{"id":4232,"date":"2019-05-07T18:06:04","date_gmt":"2019-05-07T16:06:04","guid":{"rendered":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/?p=4232"},"modified":"2020-10-06T18:20:00","modified_gmt":"2020-10-06T16:20:00","slug":"lopera-bonomelli-e-i-profughi-della-grande-guerra","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/2019\/05\/lopera-bonomelli-e-i-profughi-della-grande-guerra\/","title":{"rendered":"L\u2019OPERA BONOMELLI E I PROFUGHI DELLA GRANDE GUERRA"},"content":{"rendered":"<p>1.\tLA NASCITA E LE STAGIONI DELL\u2019OPERA BONOMELLI<br \/>\nFin dal suo nascere, nel gennaio 1900, l\u2019Opera di assistenza degli operai emigrati in Europa e nel Levante \u2013 denominata dal 1910 Opera Bonomelli, dal nome del vescovo fondatore, Geremia Bonomelli (1839-1914)  \u2013 indicava tra i suoi compiti statutari l\u2019assistenza \u201ccon opere di religione e di educazione, previdenza, cooperazione e carit\u00e0\u201d . Commentando, poi, la bozza di statuto, il vescovo Bonomelli spiegava che \u201ccentro della nostra azione dovr\u00e0 essere il missionario e potendo anche la suora, e l\u2019uno e l\u2019altra italiani\u2026unita alla Chiesa la scuola per i fanciulli\u2026unito alla Chiesa e alla scuola il segretariato del popolo: unita l\u2019assistenza agli infermi, la protezione dell\u2019infanzia, le istituzioni di previdenza, di mutuo soccorso e tutte quelle opere di eminente e illuminata conservazione sociale che il Vangelo inculca e l\u2019umana prudenza e l\u2019esperienza consigliano\u201d . L\u2019Opera, che si dedic\u00f2 alla cosiddetta \u2018migrazione temporanea\u2019 in Europa e nel Levante, caratterizzata da 200.000\/300.000 partenze  ogni anno, si diffuse subito in Svizzera, con l\u2019epicentro prima a Friburgo, con la collaborazione del domenicano P. Fej , e poi a Basilea; nella Lorena e in Germania, con la collaborazione di Werthmann ;<br \/>\nDurante il primo periodo (1900-1908), il Segretariato generale vedeva la responsabilit\u00e0 del prof. Ernesto Schiapparelli , con sede a Torino, mentre il vescovo Bonomelli seguiva la direzione generale e dei sacerdoti, con una Consulta ecclesiastica presieduta dal card. Richelmy di Torino e diretta dal sacerdote Pietro Pisani . Successivamente l\u2019attivit\u00e0 dell\u2019Associazione, nel 1908, da Torino pass\u00f2 a Milano, alla carica di segretario generale fu eletto l\u2019avv. Antonio Baslini , mentre la presidenza della Consulta ecclesiastica fu assunta dal card. Ferrari e la direzione prima da Mons. Carlo Brera, poi da mons. Pietro Gorla e infine da mons. Felice Ferrario. Nel secondo periodo (1908-1914), l\u2019Associazione si estese in diverse citt\u00e0 d\u2019Europa, producendo anche diverso materiale informativo. I sacerdoti dell\u2019Associazione crebbero e raggiunsero il numero di circa 40, provenienti soprattutto dal Nord Italia, in particolare dal Piemonte. Per segnalare la maggiore autonomia e l\u2019ispirazione dell\u2019associazione, nel 1910 fu approvato il nuovo Statuto e l\u2019Associazione prese il nome di Opera Bonomelli di assistenza agli emigranti in Europa, eretta in ente morale con decreto del 2 agosto 1914 e con approvazione dello Statuto con il R. Decreto del 15 aprile 1915 . Per fare il punto sulla situazione del lavoro pastorale e sociale dell\u2019Opera, fu realizzato il primo Congresso italiano dell\u2019assistenza alla emigrazione continentale, promosso a Milano nel 1913. Con il riconoscimento in ente morale e la morte del vescovo Bonomelli (agosto 1914) e la presidenza del vescovo di Vicenza, mons. Ferdinando Rodolfi , l\u2019Opera Bonomelli entra nella terza fase (1915-1920), fortemente caratterizzata da un impegno durante la prima guerra mondiale nei confronti dei profughi, degli emigranti rimpatriati, delle loro famiglie, degli orfani di guerra, dell\u2019assistenza ai prigionieri, senza trascurare inizialmente il sostegno politico alla linea del non interventisti. L\u2019ultima fase dell\u2019Opera Bonomelli (1920-1927) \u00e8 caratterizzata dalla rinuncia del vescovo Rodolfi a presiedere ancora l\u2019Opera Bonomelli, dall\u2019istituzione da parte della Congregazione Concistoriale, del \u201cPrelato per l\u2019emigrazione italiana\u201d, con decreto del 23 ottobre 1920, e della nascita del Pontificio Collegio per l\u2019emigrazione (26 maggio 1921). L\u2019Opera Bonomelli in questa nuovo impegno ecclesiale a favore degli emigranti trov\u00f2 un nuovo sviluppo con la presidenza del sen. Emanuele Greppi  e del sen. Antonio Baslini e la segreteria dell\u2019on. Stefano Jacini .