto contro l\u2019Austria\u201d<sup><sup>[25]<\/sup><\/sup> ma per il comportamento che tenne dopo l\u2019arresto venne considerato da molti dei suoi contemporanei \u2212 e poi da vari storici capeggiati da Alessandro Luzio \u2212 il responsabile primo, nel 1852, del tradimento di don Enrico Tazzoli, di Tito Speri e degli altri \u201ccongiurati mantovani\u201d avendo ceduto alle torture della polizia austriaca ed essendosi prestato a fatali delazioni e forse, addirittura, a provocazioni funeste in combutta con l\u2019avvocato veronese Luigi Faccioli<sup><sup>[26]<\/sup><\/sup>. Liberato di prigione nel marzo del 1853 \u2212 \u201cper ricompensa\u201d dissero poi sempre, con buoni argomenti, i suoi detrattori \u2212 e restituito in fretta alla vita civile, \u201cBigio\u201d, unico fra i carcerati di Belfiore a godere per amnistia di una completa impunit\u00e0, torn\u00f2 ad iscriversi nell&#8217;Universit\u00e0 di Pavia, sua citt\u00e0 natale, completandovi i corsi di diritto e laureandosi nel luglio dello stesso anno in legge. Anch&#8217;egli dovette superare l\u2019ultima delle \u201cprove rigorose\u201d richieste (qui in numero di cinque) da quell&#8217;ateneo per l\u2019ammissione all&#8217;esame finale e lo fece con uno scritto sulla Convenienza del diritto di grazia in cui difese posizioni di stretta osservanza politica e religiosa filo asburgica spingendosi a condannare come \u201cperniciosissimi\u201d, senza tentennamenti o riserve, \u201d tutti i delitti \u201cantipolitici\u201d commessi contro lo Stato<sup><sup>[27]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>Lasciamo a questa altezza ovvero al suo contraddittorio destino la tragica figura di Castellazzo evitando di soffermarci sugli sviluppi di una controversa esistenza e di una espiazione<sup><sup>[28]<\/sup><\/sup> (che un po\u2019 ricorda quella del nieviano Giulio Altoviti) protrattesi per lui dal 1858 alla morte, nel 1890, in veste prima di ardente patriota democratico, di coraggioso combattente e di alto ufficiale garibaldino (ferito in modo grave al Volturno) e poi di massone, d\u2019internazionalista e di socialista, di pubblicista, di romanziere e di deputato ecc., e torniamo senz&#8217;altro all&#8217;ambiente culturale e studentesco padovano e a Ippolito Nievo<sup><sup>[29]<\/sup><\/sup>. La cui vita, come si sa, fu fatalmente pi\u00f9 breve di quella di \u201cBigio\u201d. Iscrittosi nell&#8217;ateneo patavino sul finire del 1852, provenendo proprio dalla stessa Facolt\u00e0 legale di Pavia, Nievo altern\u00f2 in effetti fra il 1853 e il 1855, nella citt\u00e0 del Santo dov\u2019era nato, i ricordati studi giuridici ed i connessi esami di prammatica a quella intensa attivit\u00e0 artistica e giornalistica a cui si riferiva De Michelis e che lo vide intento a realizzare, fra racconti e poesie, saggi critici e articoli di rivista, drammi e commedie, opere gi\u00e0 in qualche caso di valore e comunque premonitrici della sua genialit\u00e0 e dei suoi prevalenti interessi poi fatti convergere quasi tutti, fra il 1857 e il 1858, nelle Confessioni di un Italiano. A parte le sintomatiche posizioni assunte nel 1853 in acre polemica col gazzettiere antisemita bresciano Luigi Mazzoldi e in risoluta difesa degli \u201cstudenti delle universit\u00e0 italiane\u201d<sup><sup>[30]<\/sup><\/sup>, basti ricordare, l\u2019anno successivo, la sua prima raccolta di Versi e ancor pi\u00f9 gli Studi sulla poesia popolare e civile massimamente in Italia<sup><sup>[31]<\/sup><\/sup>. In essi, a supporto di una propria romantica teoria sull&#8217;antica (o \u201cpelasgica\u201d) tradizione poetica nazionale, egli sosteneva, come si sa, l\u2019opportunit\u00e0, per la nostra letteratura, di riferirsi al popolo delle campagne con un linguaggio che tenesse conto delle diverse peculiarit\u00e0 regionali. Strettamente collegata a questa impostazione, in apparenza di carattere solo linguistico ma in una maniera che si spingeva ben oltre i confini di quella che era o sarebbe diventata la linea paternalistica prevalente e pi\u00f9 congeniale, da noi, alla letteratura rusticale di met\u00e0 Ottocento (quella delle Codemo e delle Percoto per intenderci ovvero per restringerci anche solo all&#8217;area veneto-friulana), la novella su La nostra famiglia di campagna, ospitata a puntate a Mantova, nel 1855, dalle vivaci pagine de \u201cLa Scintilla\u201d<sup><sup>[32]<\/sup><\/sup>, gi\u00e0 documentava la discreta originalit\u00e0 dell\u2019approccio nieviano al problema (e ai problemi concreti) delle popolazioni rurali, specie della vasta area padana da lui meglio conosciuta<sup><sup>[33]<\/sup><\/sup>, secondo prospettive che, precisate e rafforzate, sarebbero confluite pi\u00f9 tardi nel celebre Frammento sulla rivoluzione nazionale.<sup><sup>[34]<\/sup><\/sup> In effetti, nella \u201cnutrita serie\u201d di racconti rusticali avviata appunto nel 1855, ma portata avanti anche negli anni successivi tra Il Conte pecoraio e \u201cdiversi passi\u201d delle Confessioni, Nievo, come dice Marcella Gorra, avrebbe sempre denotato un profondo e per nulla epidermico interesse verso il mondo contadino. E aveva cominciato a darne prova accogliendo di buon grado, ma razionalizzandole, nel 1856, le raccomandazioni che nell&#8217;invitarlo a collaborare con la \u201cRivista Veneta\u201d di Venezia<sup><sup>[35]<\/sup><\/sup> gli avevano rivolto Saverio Scolari e altri amici della sua redazione chiedendogli di scrivere per loro delle novelle in cui \u2013 dicevano &#8211; \u201c vorremmo [\u2026] che [\u2026] piuttosto che la vita intima e psicologica del contadino, tu ci mettessi in azione i contatti e le influenze vicendevoli fra questo stato fondamentale della societ\u00e0 e le classi superiori\u201d<sup><sup>[36]<\/sup><\/sup>. Lasciando alle fatiche imminenti di un Antonio Maria Gemma o del celebre Paolo Mantegazza<sup><sup>[37]<\/sup><\/sup> l\u2019incombenza di ritrarre, come sarebbe puntualmente avvenuto in un clima di positivismo arrembante, la mera \u201cfisiologia\u201d, magari riproduttiva e sessuale, degli abitatori delle campagne del Nord, Nievo veniva sollecitato insomma a intraprendere &#8211; ovvero a perfezionare &#8211; una riflessione pi\u00f9 ampia sui contadini, prossimi emigranti in pectore, a cui si rivolgeva, nelle fiere e nelle piazze,\u201cil saltimbanco che spiega al villano il Nuovo Mondo\u201d<sup><sup>[38]<\/sup><\/sup>. E tale riflessione non si sarebbe certo potuta esimere, per uno come lui, dal confronto con la realt\u00e0 delle cose ovvero dall&#8217;analisi delle relazioni insorgenti, un po\u2019 in tutta la penisola, fra la cosiddetta questione contadina e i problemi sociali sottesi a un processo non pi\u00f9 solo vagheggiato bens\u00ec ormai in gestazione di unit\u00e0 nazionale, a partire, almeno nei suoi voti, anche dai bisogni e dalle condizioni in cui versavano quelle stesse masse rurali della penisola (che quasi solo a Pisacane, entrato nella sua fase anarco-socialista, avevano dettato pagine memorabili e consonanti ancorch\u00e9 all&#8217;epoca poco o punto conosciute). In Veneto e in Friuli, oltre a suscitare di fatto, nelle basse pianure, ricorrenti e indicativi fenomeni di ribellismo<sup><sup>[39]<\/sup><\/sup>, esse stavano dando prova di avere messo a frutto, specie fra gli \u201calpigiani\u201d<sup><sup>[40]<\/sup><\/sup>, un lungo apprendistato emigratorio abbastanza somigliante, in fin dei conti, a quello gi\u00e0 compiuto da contadini ed altri lavoratori nell\u2019alta Lombardia, nel basso Piemonte e nel Genovesato ovvero, in modo pi\u00f9 eclatante perch\u00e9 massicciamente orientato verso le Americhe a fini popolazionistici e di colonizzazione agraria, nelle campagne dell\u2019Europa centro settentrionale.<\/p>\n<p>Pur frequentando, per rigido debito scolastico, lezioni e studi che a Padova, come si \u00e8 visto, contemplavano anche, nella Facolt\u00e0 legale, la conoscenza di nozioni statistiche di base e l\u2019apprendimento di concetti elementari di economia politica<sup><sup>[41]<\/sup><\/sup>, pare abbastanza probabile che, entrato nel 1854 in contatto e poi in stretta amicizia con uomini e patrioti pi\u00f9 vecchi di lui come ad esempio Ferdinando Coletti, Osvaldo Monti o i fratelli Arnaldo e Clemente Fusinato (il secondo dei quali alcuni ne masticava abbastanza), Ippolito Nievo si fosse venuto formando un minimo bagaglio culturale in materia di scienza economica applicata o applicabile alle Americhe. Il che probabilmente avvenne, comunque, non gi\u00e0 o non tanto solo mediante la lettura dei trattati in adozione all&#8217;Universit\u00e0, quanto piuttosto ascoltando \u201cla voce\u201d di poeti e scrittori come Chateaubriand e Byron i quali avevano recuperato alla cultura europea un interesse, appannatosi a tratti in et\u00e0 napoleonica, \u201cper il Nuovo Continente\u201d<sup><sup>[42]<\/sup><\/sup> oppure attraverso la stessa familiarit\u00e0 con i romanzi pi\u00f9 \u201cavventurosi\u201d da oltre vent&#8217;anni in voga<sup><sup>[43]<\/sup><\/sup> e con i resoconti diretti e indiretti (saggi, articoli, recensioni a libri di viaggio<sup><sup>[44]<\/sup><\/sup> ecc.) messi in circolo dalle riviste e dai giornali. In Italia e all&#8217;estero si divulgavano sempre pi\u00f9 spesso notizie e dettagli riguardanti l\u2019assetto demografico del vecchio mondo in rapporto alla presenza degli \u201cindiani\u201d e alle migrazioni gi\u00e0 di massa verso i paesi \u201cnuovi\u201d d\u2019oltreoceano tutti o quasi tutti da \u201ccolonizzare\u201d per la disponibilit\u00e0 laggi\u00f9 crescente (e sanguinosamente indotta) di \u201cterra libera\u201d<sup><sup>[45]<\/sup><\/sup>. Assieme ai \u201cbianchi coloni\u201d rurali del vecchio continente, molti di quei paesi (nella stessa America Latina, com&#8217;era stata definita per la prima volta da Michel Chevalier quand&#8217;era ancora saintsimoniano e poi a ridosso della tragica avventura messicana di Massimiliano d\u2019Asburgo dopo la sua improvvida partenza dal Lombardo-Veneto), stavano per\u00f2 accogliendo anche una parte non indifferente degli esuli e dei profughi dell\u2019 incompiuta rivoluzione democratica del 1848.<\/p>\n<p>Ritiratosi dopo la laurea a Colloredo di Montalbano, Nievo vi attese l\u2019avvento di tempi migliori per la causa nazionale, anche se continu\u00f2, con ogni probabilit\u00e0, a tenersi informato sugli sviluppi delle migrazioni al di l\u00e0 dell\u2019oceano \u2013 negli Stati Uniti, in Brasile e in Argentina \u2212 meditando in forma pi\u00f9 matura sulla nuova fase di un processo che si stava confermando di grande portata e d\u2019inedita composizione non solo per ovvie ragioni economiche e demografiche, bens\u00ec pure per le implicazioni di carattere pi\u00f9 squisitamente politico. Anche su tali implicazioni merita intrattenersi, come suggerisce di fare se non altro la chiusa avventurosa e spesso fraintesa o sottovalutata delle Confessioni<sup><sup>[46]<\/sup><\/sup>. In essa, infatti, Ippolito Nievo si ispir\u00f2, a mio avviso, da un lato alle ultime e assai poco note bandeiras pauliste<sup><sup>[47]<\/sup><\/sup> e dall&#8217;altro, come vedremo, alla tragica vicenda del patriota abruzzese Silvino Olivieri. Poich\u00e9 ci\u00f2 rimanda tuttavia ad un tema che molto s\u2019inoltra nella storia delle legioni militari italiane e soprattutto del mazzinianesimo nelle sue cangianti relazioni, al Plata, con le ideologie nazionaliste locali \u2013 meglio studiate sinora, dopo Salvatore Candido<sup><sup>[48]<\/sup><\/sup>, da vari storici latinoamericani come De Marco, Scheidt, Serrano, Chiaramonte, Myers ecc. \u2013 pur essendo da tempo indaffarato a mia volta a lavorare sugli esuli, sui soldati \u201cper scelta o per caso\u201d e sugli sbocchi pratico-politici della prima emigrazione italiana in Argentina e Brasile<sup><sup>[49]<\/sup><\/sup>, rinuncer\u00f2 ad occuparmene qui evitando di entrare, quanto meno in dettaglio, nel merito di questioni tanto complesse per limitarmi alla sola analisi essenziale di quanto, in rapporto a tali temi, emerge da una rilettura del testo nieviano nelle sue battute finali.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>2. In un suo libro di ormai vent&#8217;anni fa \u2013 La verdad de las mentiras \u2013 Mario Vargas Llosa spiegava che \u201cnon si scrivono romanzi per raccontare la vita\u201d, bens\u00ec \u201cper trasformarla, aggiungendovi qualcosa\u201d<sup><sup>[50]<\/sup><\/sup>. Cosicch\u00e9, se pure alle volte \u201cmentano\u201d (non potendo tra l\u2019altro fare altrimenti), essi alterano soltanto una parte della storia: l\u2019altra, destinata ad apparirci non meno importante, \u201c\u00e8 che, mentendo, esprimono una strana verit\u00e0\u201d la quale \u201cpu\u00f2 essere espressa solo se dissimulata e occultata, mascherata da quello che non \u00e8\u201d. Si tratta di una idea condivisa anche da un altro scrittore latinoamericano come Eduardo Galeano che ha ripetuto in diverse occasioni di avere appreso \u201cpi\u00f9 nei caff\u00e8 di Montevideo che non a scuola le lezioni della vita\u201d la prima delle quali recita in sintesi: \u201cl\u2019arte \u00e8 una menzogna che dice la verit\u00e0\u201d<sup><sup>[51]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>Non saprei dire quanto si attagli l\u2019annotazione al caso delle Confessioni di un italiano, ma sta di fatto che tra \u201cmenzogna\u201d (sc. invenzione) e verit\u00e0 (sc. realt\u00e0 storica o fattuale) Nievo si destreggia con successo esprimendo anch&#8217;egli, sotto il velame di una relativa dissimulazione, delle dure verit\u00e0 \u201cmascherate da quello che non sono\u201d. Qualcosa di simile succede nel capitolo ventesimo terzo ed ultimo del suo capolavoro romanzesco in cui l\u2019autore, a tre anni dalla prova rigorosa per la laurea, ritorna alla storia delle migrazioni, guardata ora da un angolo di visuale particolare ma non proprio inconsulto, con ben altra forza rispetto al recente passato e con motivazioni o con intendimenti su cui vale forse la pena, anche noi in conclusione, d\u2019interrogarsi.