{"id":3976,"date":"2017-11-15T10:00:36","date_gmt":"2017-11-15T09:00:36","guid":{"rendered":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/?p=3976"},"modified":"2018-03-06T10:17:32","modified_gmt":"2018-03-06T09:17:32","slug":"intervista-a-elia-morandi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/2017\/11\/intervista-a-elia-morandi\/","title":{"rendered":"Intervista a Elia Morandi"},"content":{"rendered":"<p>Elia Morandi ha fatto parte per alcuni anni della redazione di questa rivista, cui ha anche collaborato con due saggi: Emigrazione italiana e criminalit\u00e0. Il caso tedesco, \u201cArchivio storico dell\u2019emigrazione italiana\u201d, 8 (2012), pp. 45-49; L\u2019immagine dell\u2019\u201caltro\u201d nel rapporto tra immigrati italiani e societ\u00e0 tedesca. Percezioni a confronto tra Otto e Novecento, \u201cArchivio storico dell\u2019emigrazione italiana\u201d, 7 (2011), pp. 139-149. Infatti ha conseguito un dottorato di ricerca in storia presso l\u2019Universit\u00e0 di Amburgo con la tesi Italiener in Hamburg. Migration, Arbeit und Alltagsleben vom Kaiserreich bis zur Gegenwart, pubblicata nel 2004 da Peter Lang. In seguito ha svolto attivit\u00e0 di ricerca a tempo determinato come assegnista presso le Universit\u00e0 di Amburgo e di Verona, lavorando al contempo al volume Governare l\u2019emigrazione. Lavoratori italiani verso la Germania nel secondo dopoguerra, Torino, Rosenberg &#038; Sellier, 2011. Nel frattempo ha frequentato la Scuola di Specializzazione per l\u2019Insegnamento Secondario presso la Libera Universit\u00e0 di Bolzano nella classe di concorso per Storia e Filosofia e infine \u00e8 passato a insegnare italiano per la scuola professionale di lingua tedesca \u201cCh. J. Tschuggmall\u201d di Bressanone.  L\u2019attivit\u00e0 didattica lo ha portato a ridurre l\u2019attivit\u00e0 di ricerca negli archivi, ma non la riflessione sulla storia delle migrazioni. Cos\u00ec tra il 2010 e il 2012 ha collaborato come consulente storico alla realizzazione per l\u2019onlus veronese Associazione Memoria Immagine del documentario Lass\u00f9 in Germania. Storie di emigrazione italiana negli anni Sessanta di Elena Peloso e Dario Dalla Mura (Verona, 43\u2019, colore e B\/N, 2012). In seguito ha scritto e realizzato assieme a Marco Toffanin il documentario La vita ci vuole come voi. Storie di immigrazione cinese a nordest (Padova, colore, 2015. Alcune informazioni sugli autori e il progetto, nonch\u00e9 il trailer e la possibilit\u00e0 di acquistare la versione integrale sono disponibili sul sito https:\/\/lavitacivuolecomevoi.wordpress.com.). Questa sua nuova attivit\u00e0 ci ha spinto a intervistarlo e ad interrogarlo sul passaggio da storico della pagina scritta a storico dell\u2019immagine digitale.<br \/>\n1.\tCOME SEI PASSATO DALLO STUDIO DELL\u2019EMIGRAZIONE A QUELLO DELL\u2019IMMIGRAZIONE?<br \/>\n\u00c8 una cosa che viene da lontano. Mi sono laureato in storia all\u2019Universit\u00e0 Ca\u2019 Foscari di Venezia all\u2019inizio del 2000 con una tesi sull\u2019emigrazione italiana negli anni 1960 ad Amburgo. La tesi mi \u00e8 valsa un invito a collaborare per due anni con la Forschungsstelle f\u00fcr Zeitgeschichte in Hamburg, un centro di ricerca storica che all\u2019epoca stava portando avanti un progetto di recupero della memoria delle vicende dell\u2019immigrazione in quell\u2019area. Al termine di questa importante esperienza, che mi ha permesso tra l\u2019altro di conseguire il dottorato, non avevo ben chiaro dove mettere radici. In Germania erano anni difficili di crisi e di tagli. Gli studi storici non se la passavano benissimo. In Italia invece mi pareva che ci fosse un certo