{"id":6043,"date":"2022-02-15T11:14:00","date_gmt":"2022-02-15T10:14:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/?p=6043"},"modified":"2022-03-02T10:33:05","modified_gmt":"2022-03-02T09:33:05","slug":"la-mobilita-dei-lavoratori-rurali-in-eta-moderna-qualche-riflessione-a-partire-dalle-campagne-lombarde-del-cinquecento","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/2022\/02\/la-mobilita-dei-lavoratori-rurali-in-eta-moderna-qualche-riflessione-a-partire-dalle-campagne-lombarde-del-cinquecento\/","title":{"rendered":"La mobilit\u00e0 dei lavoratori rurali in et\u00e0 moderna. Qualche riflessione a partire dalle campagne lombarde del Cinquecento."},"content":{"rendered":"\n<p>1.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Introduzione<\/p>\n\n\n\n<p>Le campagne e i suoi lavoratori non sono stati l\u2019oggetto principale della ricerca storica negli ultimi decenni, soprattutto in Italia<a href=\"#_ftn1\" id=\"_ftnref1\"><sup>[1]<\/sup><\/a>, bench\u00e9 in anni recenti in varie parti d\u2019Europa si siano proposti interessanti e impegnativi progetti di ricerca, che hanno dato vita ad importanti casi di studio e lavori di sintesi<a href=\"#_ftn2\" id=\"_ftnref2\"><sup>[2]<\/sup><\/a>. Questa flebile voce risulta ancor pi\u00f9 silente per l\u2019et\u00e0 moderna, giacch\u00e9 la produzione storiografica, salvo rare eccezioni, si \u00e8 quasi completamente interrotta dopo quella che possiamo considerare la stagione d\u2019oro della storia rurale italiana, vale a dire gli anni 1950-1990<a href=\"#_ftn3\" id=\"_ftnref3\"><sup>[3]<\/sup><\/a>. In quei decenni gli storici si sono interrogati su molti aspetti delle realt\u00e0 agrarie italiane, contribuendo a definire le peculiarit\u00e0 dei diversi contesti agricoli, delle dissimili organizzazioni sociali e delle varie evoluzioni nei sistemi produttivi, colturali e di organizzazione del lavoro. Si \u00e8 trattato di uno sforzo collettivo, tanto per il numero di autori coinvolti, quanto per le discipline che si sono interessate al tema, che ha proposto un\u2019analisi multi-prospettica del fenomeno. Ci\u00f2 non significa che tutti gli aspetti del variegato mondo rurale italiano siano stati approfonditi o abbiano suscitato il medesimo interesse, anche in relazione alla non omogenea disponibilit\u00e0 di fonti primarie. Per tali ragioni alcune questioni, pur continuamente richiamate e presenti nella riflessione storiografica, sono state meno approfondite e, proprio per la scarsit\u00e0 di casi di studio, sono state spesso interpretate secondo schemi generali, non necessariamente adattabili ai diversi contesti o esaustivi nel descrivere un dato fenomeno. \u00c8 il caso, ad esempio, del multiforme universo dei salariati rurali, dei quali si conservano poche testimonianze dirette (ossia da loro prodotte) e scarsi dettagli in altre fonti primarie<a href=\"#_ftn4\" id=\"_ftnref4\"><sup>[4]<\/sup><\/a>. In alcuni casi \u00e8 stato possibile misurare la loro presenza in una certa localit\u00e0 o distretto, in altri si \u00e8 provato a definirne lo <em>status<\/em> in rapporto ai diversi contesti socioeconomici, in altri ancora si \u00e8 riusciti a tracciarne \u2013 almeno parzialmente \u2013 le traiettorie migratorie entro le diverse aziende di un medesimo territorio o secondo percorsi pi\u00f9 remoti, che li portavano a lasciare stagionalmente o stabilmente la parrocchia natia.