{"id":3056,"date":"2017-01-14T10:00:10","date_gmt":"2017-01-14T09:00:10","guid":{"rendered":"http:\/\/www.asei.eu\/it\/?p=3056"},"modified":"2017-05-15T16:51:07","modified_gmt":"2017-05-15T14:51:07","slug":"letnicita-in-guerra-soldati-di-origine-italiana-negli-eserciti-alleati","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/2017\/01\/letnicita-in-guerra-soldati-di-origine-italiana-negli-eserciti-alleati\/","title":{"rendered":"L&#8217;etnicit\u00e0 in guerra. Soldati di origine italiana negli eserciti alleati"},"content":{"rendered":"<p>La mostra virtuale, pubblicata su Google Cultural Institute, \u00e8 stata allestita da Matteo Pretelli e Francesco Fusi per un progetto coordinato dall&#8217;Istituto Storico della Resistenza di Firenze. Attraverso una serie di documenti d\u2019epoca, articoli della stampa italiana nel mondo e fotografie, vengono messi in luce alcuni interessanti aspetti della storia degli italiani all&#8217;estero solo in parte esplorati dalla storiografia.<br \/>\nDurante la Seconda guerra mondiale alcuni degli emigrati che avevano perso la cittadinanza del Regno sabaudo e molti dei loro figli e nipoti nati all&#8217;estero furono reclutati dai paesi di immigrazione per combattere l\u2019Asse, diventando cos\u00ec, in un certo senso, nemici dello stato italiano. Anche chi non era coscritto, indipendentemente dalla cittadinanza posseduta, fu comunque coinvolto assieme al resto della popolazione civile in una guerra \u201ctotale\u201d che coinvolgeva tutto e tutti, ed in cui alla minaccia dei nemici esterni si affiancava la paura, fondata o irrazionale, per i nemici interni. I materiali presentati, centrati soprattutto sui case studies degli italo-americani e degli italo-brasiliani, sono parte di una pi\u00f9 ampia ricerca in corso e permettono di delineare alcuni possibili percorsi di analisi sul modo in cui, in tale contesto difficile e contraddittorio, l\u2019origine italiana (qui indicata con il concetto di \u201cetnicit\u00e0\u201d) \u00e8 stata vissuta, rappresentata e ricordata. Parallelamente alla mostra \u00e8 stato realizzato un database di 5.136 nomi di soldati di origine italiana (verificata o presunta) reclutati negli eserciti Alleati e pubblicato sul sito dello stesso Istituto della Resistenza Toscano. Entrambi i progetti, complementari anche dal momento che utilizzano le stesse fonti, rappresentano una vera e propria sfida, perch\u00e9, come si vedr\u00e0, la storia dell\u2019etnicit\u00e0 italiana durante la Seconda guerra mondiale \u00e8 pi\u00f9 la storia di un rimosso che la storia di una presenza.<br \/>\nLe prime due sezioni della mostra documentano l\u2019ambiguo rapporto tra l\u2019identit\u00e0 etnica degli emigrati ed il fascismo e soprattutto quello tra l\u2019identit\u00e0 etnica degli italiani ed i governi dei paesi di immigrazione. L\u2019iniziale, ingenua adesione ideale di parte della collettivit\u00e0 italo-americana al fascismo, dopo Pearl Harbour si trasform\u00f2 in un vero e proprio boomerang: circa 600.000 emigrati italiani residenti negli Stati Uniti che non avevano ancora acquisito la cittadinanza americana furono sottoposti ad una sorveglianza straordinaria dopo essere stati etichettati assieme a tedeschi e giapponesi come enemy aliens. Una situazione simile vissero gli italiani di Brasile, Australia, Gran Bretagna e Canada; i leader etnici dovettero quindi mettere in atto dei contro-discorsi volti a tutelare la rispettabilit\u00e0 e soprattutto la sicurezza della comunit\u00e0. Si cerc\u00f2 quindi di manifestare la fedelt\u00e0 della collettivit\u00e0 al paese di immigrazione ed al suo governo, nonch\u00e9 agli obiettivi di guerra. Ecco quindi ad esempio che \u201cIl Giornale Italo-Canadese di Montreal\u201d si proponeva come L\u2019organo dei leali italo-canadesi ed auspicava, nel primo numero, la formazione di una brigata \u201cetnica\u201d, composta cio\u00e8 solo da italiani, da mandare a combattere in Europa. \u201cIl progresso Italo-Americano\u201d di New York invece, nel dare la notizia dell\u2019arresto e dell\u2019internamento nei campi di concentramento di cittadini italiani ritenuti pericolosi per il loro trascorso