fermento e cos\u00ec ho preso la decisione di tornare a Verona, la mia citt\u00e0. Questa, per\u00f2, nel frattempo aveva cambiato volto. La presenza straniera si era fatta assai pi\u00f9 appariscente rispetto alla seconda met\u00e0 degli anni 1990 ed era in forte aumento. Un fatto che mi colp\u00ec davvero molto. Da zero al melting pot in pochissimi anni. \u00c8 stata una specie di cortocircuito. L\u2019oggetto dei miei studi si materializzava ora davanti ai miei occhi. Ho cominciato a maturare il desiderio di affiancare allo studio delle migrazioni storiche una qualche forma di impegno sociale nell\u2019ambito di questo flusso in pieno svolgimento praticamente sotto casa. Cos\u00ec ho iniziato ad approfondire anche il fenomeno dell\u2019immigrazione. Per un po\u2019 ho tenuto insieme i due interessi, cercando laddove possibile di saldarli, per esempio avvicinando i giovani al tema delle migrazioni di ieri e di oggi con workshops nelle scuole, dove mi pareva che l\u2019argomento avesse uno spazio davvero esiguo in rapporto all\u2019importanza che ha avuto ed ha tuttora nelle vicende locali e globali. Nel corso degli ultimi anni, per una serie di motivi, l\u2019interesse per l\u2019immigrazione ha poi preso il sopravvento. In parte, banalmente, a causa del fatto che ho iniziato ad insegnare stabilmente a scuola ed \u00e8 diventato difficile dedicare lunghi periodi di tempo alla ricerca archivistica, che \u00e8 la base del lavoro di storico. L\u2019altra ragione sono gli stimoli che mi trasmette una materia come quella dell\u2019immigrazione. Una realt\u00e0 in continuo movimento, ricca di relazioni umane, portatrice di cambiamento, non solo da indagare, ma anche da vivere.  <\/p>\n<p>2. \tCOME MAI HAI SCELTO LA FORMA DEL DOCUMENTARIO?<br \/>\nNel corso degli anni in cui ho avuto la fortuna di occuparmi professionalmente di storia, una mia grande passione fin da piccolo, ho dovuto constatare che il testo storiografico, per quanto possa essere ben scritto e l\u2019argomento possa essere interessante e magari pure di attualit\u00e0, \u00e8 molto difficile che raggiunga un pubblico appena pi\u00f9 ampio della cerchia degli specialisti. \u00c8 normale, ma personalmente ho sempre sofferto questa cosa, non tanto perch\u00e9 avessi aspettative particolari riguardo alla fortuna delle mie ricerche, ma perch\u00e9 avvertivo la soggezione che metteva nella gente il classico libro di storia. Quando nel 2009 mi \u00e8 stato chiesto di fare da consulente per il documentario Lass\u00f9 in Germania  basato sul mio libro Governare l\u2019emigrazione, ho iniziato a percepire quanto maggiore potesse essere la capacit\u00e0 di questo strumento di impattare su un pubblico ben pi\u00f9 vasto. Improvvisamente, amici che non avevano mai mostrato il bench\u00e9 minimo interesse per le mie ricerche, cominciavano ad assicurarmi che non si sarebbero persi il documentario per nulla al mondo! Circa nel 2011, casualmente, ho poi stretto amicizia con un coetaneo di Padova, citt\u00e0 dove mi ero nel frattempo trasferito presso quella che adesso \u00e8 mia moglie, e parlando del pi\u00f9 e del meno ho scoperto che con un suo gruppo (vedi www.piccolabottegabaltazar.it ) aveva composto le musiche per i pluripremiati documentari di Andrea Segre sull\u2019immigrazione (Come un uomo sulla terra, 2008; Il sangue verde, 2010) e che come collaboratore tecnico del centro multimediale dell\u2019Universit\u00e0 di Padova aveva dimestichezza con gli ambiti della regia e del montaggio. Di l\u00ec a decidere di buttarsi in un progetto di documentario tutto nostro \u00e8 stato un passo davvero breve. Anche l\u2019individuazione dell\u2019argomento non \u00e8 stata difficile. Io avevo molte letture alle spalle in tema di migrazioni e abbiamo semplicemente scelto in quel mazzo la carta che ci sembrava vincente: raccontare chi ancora non era stato raccontato, cio\u00e8 i cinesi d\u2019Italia.