<br \/>\nIl fascismo, per\u00f2, anche per un progetto di avvio di una rappresentanza degli italiani all\u2019estero presso il Ministero degli esteri, vide sempre di pi\u00f9 come un impedimento il lavoro dell\u2019Opera Bonomelli e la libert\u00e0 di azione religiosa e sociale dei missionari. Si arriva cos\u00ec, nel 1928, al decreto di scioglimento del corpo dei missionari dell\u2019Opera Bonomelli, a cui segu\u00ec l\u2019autoscioglimento dell\u2019Opera stessa.<\/p>\n<p>2. \tLO SCOPPIO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE E GLI EMIGRANTI, NEL DIARIO DI DON PRIMO MAZZOLARI<br \/>\nIl 3 agosto 1914 moriva il vescovo Geremia Bonomelli, fondatore dell\u2019Opera di Assistenza degli emigranti in Europa. La morte del vescovo di Cremona incrocia lo scoppio della prima guerra mondiale. Infatti, il 28 luglio 1914, l\u2019Impero Austro-Ungarico, con l\u2019appoggio della Germania, dichiara ufficialmente guerra alla Serbia. A seguito di questa dichiarazione di guerra, anche le altre potenze europee intervennero nel conflitto, ognuna determinata a difendere i propri interessi e le proprie alleanze e innescando una serie di reazioni a catena: la Russia, che era vicina alla Serbia per ragioni religiose e di controllo geopolitico dell\u2019area slava, si schier\u00f2 immediatamente al fianco dello stato balcanico. Questa reazione spinse la Germania ad assumere posizioni sempre pi\u00f9 nette e aggressive: i tedeschi, infatti, imposero ai russi di ritirare immediatamente i propri eserciti e ai francesi di dichiarare la loro neutralit\u00e0 nel conflitto, avvertendoli che in caso contrario si sarebbero sentiti aggrediti e avrebbero reagito di conseguenza. Entrambe le nazioni risposero negativamente alle richieste tedesche, portando la Germania a dichiarare guerra alla Russia (1 agosto 1914) e poi alla Francia (3 agosto 1914), procedendo poi a invadere il Belgio (4 agosto 1914), che si era invece dichiarato neutrale come la Svizzera e, inizialmente, l\u2019Italia.<br \/>\nAttraverso le pagine del Diario di don Primo Mazzolari (1890-1959), una delle figure pi\u00f9 significative del clero italiano del Novecento, possiamo seguire la situazione degli emigranti allo scoppio della prima guerra mondiale . Nel corso dell\u2019estate del 1914 don Mazzolari \u00e8 ad Arbon, paese sul lago di Costanza in Svizzera, per assistere gli emigranti italiani, raccogliendo forse l\u2019invito anche di mons. Tranquillo Guarneri, rettore del seminario, e di don Emilio Lombardi, gi\u00e0 segretario di mons. Bonomelli e parroco di S. Agostino a Cremona. Don Mazzolari si trova a vivere con gli emigranti italiani il dramma dell\u2019espulsione dalla Svizzera, allo scoppio della prima guerra mondiale. Alcune pagine del suo Diario, sono una testimonianza straordinaria di questo drammatico momento della storia dell\u2019emigrazione italiana, che incrocia anche la morte di mons. Geremia Bonomelli, apostolo degli emigranti italiani in Europa. Di seguito alcuni stralci.<\/p>\n<p>31 luglio 1914. Venerd\u00ec<br \/>\nImprovvisamente sono partito per Arbon dove vado a sostituire don Chiodelli. Non ho avuto neppur tempo di far una corsa a casa e prendere commiato. Ho scritto una lettera: ma \u00e8 troppo poco per mamma. Alle 10, 30 scendo a Chiasso e mi presento all\u2019ospizio Bonomelliano. Rigurgita di emigrati. C\u2019\u00e8 un\u2019inquietudine strana, un\u2019ansia, un\u2019incertezza che si sfoga, italianamente, facendo del chiasso. Ma le notizie sono cattive. \u00c8 la dichiarazione di guerra tra Germania e Russia. La Germania ha chiuso i confini. La Svizzera mobilita per salvare la sua neutralit\u00e0.<br \/>\nD. Rossi  \u2212 una simpatica figura di missionario instancabile \u2212 sale su di una panca e arringa gli operai, mostrando la gravit\u00e0 della situazione e persuadendo al ritorno. V\u2019\u00e8 chi accetta le sue ragioni e sono i pi\u00f9 assennati, quelli che vanno all\u2019estero per necessit\u00e0 di lavoro; altri, i pi\u00f9 giovani, i probabili richiamati di domani vogliono tentare l\u2019ignoto ugualmente. Speriamo che la notte porti miglior consiglio.<br \/>\nVado a riposare anch\u2019io al vicino albergo della Croce Rossa, non troppo tranquillo e sicuro di partire. La mia passeggiata \u00e8 in via di diventare interessante. Vedremo.<br \/>\n1 agosto 1914. Sabato<br \/>\nAlle sette ho gi\u00e0 celebrato nella piccola cappella dell\u2019ospizio. Scendo alla stazione, affollata di italiani in attesa di notizie. I giornali di Milano confermano quelle della sera e ne aggiungono di pi\u00f9 gravi.<br \/>\nLa notte sembra aver calmato gli animi e dischiuse le menti alla riflessione. Ora \u00e8 possibile ragionare e farli persuasi. La maggior parte \u00e8 disposta a ritornare; mentre io parto col diretto delle 8, 50 per Zurigo, essi attendono il treno che li deve ricondurre ai propri paesi. Sono le prime vittime della guerra.