fascista, metteva comunque in luce le rassicurazioni di Roosvelt relative al fatto che sarebbero state evitate \u201cmolestie a tutti gli stranieri pacifici e ossequienti delle leggi\u201d; si ricordava anche che nessun governatore dei singoli Stati dell\u2019Unione poteva procedere con arresti o altre forme di discriminazione. Tra le pieghe di discorsi apparentemente limpidi emergeva per\u00f2 un atteggiamento ambiguo ed ambivalente. Il governo statunitense, nel tentativo di coinvolgere la popolazione civile negli obiettivi di guerra, da una parte, con un manifesto scritto in inglese e raffigurante le caricature di Hitler e Mussolini, chiedeva di non parlare la lingua dei paesi dell\u2019Asse (\u201cThe four freedoms are not in their vocabulary! Speak American\u201d); dall&#8217;altra parte, con un manifesto raffigurante la bald eagle (uno dei simboli nazionali degli Stati Uniti), invitava nella lingua di Dante a comperare i francobolli ed i bond di guerra con i quali veniva finanziato lo sforzo bellico (\u201cDefense Savings Committee for American of Italian Origin\u201d, sezione 3). Quasi a voler superare la propaganda governativa, lo stesso \u201cProgresso Italo-Americano\u201d traduceva i \u201cWar Bonds\u201d come \u201cBuoni della Vittoria\u201d nel dare la notizia (reale o costruita ad hoc) dell\u2019entusiasmo della comunit\u00e0 italiana verso l\u2019iniziativa. In tali documenti tuttavia, raramente si faceva riferimento alla guerra contro l\u2019Italia, ma piuttosto alle \u201cnazioni dell\u2019Asse\u201d, o ai \u201cpaesi che sono stati calpestati ed oppressi dalla tirannia\u201d; allo stesso modo su un giornale di Rio de Janeiro la partecipazione alla guerra veniva edulcorata come \u201cGl&#8217;Italo-Brasiliani contro il Nazismo\u201d.<br \/>\nI soldati di origine italiana nell&#8217;esercito americano sarebbero stati circa 850.000 di cui 40.000 nati in Italia (sez. 4). La stampa \u201cetnica\u201d, nel suo sforzo di documentare il grande coinvolgimento degli italiani residenti nel paese a stelle e strisce (probabilmente rielaborando anche informazioni fornite dal governo) metteva continuamente in luce la loro partecipazione diretta nelle operazioni militari, le decorazioni e le menzioni di merito, la presenza di volontari nell&#8217;esercito e di donne nei servizi ausiliari. La figura di Giuseppe Zappal\u00e0, residente nel Massachusetts e morto a Pearl Harbour all&#8217;et\u00e0 di 22 anni, fu celebrato e mitizzato come \u201cla prima vittima italo-americana di questa guerra\u201d. Non mancavano le note e gli articoli \u201cdi colore\u201d come quello in cui si dava notizia dei sette figli maschi di Antonio Lorenzo, tutti arruolati e combattenti \u201cper la libert\u00e0 dei popoli e contro i governi barbari\u201d. Dopo l\u20198 settembre la loro situazione di combattenti non contro ma per il paese dei padri divenne naturalmente meno ambigua; veniva quindi data la notizia di soldati americani che, sbarcati in Italia in veste di liberatori, durante la licenza avevano avuto la possibilit\u00e0 di andare a trovare per la prima volta i propri parenti italiani o a visitare le citt\u00e0 di origine della loro famiglia.<br \/>\nDalle foto e dai documenti pubblicati non sembra comunque che nell&#8217;esercito Alleato ci sia stato molto spazio per \u201cl\u2019esibizione\u201d delle proprie origini o comunque per altre forme di appartenenza o auto-definizione, con l\u2019eccezione del servizio di Intelligence americano, l\u2019Office of Strategic Service (Oss, la futura Cia), che, per alcune delicate operazioni da svolgersi sul suolo italiano reclut\u00f2 soldati italo-americani proprio per la loro conoscenza della lingua. \u201cL\u2019etnicit\u00e0 in guerra\u201d, o, per usare il linguaggio dell&#8217;epoca \u201cil soldato italo-americano\u201d, sembra quindi soprattutto un\u2019astrazione della stampa \u201cetnica\u201d dell\u2019epoca, quindi un discorso pi\u00f9 rilevante nella politica (e nella guerra) interna che nelle operazioni militari vere e proprie. Tale situazione \u00e8 riflessa anche nella memoria pubblica e nella monumentalizzazione operata dalle autorit\u00e0 militari (sezione 