{"id":4242,"date":"2019-07-07T18:31:48","date_gmt":"2019-07-07T16:31:48","guid":{"rendered":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/?p=4242"},"modified":"2020-10-06T18:20:00","modified_gmt":"2020-10-06T16:20:00","slug":"popolare-con-stranieri-colonizzazione-interna-nel-settecento-sabaudo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/2019\/07\/popolare-con-stranieri-colonizzazione-interna-nel-settecento-sabaudo\/","title":{"rendered":"POPOLARE CON STRANIERI.  COLONIZZAZIONE INTERNA NEL SETTECENTO SABAUDO"},"content":{"rendered":"<p>1. \tINTRODUZIONE<br \/>\nNel 1728 arriva sulla scrivania di Ercole Tommaso Ro\u00e8ro, marchese di Cortanze e vicer\u00e9 di Sardegna dal 1727 al 1731, la relazione di alcuni non meglio specificati \u201ccommissari del regno\u201d . Il documento offre un quadro sommario della consistenza demografica del dominio ultramarino sabaudo. Nell\u2019isola si contano 82.314 nuclei familiari, composti da 154.206 uomini e 155.788 donne, per un totale di 309.994 abitanti. Cagliari, la principale citt\u00e0 del regno, conta poco meno di 17.000 anime, seguita da Sassari (137.00) e da Oristano (4.646), Alghero (4.583), Iglesias (6.063), Bosa (3.883), Castel Aragonese (1.616) .<br \/>\nI circa 24.000 chilometri quadrati da cui \u00e8 formata l\u2019isola sono dunque largamente spopolati. Le aree spoglie d\u2019uomini che potrebbero ospitare nuove colonie sono numerose, ma in massima parte esse sono di pertinenza feudale e il governo non vi pu\u00f2 intervenire direttamente. In pi\u00f9, i maggiori feudatari risiedono in Spagna e forzare loro la mano potrebbe avere conseguenze negative nelle relazioni con Filippo V. La via maestra per affrontare un simile problema \u2013 suggerisce la memoria \u2013 \u00e8 riscattare i feudi, pagando un indennizzo ai feudatari. L\u2019operazione avrebbe un costo ingente per le casse dello Stato, che si potrebbe per\u00f2 recuperare con la vendita delle terre riscattate. Anche la verifica puntuale dei titoli feudali, nel caso in cui dovesse far emergere difetti di legittimit\u00e0 da parte dei concessionari, potrebbe ulteriormente alleggerire il peso del riscatto. Una volta riportati i feudi sotto la Corona, si potrebbe realizzare con relativa agilit\u00e0 un piano generale di popolamento dell\u2019isola .<br \/>\nIl documento appena citato mostra come, fin dai primi anni di governo della Sardegna, i funzionari subalpini individuassero nell\u2019intreccio di feudalesimo e sottopopolamento il nodo da scio-gliere per promuovere lo sviluppo del possedimento insulare. Come nelle altre cancellerie europee del XVIII secolo, anche a Torino e Cagliari la forza demografica \u00e8 considerata un fattore decisivo per non restare schiacciati dall\u2019aggressiva concorrenza degli altri Stati. Una competizione nella quale ogni cancelleria imita ci\u00f2 che di buono fanno le altre, spesso indicando esplicitamente le politiche straniere come modello da seguire. L\u2019approccio \u00e8 empirico e non \u201cintellettuale\u201d, perch\u00e9 i mercantilisti che assistono i sovrani sono soprattutto statisti e uomini d\u2019affari interessati a comprendere i meccanismi che governano l\u2019economia del proprio Paese. La loro prospettiva \u00e8 nazionale  e concepisce il corpo territoriale dello Stato come strumento essenziale di potenza: ne va per questo definito il pi\u00f9 razionalmente possibile il profilo frontaliero, debbono esserne riformate le gerarchie territoriali interne; occorre promuovervi lo sviluppo agricolo con la bonifica idraulica, l\u2019attivit\u00e0 manifatturiera, riattandovi strade e ponti e potenziando i porti. Prima di tutto il territorio deve essere abitato, il pi\u00f9 densamente possibile.<br \/>\nQuesto saggio offre una prima ricostruzione del dibattito che precedette e accompagn\u00f2 la colonizzazione interna del regno di Sardegna. Fonte privilegiata del lavoro sono le relazioni prodotte dai funzionari governativi per studiare l\u2019isola e i progetti di colonizzazione con cui si procedette alla formazione di colonie di popolamento nelle diverse aree del regno, nell\u2019intento di integrare la grande isola mediterranea nel disegno di potenza perseguito da casa Savoia nel XVIII secolo.