<br \/>\nIl viaggio diviene interessantissimo. La dichiarazione di guerra \u00e8 caduta come un fulmine in questo pacifico e quasi sornione paese che attendeva al suo lavoro principale, lo sfruttamento del forestiero. Ora \u00e8 un fuggi fuggi generale. Ad ogni stazione s\u2019accalca la folla cosmopolita che ingombra il treno di valigie, di cappelli e di bionde bellezze. Lo spettro della guerra \u00e8 su ogni volto, in ogni parola, vorrei dire su ogni cosa perch\u00e9 da mille finestre, ove fino a ieri sorrideva occhieggiando il geranio, spoltriscono al sole le loro muffe giubbe e pantaloni militari. Fasci di fucili e di baionette salgono pure sul treno nelle piccole stazioni e i richiamati intonano mestamente le prime canzoni. La guerra per la Svizzera \u00e8 una necessit\u00e0 senza entusiasmo, senza onore. Anche la neutralit\u00e0 ha i suoi sacrifici.<br \/>\nIl paesaggio che attraverso \u00e8 incantevole; il lago di Lugano, dei Quattro Cantoni, Zurigo. Ma chi ha tempo e volont\u00e0 di badarci. Sembra aver perduto ogni attrattiva, assorbito anch\u2019esso dal terribile dramma umano che si prepara.<\/p>\n<p>2 agosto 1914. Domenica.<br \/>\nCelebro alle 6. Alle 7 \u00e8 la messa degli italiani. All\u2019Evangelo vado in pulpito. Ho una commozione nuova, porto il saluto della Patria lontana, le ultime parole del Vescovo morente, l\u2019augurio della pace. Pace in terra agli uomini. Poveri fratelli! Mai ho vissuto meglio in comunione di patria e di fede. Pi\u00f9 tardi, accompagnato dal parroco tedesco, fui a visitare l\u2019asilo dove si raccolgono duecento giovani italiane che lavorano nei diversi laboratori di merletti. M\u2019hanno accolto festosamente: uno dei soliti ricevimenti che le suore insegnano nei loro collegi \u2013 canto \u2013 poesia ecc. e che servono indistintamente per l\u2019onomastico della superiora, come per la venuta del Vescovo. Ma erano sincere quelle voci italiane, quegli sguardi: affettuose tutte. Ho risposto nell\u2019effusione pi\u00f9 calda del mio cuore, trattenendo a fatica le lagrime. Domani, pensavo, che ne sar\u00e0 di questo sciame allegro e buono di laboriosit\u00e0 italiana? Forse&#8230; e allontanavo il pensiero doloroso con uno sforzo che non riusciva per\u00f2 a togliermi di dosso una tristezza piena di presentimento. Alle tre, prima della benedizione, ho tenuto un altro piccolo discorso, su S. Francesco d\u2019Assisi, essendo la festa del perdono. Ho goduto nel dire di questo santo cos\u00ec italiano e mi pareva, parlando di certi episodi, che ne sorridesse anche la navata di questa severa chiesa teutonica, che non conosce le dolci pazzie dello spirito francescano.<\/p>\n<p>3 agosto 1914. Luned\u00ec.<br \/>\nQuasi tutta la giornata in ufficio del segretariato, dove ho presa sommaria visione dei registri e delle pratiche da sbrigarsi. Le notizie sono di ora in ora pi\u00f9 gravi. La dichiarazione di guerra tra Francia e Germania \u00e8 gi\u00e0 un fatto compiuto. Domani si chiudono quasi tutti gli stabilimenti. Molti operai che sono gi\u00e0 da tempo senza lavoro sono venuti in ufficio per essere rimpatriati. Nell\u2019incertezza, ho scritto al console di Zurigo perch\u00e9 mi mandi istruzioni.<\/p>\n<p>4 agosto 1914. Marted\u00ec.<br \/>\nNon ho avuto tutt\u2019oggi un momento libero. Sono stato bloccato in ufficio da una continua processione di operai che volevano notizie e schiarimenti sulla situazione che si oscura sempre pi\u00f9. La chiusura degli stabilimenti ha dato l\u2019ultimo colpo, gettando negli animi un panico che i commenti insensati aggravano. Ho distribuito \u2212 in mancanza di meglio \u2212 una quantit\u00e0 di buone parole, calmando e mostrando come non vi possa essere nulla a temere per noi italiani, avendo l\u2019Italia proclamato la neutralit\u00e0 nell\u2019immane conflitto. Verso sera mi arriva un telegramma del console il quale mi dice di prendere accordi con le ferrovie svizzere per il pronto rimpatrio. Parlo col capo stazione e ci accordiamo per un treno speciale, a Gioved\u00ec sera.<br \/>\nI giornali portano la notizia della morte di Mons. Bonomelli avvenuta ieri. Quantunque temuta di ora in ora mi colpisce dolorosamente. Anche gli operai l\u2019accolgono con un senso di visibile rincrescimento. Proprio un anno ed egli era qui in Arbon, di mezzo ai suoi figlioli che lo veneravano e rispettavano come un padre. E fu padre nella larga bont\u00e0 del suo spirito che non conosceva confini e tutti abbracciava per tutti consolare. Povero Vescovo! Qualche cosa muore in me con la sua dipartita. Oramai egli era entrato nella mia vita spirituale come il sostegno migliore e mi bastava pensarlo nei momenti pi\u00f9 inquieti perch\u00e9 subito, sotto quel venerando sguardo d\u2019illuminata bont\u00e0, l\u2019anima s\u2019acchetasse riprendendo il suo ritmo normale. Ora egli \u00e8 morto! Ma nell\u2019anima memore il ricordo affettuoso non muore, e il suo esempio mi sar\u00e0 di conforto nell\u2019ore pi\u00f9 dubbiose.