<\/p>\n\n\n\n<p>Nell\u2019impossibilit\u00e0 di sintetizzare esaustivamente l\u2019immensa eterogeneit\u00e0 delle realt\u00e0 rurali italiane d\u2019et\u00e0 moderna<a href=\"#_ftn5\" id=\"_ftnref5\"><sup>[5]<\/sup><\/a>, per di pi\u00f9 poggiando sulle instabili basi storiografiche cui si accennato, in questo saggio ho deciso di contribuire al tema della mobilit\u00e0 dei lavoratori rurali proponendo una riflessione che parte da alcuni studi che ho condotto sulle campagne lombarde del Cinquecento<a href=\"#_ftn6\" id=\"_ftnref6\"><sup>[6]<\/sup><\/a>. Nello specifico vorrei provare a fornire alcune risposte a tre domande principali. La prima concerne il rapporto tra diverse professioni agricole e dissimili pratiche di mobilit\u00e0 del lavoro. La seconda prende in considerazione la relazione tra diverse realt\u00e0 geografiche, agronomiche e ambientali e il mutare delle condizioni e della mobilit\u00e0 dei salariati agricoli nello spazio e nel tempo. Da ultimo vorrei proporre alcune riflessioni pi\u00f9 generali sulla funzione della mobilit\u00e0 dei lavoratori agricoli nel contesto rurale lombardo, che in un certo qual modo ne chiarisce anche la natura. Per far questo credo sia anzitutto opportuno discutere quello che considero il modello interpretativo generalmente adottato per descrivere la mobilit\u00e0 dei lavoratori in et\u00e0 moderna.<\/p>\n\n\n\n<p>2.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Homo migrans<\/p>\n\n\n\n<p>Nell\u2019indagare la mobilit\u00e0 dei lavoratori nelle societ\u00e0 di antico regime, la storiografia ha posto particolare attenzione alla relazione tra citt\u00e0 e campagne e a quella tra montagna, citt\u00e0 e pianure. Nel primo caso si \u00e8 inteso analizzare la presunta costante attrazione dei centri urbani nei confronti dei rurali, che sarebbero stati pronti a muoversi verso le citt\u00e0, tanto per occupare i vuoti demografici lasciati dal passaggio di qualche \u201ccavaliere dell\u2019apocalisse\u201d<a href=\"#_ftn7\" id=\"_ftnref7\"><sup>[7]<\/sup><\/a>, quanto per rispondere alle necessit\u00e0 di espansione della manodopera (soprattutto manifatturiera) in relazione a fasi di crescita economica. In tal senso gli storici economici considerano i tassi d\u2019urbanizzazione come indice della crescita economica nelle societ\u00e0 preindustriali, ricostruendo cos\u00ec la produttivit\u00e0 agricola a partire dall\u2019analisi demografica e considerando la popolazione rurale come produttrice di derrate agricole e i cittadini come consumatori sostentati primariamente dal distretto rurale circostante. Secondo questa prospettiva, fortemente stimolata da una schematica contrapposizione tra centro e periferia<a href=\"#_ftn8\" id=\"_ftnref8\"><sup>[8]<\/sup><\/a>, l\u2019aumento del rapporto tra abitanti della citt\u00e0 e della campagna non pu\u00f2 che rappresentare il sintomo dell\u2019accresciuta produttivit\u00e0 agricola locale e della possibile espansione delle attivit\u00e0 manifatturiere<a href=\"#_ftn9\" id=\"_ftnref9\"><sup>[9]<\/sup><\/a>. Non \u00e8 mia intenzione discutere la validit\u00e0 di questo modello interpretativo, cosa che per altro ho gi\u00e0 fatto in altra sede<a href=\"#_ftn10\" id=\"_ftnref10\"><sup>[10]<\/sup><\/a>, quanto piuttosto sottolineare che in questa lettura si sottende una mobilit\u00e0 mono o bidirezionale, che mette in connessione uno spazio relativamente (e non per forza in assoluto) ricco di forza lavoro (la campagna), con un altro sostanzialmente ricco di altre risorse (in questo caso soprattutto di capitali). Questo modello di scambio \u2013 tra lavoratori che si muovono verso una meta dalla quale traggono risorse di cui spesso (ma non necessariamente) beneficiano le famiglie e i villaggi di partenza \u2013 \u00e8 implicito anche nel secondo ambito di mobilit\u00e0 del lavoro su cui ha posto particolare attenzione la storiografia, quello tra montagna e citt\u00e0\/pianure. Per rifarsi alla celebre interpretazione braudeliana, anche la montagna dell\u2019Italia settentrionale d\u2019antico regime era una \u201cfabbrica di uomini\u201d<a href=\"#_ftn11\" id=\"_ftnref11\"><sup>[11]<\/sup><\/a>, che