<\/p>\n<p>2. \tSTRUMENTI D\u2019INDAGINE E NORMATIVI<br \/>\nLa guerra di successione spagnola si era chiusa col trattato di Utrecht, il quale aveva riordinato e sigillato la frontiera occidentale del ducato sabaudo con la Francia. La monarchia poteva ora occuparsi con pi\u00f9 attenzione alle frontiere orientale e meridionale dello Stato e della nuova grande riviera marina al centro del Mediterraneo acquisita nel 1720. L\u2019isola, sostanzialmente sconosciuta a Torino, era stretta tra malaria, corsa barbaresca e codice della vendetta. A corte ci si rese presto conto che si sarebbe dovuto affrontare una diffusa cultura giuridica contrattualistica di marca catalana e un sistema di valori di impronta castigliana. Bisognava insomma addomesticare un ambiente estraneo e segnato nelle aree rurali da un\u2019agricoltura sostanzialmente primitiva e una pastorizia errabonda; sulle coste, da ibridazioni capaci di vaporizzare la legalit\u00e0 statale, consegnando l\u2019isola a quel Mediterraneo transnazionale rimesso recentemente al centro della riflessione storiografica .<br \/>\nUna memoria, non datata n\u00e9 firmata, ma compilata verosimilmente negli anni 1730 a Cagliari dall\u2019Intendenza Generale, fornisce una delle prime e pi\u00f9 organiche diagnosi dei problemi del Paese, \u201cper la met\u00e0 almeno incolto e spopolato\u201d, individuando nella \u201cimpresa dell\u2019introduzione della popolazione [\u2026] uno dei mezzi pi\u00f9 principali dell\u2019introduzione del commercio\u201d . Il rapporto di causa\/effetto tra scarsit\u00e0 di uomini e assenza di attivit\u00e0 commerciale \u00e8 dunque stretto ed \u00e8 aggravato dal fatto che gli isolani sono tutti impiegati in agricoltura e non hanno modo di dedicarsi ad altro. \u201cL\u2019aumento dei popoli\u201d \u00e8 insomma la via maestra verso il rilancio commerciale e verso il ripristino della \u201cantica immensa popolazione [di cui] si legge ne\u2019 suoi istoriografi\u201d .<br \/>\nEcco dunque come l\u2019estensore del documento invita a procedere. Il re di Sardegna potrebbe rinnovare le norme in tema di colonizzazione promulgate dai sovrani catalani e spagnoli. Tra tutte quella con cui Alfonso V d\u2019Aragona aveva imposto ai feudatari forestieri di risiedere nei possedimenti loro concessi nell\u2019isola. Oppure la concessione, disposta sempre da Alfonso, di vantaggiose franchigie fiscali ai mercanti forestieri che si fossero stabiliti nelle citt\u00e0 regie. Secondo il memorialista, questi provvedimenti ebbero l\u2019effetto di accrescere il numero di abitanti delle citt\u00e0, attirandovi, oltre che feudatari e loro famiglie, mercanti genovesi, livornesi, siciliani, napoletani e francesi. Con un editto generale il re sardo dovrebbe allora rinnovare le franchigie per i mercanti forestieri che \u201cdopo la residenza d\u2019un decennio avranno gi\u00e0 dati profitti al regio patrimonio con loro negozj e col pagamento de\u2019 diritti della dogana [\u2026] e dimostreranno con sufficienti segni l\u2019animo di voler [\u2026] domiciliarsi nel regno\u201d .<br \/>\nPer ripopolare gli entroterra rurali, la relazione propone una soluzione diversa dal riscatto feudale vagheggiato in un primo tempo, la cui impraticabilit\u00e0 non ha evidentemente tardato a ma-nifestarsi. Molto meglio che il sovrano ripopoli i territori che egli controlla direttamente. Sar\u00e0 utile a tal fine riproporre la carta reale promulgata nel 1686 da Carlo II d\u2019Asburgo per attrarre in terra regia vassalli \u201cnaturali\u201d del regno. In et\u00e0 spagnola il colono ideale era infatti un cattolico, non sposato, privo di beni immobili e di domicilio indipendente; insomma uno scapolo senza prospettive che avrebbe potuto riscattarsi trasferendosi nelle nuove colonie.<br \/>\nMa per Carlo Emanuele III il colono ideale \u00e8 quello straniero, possibilmente agricoltore, mercante o artigiano: l\u2019editto del suo predecessore deve allora essere modificato cos\u00ec che anche i forestieri desiderosi di trasferirsi in Sardegna possano godere dei benefici che esso concede. Mescolandosi con gli stranieri \u201cli regnicoli impareranno pi\u00f9 facilmente le arti ed industrie de\u2019 forastieri, e vice versa questi la coltura de terreni e qualche altra singola industria de\u2019 regnicoli\u201d. Lo stanziamento di tanti coloni aumenter\u00e0 la sicurezza nelle \u201cimmensit\u00e0 di territorj spopolati\u201d che finora hanno dato rifugio ai malviventi, sottraendoli \u201cdal gastigo de\u2019 crimini commessi\u201d. Prender\u00e0 cos\u00ec forma in Sardegna la \u201csociet\u00e0 civile, dalla quale deriveranno molti vantaggi riguardanti il ben pubblico\u201d.