<\/p>\n<p>Nell&#8217;inviare al padre, in forma epistolare, alcuni \u201ccenni\u201d della propria vita per dargli prova di non essere stato, dopo un\u2019esistenza \u201cdissoluta e superba\u201d, \u201cal tutto [\u2026.] indegno\u201d del loro nome, quello degli Altoviti, Giulio, costretto al profugato, viene chiamato da Nievo a redigere la cronaca verosimile di \u201cun esiglio che non finir\u00e0 forse mai pi\u00f9\u201d ma che diventa, nel contempo, anche il racconto pieno di chiaroscuri di un tipo d\u2019emigrazione precoce oltre Atlantico in cui al giovane si fa dire in premessa che \u201cl\u2019onore della nostra nazione\u201d sar\u00e0 affidato a \u201cpoveretti\u201d come lui, \u201csbalestrati dalla sventura ai quattro capi della terra.\u201d<\/p>\n<p>A quali vicende si riferiscano le pagine finali che nelle Confessioni Nievo decise di dedicare, per chiudere il suo gran libro, al figlio del protagonista, dopo una \u201credenzione\u201d compiutasi nel 1849 alla difesa della Repubblica Romana, \u00e8 abbastanza noto, ma sino a poco tempo fa, parrebbe, anche piuttosto trascurato, dalla critica. Cosa si celi dietro alla loro trama cos\u00ec apparentemente esotica e discosta, innanzitutto geograficamente, dall&#8217;andamento patriottico e, per cos\u00ec dire, tutto d\u2019un pezzo \u201crisorgimentale\u201d seguito sin l\u00ec dalla narrazione, \u00e8 stato infatti spesso giudicato, dai pi\u00f9, una \u201cdivagazione\u201d artificiosa dello scrittore e come minimo, quindi, male interpretato. Mentre riguarda, a mio avviso, aspetti importanti e a tutt&#8217;oggi abbastanza dimenticati dell\u2019emigrazione italiana in America meridionale ai propri albori quando essa fu a lungo contrassegnata, fra il 1840 e il 1880, da presenze che se per un lato poco sembrerebbero aver a che fare con l\u2019esodo successivo di semplici coloni e contadini, per un altro ci parlano invece, realisticamente, di esuli e di proscritti \u201cin armi\u201d, di esploratori e viaggiatori in continuo movimento, di previous migrants alla ricerca di una sistemazione individuale per s\u00e9 e per il proprio avvenire, ma soprattutto d\u2019intraprendenti pionieri del nascente business immigratorio politicamente connotati e destinati sovente a diventare, pi\u00f9 tardi, promotori e leader delle future \u201ccomunit\u00e0\u201d italo-sudamericane in \u201csuolo straniero\u201d e gi\u00e0 desiderosi, alle volte anche per puro tornaconto personale, di fondare e comunque di far nascere al Plata , \u201cin terra libera\u201d (oppure resa tale), insediamenti rurali e nuclei seminali di agricoltori connazionali, fra Argentina, Uruguay e Brasile. Nel loro novero le prerogative ideologiche di specie (patriottiche, liberali, mazziniane ecc.) e, nei fatti, di ruolo (militari, pubblicisti, scienziati, faccendieri ecc.) risultano quasi sempre sovrapposte, mescolate e fra loro anche abbastanza confuse, ma possono ben esplicarsi in deroga a rigide tipologie correntemente assegnabili ed evolvere, gi\u00e0 dalla fine degli anni 1850-1860, in direzioni sempre pi\u00f9 precise e soprattutto in grado di condizionare, caratterizzare e orientare, grazie al monopolio dell\u2019associazionismo e del giornalismo etnico, la crescente presenza italiana in buona parte dell\u2019America Latina.<\/p>\n<p>Anzich\u00e9 seguire la Legione di Garibaldi partita da Roma, ormai in mano ai francesi, \u201cper le Romagne e per la Toscana\u201d, Giulio Altoviti si volge dunque deliberatamente, nel romanzo, all&#8217;America con alcune lettere di referenza consegnategli dal Generale per i suoi molti amici di laggi\u00f9 e intraprende, da proscritto ma anche da emigrante, un tragitto destinato a concludersi tragicamente in Argentina nel febbraio del 1855. Nella traversata stringe amicizia con un medico spoletino, il dottor Ciampoli, che assieme alla famiglia sta cercando anch&#8217;egli di raggiungere gli Stati Uniti e durante il viaggio trova persino il modo d\u2019insegnare a Gemma, la figlia diciannovenne di quest\u2019uomo descritto come alieno \u201cdalla rabbia consueta dei profughi politici\u201d<sup><sup>[52]<\/sup><\/sup>, una canzonetta popolare di pescatori chioggiotti, in attesa (lunga tanto quanto il viaggio durato oltre due mesi) di sbarcare a New York dov&#8217;\u00e8 diretta la nave. Nella nascente metropoli degli Stati Uniti, che ospitava all&#8217;epoca meno di mille italiani e che era stata gi\u00e0 ben descritta dal mazziniano ticinese Antonio Caccia in un suo romanzo edito a Monaco nel 1850 \u2013 Europa ed America (scene della vita dal 1848 al 1850)<sup><sup>[53]<\/sup><\/sup> \u2013 Giulio si ferma ben poco perch\u00e9 stenta ad ambientarsi fra \u201cbotteghieri e sensali\u201d il cui prosaico materialismo, da lui deprecato, permette a Nievo di esprimere incidentalmente sugli Stati Uniti, per quanto in modo rapsodico, uno dei primi giudizi negativi che si conoscano del nostro sempreverde antiamericanismo. Il destino, per\u00f2, attende al varco Giulio in tutta un\u2019altra America ovverosia \u201cal Brasile\u201d dove anch&#8217;egli sceglie di spostarsi seguendo Ciampoli costretto a sua volta ad \u201cinseguire\u201d a Rio de Janeiro un ingegnere, Claudio Martelli, al quale era stato raccomandato perch\u00e9 fratello di un Arrigo gi\u00e0 comparso antecedentemente nella narrazione e cara conoscenza di Carlo Altoviti per la loro comune partecipazione \u201calle rivoluzioni di Napoli del novantanove e del ventuno\u201d. Da questo punto in avanti ha inizio la parte che pi\u00f9 ci interessa e che si snoda, con descrizioni ambientali visibilmente calcate sul modello di quelle reperibili all&#8217;epoca in italiano \u2013 cio\u00e8 abbastanza alla portata del giovane Nievo \u2013 in alcuni celebri resoconti coevi (a cominciare, con ogni probabilit\u00e0, dalle \u201cEsplorazioni\u201d del monzese Gaetano Osculati in zona equatoriale, lungo il Rio delle Amazzoni, dal 1846 al 1848, pubblicate in due edizioni milanesi successive e ravvicinate del 1850 e del 1854<sup><sup>[54]<\/sup><\/sup>). Poco dopo il suo arrivo in Brasile, \u201cuno Stato nuovo ed ordinato\u201d, Giulio, semplicemente esibendo i propri titoli militari, ottiene con facilit\u00e0 un posto ovvero \u201cun grado di maggiore nella fanteria di confine\u201d dell\u2019esercito imperiale dove s\u2019imbatte pure nella \u201cviva memoria\u201d d\u2019un altro amico di suo padre menzionato in precedenza nel romanzo, ossia il gi\u00e0 ricordato Alessandro Giorgi, rientrato a Venezia allo scoppio della rivoluzione repubblicana dopo essersi oltremodo distinto per avere ridotto \u201ca soggezione\u201d e riordinato, alla guida di ottocento soldati \u201cregolari\u201d, una vasta zona del Mato Grosso meridionale cos\u00ec da guadagnarsi la stima del sovrano che, per ricompensa, lo aveva anche fatto Duca di Rio-Vedras. Ed \u00e8 nel Sudoeste matogrossense tra la localit\u00e0 dal nome inventato di Rio Ferreires, immaginata e posta nel racconto a tre mesi di marcia da Rio de Janeiro, e la piccola citt\u00e0 di Villabella (con ogni probabilit\u00e0 Vila Bela da Santissima Trinidade, la prima capitale della provincia fondata sulle sponde del rio Guapor\u00e9 nel 1752<sup><sup>[55]<\/sup><\/sup>) che Giulio fa conoscenza fra il 1850 e il 1852 con il Brasile tropicale dov\u2019\u00e8 in corso una emigrazione per evidente sfruttamento di miniere diamantifere e con i suoi abitatori originari, i \u201cselvaggi\u201d delle varie \u201ctrib\u00f9 indiane\u201d. Nievo li descrive, assieme al paesaggio lussureggiante (fatto di \u201cmontagne, torrenti. selve, pianure\u201d e di \u201ccascate di cui l\u2019occhio misura appena l\u2019altezza\u201d ma che tutte serbano una primigenia impronta quasi edenica), in assetto intermittente di rapina rifacendosi, per il contesto ambientale, a molti stereotipi espositivi sulla natura dei luoghi gi\u00e0 da tempo in circolo a met\u00e0 Ottocento anche se poi il ritratto che egli traccia degli indios, definiti in un punto, alla nordamericana, addirittura \u201cpelli-rosse\u201d, e quindi dell\u2019attivit\u00e0 militare di tipo bellico (e non solo di generico controllo) affidata alle cure di Giulio Altoviti sembrerebbero rinviare, come vedremo pi\u00f9 in l\u00e0, all&#8217;Argentina piuttosto che al Brasile. Qui, e massime nel Mato Grosso, avevano certo e realmente avuto modo di verificarsi, fra Sette e Ottocento e ancora sull&#8217;aprirsi della decade 1850-1860<sup><sup>[56]<\/sup><\/sup>, numerosi episodi simili a quello in cui perdono la vita Ciampoli e suo figlio Fabietto: una terribile incursione con scontri all&#8217;ultimo sangue, ratti di donne bianche e incendi paurosi il cui bilancio finale ammonta a 200 morti tra soldati e coloni e a trecento vittime fra i \u201cselvaggi\u201d. Ad essa, cui scampa per esigenze narrative la giovane Gemma di cui Giulio si era innamorato e che far\u00e0 presto sua sposa, si possono attribuire i caratteri di un copione al tempo stesso vero e inventato. Giulio Altoviti spedito a presidiare la zona di Rio Ferreires e a proteggere la missione tecnico scientifica del dottor Ciampoli \u2212 nominato dal governo \u201csopraintendente delle miniere\u201d locali \u2212 si trova ad avere accasermati ai suoi ordini dei soldati che, \u201cubbidientissimi a Rio de Janeiro\u201d, nel Mato Grosso \u201csi tramutano in scorridori, in briganti, e [\u2026] di poco dissomigliano dagli Indiani che molestano di continui assalti\u201d<\/p>\n<p>Anche di tali assalti Nievo offre una rappresentazione precisamente scandita e macabramente suggestiva che ha solo il difetto di rifarsi almeno in parte, com&#8217;\u00e8 stato sostenuto da Beatriz Curia, a una sorta di canone descrittivo in auge per tali eventi nell&#8217;America ispano-portoghese sin dai primi del Seicento<sup><sup>[57]<\/sup><\/sup>. \u00c8 un canone scomposto assai bene e analizzato in via generale, anni fa, anche da Piero Brunello<sup><sup>[58]<\/sup><\/sup>, che contempla una serie indicativa di motivi comuni dei quali tuttavia Nievo si serve lasciando intravedere perplessit\u00e0 tutte sue sulla logica spietata delle bandeiras e delle \u201clegioni agricolo militari\u201d brasiliane che pure, probabilmente, conosceva un po\u2019 meno bene delle spedizioni punitive organizzate, in contemporanea, sia negli Stati Uniti dei presidenti Taylor, Fillmore e Pierce (nonostante l\u2019esito discreto nell&#8217;arco di vent&#8217;anni dell\u2019Indian Removal Act di Andrew Jackson) e sia nell&#8217;Argentina di Juan Manuel de Rosas e dei suoi immediati successori. Nell&#8217;America portoghese ancora \u201cinfestata\u201d dagli indiani tutto appare \u201cnuovo strano inopinato\u201d anche se \u201cdopo le lontane escursioni fra le trib\u00f9 selvagge, si torna sempre alla pace e alla giocondit\u00e0 della famiglia\u201d. Le incombenze minute di questa fase finale dello sterminio e delle violenze inflitte alle popolazioni native sono aggravate non solo dalla precaria logistica e dalle immense distanze, bens\u00ec pure dalle reazioni e dall&#8217;\u201dastuzia particolare\u201d dei selvaggi di cui peraltro vengono bruciate per precauzione le imbarcazioni e assaltati i villaggi anche quando si debba accorrere soprattutto, o soltanto, per \u201cdar un esempio [\u2026] con gran parte della guarnigione\u201d (composta fra l\u2019altro, come s\u2019\u00e8 visto, da una \u201csoldatesca che ha bisogno di esser curata perch\u00e9 non diventi [essa stessa] il flagello del territorio\u201d). Persino nei frangenti pi\u00f9 atroci, nondimeno, residua nello scrittore il sospetto, ed \u00e8 cosa rara per quei tempi anche se viene espressa in forma incidentale e distaccata, che qualcosa d\u2019ingiusto o di sbagliato vi sia nelle pratiche repressive e omicide dislocate a monte o a valle degli scoppi di furore e degli attacchi irati e micidiali degli indiani. Cavalcando a gran velocit\u00e0 e con rabbia crescente alla volta di Rio Ferreires ormai data alle fiamme (dove costoro, non a caso mai chiamati precisamente per nome, ma identificati soltanto in modo generico e sommario, \u201cavevano assaltato di nottetempo le caserme, inchiodato i cannoni, e scannato per sorpresa gran parte degli uomini, facendo prigioniere le donne\u201d), a Giulio Altoviti si para dinanzi nell&#8217;aprile del 1852 uno scenario di morte in cui le ragioni degli altri, per un momento, riescono a trovare qualche spazio: \u201cI pochi superstiti si erano rifugiati alla residenza; ma col\u00e0 appunto si era rovesciata proprio nel momento del nostro ritorno la rabbia dei selvaggi. Gridavano di voler uccidere i capi bianchi ch&#8217;erano venuti a spodestarli della pianura e della riva del Gran Fiume; e lanciavano contro le mura frecce e macigni.