<\/p>\n<p>3. \tCOME HAI TROVATO IL LAVORARE CON QUESTO STRUMENTO?<br \/>\nBellissimo. E faticosissimo. Bellissimo perch\u00e9 dentro il contenitore documentario c\u2019\u00e8 davvero tutto: ricerca, scrittura, rapporti umani, arte. E si tratta di uno strumento potente, perch\u00e9 lavora sulle emozioni dello spettatore. In corso d\u2019opera mi sono reso conto che la sua architettura complessiva non deve solo tendere a trasmettere informazioni, ma anche e soprattutto a colpire a livello emozionale. Sono le emozioni ad imprimersi indelebilmente nella memoria, mentre spiegazioni e dati vengono presto dimenticati. Si parte dunque dallo studio e dalla ricerca, in modo non molto diverso da come si affronta la scrittura di un nuovo libro, ma si deve arrivare a condensare tutto in una narrazione per immagini, laddove queste ultime siano in grado di toccare le corde dell\u2019emozione. E qui viene naturalmente il difficile, soprattutto se, come nel nostro caso, si comincia da zero o quasi e si \u00e8 scelto con parecchia temerariet\u00e0 di indagare chi non si racconta troppo volentieri, come i cinesi. Individuare alcune persone da intervistare e instaurare un adeguato clima di fiducia \u00e8 stato in realt\u00e0 meno arduo del previsto, ma il tempo concessoci per girare era comunque molto limitato. Questo ha reso necessario registrare le interviste in tutta fretta con il rischio, come poi si \u00e8 puntualmente verificato, di sbagliare o dimenticare qualcosa. Difficoltosa fino allo sfinimento e lunghissima, ma al contempo anche estremamente affascinante perch\u00e9 la pi\u00f9 creativa, \u00e8 stata anche la fase del montaggio. Abbiamo dovuto ridurre parecchie ore di girato al minutaggio standard dei documentari, che vanno di solito dai 25 ai 50 minuti di durata. \u00c8 stato necessario rivedere pi\u00f9 e pi\u00f9 volte il materiale, tagliando, eliminando e spostando sequenze. Una fatica di Sisifo, con qualche momento di vero sconforto. Nel complesso, potendo dedicare al documentario solo parte del tempo libero, dall\u2019idea alla realizzazione sono passati ben due anni. Alla fine ci pare comunque di aver ottenuto una sintesi abbastanza rappresentativa, e speriamo anche un po\u2019 suggestiva ed esteticamente gradevole, delle nostre chiacchierate con alcuni cinesi d\u2019Italia.<\/p>\n<p>4. \tCOSA PENSI DI FARE NEL FUTURO?<br \/>\nQuesta \u00e8 una domanda alla quale \u00e8 difficile rispondere. Al momento stiamo ancora cercando di far conoscere il nostro primo lavoro. Non diversamente dai libri appena pubblicati, anche i documentari vanno ovviamente promossi, altrimenti nessuno si accorge della loro esistenza. Poi si vedr\u00e0. Certo, l\u2019impegno profuso nella realizzazione del documentario \u00e8 stato tale e tanto, che ci tremano un po\u2019 le gambe al pensiero di scalare un\u2019altra montagna del genere. Nello stesso tempo c\u2019\u00e8 indubbiamente il desiderio di lavorare ad un nuovo progetto per mettere a frutto quanto abbiamo imparato, probabilmente continuando ad indagare il tema dell\u2019immigrazione, che non manca, quotidianamente, di regalare spunti di grande interesse e che sar\u00e0 ancora a lungo di estrema attualit\u00e0. <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Elia Morandi ha fatto parte per alcuni anni della redazione di questa rivista, cui ha anche collaborato con due saggi: Emigrazione italiana e criminalit\u00e0. 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