<br \/>\nA Torino il Consiglio supremo di Sardegna non concorda con questa impostazione, ritenendo che le nuove colonie di popolamento debbano in tutti i casi essere aperte solo ai forestieri . Del resto, questo indirizzo era stato formalmente espresso dallo stesso sovrano nella carta reale del\u201911 gennaio 1737 . In un parere di quello stesso anno, il Consiglio di Sardegna aveva poi rinnovato le sue perplessit\u00e0 circa l\u2019impiego di indigeni (anche limitatamente all\u2019entroterra) e chiesto al sovrano di esplicitare nuovamente i propri desiderata in proposito.<br \/>\nIn questo quadro ha luogo la fondazione di Carloforte . La nuova cittadina, primo frutto della politica demografica sabauda, \u00e8 coerente con l\u2019unico punto sul quale c\u2019\u00e8 completo consenso sia a Cagliari che a Torino, cio\u00e8 l\u2019impiego esclusivo di stranieri per le colonizzazioni costiere, per le ragioni ribadite negli accordi firmati da Intendenza Generale e marchese Bernardino Genovese per l\u2019infeudazione della nuova cittadina .<br \/>\nC\u2019\u00e8 incertezza invece su quale sia la strategia migliore per il popolamento delle regioni interne di pertinenza regia che sono peraltro largamente sconosciute. Si cerca allora di provvedere. Negli anni 1740 l\u2019Intendente Generale conte Cordara di Calamandrana, accompagnato dagli ingegneri Craveri e Oselia, compie un viaggio ispettivo attraverso l\u2019isola. Il risultato \u00e8 un resoconto dettagliato delle terre regie passibili di ripopolamento . Nel 1751 il vicer\u00e9 Manuel de Valguenera ordina un nuovo censimento. La popolazione viene classificata per sesso e comunit\u00e0 di residenza. Di ogni villaggio \u00e8 indicato il distretto territoriale di appartenenza, la diocesi e il feudatario cui \u00e8 sottoposto. Il quadro demografico e fiscale \u00e8 corredato da una vera e propria mappa feudale del regno, con una sezione finale dedicata alle citt\u00e0 regie . Quattro anni dopo, Carlo Emanuele III fa sottoporre un questionario a Giambattista Pellegrino Alfieri, zio e tutore del celebre poeta Vittorio, che negli ambienti di governo \u00e8 considerato uno dei massimi conoscitori della Sardegna, \u201cfra tutte le persone che sono andate per il regio servigio\u201d . Non \u00e8 tutto: a Torino si studiano anche le politiche di incremento demografico adottate in altri tempi e\/o da altre cancellerie, come legislazione d\u2019et\u00e0 asburgica per la Sardegna e la carta di popolamento che nel 1743 le autorit\u00e0 prussiane adottano per incentivare la formazione di colonie greco-ortodosse nella Slesia appena strappata all\u2019Austria. L\u2019elemento saliente di quel provvedimento era la concessione ai greci di una piena libert\u00e0 di culto . Libert\u00e0 che anche Carlo Emanuele III sembra orientato a concedere alle migliaia di greco-ortodossi della Maina disposti a trasferirsi nell\u2019isola. Un progetto di grande ambizione che per\u00f2 fallisce a causa della resistenza opposta dai vescovi sardi e da papa Benedetto XIV . Forse anche in virt\u00f9 di una simile esperienza, il governo sardo escluder\u00e0 puntualmente Roma dalla delicata trattativa che nei primi anni \u201850 porter\u00e0 alla tracciatura della frontiera con la repubblica calvinista di Ginevra, in base a un accordo nel quale sar\u00e0 decisiva la propensione sabauda a riconoscere una moderata e temporanea tolleranza religiosa .<\/p>\n<p>3. \tNOBILT\u00c0 IN CAMBIO DI COLONIE<br \/>\nGli studi condotti in archivio, le missioni esplorative e il confronto con altre esperienze europee forniscono la piattaforma conoscitiva di base per la definizione di una pi\u00f9 chiara linea d\u2019azione per il ripopolamento dell\u2019isola. I nuovi borghi saranno edificati su terre regie spopolate, ma non sar\u00e0 il governo a farsi carico del loro stabilimento. Le aree da popolare verranno infeudate e ai concessionari sar\u00e0 fatto obbligo di introdurre \u201cla popolazione per mezzo di persone forastiere, con decorare tali feudi con titolo di marchesado o contado\u201d . In cambio i nuovi feudatari godranno di un titolo di nobilt\u00e0 proporzionato alla dimensione della colonia progettata, i redditi demaniali percepiti dal fisco prima della concessione e l\u2019amministrazione della giustizia.