\u201d Ma si tratta, appunto, solo di un momento: grandi alternative agli occhi delle autorit\u00e0 americane e dei coloni bianchi venuti dall&#8217;Europa non se ne prospettavano del resto in nessun luogo, a met\u00e0 Ottocento, rispetto a quelle ferocemente marziali poste in essere dalle armi e dalla riduzione in cattivit\u00e0 dei meno riottosi fra loro, per gli indiani sia da secoli insediati l\u00ec e sia recentemente immigrati, a propria volta, dal Cile in territori ricchi di risorse naturali e di minerali preziosi, ma reclamati e contesi adesso dalla \u201ccivilt\u00e0 occidentale\u201d ovvero, a parole, in suo nome. Nievo, per\u00f2, una speranza al riguardo la nutre anticipando paradossalmente alcuni sviluppi che, fra indios sopravviventi ed emigrati europei in continuo arrivo, la questione indiana avrebbe conosciuto, merc\u00e9 l\u2019azione dei missionari scalabriniani e salesiani, di l\u00ec a qualche decennio, ormai ben dentro alla seconda met\u00e0 dell\u2019Ottocento<sup><sup>[59]<\/sup><\/sup>. In Brasile dice, prendendo spunto dalla figura del vecchio sacerdote da cui vanno a lezione di portoghese Giulio e Gemma (un \u201cvecchio prete\u201d che a Rio Ferreires \u201c\u00e8 cappellano, vescovo, e [\u2026] quasi papa del paese), \u201cVoltaire ha ancora torto: [\u2026] non si trovano qui n\u00e9 parrochi ospitali, n\u00e9 canoniche spaziose e parate a festa, n\u00e9 mense ben fornite a ogni due miglia. Bisogna serenare dieci notti per insegnare ai selvaggi quell&#8217;abbic\u00ec della civilt\u00e0 che \u00e8 il cristianesimo. Il maresciallo Giorgi, l\u2019invincibile duca di Rio-Vedras, ha fatto assai colle carabine; ma pi\u00f9 faranno, credo, questi preti ignoranti pazienti\u201d. A conferma e a riprova della fiducia da lui riposta nell&#8217;opera possibile del magistero ecclesiastico tramite le figure familiari del basso clero, Nievo, che ben conosceva anche gli effetti nel Lombardo Veneto di certe strategie vaticane messe a nudo dalla congiuntura concordataria del 1855 \u2013 anno di un compromesso fra la Chiesa e l\u2019Austria gravido, nel Vice Regno asburgico, di conseguenze alquanto regressive \u2013 fa ritornare in scena, nel racconto dell\u2019assalto indiano a Rio Ferreires, la figura del vecchio curato portoghese.<\/p>\n<p>Mentre Fabietto Ciampoli, dopo essersi battuto spada alla mano con un coraggio indomito e di gran lunga superiore alla sua et\u00e0, stramazza al suolo \u201ccolpito da molte frecce [\u2026] mormorando il nome di Maria\u201d, ecco comparire l\u2019anziano sacerdote che ferma la gazzarra rituale accennata dagli indiani sui corpi dei caduti \u201cper adornare il loro mostruoso trionfo\u201d: \u201c[\u2026] in quella il vecchio prete portoghese che aveva saputo del\u2019eccidio della Sopraintendenza, accorse in camice e stola col crocefisso in mano. L\u2019aspetto di quell&#8217;uomo disarmato che parlava loro di pace nel linguaggio nativo, e che si esponeva senza paura ai loro strazii per salvar i fratelli, arrest\u00f2 un momento i selvaggi. Intanto ci si di\u00e9 tempo di giungere\u2026\u201d<\/p>\n<p>Sembrerebbe un dettaglio inventato ancorch\u00e9 provvisto di mitici precedenti, a cominciare ovviamente dall&#8217;incontro provvidenziale sul Mincio con Attila di Papa Leone Magno che avrebbe convinto nel 452 il re degli Unni a fermarsi e a non devastar oltre la penisola (quantunque, per esprimerci in modo sbrigativo, risulti provato che tre anni pi\u00f9 tardi, quando Roma fu invasa nel 455 dai Vandali di Genserico, e sia pure a prezzo di due settimane di saccheggi, fu proprio per intercessione di Leone I che gli abitanti della Citt\u00e0 Eterna ebbero salva la vita). Ancora una volta non sappiamo a quale possibile caso concreto, nelle settecentesche missioni gesuitiche o, se mai ce ne fosse stato uno, ancora nel Brasile di met\u00e0 Ottocento, Nievo si ispirasse per modellare l\u2019episodio del sacerdote disarmato che, forte solo della sua parola e delle sue insegne religiose, si rivolge con parole di pace, e nella loro lingua per giunta, a dei \u201cbarbari aggressori\u201d \u2013 ovviamente i \u201cselvaggi\u201d \u2212 ottenendone miracolosamente una tregua. Negli anni in cui diramandosi da Lione si viene diffondendo i tutti i paesi cattolici \u2212 ed \u00e8 anche facile da rinvenire nella maggior parte delle biblioteche pubbliche (ma perfino in alcuni Gabinetti di lettura) \u2212 una pubblicazione come gli \u201cAnnali della Propagazione della Fede\u201d destinata a raccogliere periodicamente le lettere che vescovi e missionari cattolici inviano dai pi\u00f9 diversi angoli del mondo ancora da evangelizzare, pu\u00f2 anche darsi che lo scrittore abbia attinto di l\u00ec o da fonti consimili un qualche spunto di natura in partenza \u201cedificante\u201d. Ma oltre a ci\u00f2 va detto che proprio nei dintorni cronologici in cui Nievo ambienta (e soprattutto viene scrivendo) l\u2019ultima parte delle Confessioni, esempi del genere \u2212 a sfondo, per dir cos\u00ec, \u201cclericale\u201d \u2212 da lui usati a proposito di Rio Ferreires si diedero sul serio, perlomeno al Plata. Volendone ricordare uno di poco successivo alla stesura del romanzo e per\u00f2 immediatamente passato dalla cronaca alla leggenda, il 29 ottobre del 1859 sarebbe stato proprio un prete italiano, don Francesco Bibolini nato nel 1827 a La Spezia e giunto nel 1854 in quella localit\u00e0 chiamata allora Fortin Mulitas, a fermare nella cittadina 25 de Mayo, a 200 chilometri da Buenos Aires e non distante da Saladillo, la replica di un classico e sanguinario \u201cmal\u00f3n\u201d \u2212 mandato gi\u00e0 una volta ad effetto nel 1856 \u2013 del grande Cacique Calfucur\u00e1, il temuto signore de \u201cLas Salinas Grandes\u201d e protagonista indiscusso, dalla parte indigena e da circa trent&#8217;anni \u2212 sino alla sua morte nel 1873 \u2212 di quasi tutte le vicende, politiche e militari, che si svolsero fra l\u2019et\u00e0 di Rosas e quella di Mitre e di Sarmiento in Argentina.<\/p>\n<p>25 de Mayo e Saladillo (ancorch\u00e9 ufficialmente fondata, questa, nel 1863) come Bahia Blanca e Azul e come una infinit\u00e0 di altri luoghi delle provincie di Santa F\u00e9, del Chaco, di Entre Rios ecc., posti e fortini tutti allora di \u201cfrontiera\u201d in un paese diviso che si stava costituendo faticosamente in Stato nazione attraverso una serie sanguinosa di guerre civili e di scontri ininterrotti con gli indiani delle Pampas (o giuntivi a ondate successive dal Cile attraverso le Ande), rappresentavano il cuore di un\u2019immensa zona di potenziale colonizzazione agricola dove, come e pi\u00f9 che in Brasile, \u201csul finire degli anni cinquanta dell\u2019Ottocento\u201d, per renderla quanto prima possibile coltivabile, era in atto \u201cun processo di espropriazione violenta delle terre indigene\u201d<sup><sup>[60]<\/sup><\/sup>. \u201cLa precisione delle osservazioni di Nievo\u201d \u2212 nota Piero Brunello \u2212 sorprende\u201d tuttavia per il Brasile perch\u00e9 fino ad allora non vi erano stati l\u00ec, tranne una colonia ligure in Santa Catarina, insediamenti significativi di agricoltori italiani anche se poi, oltre a quelli mandati o che si sarebbero voluti mandare da Roma (nel 1837) o da Napoli (nel 1857) \u2212 per una deportazione politica fieramente avversata da Pisacane<sup><sup>[61]<\/sup><\/sup> \u2212 di italiani in giro per le province dell\u2019Impero di Dom Pedro II, fra militari, commercianti e altri soggetti, nella decade 1850-1860, cominciavano ad esservene davvero in discreto numero<sup><sup>[62]<\/sup><\/sup>. Meraviglia semmai maggiormente, segnala sempre Brunello, che quando invece le colonie vengono sul serio fondate, in Italia la consapevolezza dimostrata da Nievo a proposito delle modalit\u00e0 che ne hanno consentito la formazione man mano svanisca e venga definitivamente meno. La prima origine di un tal genere di colonie al Plata, ad ogni modo, \u00e8 anche cronologicamente assai vicina allo svolgersi degli avvenimenti, sempre pi\u00f9 drammatici per Giulio Altoviti, che fra il 1852 e il 1855, sono chiamati (o meglio allusi) nel romanzo da Nievo per fare da sfondo credibile e quasi da cornice alla morte del suo personaggio. L\u2019epilogo della \u201cavventura\u201d brasiliana e il passaggio di Giulio a Buenos Aires segnalano e quasi simbolizzano un cambiamento di fase nei flussi dell\u2019emigrazione e del profugato politico italiano in America meridionale realmente esistito. Quando Giulio Altoviti, abbandonata Villabella e il Mato Grosso, \u201cdopo tre mesi di viaggio, ma sempre vago, pittoresco, in paesi di bellezze quasi favolose\u201d raggiunge infine, nell&#8217;ottobre del 1852, l\u2019Argentina \u2013 dove \u201cgli Italiani hanno buon nome [perch\u00e9] il general Garibaldi ha lasciato gran desiderio di s\u00e9\u201d e dove egli sposer\u00e0 Gemma avendone due figli, estrema consolazione in Italia del vecchio Carlino \u2013 il paese ha infatti conosciuto da appena pochi mesi una radicale trasformazione dei propri equilibri di potere peraltro esposti, di l\u00ec sino al 1862 a un ulteriore decennio di turbolenze e di rinnovata instabilit\u00e0 per lo scontro tuttora in atto fra unitari e federalisti (ovvero fra Buenos Aires e le altre province) in un clima sempre pi\u00f9 infuocato di guerra civile<sup><sup>[63]<\/sup><\/sup> e altres\u00ec, per\u00f2, di guerra agli indiani in cui i nostri esuli, soprattutto di fede democratica e mazziniana, finiranno per inserirsi<sup><sup>[64]<\/sup><\/sup>, mutando a propria volta, quasi senza accorgersene, le proprie posizioni o le proprie impostazioni ideali<sup><sup>[65]<\/sup><\/sup>. E con queste, ben presto, alcuni di loro, come Giovan Battista Cuneo, l\u2019alter ego di Mazzini in America Latina, si consegneranno anche a compiti del tutto funzionali ai progetti governativi di popolamento per via d\u2019immigrazione d\u2019una classe dirigente (Mitre, Alberdi, Sarmiento ecc.) gi\u00e0 vicina, trent\u2019anni prima, al giovane Garibaldi rivoluzionario riograndense e uruguayano<sup><sup>[66]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>Alla battaglia di Caseros, il\u00a03 febbraio 1852, l\u2019esercito della Confederazione Argentina, al comando di Juan Manuel de Rosas, subisce una rovinosa sconfitta da parte dell\u2019\u201cEsercito Grande\u201d del governatore di Entre Rios Justo Jos\u00e9 de Urquiza rafforzato da truppe brasiliane e uruguayane<sup><sup>[67]<\/sup><\/sup>, ma tra le conseguenze della vittoria, nonostante il varo, nel 1853, di quella che rimarr\u00e0 poi la Costituzione argentina, tornano ad insinuarsi le rivendicazioni e le insofferenze di Buenos Aires. La citt\u00e0, infatti, insorge contro Urquiza alimentando fra il 1854 e il 1859 una nuova stagione di conflitti, in cui non mancano d\u2019inserirsi nemmeno gli indios araucani e ranqueles<sup><sup>[68]<\/sup><\/sup>, definitivamente conclusa soltanto nel settembre del 1861 all&#8217;indomani della battaglia di Pavon quando il caudillo entrerriano viene inopinatamente sconfitto dai porte\u00f1os e quando, un anno pi\u00f9 tardi, Bartolom\u00e9 Mitre ascende infine alla presidenza della repubblica. La concomitanza, nella sua ultima fase, del complicato processo di costruzione dello Stato nazionale in Argentina con quanto avveniva per analoghi fini, e sia pure con diversi problemi, in Italia fra il 1850 e il 1861<sup><sup>[69]<\/sup><\/sup>, non poteva essere del tutto sfuggita, fin che visse, nemmeno a Ippolito Nievo il quale ne segu\u00ec e confusamente ne riecheggi\u00f2 forse, nella chiusa delle Confessioni, alcune tappe avendo per\u00f2 presenti anche episodi e protagonisti degli eventi che si erano succeduti, al di l\u00e0 dell\u2019Atlantico, quanto meno fra il 1852 e il 1857. Di qui la scelta di far morire Giulio Altoviti dopo 28 mesi di prigionia in una Saladilla di fantasia (in realt\u00e0 probabilmente Saladillo) in mano ai cosiddetti \u201cinsorgenti\u201d, nel febbraio del 1855.