<\/p>\n<p>5 agosto 1914. Mercoled\u00ec.<br \/>\nHo celebrato la Messa a suffragio di Monsignore. C\u2019era un accoramento doloroso nella voce delle giovani italiane dell\u2019asilo che per l\u2019ultima volta assistono in comune al sacrificio Divino. Questa sera partiranno. L\u2019incontro di queste due sventure non \u00e8 senza significato. Sembra che una sovrumana piet\u00e0 abbia voluto sottrarre il buon padre a questo spettacolo miserando di odio che travolge e fa piangere tanta umanit\u00e0. Avrei parlato volentieri; ma sentivo che non avrei potuto trattenere le lagrime, aggravando cos\u00ec la pena dolorosa che gi\u00e0 troppo ci attanaglia. C\u2019\u00e8 bisogno in questi momenti di fortezza per sostenere e incoraggiare. Domani piangeremo.<br \/>\nIl piccolo ufficio del segretariato ha veduto passare quasi tutta la colonia italiana. Chi domandava di partire, chi di restare, chi veniva per consiglio, chi per liberare il magro mobilio dalle unghie d\u2019un creditore spietato. Ho dovuto improvvisarmi giudice di pace, fare da console e da diplomatico. Per l\u2019occasione ho dovuto tirar fuori tutte le mie cognizioni, anche quelle che avevo appreso qua e l\u00e0 leggendo giornali e che avevo inconsciamente, quasi per abitudine, messo in un angolo della memoria, come stracci che non sarebbero mai occorsi. Erano cognizioni di procedura di diritto internazionale, di reclutamento militare, di politica. S\u00ec anche di politica, perch\u00e9 tratto tratto dovevo intrattenermi coi pi\u00f9 saputi e impersuasibili, fare un\u2019esposizione dei vari raggruppamenti politici, del posto che ha l\u2019Italia, dei suoi impegni, del significato della sua neutralit\u00e0. \u00c8 proprio vero che la necessit\u00e0 se non crea acuisce l\u2019organo, che almeno nella necessit\u00e0 d\u00e0 l\u2019inaspettato. Non credevo di saper tanto e di poter tanto. Qualche volta mi meravigliavo di me medesimo. Non sapevo di possedere certe cognizioni e d\u2019avere \u2212 io tanto timido \u2212 tanta audacia.<br \/>\nParte l\u2019asilo. Fui a salutare le giovani poco prima della partenza. Chi non piangeva aveva gi\u00e0 pianto. Ho detto due parole d\u2019addio sforzandomi d\u2019essere lieto. Ma quando fui solo, in riva al lago, ho pianto lungamente.<\/p>\n<p>6 agosto 1914. Gioved\u00ec.<br \/>\nQuesta sera si parte. E piove, una pioggia spessa, insistente, e quei poveri stracci sembrano avere anche la collera del cielo&#8230; \u2212 Ma ecco che verso le cinque il cielo si rischiara su dai monti di Preghez e il pi\u00f9 bel sole asciuga l\u2019aria, i campi, le strade, dando un colore meno triste al lago. Alle sette il viale della stazione \u00e8 pieno di italiani. Rinuncio a descrivere la scena cos\u00ec caratteristica e cos\u00ec dolorosamente italiana. Bauli colossali, involti di dove sogghigna la miseria, un riso stridulo di pianto come una maledizione alla guerra, la guerra che rigettava in patria senza piet\u00e0, senza sostegno, una turba di lavoratori che nel paese ospitale hanno portato o s\u2019erano creati una famiglia, una casa, una discreta tranquillit\u00e0 d\u2019esilio.<br \/>\nI pi\u00f9 lieti, gli unici lieti, sono i bimbi, che non hanno mai visto l\u2019Italia se non nella nostalgica parola dei genitori, e che vanno ora verso il dolce ignoto che li attrae, li avvince forse per una risonanza profonda che la patria esercita sulle anime ingenue. Ma le mamme piangono lagrime che sanno, nel presentimento misterioso della sensibilit\u00e0 materna, pi\u00f9 l\u2019angoscia dell\u2019avvenire ignoto, angosciosamente ignoto, che il distacco presente. Vanno in patria. Tornano, forse, al piccolo paese dove tante volte sono venute col pensiero memore e affettuoso e dove sognarono poter ritornare un giorno, nella letizia d\u2019una vita meno dura, di un pane pi\u00f9 abbondante, d\u2019una piccola casa, quella piccola casa, l\u00e0, sul pendio, o in riva al fiume. Ma cos\u00ec \u2212 senza pane pel domani, senza casa, senza nulla oh! cos\u00ec non \u00e8 un ritorno, \u00e8 una fuga. \u00c8 la guerra, la guerra!!! Maledetta la guerra! Ma nessuno impreca. Il momento \u00e8 troppo solenne, quasi sacro, sacro a un dolore che non ha colpa di soffrire cos\u00ec, che dell\u2019innocenza ha l\u2019aureola