<br \/>\nDunque, nonostante le perplessit\u00e0 espresse da alcuni alti funzionari, il governo conferma la volont\u00e0 di stanziare solo forestieri, sia nelle colonie costiere che in quelle d\u2019entroterra. Sar\u00e0 compito dei feudatari reperire quanti pi\u00f9 stranieri possibile, mentre vicer\u00e9 e Intendente Generale dovranno convincere i facoltosi del regno o esteri a investire nel ripopolamento della Sardegna .<br \/>\nNella memoria del 1728, citata in apertura di questo saggio, l\u2019anonimo estensore riteneva che nessun sardo avrebbe offerto colonie in cambio di nobilt\u00e0, perch\u00e9 gli isolani \u201cnon abbondano molto di danaro, oppure amano pi\u00f9 tosto impiegarlo in censi al\u20198% [\u2026]\u201d . Ma non appena il programma demografico sabaudo viene pubblicizzato simili previsioni trovano puntuale smentita. Sul tavolo del governo arrivano infatti le proposte di Ferdinando Amat, barone di Sorso, che vorrebbe insediare nei suoi feudi una cittadina abitata da maltesi, in cambio del titolo di duca per s\u00e9 e di marchese per i primogeniti della sua casata . Maltesi sono i coloni ingaggiati anche dal cagliaritano Salvatore Lostia per ripopolare la colonia indigena di Santa Sofia nel Sarcidano . Sardo \u00e8 anche Bernardino della Guardia, il fondatore della tabarchina Carloforte , cos\u00ec come Antonio Todde, che a met\u00e0 secolo, prima coordina per conto del governo la distribuzione delle terre al villaggio greco di Montresta, poi le acquista in feudo . Nel 1771, si fa avanti anche Michele Pes di Tempio per promuovere uno dei primi tentativi di urbanizzazione di Longone (oggi Santa Teresa di Gallura) .<br \/>\nIn seno alla societ\u00e0 isolana del Settecento non mancano dunque i cognomi che, nel tentativo di dare corpo alla propria grandezza familiare, cercano e trovano un coordinamento stretto coi di-segni del trono. Tuttavia, la monarchia non rinuncia ad accogliere le proposte che arrivano anche dall\u2019estero. Come in Russia, negli Stati Uniti e nella gran parte dei Paesi europei, anche a Torino e Cagliari si ingaggiano forestieri per l\u2019esplorazione, la conquista e la colonizzazione dei territori interni .<br \/>\nLa burocrazia regia deve discutere dunque del progetto spedito nel 1750 dal marsigliese Jean Guerin, ellenista con importati aderenze alla corte di Francia, il quale vorrebbe formare colonie miste greco-sarde . Francesi sono anche i fratelli Giuseppe Gioacchino e Antonio Felice Velixandre, ai quali il 20 gennaio 1768 viene infeudata una parte dell\u2019Asinara, perch\u00e9 i due la popolino di stranieri . Ci sono poi il maltese Salvatore Vella, che negli anni 1750 tratta per la formazione di borghi con suoi conterranei ; i greci Elia Cassara e Antonio Barozzi, che progettano cittadine di culto ortodosso; i liguri tabarchini Agostino Fico e Giovanni Porcile ; il colonnello corso Matra; il veneziano Pietro Smecchia e, da Gerusalemme, Giovanni Jagrat, che con due progetti distinti propongono entrambi lo stanziamento di sudditi ottomani di fede cattolica .<br \/>\nLa compagine di imprenditori del popolamento \u00e8 dunque eterogenea: ne fanno parte sia \u201cnaturali\u201d che forestieri, sia aristocratici che \u201cmezzani\u201d, sia individui che gi\u00e0 possiedono un feudo e altri che cercano di ottenerne uno. Ad accomunarli \u00e8 l\u2019interesse per i vantaggi personali e famigliari che potrebbero trarre dall\u2019impresa. Il governo ha stabilito una procedura piuttosto chiara alla quale ciascun progettante deve attenersi. Per prima cosa il candidato deve trasmettere al sovrano il proprio progetto di colonia, precisando quale sia l\u2019area da colonizzare e con quali coloni. Nel caso in cui Torino reputi interessante la proposta, il progettante ne concorda i dettagli con l\u2019Intendente Generale a Cagliari. In questa fase viene definita l\u2019entit\u00e0 del sostegno economico che la corona garantir\u00e0 all\u2019impresa e si stabiliscono diritti e doveri del concessionario in pectore, le franchigie fiscali e l\u2019estensione del territorio concesso. Superato con successo anche questo secondo passaggio, il proponente dovr\u00e0 concordare con i coloni le condizioni del loro stanziamento nell\u2019isola. Anche quest\u2019ultimo accordo dovr\u00e0 essere approvato dall\u2019Intendente Generale, che lo valuta insieme alle pi\u00f9 alte magistrature del regno.