<\/p>\n<p>Alejandro Patat ha messo bene in luce l\u2019equivoco in cui cadde Nievo collocando Giulio Altoviti dalla parte \u201csbagliata\u201d poich\u00e9 gli \u201cinsorgenti\u201d, nel 1855, non potevano che essere quelli portegni sollevatisi contro Urquiza e a fianco dei quali si mise la maggior parte degli italiani al Plata (non tutti per\u00f2), e specie coloro che avevano dato vita a \u201clegioni militari\u201d famose come la \u201cLegion Valiente\u201d allestita con determinazione e competenza da Edoardo Clerici e da Silvino Olivieri<sup><sup>[70]<\/sup><\/sup>, il gi\u00e0 ricordato patriota chietino di Caramanico alla cui vicenda molto si interess\u00f2, non solo come abruzzese, anche Benedetto Croce<sup><sup>[71]<\/sup><\/sup>. La tribolata vicenda di questo ardente mazziniano, che a un certo punto l\u2019Apostolo aveva pensato potesse sostituire addirittura Garibaldi nel ruolo ch&#8217;era stato suo in America Latina e poi in Italia, era passata, fra il 1852 e il 1853, attraverso alcune prove assai significative nella difesa in armi di Buenos Aires, allora minacciata dalle truppe del colonnello Hilario Lagos al servizio della Confederazione per il presidente Urquiza, con 300 volontari italiani emuli di coloro che, pochi anni prima, avevano combattuto agli ordini del generale nizzardo nel lungo assedio di Montevideo. Superata l\u2019emergenza e sciolta la Legion Valiente, gi\u00e0 nell&#8217;agosto del 1853, Olivieri profondamente convinto, come scrisse al suo luogotenente Pietro Hugony, che l\u2019essersi battuto per \u201cla causa della libert\u00e0 nell&#8217;America del Sud\u201d, fosse lo stesso che aver servito per la causa nazionale italiana, fece ritorno in patria e tradito da una delazione venne quasi subito arrestato a Roma dalla polizia pontificia. Condannato a morte per cospirazione venne salvato da una intensa azione diplomatica delle autorit\u00e0 del paese di cui aveva acquisito, a Buenos Aires, la cittadinanza e dove pot\u00e9 quindi rientrare incolume nel gennaio del 1855 assieme a Filippo Caronti, un altro esule repubblicano anch&#8217;egli scampato in Italia alla pena capitale. Dopo essersi unito in matrimonio a una Cambaceres, di ricca e influente famiglia franco argentina, Olivieri prese parte con lo stesso Caronti, sul finire di quell&#8217;anno, ai preparativi progettati dal governo portegno per inviare nei pressi della Fortaleza Protectora Argentina, in pratica a Bahia Blanca, una legione agricolo-militare pensata quale germe di future colonie rurali in quella zona, ma soprattutto, al momento, quale baluardo contro le scorrerie degli indios araucani che guidati da Piedra Azul, il gran Cacique (o lonco mapuche cileno) Calfucur\u00e0<sup><sup>[72]<\/sup><\/sup>, proprio nel 1855 erano passati ovunque di vittoria in vittoria sulle truppe di Mitre e del suo Ej\u00e9rcito de Operaciones del Sur. L\u2019insediamento cominci\u00f2 a prender forma nel febbraio del 1856 con l\u2019arrivo dei primi \u201csoldati-contadini\u201d, un buon terzo dei quali, frammisti ad altri tedeschi, inglesi, francesi e spagnoli, italiani e in parte reduci della Legion Valiente. Alla colonia, fondata ufficialmente il 1\u00b0 luglio 1856, Olivieri, che la dirigeva e la \u201ccomandava\u201d, aveva apposto il nome beneaugurante di Nueva Roma suscitando qualche speranza in Mazzini il quale ne aveva scritto in questi termini alla suffragista inglese e filo italiana Matilda Briggs e ad Adriano Lemmi \u2212 compagno di prigione a Roma, tre anni prima, dell\u2019esule abruzzese \u2212 gi\u00e0 tra il gennaio e il febbraio di quell&#8217;anno quando, dal canto suo, anche Giovan Battista Cuneo pens\u00f2 di dover appoggiare l\u2019iniziativa cominciando le pubblicazioni a Buenos Aires di un quindicinale in lingua italiana intitolato \u201cLa Legione Agricola\u201d. In esso, per\u00f2, si sposavano senza esitazione troppe vedute anti-indiane e, sostanzialmente, razziste<sup><sup>[73]<\/sup><\/sup> a causa dell\u2019evoluzione che ormai stavano subendo (e date anche le conseguenze che presto o nel lungo periodo avrebbero avuto sul terreno dell\u2019emigrazione popolare di massa) i rapporti pi\u00f9 che cordiali intrattenuti dalle nuove \u00e9lites liberali sudamericane e i previous migrants politicizzati, gli esuli garibaldini e gli altri proscritti repubblicani originari della penisola: tutti, assai spesso, seguaci o ammiratori di Mazzini ma in procinto di virare anch&#8217;essi, sulla scia peraltro del Maestro<sup><sup>[74]<\/sup><\/sup>, gi\u00e0 negli anni 1860-1870 e lungo l\u2019intera decade seguente cos\u00ec decisiva per l\u2019ascesa dei nostri flussi immigratori oltreoceanici, in direzioni alquanto diverse dal loro passato libertario<sup><sup>[75]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>La \u201cLegione Agricola\u201d concepita per dare sostegno pubblicistico e politico al progetto di \u201ccreare una colonia [\u2026] in grandissima maggioranza di italiani\u201d ma anche di \u201cproteggere\u201d, grazie a loro \u201ci confini della Repubblica Argentina dagli attacchi degli indiani\u201d<sup><sup>[76]<\/sup><\/sup>, continu\u00f2 ad uscire fino all&#8217;ottobre del 1856, ossia fino a un mese dopo la morte violenta dell\u2019Olivieri avvenuta per mano di un manipolo di legionari, alcuni italiani, ammutinatisi a causa della sua gestione troppo rigida e autoritaria della colonia, ma pose o almeno illumin\u00f2 le basi dell\u2019impegno personalmente assunto da Cuneo, seguito a ruota da Basilio Cittadini<sup><sup>[77]<\/sup><\/sup>, per promuovere l\u2019emigrazione italiana e indirizzarla verso sbocchi intanto di colonizzazione agricola assecondando in tal modo l\u2019azione populazionista e incentivante avviata nei primi anni cinquanta dai governanti latinoamericani all&#8217;ombra e in nome di fratellanze, via via distorte o diversamente intese, tanto massoniche quanto d\u2019ordine ideologico soltanto formalmente \u201cprogressista\u201d<sup><sup>[78]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>Compressa in poche righe ma intrecciata anche cos\u00ec con una storia ben pi\u00f9 complessa che non ci \u00e8 dato qui nemmeno di accennare per sommi capi, la parabola argentina di Olivieri e le circostanze dolorose della sua uccisione furono subito conosciute in Italia dove ne parlarono, soprattutto a Genova, molti giornali e dove negli ambienti mazziniani e democratici si diffusero sulla sua morte e sui suoi propositi patriottici, per quanto frammentarie, informazioni e notizie improntate a una lettura semplificata del destino contraddittorio e luttuoso a cui egli era andato incontro dall&#8217;altra parte dell\u2019oceano. Nievo, con ogni probabilit\u00e0, ne venne al corrente a sua volta ma non ebbe n\u00e9 il tempo n\u00e9 il modo di realizzare in proposito quel tipo di riflessione che oggi, alla luce di tanti documenti e di alcuni studi, occorre compiere riguardo ad avvenimenti collegati in pi\u00f9 maniere alla storia della nostra prima emigrazione in Sudamerica.<\/p>\n<p>Troppo lungo, di nuovo, sarebbe soffermarsi adesso sulle figure e sulle dinamiche al centro di vicende che comunque mettevano tutte a nudo il cambiamento di rotta, al Plata, dell\u2019impegno politico mazziniano, ma che in genere davano prova dell\u2019attuale commistione, in esse, dei motivi, alcuni prettamente economici come si desume dai contratti stipulati dagli assuntori con i governi locali, i quali gi\u00e0 sul finire della decade 1850 presiedettero alla nascita di colonie come quella militare abbozzata nel 1856 a Bahia Blanca appunto da Olivieri o come l\u2019altra tentata in provincia di Salta nel 1857 dal giovane Paolo Mantegazza. Il futuro \u201csenatore erotico\u201d ne avrebbe parlato nei suoi lavori \u201cextrascientifici\u201d degli anni 1860-1880 e persino in alcuni romanzi che al pari di quello \u201cermafrodito\u201d di poco successivo di Antonio Marazzi<sup><sup>[79]<\/sup><\/sup> e d\u2019una manciata di pochi altri testi contengono, a ben vedere, le prime notizie entrate in circolo in Italia, dopo l\u2019unit\u00e0, sui primordi della colonizzazione agricola perseguita dagli emigranti e dagli stessi esuli politici giunti in America dalla penisola e sui loro rapporti con le popolazioni indiane. In nessun caso, tuttavia, tornarono mai pi\u00f9 a balenare quei dubbi che Nievo invece aveva almeno percepito e men che meno la consapevolezza, che da noi nessuno infatti ebbe, della sin troppo veloce americanizzazione di tanti propositi umanitari e cosmopolitici adattati ai nuovi contesti d\u2019oltreoceano da molti campioni della libert\u00e0 europea. Entrati in contatto con i concetti di \u201ccivilt\u00e0 e barbarie\u201d usati dai politici e dagli intellettuali soprattutto dell\u2019Argentina antirosista essi non esitarono ad esempio, nemmeno se garibaldini o mazziniani, a far propria la nozione dell\u2019ineluttabilit\u00e0 d\u2019uno scontro fra le razze che implicava la liceit\u00e0 dello sterminio di una di esse, la pi\u00f9 debole e la pi\u00f9 \u201carretrata\u201d. In questo, fatte salve le ragioni emergenziali ma non casuali dell\u2019autodifesa dai ricorrenti \u201cmalones\u201d indiani<sup><sup>[80]<\/sup><\/sup>(che peraltro costituivano secondo annota giustamente David Vi\u00f1as, \u201cel saldo concreto, en ultima instancia, del avance civilizador sobre la barbarie: una civilizaci\u00f3n latifondista\u201d<sup><sup>[81]<\/sup><\/sup>), Silvino Olivieri, che non fece in tempo a sperimentarne alcuna come invece era successo nel Mato Grosso della finzione romanzesca a Giulio Altoviti e ai suoi connazionali nieviani di Rio Ferreires, non differiva poi gran che da Carlo Camillo di Rudio, l\u2019attentatore, con Orsini e Pieri, di Napoleone III, e dagli altri \u201citaliani di Custer\u201d alla battaglia del Little Bighorn a cui l\u2019esule bellunese prese parte come ufficiale<sup><sup>[82]<\/sup><\/sup> o anche, fuori da un\u2019ottica nostra risorgimentale, da tanti altri democratici e repubblicani di sinistra europei sul tipo del pubblicista e pedagogista francese Am\u00e9d\u00e9e Jacques, inviso in patria a Victor Cousin e fondatore a Parigi, nel 1847, del celebre \u201cLibert\u00e9 de penser\u201d che emigrato a Montevideo con lettere commendatizie di Alexander von Humboldt si era trasferito a Entre Rios entrando in buoni rapporti con Urquiza sino a partecipare nel Chaco, fra il 1854 e il 1856, e sia pur con le credenziali e con l\u2019alibi del fotografo\/scienziato, a varie spedizioni \u201ccoloniali\u201d in territorio indiano<sup><sup>[83]<\/sup><\/sup>. N\u00e9 basta a controbilanciare la vasta casistica dei colonizzatori gi\u00e0 avvezzi a sostenere in casa propria una nobile idea di nazione \u201cquale premessa di un\u2019umanit\u00e0 pacificata o, perlomeno, di un\u2019Europa unita\u201d<sup><sup>[84]<\/sup><\/sup> ma convertitisi velocemente, al nuovo mondo, alle ragioni di un nuovo tipo di esistenza in America, la voce isolata e coerente di pochi osservatori a cui ci piace immaginare che Nievo, se fosse sopravvissuto al suo ingrato destino, si sarebbe con buone ragioni potuto aggiungere<sup><sup>[85]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[1]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Rendo in forma pi\u00f9 ampia alcune parti della conferenza L\u2019ospite nemico tenuta al Festival della Letteratura di Mantova il 12 settembre 2010 e introdotta nell&#8217;occasione da Juri Meda. Dopo tale intervento, all&#8217;interno di Fahrenheit, la trasmissione di Radio3 a cui ero stato invitato da Marino Sinibaldi, mi fu data l\u2019opportunit\u00e0 d\u2019intrattenermi, sfogliando fra l\u2019altro il manoscritto originale delle Confessioni di un Italiano, su vari temi nieviani tra i quali, oltre all&#8217;incipit celeberrimo del romanzo, mi parve giusto riprendere quello dei rapporti fra Nievo e l\u2019emigrazione di met\u00e0 Ottocento in America Latina. Ci\u00f2 che dissi allora in diretta radiofonica e nello spazio obbligato di pochi minuti costituisce l\u2019antefatto e un po\u2019 anche l\u2019ossatura o l\u2019idea per la trama del presente saggio la cui parte iniziale ha gi\u00e0 visto la luce anche in un contributo (Delle emigrazioni e della loro diversa indole nella storia antica e moderna. Storiografia e ricerca storica in movimento) per i 70 anni di Silvio Lanaro nel volume Pensare la nazione. Silvio Lanaro e l\u2019Italia contemporanea, a cura di Mario Isnenghi , Roma, Donzelli Editore, 2012, pp. 49-63.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[2]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Ester De Fort, Esuli in Piemonte nel Risorgimento. Riflessioni su di una fonte, \u201cRivista storica italiana\u201d, 115, 1 (2003), pp. 648-688; Adolfo Bernardello, Vite spezzate e contrasti ideali. Esuli veneziani negli Stati italiani ed europei (1849-1858), in Fuori d\u2019Italia. Manin e l\u2019esilio, a cura di Michele Gottardi, Venezia, Ateneo Veneto 2009, pp. 191-222.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[3]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Cfr. ora Agostino Bistarelli, Gli esuli del Risorgimento, Bologna, il Mulino 2011, ma per il ruolo che molti esuli gi\u00e0 durante la prima met\u00e0 dell\u2019Ottocento ebbero nella costruzione all\u2019estero (o dall&#8217;estero) di un immaginario patriottico italiano all&#8217;interno di un pi\u00f9 vasto contesto transazionale anche Simon Levi Sullam, Conflitti dell\u2019esilio e immaginazione della nazione alle origini del Risorgimento, in Gli Italiani in guerra. Conflitti, identit\u00e0, memorie dal Risorgimento ai nostri giorni, diretto da Mario Isnenghi, I, Fare l\u2019Italia: unit\u00e0 e disunit\u00e0 nel Risorgimento, a cura di Mario Isnenghi ed Eva Cecchinato, Torino, Utet, 2008, pp. 104-114 e, soprattutto, Maurizio Isabella, Risorgimento in esilio. L\u2019internazionale liberale e l\u2019et\u00e0 delle rivoluzioni, Roma Bari, Laterza, 2011.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[4]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Vanni Blengino, Il Vallo della Patagonia. I nuovi conquistatori: militari, scienziati, sacerdoti, scrittori, Reggio Emilia, Diabasis, 2003, pp. 22-24 e passim. \u201cL\u2019espansione della frontiera interna \u2013 nota l\u2019autore per l\u2019Argentina (a p. 28), ma il discorso vale per l\u2019America quasi intera \u2013 ha [comunque] a che fare con l\u2019identit\u00e0 nazionale, in quanto coinvolge l\u2019assetto territoriale, sociale ed economico: dalla soluzione del problema della frontiera [infatti] dipende anche la composizione etnica di una nazione che si dispone a ricevere immigranti europei a centinaia di migliaia, fra i quali ci sono anche coloro che dovranno colonizzare i territori che gli indios ancora occupano\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[5]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Chiara Vangelista, L\u2019emigrazione ligure e piemontese nel Cono Sud all&#8217;inizio dell\u2019Ottocento. Aspetti economici e sociali, in Fondazione Casa America, Migrazioni liguri e italiane in America Latina e loro influenze culturali, Roma, Aracne Editrice, 2005, pp. 37-52, e Matteo Sanfilippo, L\u2019emigrazione italiana nelle Americhe in et\u00e0 pre-unitaria, \u201cAnnali della Fondazione Luigi Einaudi\u201d, XLII (2008), pp. 65-79; per il Canton Ticino e l\u2019alta Lombardia, a parte i classici e monumentali studi di Giorgio Cheda sull\u2019emigrazione dei ticinesi in Australia e in California (Locarno, Dad\u00f2, rispettivamente 1976 e 1981), si vedano altres\u00ec, sui \u201cpresupposti\u201d antichi di un fenomeno nuovo, i rilievi di Luigi Lorenzetti e Raul Merzario, Il fuoco acceso. Famiglie e migrazioni alpine nell&#8217;Italia d\u2019et\u00e0 moderna, Donzelli editore, Roma, 2005.