simpatica e confortante. Ed entrano a gruppi di famiglie entro il recinto della stazione guardata da soldati con la baionetta innestata, come se queste povere vittime della guerra avessero spiriti bellicosi. Tutti sono d\u2019una calma rassegnata, stanca, incapace di un qualsiasi movimento di ribellione&#8230; V\u2019\u00e8 un ubriaco che non vuol salire e deride la moglie che piange e lo scongiura. M\u2019avvicino, gli parlo buono, egli mi ascolta. Sento nella mia anima tutto il dolore che vedo diffuso negli sguardi, che singhiozza negli addii, che si sfoga nei baci pi\u00f9 lunghi e amorosi: e diventa un bisogno grande di bont\u00e0, affettuosa e tenera, quasi un desiderio di donazione completa. Vorrei poter baciare tutta quella sofferenza italiana e trasformarla in letizia. E dicono che la patria \u00e8 una irrealt\u00e0, una finzione ideologica! La patria \u00e8 qui nel cuore, qualche cosa di palpabile, di vero, di sacro, di eterno: \u00e8 il prolungamento di un affetto che ha un nome, mamma; di una cosa, la casa. Son tutti in treno. Dico le ultime raccomandazioni, e passo di vagone in vagone per l\u2019addio. Mani callose e adunche, mani tenere e sottili, delicate e forti, si allungano dai finestrini e mi stringono, cos\u00ec che sento passare nel mio sangue come una febbre d\u2019affettuosit\u00e0 dolorosa che deve rilucere stranamente nello sguardo, perch\u00e9 vedo che tutti mi raccolgono nell\u2019intimit\u00e0 del loro addio come un amico, come un fratello. E non li vedr\u00f2 pi\u00f9. Il treno \u00e8 pronto, un fischio, un cigolio secco come uno schianto e parte. Mille mani si protendono e fazzoletti umidi di lagrime s\u2019agitano, vessilli di miseria e di dolore, un saluto forte della folla che guarda; poi silenzio\u201d.<\/p>\n<p>Don Mazzolari chiude le sue pagine di Diario da Arbon con una considerazione che gi\u00e0 anticipa il suo cammino di \u201cobiezione di coscienza alle armi\u201d, maturata forse anche nel confronto con don Zaccaria Priori e don Giuseppe Rossi \u2013 due preti cremonesi impegnati nell\u2019Opera Bonomelli che al loro rientro in Diocesi di Cremona subiranno un processo di antipatriottismo perch\u00e9 avevano con-dannato l\u2019entrata in guerra dell\u2019Italia \u2013, oltre che con l\u2019esperienza successiva come cappellano militare: \u201cIl treno era gi\u00e0 lontano; rimanevo col fazzoletto in mano, guardando ancora lungo le ghiaie la scia di quella grande miseria che la guerra rigettava senza misericordia, e ora piangevo\u201d.<\/p>\n<p>3. \tL\u2019OPERA BONOMELLI E L\u2019IMPEGNO SOCIALE DURANTE LA PRIMA GUERRA MONDIALE<br \/>\nLe pagine di Diario di don Mazzolari mostrano come da subito i sacerdotimissionari dell\u2019Opera Bonomelli condivisero la grave situazione degli emigranti allo scoppio della Grande Guerra, inizialmente soprattutto negli Ospizi di confine. Un impegno che si intensificher\u00e0 successivamente, con l\u2019entrata in guerra dell\u2019Italia (24 maggio 1915), indirizzandosi particolarmente al rimpatrio degli emigranti prima e poi all\u2019assistenza all\u2019estero delle famiglie degli emigranti richiamati alle armi, all\u2019assistenza dei profughi nell\u2019altipiano vicentino e dei quelli delle province invase del Veneto, del Friuli-Venezia Giulia e del Trentino, all\u2019assistenza ai prigionieri di guerra e agli internati civili, alle pratiche per sussidi e pensioni di guerra, agli orfani di guerra. Per comprendere l\u2019impegno dell\u2019Opera Bonomelli durante la Grande Guerra, fondamentali sono due rapporti pubblicati dall\u2019Opera stessa, nel 1915  e nel 1919 .<br \/>\n3.1. \tIL RIMPATRIO DEGLI EMIGRANTI, LA PRIMA ATTENZIONE AI PROFUGHI (1914-1915)<br \/>\nUn primo impegno considerevole del segretariato generale, dei sacerdoti e dei segretariati dell\u2019Opera Bonomelli fu di accompagnare il rientro di oltre mezzo milione di operai italiani in Europa. Un impegno che caratterizzer\u00e0 anzitutto i Segretariati dell\u2019Opera all\u2019estero, che nel Lussemburgo, in Lorena, nel Belgio, in Germania, in Austria favorirono la riscossione e l\u2019invio agli operai, precipitosamente rimpatriati, dei salari maturati, delle rendite di infortunio, dei sussidi delle famiglie dei richiamati, l\u2019ospitalit\u00e0 negli Ospizi dell\u2019Opera, durante le tappe del loro viaggio degli operai rimpatriati dai diversi paesi europei in Italia, oltre che il reimpiego di oltre 10 mila operai emigrati italiani dispersi in Belgio e Lorena nelle industrie convertite per la fabbricazioni di armi da guerra, come pure di molte donne disoccupate a Parigi in un laboratorio per vestiti militari. I missionari bonomelliani scelsero fino