si muovevano (temporaneamente, pi\u00f9 che stabilmente) verso i diversi centri urbani manifatturieri, oppure verso le grandi possessioni della pianura padana, quasi sempre per svolgere mansioni qualificate, delle quali avevano imparato i rudimenti, assieme ad alcune nozioni culturali di base (leggere, scrivere e far di conto), nel paese d\u2019origine<a href=\"#_ftn12\" id=\"_ftnref12\"><sup>[12]<\/sup><\/a>. Anche in questo caso, dunque, ci si muoveva da uno spazio relativamente ricco di manodopera a uno abbondante di altre risorse (in questo caso, di capitali, materie prime oppure di terra), avendone in ritorno denaro o altre risorse da inviare eventualmente come rimessa.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel considerare l\u2019attrazione esercitata dalle citt\u00e0 verso i lavoratori delle campagne e della montagna \u00e8 tuttavia insito il rischio di rendere in modo piuttosto semplicistico un fenomeno alquanto complesso, radicato in pratiche plurisecolari riprodotte di generazione in generazione. Se appare piuttosto plausibile che, soprattutto a seguito di particolari crisi di mortalit\u00e0, i centri urbani potessero garantire migliori opportunit\u00e0 di lavoro, non \u00e8 da escludere che altrettanto fruttuosa e attraente potesse essere la mobilit\u00e0 intra-agricola e intra-rurale. Allo stesso tempo, nel considerare i fenomeni migratori, soprattutto verso le citt\u00e0, si d\u00e0 per scontata una quasi naturale propensione alla mobilit\u00e0, senza considerarne le conseguenze per i singoli migranti. Sradicarsi dal territorio di provenienza significava, infatti, lasciare la propria comunit\u00e0: in una societ\u00e0 fortemente inclusiva e cetuale come quella d\u2019antico regime, l\u2019appartenenza (alla famiglia, alla parentela, alla comunit\u00e0, alla parrocchia) non era per nulla un elemento secondario, sia nel determinare le scelte \u2013 quindi le mentalit\u00e0 \u2013 sia nel definire la capacit\u00e0 di autosufficienza economica di questi individui, in considerazione dei diversi sistemi di solidariet\u00e0 formali e informali organizzati a livello locale. A queste forme di assistenza si poteva accedere solo se membri di quella societ\u00e0 locale, fosse essa cittadina o rurale, e a seguito del formale riconoscimento della propria appartenenza a quella comunit\u00e0<a href=\"#_ftn13\" id=\"_ftnref13\"><sup>[13]<\/sup><\/a>. La scelta di muoversi, dunque, se da un lato poteva permettere di aprire nuove opportunit\u00e0 di lavoro, dall\u2019altro comportava l\u2019abbandono di un sistema di solidariet\u00e0 e di cooperazione, senza la certezza di un immediato accesso a quello della nuova comunit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Inoltre proprio in relazione alla circolazione in ambito rurale si \u00e8 fin ora poco considerato il ruolo che la mobilit\u00e0 dei lavoratori poteva svolgere nel favorire il temporaneo riequilibrio tra membri di un nucleo famigliare e risorse disponibili. In tal senso, come cercher\u00f2 di argomentare di seguito, la mobilit\u00e0 dei lavoratori non dovrebbe essere intesa solo ed esclusivamente come lo spostamento della manodopera salariata verso i centri (urbani o rurali) che offrivano maggiori opportunit\u00e0 di lavoro, quanto piuttosto come il frutto di traiettorie migratorie definite da relazioni economiche e sociali consolidate, che permettevano alle famiglie di alleggerirsi o accogliere \u201cbocche\u201d in relazione tanto al ciclo di vita famigliare, quanto alla specifica congiuntura economica che si trovavano ad affrontare<a href=\"#_ftn14\" id=\"_ftnref14\"><sup>[14]<\/sup><\/a>. Letta in questi termini, lungi dall\u2019essere il frutto di un evento inaspettato la mobilit\u00e0 dei lavoratori salariati poteva, al contrario, anche essere il risultato di un processo prestabilito, secondo canali ben delineati e radicati. Per definire nel dettaglio questo assunto \u00e8 anzitutto opportuno offrire qualche sintetica coordinata per orientarsi nel contesto rurale del quale ci stiamo occupando.