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[6]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Emilio Franzina, Gli italiani al nuovo mondo. L\u2019emigrazione italiana in America, 1492-1942 Milano, Mondadori, 1995, pp. 137-140.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[7]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Per essere ammesso alla laurea e alla discussione, che il suo conseguimento prevedeva, di un numero variabile di tesi (solo di rado comprensive d\u2019una qualche dissertazione pi\u00f9 corposa, in tal caso pensata a priori per le stampe), il candidato doveva aver superato in precedenza le cosiddette \u201cprove rigorose\u201d che a Padova erano quattro e vertevano ciascuna, rispettivamente, sull&#8217;intera materia dei quattro anni di studio svolgendosi dinanzi a una Commissione composta da tutti i docenti della Facolt\u00e0 chiamati a esprimere su essa il proprio voto. Per ottenere la laurea in scienze politico-legali oltre a quelli normali, gli esami \u201crigorosi\u201d, che si dovevano svolgevano nell&#8217;arco di due ore, implicavano la verifica delle conoscenze su diversi aspetti dei corsi impartiti e su differenti, ancorch\u00e9 affini, materie: il primo sul diritto naturale pubblico, sul diritto criminale e la statistica; il secondo sul diritto romano, il diritto canonico e il diritto feudale; il terzo sul diritto civile austriaco e il diritto di commercio cambiario; il quarto sulle scienze politiche, la dottrina legale e la procedura negli affari di litigio. Nievo li sostenne in successione il 27 marzo, il 29 maggio, il 30 luglio e il 15 novembre del 1855 senza eccessivo entusiasmo se a proposito del secondo di essi, dopo averlo appena superato, scrisse ad esempio in scherzosa confidenza ad Arnaldo Fusinato (da Padova, il 30 maggio 1855, in Ippolito Nievo, Opere, a cura di Sergio Romagnoli, Milano-Napoli, Riccardo Ricciardi Editore, 1952, p. 1110) \u201cA proposito \u2013 il mio esame raccolse i pieni voti \u2013 immaginati se fui sbalordito di questo trionfo \u2013 e s\u00ec ci ho detto tali castronerie da far drizzare i capelli in capo fino a Cicogna [sc. Giovanni Cicogna, l\u2019ordinario di Diritto civile generale austriaco]\u201d. A differenza della laurea in teologia \u2013 segnala Giampietro Berti (autore del recentissimo L\u2019Universit\u00e0 di Padova dal 1814 al 1850, Padova, Antilia, 2011) &#8211; \u201cquella in scienze politico-legali presentava per certi versi una maggior difficolt\u00e0 di conseguimento, nel senso che il suo esito positivo non sempre era scontato.\u201d Terminata la prova, consistente nella stesura di un breve saggio o come oggi diremmo di un tema il cui argomento era stato scelto dal candidato in accordo con il docente titolare della disciplina (nella veste, sempre come diremmo oggi, di tutor), seguiva la sua discussione e i professori abilitati al giudizio effettuavano la loro \u201csegreta votazione\u201d per decidere sulla ammissibilit\u00e0 o meno dello studente (ed era ammesso alla discussione di laurea colui che avesse ottenuto \u201cla pluralit\u00e0 dei voti, [mentre] la parit\u00e0 dei suffragi decide[va] per il rifiuto\u201d). Nella prova rigorosa sulle migrazioni nella storia antica e moderna, affrontata da Nievo col testo piuttosto sbrigativo e assai scolastico che s\u2019\u00e8 visto, il 15 novembre 1855 erano assenti, tra i professori, il preside Cicogna e il supplente di Statistica e titolare di Diritto Canonico Francesco Nardi, mentre diedero il loro assenso con \u201cbene\u201d Gianpaolo Tolomei, Giuseppe Dalluscheck, Filippo Salomoni e il decano della Facolt\u00e0 Alessandro De Giorgi (del cui nome, semplificato dall\u2019eliminazione del \u201cde\u201d gentilizio, Nievo si avvarr\u00e0 per designare, nelle Confessioni di un italiano, il perfetto prototipo dell\u2019esule \u201cmilitare\u201d italiano in Brasile, il maresciallo e Duca di Rio Vedras Alessandro Giorgi, da lui ritratto in azione nel Mato Grosso contro i \u201cselvaggi\u201d e fatto rientrare, alla vigilia del \u201948, a Venezia). L\u2019unico parere in controtendenza (\u201csufficiente\u201d) venne espresso, nemmeno troppo sorprendentemente vista l\u2019esilit\u00e0 dello svolgimento, dal professore di Scienze e Leggi politiche Barnaba Zambelli. Sull&#8217;Universit\u00e0 di Padova a met\u00e0 Ottocento ( ma cfr. anche infra nota 29 e Maria Cecilia Ghetti, L\u2019Universit\u00e0, in Padova 1814-1866: istituzioni, protagonisti e vicende di una citt\u00e0, a cura di Piero Del Negro e Nino Agostinetti, Padova, Editoriale Programma, 1991, pp. 65-79 e M. Morandin, Aspetti istituzionali e culturali dell\u2019Universit\u00e0 di Padova dal 1814 al 1848, Tesi di Laurea, Universit\u00e0 degli Studi di Padova, a.a. 2003-2004, rel. G.P. Berti).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[8]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 La bibliografia sul tema, dominato attualmente dal confronto fra le ultime immigrazioni, studiate ormai da un numero impressionante di sociologi, economisti, antropologi ecc., ma esposte sovente ai rischi, oggi maggiorati, dell\u2019ambiguit\u00e0 (cfr. Il \u201cdiscorso\u201d ambiguo sulle migrazioni, a cura di Salvatgore Palidda, Messina, Mesogea, 2010), e le migrazioni di massa dell\u2019Otto e del primo Novecento in Europa o dall&#8217;Europa, nonch\u00e9 dall&#8217;Asia e dall&#8217;Africa, verso le Americhe, \u00e8 molto vasta ed \u00e8 stata ben riepilogata gi\u00e0 da Giovanni Gozzini, Le migrazioni di ieri e di oggi. Una storia comparata, Milano, Bruno Mondatori 2005. Essa comprende, va da s\u00e9, un\u2019estrema variet\u00e0 di approcci e di contributi volti a distinguere, all&#8217;interno dei pi\u00f9 differenti fenomeni di mobilit\u00e0 da sempre fisiologici (ossia connaturati alla \u201cnormale\u201d esistenza delle societ\u00e0 umane d\u2019ogni tempo e d\u2019ogni luogo: cfr. Paola Corti, Storia delle migrazioni internazionali, Roma Bari Laterza, 2003; Michele Colucci e Matteo Sanfilippo, Le migrazioni. Introduzione storica, Roma, Carocci, 2009 e M. Livi Bacci, In cammino. Breve storia delle migrazioni, Bologna, il Mulino 2010), le peculiarit\u00e0 di fase, di caratteristiche e di struttura dei principali flussi di spostamento nello spazio (Migration, Migration History, History: Old Paradigms and New Perspectives, a cura di Jan Lucassen, Bern, Peter Lang, 1997; Migration History in World History. Multidisciplinary approaches, a cura di Id., Leo Lucassen e Paul Manning, Leiden, Brill, 2010). Tali peculiarit\u00e0, ad ogni buon conto e almeno per l\u2019Europa, individuano dal Medioevo in avanti proprio nella penisola italiana uno dei loro maggiori e pi\u00f9 costanti \u201cbacini\u201d d\u2019ininterrotto funzionamento (cfr. Klaus Bade, L\u2019Europa in movimento. Le migrazioni dal Settecento a oggi, Roma Bari, Laterza 2001 e L\u2019Italia in movimento: due secoli di migrazioni (XIX-XX), a cura di Ercole Sori e Anna Treves, Udine, Forum, 2008) e consentono per altri versi, secondo alcuni (cfr. anche solo Leo Lucassen, Migration and World History: reaching a new Frontier, \u201cInternational Review of Social History, 52, 1 (2007), pp. 89-96), di ripensare la stessa storia del mondo in chiave pi\u00f9 integrata, transnazionale e gi\u00e0, da tale punto di vista,\u201cglobale\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[9]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Moses I. Finley ed Ettore Lepore, Le colonie degli antichi e dei moderni, Roma, Donzelli 2000.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[10]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Giovani e, dopo il 1848, anche esuli in Piemonte erano senz&#8217;altro, bench\u00e9 attivi da tempo con libri propri e interventi su riviste d\u2019et\u00e0 risorgimentale, i primi due, nati rispettivamente nel 1815 e nel 1816, ed ancor pi\u00f9 lo era Marco Minghetti (classe 1818), mentre pi\u00f9 anziano di loro di alcuni anni e gi\u00e0 docente nell&#8217;Universit\u00e0 di Padova sino alla rivoluzione risultava Cristoforo Negri che avrebbe poi dedicato al tema delle migrazioni transatlantiche al Plata molta attenzione nel suo La grandezza italiana, studi, confronti e desideri, Torino, Tipografia Paravia e Comp., 1864.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[11]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Dopo le premesse poste all&#8217;inizio dell\u2019Ottocento dalla raccolta del Custodi (\u201cScrittori classici italiani di economia politica\u201d, 1803-1816) e dagli interventi del ricordato Gioia o, sul milanese \u201cConciliatore\u201d (e dal 1823 anche nel suo esilio inglese), di Giuseppe Pecchio, nel mondo \u201crinato\u201d delle riviste, dei manuali e dell\u2019editoria, la svolta pi\u00f9 importante e forse decisiva si era avuta tra la met\u00e0 degli anni quaranta e la met\u00e0 della decade successiva quando a Torino dalle iniziative di Giuseppe Pomba, che avevano gi\u00e0 tenuto a battesimo la nascita di testate come la rigenerata \u201cAntologia italiana\u201d o il \u201cMondo illustrato\u201d e di collane come la prima serie, diretta da Francesco Ferrara, della \u201cBiblioteca dell\u2019economista\u201d, era sorta a Torino nel 1854 l\u2019Unione Tipografica Editrice Torinese (Utet) in cui si sarebbe compendiato il meglio della scienza economica del tempo (cfr. Roberto Romani, L\u2019economia politica del Risorgimento italiano, Milano, Bollati Boringhieri 1994; Le riviste di economia in Italia (1700-1900). Dai giornali scientifico-letterari ai periodici specialistici, a cura di Massimo M. Augello, Marco Bianchini e Marco E.L. Guidi, Milano, Angeli, 1996; L\u2019economia divulgata. Stili e percorsi italiani (1840-1922), a cura di Massimo M. Augello e Marco E.L. Guidi, Milano Angeli 2007).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[12]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Delle emigrazioni e delle colonie. Dissertazione di Giovanni Scavia, Torino, Tipografia e Litografia Foa, 1869, pp. 49-56 e passim.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[13]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Luigi Derla, Letteratura e politica tra la Restaurazione e l\u2019Unit\u00e0, Milano, Vita e pensiero, 1977.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[14]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Emilio Franzina, Vicenza italiana (1848-1918). Intellettuali, notabili e popolo fra Risorgimento e prima guerra mondiale, Dueville, Agor\u00e0&amp;Factory, 2011, p. 65.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[15]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Opuscolo in nozze Thiene-Bollina, Padova, Bianchi, 1854.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[16]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Cfr. le allusioni alla sua \u201cnoiosit\u00e0\u201d contenute in una lettera ad Arnaldo Fusinato (da Modena, l\u201911 novembre 1859, in Nievo, Opere, cit., p. 1169).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[17]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Al Lampertico, tra il primo profilo tracciato di lui da Silvio Lanaro (Societ\u00e0 e ideologie nel Veneto rurale (1866-1898), Roma, Edizioni di storia e letteratura, 1976, pp. 108-160) e gli ultimi realizzati da Giuseppe Monsagrati, ed anche, parzialmente, da Pier Angelo Passolunghi e da Alfredo Sensales (rispettivamente la voce Lampertico, Fedele, in Dizionario biografico degli italiani, Roma Istituto della Enciclopedia italiana, 2004, pp. 246-250; l\u2019introduzione del curatore al Carteggio Luigi Luzzatti \u2013 Fedele Lampertico (1861-1905, Venezia IVSLA, 2010, pp. XI-XXXVI e il corposo volume \u2212 dedicato peraltro al pensiero economico, per dir cos\u00ec, del personaggio \u2212 su Fedele Lampertico. Economia, popolo e Stato nell\u2019Italia liberale, con un saggio di Roberto Martucci, Lecce, Manni, 2011), ho avuto modo d\u2019inserire anch&#8217;io \u2212 oltre ai volumi dei carteggi e diari lampertichiani curati, dopo di me, da Renato Camurri e da Giovanni Luigi Fontana (voll. I-III, Venezia, Marsilio, 1996-2012) \u2212 non pochi lavori fra cui, nato originariamente quale introduzione a una raccolta di studi storici e letterari del senatore vicentino, il saggio, a cui mi permetto qui di rinviare, Una Clio domestica e nazionale. Fedele Lampertico e la storiografia delle piccole patrie nel \u201cnation building\u201d italiano dell\u2019Ottocento, Dueville, Agor\u00e0&amp;Factory, 2006.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[18]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Fedele Lampertico, Sulle conseguenze che si possono presagire pel commercio in generale e pel commercio veneto in particolare dall&#8217;apertura di un canale marittimo attraverso l\u2019Istmo di Suez, in Atti dell\u2019Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, Serie III, vol. 4, 1859, pp. 679-708 e 713-922).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[19]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Entrambi i brevi testi nieviani delle due prove in Verbali, cit. (ASUP, Facolt\u00e0 Politico-Legale, Laureati dal 1847-48 al 1864-65; Fasc. 794-804) e poi in Giuseppe Solitro, Ippolito Nievo, Padova, Tipografia del Seminario, 1936, pp. 174-181.