all\u2019ultimo giorno, prima dell\u2019entrata dell\u2019Italia in guerra, di rimanere accanto alle famiglie e agli operai italiani. Nella relazione sono specificate le attivit\u00e0 dei diversi segretariati esteri in Lussemburgo (Esch s\/Alzette), in Germania (Amburgo, Berlino, Bochum, Costanza, Metz, Monaco), in Austria (Bregenz, Innsbruk), in Francia (Lione, Marsiglia, Nizza, Tolone, Parigi), in Svizzera (Arbon, Basilea, Bellinzona, Berna, Buchs e San Gallo-Coira, Ginevra, Grenchen, Kreuzlingen, Losanna, Lucerna, Moutier, Naters, Olten, Rorschach, St. Moritz, Sciaffusa, Uster, Vallorbe, Villeneu-ve-Montreux). A Ginevra, dall\u2019autunno del 1914 alla primavera del 1915, prester\u00e0 la sua opera, a sostegno del missionario bonomelliano P. Dosio, anche P. Giovanni Semeria , prima di diventare cappellano militare durante la prima guerra mondiale. Esemplare fu anche la dedizione di due maestre cremonesi che ad Aubou\u00e9, in Francia, non vollero fino all\u2019ultimo lasciare i 14 bambini italiani e 38 bambini francesi del loro asilo infantile . Importante fu anche il lavoro, censito nel rapporto, nei Segretariati e Ospizi di confine. A Chiasso, dove operava il missionario bonomelliano don Giuseppe Rossi, in particolare, vennero assistiti 22 mila internati espulsi dall\u2019Austria e 800 bambini figli di profughi, oltre che si inizi\u00f2 la prima ricerca dei prigionieri di guerra. Nel segretariato di Domodossola si ospitarono e rimpatriarono molti emigranti giunti da diversi Paesi europei e sprovvisti di mezzi e si assistettero molti profughi allontanati dalle zone di guerra. Nel segretariato di Iselle, grazie a una sottoscrizione del quotidiano Corriere della sera, diede alloggio a molti operai profughi e a molti soldati. Nel Segretariato di Pontebba furono ospitati molti profughi, oltre che favorire il recupero dei bagagli e delle masserizie dei numerosi operai emigranti costretti a partire precipitosamente. Anche i Segretariati diocesani dell\u2019Opera Bonomelli in Italia (Bologna, Brescia, Como, Cremona, Genova, Ivrea, Milano, Novara, Perugia, Torino, Varese, Verona, Venezia), dallo scoppio della Grande Guerra fino ai primi mesi dell\u2019entrata in guerra, furono attivi nell\u2019assistere gli emigranti rimpatriati o espulsi. Interessante notare che mons. Emilio Lombardi, gi\u00e0 segretario di mons. Bonomelli e consigliere dell\u2019Opera, a Cignone (provincia di Cremona), mise a disposizione la sua villa per ospitare 54 bambini profughi. Alla stazione di Genova, il segretariato locale assister\u00e0 emigranti, rimpatriati, profughi, soldati, prigionieri, con una particolare attenzione alle madri e alle mogli venute dall\u2019estero per rivedere i propri mariti o figli, gi\u00e0 sotto le armi o in procinto di partire o feriti: \u201cscene tristissime \u2013 si legge nel rapporto \u2013 di donne esauste, di bimbi sfiniti, di vecchie cadenti, che la sezione ha provveduto e provvede a ristorare e confortare\u201d . Dal novembre del 1914 al novembre 1915, il segretariato dell\u2019Opera Bonomelli di Genova aveva assistito 385 famiglie, 615 bambini, 1.389 emigranti profughi, 5.955 soldati ammalati, 175 marinai italiani, 58 marinai francesi, 40 marinai russi, 105 prigionieri austriaci. A Milano, il segretariato centrale dell\u2019Opera Bonomelli, fece un grande lavoro di assistenza ai rimpatriati e profughi, in particolare a favore degli espulsi, dopo la dichiarazione della guerra dell\u2019Italia all\u2019Austria. Durante il 1915 transitarono presso l\u2019Ospizio di Milano oltre 12 mila persone rimpatriate, delle 32 mila provenienti da Chiasso. A Perugia, la locale sezione ospit\u00f2 soprattutto bambini profughi di Gradisca. Il segretariato di Verona s\u2019impegn\u00f2 soprattutto nella ricerca del lavoro a tutte le donne rimpatriate: un impegno che poi si estese anche alle famiglie dei profughi, dei militari e dei richiamati, dando occupazione a oltre 1000 donne.<\/p>\n<p>3.2\tL\u2019IMPEGNO PER I PROFUGHI, PER LE FAMIGLIE DEI SOLDATI, PER GLI ORFANI (1916-1918)<br \/>\nI tempi inaspettatamente non brevi della Grande Guerra moltiplicarono gli impegni dell\u2019Opera Bonomelli soprattutto negli anni 1916-1918. Il secondo Rapporto dell\u2019Opera Bonomelli, sempre curato dal segretario Pestalozza, descrive la grande attivit\u00e0 dell\u2019Opera Bonomelli soprattutto a favore dei 25 mila connazionali rimasti in Germania e in Lussemburgo, dei profughi, dei militari e delle loro famiglie, degli orfani.