<\/p>\n\n\n\n<p>3.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Conduttori e salariati<\/p>\n\n\n\n<p>Nella Lombardia della prima et\u00e0 moderna si stavano gi\u00e0 sperimentando diversi processi di trasformazione in senso capitalistico dell\u2019agricoltura, particolarmente nella bassa pianura compresa fra i corsi dei fiumi Ticino e Adda e tra le citt\u00e0 di Milano, Pavia e Lodi. Questi mutamenti, lungi dall\u2019essere compiuti, si erano diffusi in modo disomogeneo, rappresentando i primi passi di un processo che sfocer\u00e0 nella cosiddetta \u201crivoluzione agraria\u201d<a href=\"#_ftn15\" id=\"_ftnref15\"><sup>[15]<\/sup><\/a>, secondo una traiettoria tutt\u2019altro che lineare, soggetta a diverse battute d\u2019arresto, soprattutto nel corso del Seicento<a href=\"#_ftn16\" id=\"_ftnref16\"><sup>[16]<\/sup><\/a>. Il peculiare sviluppo della pianura lombarda era stato favorito e dunque si integrava perfettamente con gli specifici contesti socioeconomici rintracciabili nel resto dello Stato di Milano, che includeva vaste pianure asciutte, una significativa area collinare pedemontana e un altrettanto esteso territorio montuoso. In estrema sintesi, se ci fossimo trovati ad attraversare la Lombardia in direzione nord-sud, ovvero dai monti alle pianure, avremmo osservato diverse realt\u00e0 rurali, che in parte stavano a indicare il dissimile livello di trasformazione in senso capitalistico dell\u2019agricoltura lombarda. Cos\u00ec avremmo osservato una progressiva scomparsa delle terre collettive e della piccola propriet\u00e0, in favore di poderi sempre pi\u00f9 ampi e compatti, concentrati nelle mani di pochi grandi proprietari. Dalla conduzione diretta si passava alla colon\u00eca parziaria, in natura o in denaro, e al grande affitto capitalistico novennale vigente nelle grandi aziende accorpate, popolate da diverse forme di lavoro salariato<a href=\"#_ftn17\" id=\"_ftnref17\"><sup>[17]<\/sup><\/a>. Il dissimile paesaggio agrario, con la progressiva marginalizzazione dei boschi e dei gerbidi in pianura e la contemporanea avanzata della cerealicoltura irrigua, dei prati artificiali e della risicoltura, oltre che ad essere un risultato delle diverse condizioni geo-pedologiche, pu\u00f2 essere considerato una buona cartina di tornasole di questi mutamenti. Del resto, tutto ci\u00f2 favoriva societ\u00e0 rurali, strutture demografiche e specializzazioni nel lavoro agricolo anche piuttosto differenti.<\/p>\n\n\n\n<p>I lavoratori agricoli che ricorrevano in tutti gli ambienti lombardi erano i massari e i braccianti. I primi erano affittuari di poderi medio-grandi, solitamente in possesso di buona parte dei mezzi di produzione (manodopera, sementi, animali, attrezzi) e sottoposti a contratti parziari in natura. Si trattava di conduttori che gestivano il podere ricorrendo prevalentemente alla manodopera famigliare, pur non mancando l\u2019ausilio dei giornalieri e dei domestici. Per queste ragioni, in un contesto nel quale la famiglia nucleare era sempre dominante, tra i massari si registrano diversi aggregati domestici multipli (co-residenze di genitori e figli o di fratelli) o estesi (innesti di parenti su linee laterali o verticali) e la loro propensione economica era maggiormente vocata alla riproduzione sociale, pi\u00f9 che alla commercializzazione dei prodotti. Essendo intrinsecamente legate al podere in cui lavoravano, le famiglie massarili potevano essere sia radicate <em>ab