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[20]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Tesi che Ippolito Nievo si propone difendere nella sua pubblica promozione al grado di Dottore in Ambe le Leggi nella Imp. Regia Universit\u00e0 di Padova, [22] Novembre 1855, Padova, Dalla Tipografia Bianchi 1855, p. 5.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[21]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Cesare De Michelis, Introduzione a I. Nievo, Le confessioni di un italiano, a cura di Sergio Romagnoli, Venezia, Marsilio, 2000, p. XIX.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[22]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Franco Della Peruta, I democratici e la rivoluzione italiana. Dibattiti ideali e contrasti politici all&#8217;indomani del 1848, Milano, Franco Angeli, 2004 (ed. or. 1958).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[23]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Arianna Arisi Rota, <em>I piccoli cospiratori. Politica ed emozioni nei primi mazziniani<\/em>, Bologna, il Mulino, 2010.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[24]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Con l\u2019eccezione di Carboni, che era nato nel 1817 e che, rimpatriato dall&#8217;Australia dov&#8217;era approdato dopo la difesa di Roma nel 1849, fu l\u2019ultimo dei garibaldini a parlare in Palermo, a bordo dell\u2019\u201cErcole\u201d il 4 marzo del 1861, con Ippolito Nievo prima che questi annegasse inghiottito dai flutti nell&#8217;infausto naufragio della nave, si tratta di personaggi sui quali, tolto in parte Silvino Olivieri, non potr\u00f2 intrattenermi in questa sede bench\u00e9 le loro biografie nel decennio 1850-1860 (ed oltre) gettino luce su un intero contesto \u201cemigratorio\u201d risorgimentale proprio di quegli anni -ed anche, se non soprattutto, precedente- a cui di recente ha fatto ampio e dettagliato riferimento Matteo Sanfilippo nella sua relazione su L\u2019emigrazione negli scritti di Ippolito Nievo agli atti, in corso di stampa, del convegno Ippolito Nievo et le Risorgimento \u00e9mancipateur (150e anniversaire de l\u2019unit\u00e9 d\u2019Italie 1861-2011). Colloque international historique et litt\u00e9raire &#8211; 23-24-25 juin 2011, Nancy, Universit\u00e9 Nancy 2, attraverso l\u2019esame di tutti i passi delle Confessioni di un italiano dove l\u2019esilio e il trasferimento all&#8217;estero di patrioti e di altri personaggi fanno la loro comparsa precedendo quelli \u201camericani\u201d, ben pi\u00f9 ampi, pure presenti nell&#8217;ultimo capitolo del romanzo di cui si dir\u00e0 pi\u00f9 avanti.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[25]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Secondo la definizione del medico\/storico Albany Rezzaghi; cfr., assieme all&#8217;introduzione del curatore, pp. 13-62, il recente volume Dopo Belfiore. Le Memorie di Attilio Mori e monsignor Luigi Martini (edizione di Albany Rezzaghi e altri documenti inediti, a cura di Costantino Cipolla, Milano, Franco Angeli, 2010, p. 65.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[26]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 La ricostruzione pi\u00f9 ampia, dettagliata e recente delle vicende mantovane sta in due volumi ancora di (e a cura di) Costantino Cipolla: Belfiore. I. I Comitati insurrezionali del Lombardo-Veneto (1852-1853 e il loro processo a Mantova del 1852-1853 e Belfiore. II. Costituti, documenti tradotti dal tedesco ed altri materiali inediti del processo ai Comitati insurrezionali del Lombardo-Veneto (1852-1853), Milano, Franco Angeli, 2006.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[27]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Giuseppe Solitro, Dopo Belfiore. La laurea di Luigi Castellazzo, \u201cRassegna storica del Risorgimento\u201d, 23, 4 (1936), pp. 455-464 (la riproduzione integrale del testo della prova a pp. 461-462).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[28]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 C. Cipolla, Dopo Belfiore, cit., pp. 32-38.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[29]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Sugli anni trascorsi a Padova da Nievo come studente cfr. in particolare G. Solitro, Ippolito Nievo, cit. pp. 85-143 e 157-188, ma si vedano anche per l\u2019ambiente studentesco locale nel Risorgimento David Laven, Liberals or libertines? Staff, students and government policy at the University of Padua, 1814-1835, in History of University, XI, a cura di Laurence Brockliss, Oxford University Press, 1992, vol. IX, pp. 123-164; D. Zotto, Studenti a Padova. Vita universitaria e rapporti con la citt\u00e0, Tesi di Laurea, Dipartimento di Studi Storici, Universit\u00e0 Ca\u2019 Foscari, Venezia, a.a. 1996-97, rel. Piero Brunello; Piero Del Negro, La partecipazione degli studenti dell\u2019Universit\u00e0 di Padova alla rivoluzione e alla guerra del 1848-49, in Universitari italiani nel Risorgimento, a cura di Luigi Pepe, Bologna, Clueb, 2002, pp. 109-137; Giampietro Berti, Gli studenti durante il Risorgimento, in Gli studenti nella storia dell\u2019Universit\u00e0 di Padova. Cinque conferenze, a cura di Francesco Piovan, Padova, Universit\u00e0 degli studi, 2002, pp. 53-64 e soprattutto Id., L\u2019Universit\u00e0 di Padova dal 1814, cit., pp. 372-454.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[30]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Cfr. Ippolito Nievo, Scritti giornalistici, a cura di Ugo Maria Olivieri, Palermo, Sellerio, 1996, pp. 43-52 e Ermanno Paccagnini, Letteratura e cultura a Brescia tra Otto e Novecento, in Istituzione letteraria e drammaturgia: Mario Apollonio (1901-1971), i giorni e le opere, a cura di Carlo Annoni, Milano, Vita e pensiero, 2003, pp. 119-120.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[31]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 I. Nievo, Scritti giornalistici, cit., pp. 55-97.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[32]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Maurizio Bertolotti, Le complicazioni della vita: storie del Risorgimento, Milano, Feltrinelli, 1998, pp. 161-168.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[33]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Vale la pena di richiamare, en passant, questa particolarit\u00e0, peraltro abbastanza nota, di un Nievo \u201cseriamente interessato alla condizione contadina (ma continentale e settentrionale, lombardo-veneto-friulana) e alla promozione civile del mondo rurale\u201d che solo nel corso dell\u2019Impresa dei Mille si sarebbe dovuto misurare, ad esempio, con \u201cla radicalit\u00e0 delle richieste dei contadini siciliani\u201d (Marcella Gorra, Introduzione a Tutte le opere di Ippolito Nievo, a cura di Ead., VI, Lettere, Milano, Mondadori, 1981, pp. XLIII-XLIV) cos\u00ec diverse in effetti da quelle dei veneti per lo pi\u00f9 tenuti a bada nelle campagne dal clero cattolico (non necessariamente austriacante, cfr. Letterio Briguglio, Correnti politiche nel Veneto dopo Villafranca (1859-1866), Roma, Edizioni di storia e letteratura, 1965, pp. 81-82), magari in ossequio a vedute assai scettiche sulle possibilit\u00e0, in generale, di emancipazione degli agricoltori (anche se modesti possidenti) su cui nella Padova degli anni 1850-1860 circolavano idee abbastanza conformi, un po\u2019 dappertutto e negli stessi ambienti meno reazionari, tanto che si ritrovavano sovente fra le pagine di molta narrativa borghese moraleggiante di quel tempo. Per un esempio che Nievo potrebbe aver conosciuto o letto nei mesi in cui attendeva fra esami normali e \u201crigorosi\u201d alla conclusione dei propri studi, ma soprattutto per la sua trama imperniata sul tentativo (fallito) di ascesa sociale, del protagonista, il figlio di piccolo proprietario veneto, tramite l\u2019iscrizione all&#8217;Universit\u00e0 patavina si veda, nella \u201cpubblicazione annuale\u201d della \u201cSociet\u00e0 d\u2019incoraggiamento nella provincia di Padova\u201d (destinata pi\u00f9 tardi a trasformarsi nella prima serie del celebre \u201cGiornale degli Economisti\u201d), l\u2019eloquente prosa \u201ceducativa\u201d d\u2019autore anonimo intitolata Il racconto del Paroco, \u201cIl Raccoglitore\u201d, IV (1855), pp. 129-181.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[34]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Su cui cfr. almeno Ippolito Nievo, Due scritti politici,a cura di Marcella Gorra, Padova, Liviana Editrice, 1981, pp. 1-30 e 63-86; Franco Della Peruta, Nievo \u201cpolitico\u201d e la questione contadina, in Ippolito Nievo e il Mantovano, a cura di Gabriele Grimaldi, Venezia, Marsilio, 2001, pp. 361-406.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[35]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Iginio De Luca, Ippolito Nievo collaboratore della \u201cRivista veneta\u201d di Venezia e della \u201cRivista euganea\u201d di Padova, \u201cAtti e memorie della Accademia patavina di scienze lettere ed arti\u201d, LXXVII (1964-1965), p. 85-183.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[36]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Marcella Gorra, Per una \u201crivoluzione nazionale\u201d, in Ead., Nievo e Venezia, Venezia, Comune di Venezia, 1981, p. 102. Le responsive di Nievo al bellunese Saverio Scolari (1831-1893), suo compagno d\u2019Universit\u00e0 laureatosi anch&#8217;egli nel 1856, ruotando in quell&#8217;anno attorno alla collaborazione con la \u201cRivista Veneta\u201d, videro poi la luce, primo esempio di edizione di lettere nieviane, a cura del destinatario in un opuscolo per nozze Praga-Parenzo sub Saverio Scolari, Otto lettere di IppolitoNievo, Pisa, Nistri 1891 (cfr. la ripresa integrale e annotata da Marcella Gorra del piccolo epistolario in Nievo, Tutte le opere, VI, Lettere, cit., ad nomen).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[37]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Un altro intellettuale di estrazione quarantottesca anche per altri versi assai noto (cfr. la recente tesi di dottorato in Storia dell\u2019Italia contemporanea di Federica Cianfriglia, Paolo Mantegazza \u201cpoligamo di molte scienze\u201d (1831-1910): animazione e organizzazione culturale, divulgazione scientifica e attivit\u00e0 politico istituzionale nell&#8217;Italia postunitaria, Universit\u00e0 Roma 3, tutor Carlo Felice Casula, aa. 2006-2007) il quale s\u2019interess\u00f2 a met\u00e0 degli anni 1850 d\u2019emigrazione e d\u2019insediamenti agricoli in Argentina dove giovanissimo si era recato di persona intrecciandovi indicative relazioni, elaborando progetti e stipulando eloquenti contratti \u201ccoloniali\u201d (cfr. Monica Boni, L\u2019erotico senatore. Vita e studi di Paolo Mantegazza, Genova, Name, 2002) per poi adombrare le proprie esperienze di allora, compresa l\u2019amicizia stretta a Buenos Aires con Lucio Mansilla (il nipote di Rosas, famoso autore di Una excursi\u00f3n a los indios ranqueles), gi\u00e0 fra il 1867 e il 1868 in articoli divulgati dalla \u201cNuova Antologia\u201de in popolari libri di viaggio (come Rio de la Plata e Tenerife), ma soprattutto in un romanzo, Il Dio ignoto, in larga parte giocato sugli indios della Pampa da lui conosciuti o incrociati e uscito senza particolare risonanza in Italia nel 1876 (cfr. Emilio Franzina, Dall\u2019Arcadia in America. Attivit\u00e0 letteraria ed emigrazione transoceanica in Italia (1850-1940), Torino, Edizioni della Fondazione G. Agnelli, 1996, pp. 66-67 e Francesco Surdich, Gli indigeni dell\u2019America meridionale nel resoconto dei viaggi di Paolo Mantegazza, in Gli indiani d\u2019America e l\u2019Italia, a cura di Fedora Giordano, III, Alessandria, Edizioni dell\u2019Orso, 2007, pp. 75-87, e Sandra Puccini, I viaggi di Paolo Mantegazza. Tra divulgazione, letteratura e antropologia, in Paolo Mantegazza e l\u2019evoluzionismo in Italia, a cura di Cosimo Chiarelli e Walter Pasini, Firenze, Firenze University Press 2010, pp. 53-78). Antonio Maria Gemma invece, pi\u00f9 o meno nello stesso torno di tempo, pubblicava a Padova uno studio espressamente dedicato alla Fisiologia ed igiene del contadino di Lombardia e del Veneto (Padova, Tip. Sacchetto, 1874).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[38]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 L\u2019espressione, contenuta in una lettera di Nievo ad Attilio Magri (da Colloredo il 14 ottobre 1854, in I. Nievo, Tutte le opere, VI, Lettere, cit., p. 303) \u00e8 stata opportunamente messa in rilievo da Alejandro Patat, Patria e psiche. Saggio su Ippolito Nievo, Macerata, Quodlibet, 2009, p. 17.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[39]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Piero Brunello, Ribelli, questuanti e banditi. Proteste contadine in Veneto e in Friuli, 1814-1866, Verona, Cierre edizioni, 2011 (ed. or., Venezia, Marsilio,1981).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[40]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 E intrecciato peraltro con le forme abituali degli spostamenti dalla montagna o interne all&#8217;Impero asburgico gi\u00e0 da ben prima del 1860 allorch\u00e9 l&#8217;emigrazione, \u201csia propria che temporanea, si accentu\u00f2\u201d e cominci\u00f2 ad assumere \u201cqua e l\u00e0 forma e importanza di fenomeno di massa\u201d (Manlio Fracca, La forza di espansione della popolazione veneta, \u201cQuaderno mensile [dell\u2019Istituto Federale di Credito per il Risorgimento delle Venezie]\u201d, II, 3, 1924, p. 19).