6). Sia nel cimitero di guerra americano di Firenze che in quello brasiliano di Pistoia l\u2019origine italiana di ragazzi morti a migliaia di chilometri dalle loro case per liberare la terra dei padri \u00e8 soltanto desunta da alcuni cognomi stampati sulle lapidi o sulle croci. La memoria istituzionale non ha sottolineato l\u2019origine etnica neanche nel caso dei quindici soldati italo-americani ed italofoni arruolati dall&#8217;Oss per la missione \u201cGinny\u201d, scoperti e fucilati dai tedeschi dopo il loro sbarco vicino a La Spezia. Anche in questo caso, l\u2019origine italiana, per quanto ritenuta fondamentale nell&#8217;organizzare la fallimentare operazione di intelligence, pu\u00f2 essere desunta esclusivamente dai cognomi incisi sulla placca commemorativa posta il 25 aprile 1990 ad Ameglia (il luogo della fucilazione) per iniziativa di commilitoni, cittadini e partigiani. In tale quadro l\u2019Italian-American Veterans Museum di Stone Park, Illinois, essendo stato promosso dalla Casa d\u2019Italia di Chicago, deve essere considerato in qualche modo legato allo stesso tipo di discorso \u201cetnico\u201d portato avanti nel 1941-1945 dall&#8217;elite italo-americana dell\u2019epoca, oppure come un suo \u201clascito\u201d, e non come parte della vera e propria memoria istituzionale degli Stati Uniti d\u2019America.<br \/>\nI pannelli virtuali allestiti sia in italiano che in inglese da Pretelli e Fusi, che in un prossimo futuro si spera vengano realizzati materialmente ed esposti al pubblico, prediligono l\u2019aspetto documentario piuttosto che quello monumentale o estetico. In altre parole, pur avendo un taglio prevalentemente divulgativo, la mostra \u00e8 costruita con i metodi e la mentalit\u00e0 dello storico, piuttosto che con quella dell\u2019architetto, del film-maker o del politico, professionalit\u00e0 a cui oggi sempre pi\u00f9 spesso viene affidata la trasmissione di informazioni relative al passato (specie se da condursi attraverso l\u2019utilizzo di immagini), ma che, nell&#8217;era delle comunicazioni di massa, finiscono per prediligere l\u2019approccio \u201cspettacolare\u201d alla storia piuttosto che quello critico. Per questo, pi\u00f9 che certezze o convinzioni definitive, sono emersi soprattutto interrogativi, potenziali sviluppi o possibili analisi comparate. I documenti della mostra, le informazioni raccolte, e le relative ipotesi interpretative potranno cio\u00e8 affiancarsi o fare da apripista per ulteriori percorsi di ricerca, complementari rispetto a quello qui delineato: la presenza degli italiani nella Resistenza di alcuni paesi europei (Francia, Belgio, Jugoslavia); la difficile \u201criabilitazione\u201d dell\u2019Italia, degli italiani e dell\u2019italianit\u00e0 nei paesi di immigrazione una volta cessato il tuono del cannone; il riemergere (o il re-inventarsi) delle identit\u00e0 \u201cregionali\u201d ad opera degli italiani emigrati come modo per promuovere un\u2019immagine dell\u2019italianit\u00e0 alternativa o antitetica a quella proposta dal fascismo; l\u2019esercito come luogo di integrazione delle minoranze etniche, ma anche come un ambiente in cui le differenze vengono appiattite; la \u201cstoria sociale\u201d dell\u2019esercito alleato in Italia e la complessa memoria della liberazione da parte degli angloamericani. Tuttavia a conclusione di queste note rimane aperta la questione interessante e complessa di quanto abbia inciso la memoria degli italiani all&#8217;estero che hanno combattuto dalla \u201cparte giusta\u201d nel favorire, nella patria di origine, il processo di autoassoluzione collettiva per le responsabilit\u00e0 dell\u2019Italia nella Seconda guerra mondiale.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.google.com\/culturalinstitute\/beta\/exhibit\/l-etnicit%C3%A0-in-guerra\/pgJimskv1fTeLA?hl=it\">Etnicit\u00e0 in guerra<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La mostra virtuale, pubblicata su Google Cultural Institute, \u00e8 stata allestita da Matteo Pretelli e Francesco Fusi per un progetto coordinato dall&#8217;Istituto Storico della Resistenza di Firenze. 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