<br \/>\nL\u2019attivit\u00e0 dell\u2019Opera, a livello del segretariato centrale in questi anni si divise in varie sezioni. Anzitutto un ufficio corrispondenza tenne le relazioni con oltre 150.000 italiani rimasti in Germania e nel Lussemburgo, internati in Austria con le loro famiglie in Italia, ma anche con persone che scrivevano dalla Francia, dall\u2019Austria, dall\u2019Ungheria, dalla Bulgaria, dalla Turchia e dall\u2019America. Importante fu anche il lavoro dell\u2019ufficio ricerche, che si occupava della ricerca di persone civili, di internati e di militari in Austria e Germania: un prezioso lavoro che riguard\u00f2 oltre 10 mila persone, reso possibile anche da uno zelante sacerdote di Gorizia, don Clemente Corsig, l\u2019unico rimasto in Austria. L\u2019ufficio, fino a che fu proibito l\u2019invio di denaro tra i paesi belligeranti, favor\u00ec anche le rimesse di denaro alle famiglie italiane, i cui parenti si trovavano in Germania e in Lussemburgo, ai prigionieri e agli internati. Al tempo stesso, l\u2019ufficio aiut\u00f2 gli emigranti al ritiro dei risparmi che avevano lasciato presso le banche all\u2019estero. Un servizio che l\u2019Opera Bonomelli fece negli anni 1916 e 1917 fu l\u2019invio di pacchi (con cioccolata, latte, sigari, vestiario\u2026) e di pane ai nostri prigionieri in Austria: un servizio che cess\u00f2 per mancanza di derrate alimentari.<br \/>\nDopo la disfatta di Caporetto e la ritirata delle armate italiane (24 ottobre \u2013 12 novembre 1917), importante fu il lavoro dei segretariati dell\u2019Opera Bonomelli a favore dei profughi e dei prigionieri. Il segretariato dell\u2019Opera Bonomelli di Basilea si occup\u00f2 delle ricerche dei profughi dai paesi occupati, i cui parenti risiedevano nella Svizzera, oltre che dei nostri prigionieri. Su iniziativa del segretariato dell\u2019Opera Bonomelli di Berna, il padre benedettino De Courten pot\u00e9 visitare i campi di concentramento dove erano reclusi in Austria i prigionieri italiani e denunciare la situazione drammatica in cui vivevano, contro ogni direttiva internazionale. In Francia, a Parigi, l\u2019Opera Bonomelli, in seguito ai continui bombardamenti che seminavano paura e vittime fra la popolazione operaia italiana, provvedevano a far giungere il sussidio alle famiglie e a mettere al sicuro i bambini nelle citt\u00e0 di provincia. A Lione fu grande l\u2019opera del sacerdote bonomelliano don Stefano Ravera a favore degli italiani che lavoravano nelle officine di guerra, istituendo il Foyer del soldato italiano; come interessante fu la documentazione per la celebrazione di oltre 320 matrimoni per procura dei nostri soldati al fronte, legittimando cos\u00ec 258 bambini a Lione e oltre un centinaio a Marsiglia . Delicata era la situazione in Germania, dove il missionario bonomelliano a Berlino don Arnolfo Luera, veniva internato nel campo di Konisberg e successivamente destinato al campo di concentramento di Ha-verberg, dove rimase dal maggio del 1917 a ad ottobre 1918, per poi essere trasferito nel convento dei frati francescani di Salmunster fino al 4 dicembre del 1918, quando fu liberato. Al confine della Svizzera, dal 1916 al 1918, l\u2019attivit\u00e0 dell\u2019Opera Bonomelli fu intensa, anche per la condizione di neutralit\u00e0 del Paese. In particolare, fu significativa a Chiasso l\u2019opera del sacerdote bonomelliano don Luigi Rossi a favore di 24.000 donne, anziani e bambini provenienti dai campi di concentramento d austriaci di Linz, Katzenau. Sempre a Chiasso don Giuseppe Rossi accolse i deputati trentini al parlamento di Vienna Enrico Conci (1866-1960), Alcide De Gasperi (1881-1954) e Valeriano Malfatti (1850-1931), reduci dagli stessi campi di concentramento. Intensa continu\u00f2 l\u2019attivit\u00e0 anche del segretariato di Domodossola e di Iselle a favore delle famiglie dei richiamati e dei profughi dalle zone di guerra. In Italia, l\u2019attivit\u00e0 dei segretariati dell\u2019Opera Bonomelli, negli anni 1916-1918, si concentr\u00f2 particolarmente sull\u2019accoglienza dei profughi. A Milano, l\u2019Ospizio della stazione centrale, fu costretto, soprattutto dopo Caporetto, a rafforzare le accoglienze, con la disponibilit\u00e0 anche dei locali della parrocchia e dell\u2019oratorio di S. Gioachino, arrivando, nel 1917, al numero di 24.825 e nel 1918 al numero di 36.416 fra profughi, rimpatriati, parenti di soldati feriti e ricoverati in citt\u00e0.