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[41]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Sulla discreta modernit\u00e0 e sulle caute aperture, tolta la statistica, dei programmi di studio in vigore nella Facolt\u00e0 legale patavina cfr. Alessandra Magro, La parificazione dell\u2019Universit\u00e0 di Padova dopo l\u2019Unit\u00e0 (1866) e la sua facolt\u00e0 di Giurisprudenza (1866-1880), \u201cAnnali di storia delle Universit\u00e0 italiane\u201d, 3 (1999), pp. 143-168.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[42]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 A. Patat, Patria e psiche, cit., pp. 20-21.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[43]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Tra le letture giovanili di Nievo non mancano, com&#8217;\u00e8 noto, quelle di autori come James Fenimore Cooper, l\u2019autore de L\u2019ultimo dei Mohicani &#8211; richiamato ad esempio nel passo di una lettera sua ad Arnaldo Fusinato da Palestrina, il 23 luglio 1854 febbraio dove il mittente riferisce d\u2019essere ospite nell&#8217;isola lagunare di un vecchio marinaio \u201c che coi suoi lunghi racconti mi torna a mente tutte le semplici bellezze e le ineffabili noie dei romanzi di Cooper\u201d (I. Nievo, Opere, cit., p.1102). In un suo saggio in corso di stampa (Garibaldi e Cortes. Seconda nota sugli scritti garibaldini di Ippolito Nievo), Maurizio Bertolotti, che ringrazio per avermelo fatto leggere in anteprima, ipotizza con argomentazioni tanto suggestive quanto plausibili che Nievo avesse conosciuto, ispirandosi poi alle loro descrizioni, anche le opere sulla \u201cConquista\u201d e sulla colonizzazione delle Americhe di Guillame Raynal e di William Prescott o direttamente o attraverso citazioni dell\u2019VIII libro della Storia Universale di Cesare Cant\u00f9.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[44]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 \u00c8 noto, ad esempio, che alla lettura di Alexander von Humboldt, il grande naturalista ed esploratore tedesco che aveva visitato e poi ritratto tante parti di un\u2019America del Sud ai primi dell\u2019Ottocento ancora sconosciute, Nievo si accost\u00f2 pi\u00f9 volte recensendo anche, nel 1858 su \u201cL\u2019Uomo di Pietra\u201d, i primi tre volumi in francese di Cosmos, il grande \u201csaggio di una descrizione fisica del mondo\u201d gi\u00e0 comparso in lingua originale a Stoccarda a partire dal 1845 e tradotto in italiano fra il 1850 e il 1851 da Vincenzo degli Uberti a Napoli presso Del Vaglio. Un\u2019altra traduzione italiana dell\u2019opera completa sarebbe seguita a cura di Giulio Gallini e Vincenzo Lazai a Venezia, da Grimaldo, nel 1860, ma da tali particolari ci\u00f2 che pi\u00f9 importa ricavare sembra essere il fatto che Nievo per molti temi si documentasse con ogni probabilit\u00e0 attingendo di preferenza a fonti straniere come ad esempio la prestigiosa \u201cRevue des deux Mondes\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[45]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Nella stragrande maggioranza dei casi gli indiani in questione sono per\u00f2 solo quelli del Nord America, i \u201cpellirosse\u201d: cfr. Gilberto Scuderi, Indiani d\u2019America sulle riviste milanesi della Restaurazione e del Risorgimento, \u201cArchivio Trimestrale\u201d, 9, 1 (1983), pp. 159-174: Fedora Giordano, Italian Images of the American Indians, in Native American Literature, a cura di Laura Coltelli, Pisa, Seu, 1989, pp. 197-210; Daniele Fiorentino, Viaggiatori italiani e indiani d\u2019America, in The American West. L\u2019arte della frontiera americana, 1830-1980, Venezia, Marsilio, 1993, pp. 87-95; Naila Clerici, I \u201cselvaggi d\u2019America\u201d sui giornali italiani dell\u2019Ottocento, Gli indiani d\u2019America e l\u2019Italia, a cura di Fedora Giordano, I, Alessandria, Edizioni dell\u2019Orso, 1997, pp. 103-111; Matteo Sanfilippo, \u201cFigurinelle\u201d: variazioni italiane sugli indiani nordamericani (1497-1997), \u201cMiscellanea di storia delle esplorazioni\u201d, XXVI (2001), pp. 101-124.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[46]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Su cui si \u00e8 soffermato necessariamente in forma stringata A. Patat in Patria e psiche, cit., pp. 16-25 e in alcuni convegni recenti a Padova e a S\u00e3o Paulo (nel quale ultimo \u2013 \u201cOs 150 anos da unifica\u00e7\u00e3o italiana e as quest\u00f5es da identidade no Brasil e na It\u00e1lia\u201d, FFLCH-USP 8-11 de novembro de 2011 \u2013 abbiamo avuto l\u2019opportunit\u00e0 di discuterne ampiamente assieme come risulter\u00e0, se saranno pubblicati, dagli atti della giornata conclusiva dei lavori).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[47]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Tema comunque vasto ed esposto a letture ora mitizzanti ed ora colpevolizzanti, ma poco studiato nella sua fase finale tra l\u2019inizio e la met\u00e0 dell\u2019Ottocento, cfr. Synesio Sampaio Goes Filho, Navegantes, bandeirantes, diplomatas. Un ensajo sobre a forma\u00e7\u00e3o das fronteiras do Brasil, S\u00e3o Paulo, Martins Fontes, 2011, pp. 89-128.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[48]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Salvatore Candido, Appunti sull&#8217;apporto italiano alla storia delle emigrazioni politiche dall&#8217;Italia ai paesi iberoamericani durante il Risorgimento, in L\u2019apporto italiano alla tradizione degli studi ispanici, Roma, Istituto Cervantes, 1993, pp. 187-202.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[49]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Specialmente per l\u2019et\u00e0 del Risorgimento a cui avevo riservato sin dal 1995 molte pagine (87-140) del mio Gli italiani al nuovo mondo, cit., dov&#8217;erano appena accennate le gi\u00e0 indicative e prefiguranti parabole degli ex ufficiali napoleonici alla Codazzi (su cui, per l\u2019America meridionale, s\u2019intrattiene ora in prospettiva ampliata l\u2019opera di Walter Bruy\u00e8re-Ostells, La Grande Arm\u00e9e de la Libert\u00e9, Paris, Tallandier, 2009, pp. 39-76), ma dove non avevo potuto d\u2019altro canto soffermarmi pi\u00f9 a lungo, come avrei fatto in seguito e tuttora sto facendo, sulla dimensione politica e militare del profugato politico italiano venuto in contatto, al cono sud, da un lato con le impostazioni ideali, le culture e le strategie dei maggiori leader liberaleggianti creoli e da un altro, in modo conseguentemente pi\u00f9 marziale, con le stesse popolazioni indigene del subcontinente (cfr. Aldo Albonico, Tra padri della patria italiana e \u201cpr\u00f3ceres\u201d locali: l\u2019ambigua complessit\u00e0 dell\u2019America Latina, \u201cIl Risorgimento\u201d, 47, 1-2 (1995), pp. 400-436).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[50]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Mario Vargas Llosa, La verit\u00e0 delle menzogne, Milano, Rizzoli, 1992, pp. 8-9.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[51]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 L\u2019ultima volta in una intervista concessa a Sebastiano Triulzi: L\u2019incontro \/ Indignados: Eduardo Galeano, \u201cLa Repubblica\u201d, 29 gennaio 2012.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[52]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Anche perch\u00e9 intenzionato, da vero emigrante \u201ceconomico\u201d, a cercare nell\u2019America un mezzo da accumulare alle spicce una piccola fortuna e ridursi poi a viver d\u2019essa o a Genova o a Nizza o in qualche altra citt\u00e0 del Piemonte\u201d (I. Nievo, Opere, cit. p. 869).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[53]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Cfr. E. Franzina, Dall\u2019Arcadia in America, cit., pp. 42-45.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[54]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Cfr. Alessandro Baragona, Gaetano Osculati: immagini degli indios dell\u2019America meridionale, \u201cMiscellanea di storia delle esplorazioni\u201d, VI (1981), pp. 95-101. Anche di altri testi comparsi dopo il 1850 Nievo avrebbe potuto, in teoria, avere notizia come ad esempio, sempre nell&#8217;anno della sua laurea, delle Memorie postume del Cav. Costante Ferrari Capitano delle Guardie Reali del Regno Italico, Tenente Colonnello nelle Americhe e Colonnello effettivo in Italia, Rocca San Casciano, Tip. Federigo Cappelli 1855, ma \u00e8 altamente improbabile che ci\u00f2 sia accaduto anche se vale la pena di rilevare, di sfuggita, come incontri\/scontri con trib\u00f9 indiane riferite al 1820\/21 e di qualche interesse figurino gi\u00e0 qui (a pp. 451-452), nell&#8217;opera autobiografica di questo ex ufficiale napoleonico e patriota liberale (Reggio Emilia 1785 \u2013 Massa Lombarda 1851) finito per alcuni anni con Agostino Codazzi, suo intimo amico, in America centrale al servizio della Repubblica del Venezuela e del libertador Simon Bol\u00edvar.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[55]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Roberta Marx Delson, Novas Vilas para o Brasil: planejamento espacial e social no seculo XVIII, Brasilia, Alva Ciord, 1997, pp. 31-36, e Marcelo Almeida Oliveira, Regularidade e civilidade nas vilas e nas civades luso-brasileiras: uma contribui\u00e7\u00e3o ao estudo dos espa\u00e7os p\u00fablicos, \u201cPopula\u00e7\u00e3o e sociedade\u201d, 11 (2011), pp. 64-65.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[56]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Per il Mato Grosso, teatro nel romanzo delle prime avventure sudamericane di Giulio Altoviti e (anche nella realt\u00e0 dei fatti) di molti episodi costellati da abbozzi di colonizzazione e di minerazione, di elementi d\u2019evangelizzazione politica \u201cmissionaria\u201d, di scontri sanguinosi con gli indios \u201cselvaggi\u201d (Bororo Coroado e Pares\u00ecs si potrebbe azzardare) ecc. si possono trovare intanto dei riscontri abbastanza puntuali nella pi\u00f9 recente storiografia indigenista brasiliana. Cfr. ad es. Odemar Leotti, A Encruzilhada dos Sentidos. Pol\u00edtica Indigenista em Mato Grosso (1831-1845), \u201cColet\u00e2neas do nosso tempo\u201d, 7 (2008), pp. 82-83; Marli Auxiliadora de Almeida, Os Bororo Coroado e a pol\u00edtica indigenista na Prov\u00edncia de Mato Grosso (1845-1887), in O lugar do \u00cdndios na Hist\u00f3ria, Actas do XVII Encontro Regional de Hist\u00f3ria, Campinas SP 2004, a cura di John Manuel Monteiro, http:\/\/www.anpuhsp.org.br\/sp\/downloads\/CD%20XVII\/ST%20XXVI\/Marli%20Auxiliadora%20de%20Almeida.pdf, e A \u201cpacifica\u00e7\u00e3o\u201d dos Bororo Coroado na Prov\u00edncia de Mato Grosso. Guerra e alian\u00e7as (1845-1887), in Actas de XXIII Simp\u00f3sio Nacional de Hist\u00f3ria, Londrina PR 2005, http:\/\/www.ifch.unicamp.br\/ihb\/Textos\/MAAlmeida.pdf; Chiara Vangelista, Os Bororo do Rio S\u00e3o Louren\u00e7o: analise territoriale e sazonalduma guerra de fronteira \u00e9tnica (1817-1886), in Actas de XI Congreso Internacional de AHILA, a cura di John R. Fisher, Liverpool, The Institute of Latin American Studies \u2013 University of Liverpool, 1998, pp. 301-315, e Politica tribale. Storia dei Bororo del Mato Grosso, Brasile, I, L\u2019invasione (sec. XVIII-XIX), Torino, Il Segnalibro Editore, 2008, pp. 97-159.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[57]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Beatriz Curia , Ippolito Nievo y un mal\u00f3n en el Mato Grosso, \u201cHispanista \u2013 Primera Revista Electronica de los Hispanistas de Brasil\u201d, V, 19 (2004), http:\/\/ www.hispanista.com.br\/revista\/artigo 180.htm.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[58]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Piero Brunello, Pionieri. Gli italiani in Brasile e il mito della frontiera, Roma, Donzelli Editore, 1994, pp. 66-68.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[59]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Anche se con alcune anticipazioni di rilievo registrate proprio nel Mato Grosso di fine Ottocento su cui cfr. Chiara Vangelista, Colonias militares y misiones cat\u00f3licas en Mato Grosso (siglos XIX-XX): dos estrategias politicas y culturales para la consolidaci\u00f3n de una frontera nacional, in Lo que duele es el olvido. Recuperando la memoria de An\u00e9rica Latina. VI Encuentro-Debate Am\u00e9rica Latina ayer y hoi, a cura di Pilar Garc\u00eda Jord\u00e1n e al., Barcelona, Publicacions de la Universitat de Barcelona, 1998, pp. 245-256.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[60]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 P. Brunello, Pionieri, cit., p. 67.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[61]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Pisacane lamentava l\u2019amara sorte possibile per tanti uomini che avevano \u201cconsacrato la loro vita alla bella patria [\u2026] nell&#8217;esilio, sul campo di battaglia e dinanzi al giudice\u201d e che in virt\u00f9 della deportazione oltreoceano sarebbero stati sbalzati ad un tratto distante \u201cotto mila miglia, agli antipodi dell\u2019Italia, in una terra dove troveranno tutto in opposizione coi costumi, col linguaggio, colle abitudini e perfino colle stagioni della loro patria. Si lusingavano di morire combattendo l\u2019austriaco e lo svizzero [sc. i soldati pontifici] , nemici del loro paese, e saranno condannati a contendere al povero gaucho il suolo natio.