<\/p>\n<p>4. \tCOLONIE SARDE, COLONI FORESTIERI<br \/>\nLa notizia della disponibilit\u00e0 di terra e franchigie in Sardegna si diffonde rapidamente nel Mediterraneo e suscita interesse soprattutto negli ambienti delle grandi diaspore mediterranee. La Sardegna appare come un\u2019opportunit\u00e0 ai tanti che hanno dovuto lasciare la propria terra a causa di conflitti, occupazioni, espulsioni. La dispersione della colonia ligure di Tabarca \u00e8 uno degli effetti collaterali dell\u2019arretramento spagnolo nel Mediterraneo. Senza pi\u00f9 il suo storico protettore Genova non \u00e8 pi\u00f9 in grado di conservare i tradizionali avamposti lungo la linea di faglia tra cristianesimo e Islam. L\u2019isola dei Lomellini viene dunque progressivamente evacuata e gli esuli assorbiti dai popolamenti promossi nella Sardegna di Carlo Emanuele III (Carloforte e Calasetta) e nella Spagna di Carlo III (Nueva Tabarca) .<br \/>\nL\u2019attenzione per le terre sarde si accende anche nelle comunit\u00e0 cristiane di Levante. Sono migliaia i greci disposti a lasciare la Maina per tentare la sorte all\u2019ombra del sovrano subalpino. La fede ortodossa \u00e8 certo una complicazione, perch\u00e9 non tutti i coloni sono disposti a fare professione di fede al pontefice, come preteso dai vescovi cattolici. Ma sono difficolt\u00e0 che altrove non hanno impedito alla diaspora greca di dispiegarsi e percorrere l\u2019intero bacino mediterraneo, connettendone i porti e le piazze commerciali ai mercati Nord europei e atlantici . Nell\u2019Adriatico i greci si sono sostituiti a Venezia nella mediazione tra Ottomano e paesi cristiani ; nella Crimea del secondo Settecento garantiranno ai russi le competenze marittime che proietteranno l\u2019impero zarista verso i mercati occidentali ; a Minorca sono uno dei pi\u00f9 stabili sostegni all\u2019espansione militare e commerciale britannica nel Mediterraneo; ovunque alimentano manifatture e commerci, ma investono talvolta anche in miniere , saline  e tonnare. Di questa dispersione espansiva sono parte integrante anche i greci che nel secondo Seicento prendono dimora nella costa centro-occidentale della Corsica. Nel Settecento la loro fiorente cittadina Paomia viene distrutta, perch\u00e9 nella rivolta corsa anti-genovese i greci si schierano a difesa della Repubblica . Minacciati dai loro conterranei alcuni tra questi partecipano alla fondazione di Montresta in Sardegna .<br \/>\nInsieme ai greci arrivano nell\u2019isola sabauda anche gli esponenti della diaspora maltese. Il Mediterraneo considera questi isolani degli ottimi agricoltori e ne apprezza specialmente l\u2019abilit\u00e0 nella coltivazione e lavorazione del cotone . Essendo cattolici, i maltesi si installano negli spazi imperiali spagnoli e nei porti di Francia molto pi\u00f9 agilmente dei greci, sia ortodossi che cattolici di rito orientale . Anche in Sardegna i maltesi godono di ottima fama e sono dunque diversi i progetti pensati per favorirne lo stanziamento. Tutta la storiografia sarda ha sempre indicato nel borgo di Santa Sofia di Sarcidano, edificato da Salvatore Lostia, una fondazione maltese. In realt\u00e0, trattandosi di un villaggio sorto come presidio di un\u2019area interna dell\u2019isola, le condizioni di infeudazione avevano autorizzato Lostia a popolarlo con gente del luogo. Tuttavia, il duca era riuscito ad attrarvi quasi esclusivamente sbandati, evasori fiscali e criminali; gente che, non appena concluso il periodo di franchigia, era scomparsa negli stessi boschi dai quali era emersa, senza nemmeno restituire i prestiti ricevuti. Per evitare il fallimento dell\u2019insediamento, l\u2019Intendente Generale propone allora di assegnare il villaggio alle circa trenta famiglie ottomane di culto cattolico che, il 2 novembre 1776, per tramite di Giovanni Jagrat nativo di Gerusalemme, hanno chiesto di essere accolte in Sardegna. Insieme ai greci di Montresta, questi sono gli unici stranieri che si cerca di collocare nell\u2019interno dell\u2019isola. Si tratta di eccezioni, perch\u00e9 in seguito ad alcune traumatiche esperienze il re accetter\u00e0 i suggerimenti dell\u2019Intendenza Generale, autorizzando l\u2019impiego di isolani celibi per le colonie d\u2019entroterra .