<br \/>\n\u201cGiungevano dal Friuli invaso e dalle venete terre \u2013 si legge nella relazione \u2013 i profughi percossi, atterriti, a migliaia, come onde accavallantesi: i treni si succedevano ai treni, di giorno come di notte, e riversavano in piazza Miani le torme di fuggiaschi coi loro miseri bagagli, mal coperte, affamate, piangenti la perdita, lungo la via dolorosa, di membri della loro famiglia, con negli occhi ancora le immagini delle scene di spavento e di desolazione, che avevano accompagnato il loro tristissimo esilio\u201d . Un lavoro importante fu quello del \u201cBollettino dei profughi\u201d, un bisettimanale che costituiva una sorta di censimento di tutte le persone accolte, con i luoghi di provenienza e di destinazione, per permettere di individuare facilmente le persone e le rispettive famiglie. Si arriv\u00f2, tra il 1917 e il 1918, a censire oltre 600 mila nomi di profughi, diventando il pi\u00f9 importante schedario italiano. Anche nelle altre citt\u00e0 dove operavano segretariati sociali dell\u2019Opera si attiv\u00f2 l\u2019accoglienza dei profughi: nell\u2019ospizio di Bergamo furono ospitati 200 profughi; a Brescia come a Como, a Genova, a Firenze fu imponente il lavoro a favore dei profughi che transitavano dalle stazioni ferroviarie, in collaborazione con la Croce Rossa italiana e americana, soprattutto dopo la disfatta di Caporetto. L\u2019Opera Bonomelli di Genova fu chiamata, poi, al termine del conflitto mondiale, ad accogliere 170 mila soldati feriti che rientravano dai campi di prigionia austriaci. Il segretariato sociale dell\u2019Opera Bonomelli di Perugia nel 1916 fu impegnato nell\u2019accoglienza dei profughi di Gradisca, successivamente dei profughi delle terre venete, come anche i segretariati di Pinerolo, Ivrea, Torino, Vercelli. Intensa fu l\u2019attivit\u00e0 del segretariato dell\u2019Opera Bonomelli di Vicenza e del patronato dei profughi vicentini, soprattutto in riferimento all\u2019accoglienza di 80 mila persone, ma anche per l\u2019accoglienza dei numerosi profughi a Treviso, dove operarono P. Giovanni Semeria e P. Giovanni Minozzi . I profughi furono accolti alle quattro porte della citt\u00e0, registrati, assistiti e poi inviati a Chioggia e da l\u00ec a Ferrara e Bologna. L\u2019Opera Bonomelli negli anni 1917 e 1918, grazie agli aiuti inviati dalla Colonia italiana di Buenos Aires, non manc\u00f2 anche di sostenere i profughi sparsi in tutta Italia: ad Avellino, a Benevento, a Campobasso, a Teramo, ad Aquila, come anche nelle altre diverse citt\u00e0 delle Marche, del Lazio e della Sicilia. <\/p>\n<p>3.3. \tLE CASE DELL\u2019OPERAIO<br \/>\nUn\u2019interessante iniziativa, durante gli anni della Grande Guerra, fu quella promossa dall\u2019Opera Bonomelli a favore di oltre 65 mila operai militarizzati, provenienti in particolare dal Sud, dislocati in prevalenza tra l\u2019Adige e il Brenta, nelle zone della prima e della terza Armata, e successivamente anche della quarta, per realizzare le opere di difesa. Si tratta delle Case dell\u2019operaio, nate per un\u2019adeguata assistenza morale e materiale dei numerosi operai attraverso un segretariato sociale. Complessivamente furono 17 le case realizzate: a Vicenza, Verona, Schio, Rovereto, S. Caterina di Tretto, Recoaro, Fongara, Polegge, Bertesina, S. Agostino, S. Giovanni Ilarione, Selva di Progno, S. Pietro di Lavagno, Valstagna, Cervignano, Villa Vicentina, Sagrado.<\/p>\n<p>4. \tCONCLUSIONE<br \/>\nCome testimoniano le relazioni, l\u2019Opera Bonomelli durante la Grande Guerra fu protagonista di una grande azione, nei segretariati sociali in Italia e in Europa, a favore degli emigranti rientrati per il servizio di leva, le loro famiglie, gli orfani, gli internati nei campi, i profughi, soprattutto dopo la disfatta di Caporetto. Di oltre un milione di profughi, soprattutto dopo la disfatta di caporetto, almeno la met\u00e0 troveranno un\u2019attenzione diretta dei Segretariati sociali dell\u2019Opera Bonomelli nelle stazioni e nelle citt\u00e0 italiane, con l\u2019attenzione anche all\u2019accoglienza dei profughi, soprattutto nelle citt\u00e0 del Centro e del Sud Italia. Un\u2019azione ordinata, intelligente, attenta anche a non disperdere un patrimonio importante di relazioni e di azioni sociali anche in terra di emigrazione, con il contributo straordinario dei suoi 40 missionari. Con il suo impegno sociale durante la Grande Guerra, l\u2019Opera Bonomelli da una parte avvicin\u00f2 di fatto la Chiesa e lo Stato, ancora distanti per il perdurare della Questione romana, ma anche del Non expedit. Al tempo stesso l\u2019Opera Bonomelli, consapevole del dramma degli emigranti espulsi dai Paesi belligeranti, ritornati alla povert\u00e0 dopo anni di lavoro, inizialmente favor\u00ec la corrente non interventista e, dall\u2019altra, un lavoro di tutela dei diritti degli emigranti, che fu un patrimonio sociale, giuridico e sindacale importante alla fine della Guerra e alla ripresa delle migrazioni italiane.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>1. 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