\u201d (Carlo Pisacane, Gli italiani deportandi in America. Genova, 20 marzo 1857, in Id., Scritti varii, inediti o rari, a cura di Aldo. Romano, III, Milano, EdizioniAvanti, 1964, p. 344).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[62]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Emilio Franzina, Introduzione a Alessandra Vannucci, Un baritono ai Tropici. Diario di Giuseppe Banfi dal Paran\u00e1,1858, Reggio Emilia, Diabasis, 2008, pp. 11-23.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[63]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Su cui esiste ovviamente un\u2019assai vasta letteratura inaugurata in certo modo, nel 1914, da Juan \u00c1lvarez (autore de Las guerras civiles argentinas y el problema de Buenos Aires en la Rep\u00fablica, riedito con un Estudio preliminar di Roberto Cort\u00e9s Conde, Buenos Aires, Taurus, 2001, pp. 145-217) per la quale cfr. almeno James R. Scobie, La lucha por la consolidaci\u00f3n de la nacionalidad argentina, 1852-1862, Buenos Aires, Hachette, 1965, Tulio Halperin Donghi, Revoluci\u00f3n y guerra. Formaci\u00f3n de una elite dirigente en la Argentina criolla, Buenos Aires, Siglo XXI, 1972 e i documenti raccolti ora da Gustavo L. Paz, Las guerras civiles (1820-1870), Buenos Aires, Eudeba, 2007, pp. 251-365. Per la posizione occupata dagli esuli e dagli immigrati italiani in tutte le fasi delle guerre civili platensi e particolarmente fra il 1856 e il 1862 rimane ancora imprescindibile e per di pi\u00f9 di affascinante lettura il nono capitolo di Niccol\u00f2 Cuneo, Storia dell\u2019emigrazione italiana in Argentina, 1810-1870, Milano Garzanti, 1940, pp. 242-266.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[64]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Pier Luigi Crovetto, Tracce dei risorgimentali italiani nel pensiero dei giovani liberali della generazione del \u201937, in Il Risorgimento italiano in America Latina. Atti del Convegno internazionale. Genova 24-26 Novembre 2005, Ancona, affinit\u00e0 elettive, 2006, pp. 161-172.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[65]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Eduardo Scheidt, A \u201cNa\u00e7\u00e3o Mazziniana\u201d chega \u00e0 Regi\u00e3o Platina: jornalistas italianos e os debates no Prata em meados do s\u00e9culo XIX, \u201cRevista de Hist\u00f3ria\u201d, 156 (2007), pp. 227-259.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[66]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Jos\u00e9 Carlos Chiaramonte, La formazione degli Stati nazionali in Iberoamerica, \u201c900\u201d, 4 (2001), pp. 77-82, e El Resurgimiento en el Rio de la Plata y el problema de la unidad naciona<em>l<\/em>, in Il Risorgimento italiano in America Latina, cit., pp. 173-182.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[67]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Historia general de las relaciones exteriores de la Rep\u00fablica Argentina, a cura di Carlos Escud\u00e9 e Andr\u00e9s Cisneros, IV, Juan Manuel De Rosas y sus conflictos con estrado provinciales y extranjeros, Buenos Aires, Grupo Editor Latinoamericano, 1998, pp. 229-247.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[68]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Meinrado Hux, Caciques Pampa-Ranqueles, Buenos Aires, El Elefante Blanco, 2003, pp. 142-145; ma per la lunga storia precedente dei rapporti fra gli indios e la lotta politica in et\u00e0 coloniale cfr. Abelardo Levaggi, Paz en la frontera. Historia de las relaciones diplom\u00e1ticas con las comunidades ind\u00edgenas en la Argentina (Siglos XVI-XIX), Buenos Aires, Universidad del Museo Social Argentino, 2000 e pi\u00f9 in particolare per il periodo rosista Jorge Oscar Sul\u00e9, Rosas y sus relaciones con los indios, Buenos Aires, Ediciones Corregidor, 2007.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[69]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Miguel Angel De Marco, Los italianos en las luchas por la organizaci\u00f3n nacional argentina, \u201cAffari sociali internazionali\u201d, 15, 2 (1987), pp. 75-92 e pi\u00f9 in generale Antonio Serrano, Origen y formaci\u00f3n del pueblo argentino, Paran\u00e1, Editorial Entre Rios, 2005, pp. 89-99.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[70]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Una ricostruzione molto accurata della figura e dell\u2019impegno politico e militare dell\u2019Olivieri, \u00e8 ora in A. Bistarelli, Gli esuli del Risorgimento, cit., pp. 236-240.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[71]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Prefazione a Gaetano Bernardi, Un patriota italiano nella Repubblica Argentina (Silvino Olivieri), nuova edizione a cura di Benedetto Croce, Bari, Laterza, 1946, pp. 5-9 (ed. or. Napoli, Stamperia e cartiere del Fibreno, 1861).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[72]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Su Calfucur\u00e0 cfr. almeno Luis Franco, <em>Los grandes caciques de la Pampa<\/em>, Buenos Aires, Ediciones del Candil, 1967, pp. 47-68 e Carlos Mart\u00ednez Sarasola, <em>Nuestros paisanos los Indios. Vida, historia y destino de las comunidades ind\u00edgenas en la Argentina<\/em>, Buenos Aires, Enec\u00e9 Editores, 2000, pp. 221-274. In via generale cfr. altres\u00ec Ra\u00fal J. Mandrini, <em>La Argentina aborigen: de los primeros pobladores a 1910<\/em>, Buenos Aires, Siglo XXI, 2008.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[73]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Ricorrenti, negli articoli del nuovo foglio mazziniano, erano le recriminazioni per \u201ci danni causati dagli indii contro le propriet\u00e0 private, e le persone di que\u2019 dintorni\u201d che apparivano tutti \u201cdi grave importanza\u201d e causa prima della mancanza di una vera \u201cpace\u201d che, lamentava Cuneo, \u201cnon pu\u00f2 essere durevole per la nota perfidia dei selvaggi, e che d\u2019altronde non pu\u00f2 essere accettata dal governo di Buenos Aires, che deve ad ogni costo adoperarsi onde togliersi dinanzi questa perpetua minaccia delle invasioni, che tanti danni arrecano agli stabilimenti rurali, alle vite dagli abitanti di quella parte della campagna e allo spirito d\u2019intrapresa\u201d (cfr. \u201cLa Legione Agricola\u201d, 3, 26 febbraio 1856, p. 4).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[74]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Cfr. Stefano Recchia e Nadia Urbinati, Giuseppe Mazzini\u2019s International Political Thought, in A Cosmopolitanism of Nations: Giuseppe Mazzinis\u2019 Writings on Democracy, Nation Building and International Relations, a cura di Idd., Princeton, Princeton University Press, 2009, pp. VII-XXIX.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[75]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Cfr. Eduardo Scheidt, Carbon\u00e1rios no Rio da Prata: jornalistas italianos e a circula\u00e7\u00e3o de id\u00e9ias na Regi\u00e3o platina (1827-1860), Rio de Janeiro, Scriptum, 2008 e Jorge Myers, Giuseppe Mazzini and the Emergence of Liberal Nationalism in the River Plate and LatinAmerica, in Giuseppe Mazzini and the Globalisation of Denocratic Nationalism, 1830-1920, a cura di C. A. Bayly ed E.F. Biagini, Oxford-New York, Oxford University Press, 2008, pp. 323-346.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[76]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Vittore Briani, La stampa italiana all&#8217;estero dalle origini ai nostri giorni, Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, 1977, p. 21.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[77]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Emilio Franzina e Matteo Sanfilippo, Garibaldi, i Garibaldi, i garibaldini e l\u2019emigrazione, \u201cArchivio storico dell\u2019emigrazione italiana\u201d, 4, 1 (2008), pp. 23-52.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[78]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Sulle cui \u201crosee\u201d prospettive gi\u00e0 rimbalzavano in Europa echi e notizie trasmesse da alcuni viaggiatori come William MacCann, Two Thousand Mile\u2019s Ride Through the Argentine Provinces, London, Smit Elder, 1853, I, pp. 227-228.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[79]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Emilio Franzina, L\u2019immaginario degli emigranti. Miti e raffigurazioni dell\u2019esperienza italiana all\u2019estero fra due secoli, Paese, Pagus Edizioni, 1992, pp. 139-141.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[80]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Come avvenne, dopo l\u2019uccisione di Olivieri, proprio a Bahia Blanca dove il 19 maggio del 1859 un imponente attacco portato, come gi\u00e0 nel 1852, da migliaia di indiani guidati ancora una volta da Calfucur\u00e0 venne respinto vittoriosamente dai legionari italiani rimastivi agli ordini dell\u2019ex garibaldino sardo Antonio Susini Millelire (futuro console d\u2019Argentina in Italia) e dai suoi ufficiali dal pedigree chiaramente risorgimentale Rodino, Ciarlone e Caronti (destinato, questi, a diventare negli anni successivi l\u2019ideatore dei principali piani di sviluppo urbanistico e portuale della citt\u00e0). Nel sanguinoso combattimento persero la vita circa 200 indiani e solo tre \u201cbianchi\u201d, anche se nelle file italo argentine numerosi furono i feriti: \u201cLa battaglia di Bahia Blanca \u2013 \u00e8 stato opportunamente sottolineato da Ludovico Incisa di Camerana (L\u2019Argentina, gli italiani, l\u2019Italia. Un altro destino, Milano, Ispi-SPAI 1998, p. 148) &#8211; [fu] un fatto d\u2019armi pi\u00f9 serio di tante scaramucce della conquista del West, l\u2019unica battaglia italiana o quasi italiana contro gli indios, [ma] non \u00e8 mai entrata nella storia grande o piccola\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[81]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 David Vi\u00f1as, Indios, ej\u00e9rcito y frontera, Buenos Aires, Santiago Arcos Editor 2003 (ed. or. Mexico, Siglo XXI Editores, 1982), p. 109.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[82]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Cesare Marino, Dal Piave al Little Bighorn. La straordinaria storia del conte Carlo Camillo Di Rudio, Belluno, Tarantola Alessandro Editore, 1996 (Di Rudio, sia detto en passant, era nato nel 1832 in una famiglia della piccola nobilt\u00e0 bellunese di saldi sentimenti patriottici e liberali tanto che suo padre Ercole Placido e sua sorella Luigia furono coinvolti nella cospirazione mazziniana stroncata nel 1851 a Mantova dove essi furono anche processati e imprigionati dagli austriaci).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[83]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 <em>Patrice Vermeren, <\/em>Le r\u00eave d\u00e9mocratique de la philosophie d\u2019une rive \u00e0 l\u2019autre de l\u2019Atlantique, suivi de Essai de philosophie populaire, par Am\u00e9d\u00e9e Jacques<em>, postface de Arturo Andres Roig, Paris, L\u2019Harmattan, 2001.<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[84]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Giuliano Gaeta, Giornalismo e Risorgimento italiano, in Atti del XXXI Congresso di Storia del Risorgimento italiano, Mantova, 21-25 settembre !952, Roma, Vittoriano, 1956, pp. 105-106.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup><sup>[85]<\/sup><\/sup>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 In una lettura \u201cfatta nella sala delle conferenze all&#8217;Esposizione generale italiana di Torino\u201d il 2 novembre del 1884, ma basata sui viaggi da lui compiuti nel Mato Grosso quindici anni prima, Alessandro Palma di Cesnola (fratello del pi\u00f9 celebre Luigi, patriota risorgimentale emigrato negli Stati Uniti dopo il 1860, battutosi con i nordisti nella guerra di secessione, generale della riserva e pi\u00f9 tardi, per meriti archeologici, direttore del Metropolitan Museum di New York) osservava che delle terre assegnate agli emigranti in Brasile \u201ci veri proprietari sono i selvaggi detti Indiani\u201d (Viaggio nelle terre vergini dell\u2019America meridionale ossia l\u2019emigrazione italiana in quelle contrade, Torino, G. Derossi, 1884, cit. in P. Brunello, Pionieri, cit., p. 68).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Delle emigrazioni e della loro diversa indole nella Storia antica e moderna[1] &nbsp; Uno de\u2019 primi grandiosi fenomeni che la Storia ci rappresenta sono le emigrazioni,\u00b8 questi movimenti provvidenziali di popoli che sovente risospinti dall&#8217;urto<\/p>\n","protected":false},"author":15,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[81],"tags":[201,216,217],"class_list":["post-2470","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-c65-articoli","tag-articoli","tag-emilio","tag-franzina"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2470","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/15"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=2470"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2470\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3702,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2470\/revisions\/3702"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=2470"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=2470"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=2470"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}