<br \/>\nSi consolida cos\u00ec la pratica che riserva ai forestieri le coste, spazio granulare di frontiera che il governo desidera ordinare e controllare pi\u00f9 efficacemente. A Nord, in Gallura, l\u2019occupazione delle isole intermedie di Caprera, Spargi e La Maddalena, rivendicate da Genova, fa da cornice a un\u2019azione diretta a tracciare un limite invalicabile tra Sardegna e Corsica, installando sulle coste insediamenti compatti, da sviluppare intorno a chiese parrocchiali affidate a preti sardi. Si cerca cos\u00ec di mettere fine alle continue transumanze spirituali dei corsi di Gallura, che ogni anno si trasferiscono a Bonifacio per comunicarsi, farsi battezzare e sposare . Merci e persone circolano dunque liberamente e con essi anche agenti, spie, banditi sardi, genovesi e francesi . I possessori corsi di terre sarde debbono dunque decidere: o giurare fedelt\u00e0 al re di Sardegna o andarsene. Dall\u2019appaesamento dei corsi, dei quali il governo si fida poco o nulla, nasceranno i borghi di Santa Teresa di Gallura, Palau, La Maddalena. Riempire la frontiera di colonie forestiere \u00e8 una soluzione che lo Stato sabaudo non adotta solo nelle sue isole: a ripopolare dal 1770 la cittadina di nuova fondazione Carouge sono soprattutto forestieri e dissidenti religiosi, come i valdesi, che altrove hanno avuto (e avranno anche in futuro ) un rapporto piuttosto complicato con la corona sabauda . Proprio quello Stato affida loro il compito di chiudere la frontiera che separa il cattolicesimo sabaudo dal calvinismo ginevrino.<\/p>\n<p>5. \tVERSO UNA NUOVA GEOGRAFIA MORALE<br \/>\nGi\u00e0 da met\u00e0 Settecento i funzionari sabaudi iniziano a leggere la Sardegna (e con essa tutto il Sud Europa) attraverso filtri interpretativi di matrice montesquieuiana . Negli ambienti governativi anche i pi\u00f9 alti funzionari di origine sarda, come il fondatore del Censorato Generale Giuseppe Cossu, mostrano di conoscere bene la lezione di Antonio Genovesi, specie il suo decalogo sulle \u201ccause che cagionano la decadenza delle popolazioni\u201d .<br \/>\nTuttavia, per tutta la seconda met\u00e0 del secolo, la politica demografica resta pragmaticamente agganciata a quanto si verifica sul campo. L\u2019adozione di sudditi forestieri non dipende, come spesso ha sostenuto la storiografia sarda, da un pregiudizio negativo nei confronti degli isolani. Certo, le censure ci sono e sono destinate a crescere col tempo, anche in virt\u00f9 delle resistenze che settori rilevanti della societ\u00e0 sarda oppongono ai disegni governativi. Tuttavia, i pregiudizi piemontesi non sono diretti ai soli sardi. Torino diffida di tutte le genti che la stessa Corte chiama a popolare l\u2019isola: pessimo \u00e8 il giudizio sui greco-corsi, considerati infidi e insolenti; dei corsi si dice che agiscano come banditi e contrabbandieri; dei tabarchini che sono pigri. Ma la necessit\u00e0 di riempire di uomini la Sardegna e potenziare lo Stato \u00e8 pi\u00f9 forte dei pregiudizi e dei luoghi comuni. \u00c8 necessario attirare quanta pi\u00f9 gente possibile e ricollocare quella che gi\u00e0 abita l\u2019isola in modo razionale, perch\u00e9 un regno pi\u00f9 popoloso, presidiato e sicuro sar\u00e0 anche meglio coltivato, capace di sviluppare manifatture, esportare e spingere all\u2019attivo la bilancia commerciale.<br \/>\nPi\u00f9 che l\u2019emergente pregiudizio eurocentrico e anti-meridionale \u00e8 la lezione del riformismo duosiciliano e del cameralismo tedesco a ispirare le politiche di colonizzazione sabauda. Un inse-gnamento che mette al centro dell\u2019agenda governativa il rapporto di causa\/effetto tra struttura insediativa e floridezza del sistema economico \u201cnazionale\u201d, chiedendo al sovrano di farsi garante del miglior equilibrio territoriale possibile, attraverso una ripartizione omogenea della popolazione e il bilanciamento demico tra citt\u00e0 e contado, ovvero tra luoghi di produzione e di consumo .<br \/>\nPer queste ragioni non si fonda una colonia con la \u201cspopolazione o detrimento di altre ville\u201d ripetendo il fatale errore commesso dalla Spagna che, scrivono i funzionari sabaudi, \u00e8 \u201cormai spo-polata dalle continue trasmigrazioni de\u2019 suoi nativi alle Indie\u201d . Solo con coloni forestieri si aumenta la popolazione nazionale senza indebolire la rete insediativa gi\u00e0 esistente. Qualora poi i nuovi arrivati siano anche buoni agricoltori, mercanti, artigiani o marinai, essi potranno contribuire anche al riscatto economico del regno. Ma in prima battuta, non \u00e8 cos\u00ec importante che essi siano moralmente irreprensibili, \u201cculti\u201d e \u201cpoliti\u201d. La fiducia che ispira i riformatori sardo-piemontesi li ha persuasi che sia possibile mutare il bandito corso, l\u2019ex nemico greco, l\u2019ambiguo tabarchino e il pastore sardo in sudditi fedeli e produttivi; persino i \u201cfilibustieri stabiliti nell\u2019Isola di Madagascar\u201d potrebbero essere invitati a stanziarsi nei porti sardi cos\u00ec da profittare del \u201ccommercio che in essi quella gente avrebbe introdotto\u201d .<br \/>\nSolo col tempo, la colonizzazione, da progetto di incremento demografico, tende a trasformarsi in riforma della geografia morale del corpo territoriale statale. Aumentare la popolazione resta l\u2019obiettivo primario, ma sullo sfondo emerge con crescente nitidezza il proposito di impiantare nel regno di Sardegna un\u2019agricoltura modellata sullo standard dei Paesi pi\u00f9 avanzati. Ecco perch\u00e9 ai maniotti ortodossi disponibili a trasferirsi nell\u2019isola \u00e8 fatto \u201cobbligo preciso ed indispensabile di ridurre almeno la vigesima parte [della terra loro assegnata] in vigna [&#8230;] riservandosi il resto per seminarvi\u201d. La colonia ortodossa dovr\u00e0 inoltre ospitare \u201cfabbricatori di seta, corami, polvere, tabacco e de bastimenti, con altri artefici\u201d . I maltesi originari di Casal Furnaro, proposti nel 1751 dal barone di Sorso, dovranno essere \u201cgente atta a lavorare la campagna, seminando molte specie d\u2019effetti che non furono mai in uso in questo regno, come sono cotone, tumenia (grano timilia), giuggiulena (sesamo orientale), erba di cenere, canne di zucchero, caminu agro e dolce\u201d e gelsi mori per la produzione della seta, che verr\u00e0 lavorata da tecnici appositamente ingaggiati . Ancora: uno dei primi obiettivi per cui la Corona concede ai fratelli Velixandre l\u2019isola dell\u2019Asinara \u00e8 appunto \u201cl\u2019inesto e piantamento degli olivari, giacch\u00e9 la moltitudine degli olivastri selvaggi nati e cresciuti in quell\u2019isola ne indica e fa sperare la riuscita\u201d .<br \/>\nAgli occhi del sovrano i forestieri non sono moralmente superiori ai sardi, ma pi\u00f9 di loro sembrano capaci di piantare nel cuore dello Stato sementi esotiche, tecniche agricole innovative, commerci e manifatture e di trasmettere agli indigeni le consapevolezze, le prospettive e i valori che hanno fatto la fortuna soprattutto dei paesi nord europei. Da parte loro, gli imprenditori e i coloni che rispondono all\u2019appello sovrano sono mossi dal desiderio di promuovere il proprio benessere, ma la loro presenza innesca una circolazione di valori che alla lunga incide nelle coscienze e negli immaginari collettivi, a tutti i livelli della scala sociale.<br \/>\nLa burocrazia si \u00e8 mossa col proposito di aumentare la popolazione nazionale, ma ha attivato meccanismi che conducono alla autocolonizzazione. Come in un arendtiano effetto boomerang , nel tentativo di afferrare e stringere uno spazio sfuggente, lo Stato finisce col trasformare se stesso , inoculando priorit\u00e0, sensibilit\u00e0, urgenze e trasferendole ai territori sotto forma di legislazione, riforme, borghi di nuova fondazione. Una semente che trova terreno fertile nella stretta \u00e9lite isolana di funzionari, nobili di toga e possidenti mezzani che si coordina con la politica assolutistica per occupare gli spazi sociali che questa sembra aprire loro, ma che proprio a partire da simile relazione inizia a leggere se stessa e la propria \u201cpatria\u201d attraverso categorie interpretative di marca riformatrice.<br \/>\nTra gli autori pi\u00f9 letti da questa \u00e9lite \u00e8 Antonio Genovesi, che traccia una limpida gerarchia tra le nazioni, alla vetta della quale colloca i Paesi agricoli. La Sardegna non \u00e8 tra questi. Quella isolana \u00e8 una societ\u00e0 pastorale, di quelle che sperimentano libert\u00e0 dal sapore anarchico, che male si combinano col rispetto delle leggi dello Stato, delle propriet\u00e0 individuali, della sicurezza delle persone, del commercio. Certo, i sardi non sono primitivi come gli indigeni d\u2019America o d\u2019Africa, ma la societ\u00e0 dominata dal pastore, che sempre si confonde col bandito, \u00e8 comunque sospesa tra legalit\u00e0 statali e codici della vendetta, tra Europa e Africa. Se questa \u00e8 l\u2019isola allora popolamento e colonizzazione sono qualcosa di pi\u00f9 che una mera azione di riassetto insediativo. Colonizzare significa riscattare o conquistare una \u201cterra vergine\u201d, innestandovi pratiche, competenze, mentalit\u00e0 considerate espressione della pi\u00f9 raffinata politesse europea.<br \/>\nColonizzare \u00e8 allora compiere un \u201catto di civilt\u00e0\u201d, frutto di un dialogo policentrico tra \u00e9lite di terraferma e isolane, tra piemontesi e quei sardi che pi\u00f9 nitidamente percepiscono l\u2019urgenza di riscatto . Si tratta di una stretta minoranza (di cui fecero parte Giovanni Maria Angioj, Gavino Cocco, Giuseppe Cossu, Antonio Todde e altri) spesso schiacciata dal peso dei settori pi\u00f9 conservatori, gli stessi che scatenano una fortissima opposizione alle colonie volute dal governo.<br \/>\nQuello del privilegio era un mondo che lucidamente intravvedeva nelle colonizzazioni, pi\u00f9 che la risposta al sottopopolamento, l\u2019ennesimo tentativo del sovrano di addomesticare o mettere all\u2019angolo chiunque rifiutasse il concetto e la pratica assolutistica. L\u2019avversione di citt\u00e0 come Bosa o Iglesias all\u2019impianto di forestieri \u00e8 feroce. Il nobile sassarese Andrea Manca Dell\u2019Arca manifesta nella sua celebre opera tutta la sua diffidenza nei confronti delle riforme agricole , proposte dal governo anche attraverso intellettuali a lui vicini . Giuseppe Cossu, il pi\u00f9 grande riformatore sardo del Settecento, fondatore del Censorato Generale del Regno di Sardegna e attivissimo promotore del riscatto agricolo del regno viene umiliato quando, sull\u2019esempio di Torino, dove nel 1785 era stata costituita la Societ\u00e0 Agraria, cerca di istituirne una anche a Cagliari . Sebbene sostenuto dal governo, Cossu viene irriso dalle prime voci dei tre bracci del Parlamento sardo e, nella giunta convocata per discutere del tema, tra le numerose voci contrarie, si leva quella dell\u2019arcivescovo di Cagliari. \u201cQuello che in Sardegna aligna \u2013 sentenzia l\u2019alto prelato \u2013 altrove non sar\u00e0 buono, e vice versa\u201d. Cossu replica con argomenti stringenti ma viene subito zittito e bruscamente ricondotto al contegno e all\u2019obbedienza cui \u00e8 tenuto chi \u00e8 socialmente inferiore. A quel punto, come lo stesso Cossu scrive, \u201csi convenne tacere e chinar capo\u201d.<br \/>\nLa storiografia che in passato si \u00e8 soffermata sulla politica demografica dello Stato sabaudo l\u2019ha giudicata \u201cfallimentare\u201d sulla base di un poco convincente raffronto tra i popolamenti \u201criusciti\u201d in et\u00e0 asburgica (decine) e in quella sabauda (pochi, secondo l\u2019interpretazione prevalente) . Secondo una statistica compilata negli anni Settanta del Settecento sono 18 i centri urbani edificati dal secondo Seicento al secondo Settecento. Vi hanno preso dimora 7.717 persone, alle quali \u00e8 stata affidata terra da coltivare pari a circa 8.165 starelli .<br \/>\nBastano queste cifre a cogliere appieno l\u2019impatto della colonizzazione interna promossa dallo Stato Sabaudo? Forse servirebbe affiancare all\u2019analisi quantitativa lo studio sistematico di ognuno dei nuovi insediamenti, ricostruendo le trasformazioni e le resistenze che essi attivarono, alla scala locale e translocale, sul piano sociale e culturale, nel breve, nel medio e nel lungo periodo.<br \/>\nIl peso della colonizzazione interna andrebbe inoltre valutato alla luce del solco che i ceti tradizionalisti sardi tracciarono per limitarne quanto pi\u00f9 possibile il raggio d\u2019azione. Perch\u00e9 la colonizzazione voluta dal re, non solo smosse equilibri territoriali consolidati, ma anche gerarchie sociali ritenute intangibili, sebbene un numero crescente di osservatori indigeni le considerasse l\u2019ostacolo pi\u00f9 grande alla costruzione di una societ\u00e0 pi\u00f9 cosmopolita e aperta alla modernit\u00e0 occidentale.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>1. 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