antiquo<\/em> su un fondo, sia soggette ad una certa mobilit\u00e0 geografica, che le poteva portare anche lontane dai luoghi d\u2019origine, in un processo che poteva coinvolgere anche alcuni fra i loro salariati. Lo <em>status<\/em> dei massari, tuttavia, aveva caratteri significativamente differenti scendendo dall\u2019altopiano verso la bassa pianura, in relazione alle strutture famigliari, alla dimensione degli appezzamenti lavorati (e dunque al maggiore ricorso agli avventizi) e soprattutto nelle forme contrattuali cui erano sottoposti (da parziarie a fisse e da natura a denaro).<\/p>\n\n\n\n<p>Un po\u2019 pi\u00f9 stabile, ma non esattamente sovrapponibile, risultava la condizione dei braccianti, la cui presenza aveva consistenza variabile nelle diverse parti del territorio. Il bracciante era un salariato che prestava la propria attivit\u00e0 nei poderi pi\u00f9 grandi, soprattutto durante le fasi di maggiore intensit\u00e0 di lavoro dell\u2019annata agricola, presso le famiglie massarili o nelle possessioni a maggiore vocazione commerciale. Si deve comunque considerare che, ancora a met\u00e0 Cinquecento, il bracciante abbinava l\u2019attivit\u00e0 prestata giornalmente o stagionalmente a quella condotta autonomamente su un piccolo appezzamento preso in affitto. Tali caratteristiche rendevano la condizione bracciantile molto simile a quella dei pigionanti. Questi ultimi erano affittuari di fondi medio-piccoli, diffusi in particolare nelle aree collinari e nella pianura asciutta, che integravano il loro magro reddito svolgendo direttamente o facendo svolgere a propri famigliari diverse attivit\u00e0 giornaliere presso i poderi pi\u00f9 grandi o le botteghe e manifatture locali. Rispetto ai massari di quelle zone, i pigionanti affittavano poderi pi\u00f9 piccoli, ma soprattutto non possedevano altro mezzo di produzione che il lavoro, il che rendeva la loro condizione molto pi\u00f9 precaria e maggiormente subordinata al proprietario del fondo. Tra i braccianti e i pigionanti era piuttosto diffusa la famiglia nucleare, i cui membri, oltre all\u2019attivit\u00e0 in famiglia, erano coinvolti in attivit\u00e0 di servizio domestico e lavoro giornaliero, sia in agricoltura che nelle manifatture. Queste similitudini hanno diffuso l\u2019idea che i due termini potessero essere utilizzati come sinonimi<a href=\"#_ftn18\" id=\"_ftnref18\"><sup>[18]<\/sup><\/a>. La mobilit\u00e0 potrebbe allora rappresentare la principale differenza che intercorreva tra braccianti e pigionanti, giacch\u00e9 l\u2019appellativo di questi ultimi sembra essere in relazione con l\u2019affitto che dovevano pagare (la pigione) per usufruire di un\u2019abitazione, che probabilmente era loro concessa dai proprietari o conduttori dei poderi presso i quali prestavano la loro opera. In tal senso, dunque, si potrebbe trattare di salariati soggetti a una maggiore mobilit\u00e0, che non avrebbero necessariamente abitato e lavorato sul medesimo fondo da un anno all\u2019altro. Il bracciante, al contrario, risiedeva in case di propriet\u00e0 o in affitto nei centri abitati accorpati, tipici un po\u2019 di tutti gli ambienti lombardi, e da l\u00ec si recava a lavorare giornalmente nei poderi che circondavano il villaggio, non sempre sui medesimi fondi, anche se probabilmente secondo traiettorie abituali.<\/p>\n\n\n\n<p>Nelle aree di pianura irrigua, inoltre, era gi\u00e0 largamente diffusa la presenza di fittabili, ossia dei grandi affittuari promotori della trasformazione capitalistica delle campagne lombarde. Nel Cinquecento, tuttavia, i fittabili avevano in genere ancora un carattere ibrido, non distinguendosi quasi per nulla dai massari. Facevano eccezione solo poche aree della bassa pianura, dove il fittabile aveva un profilo ben definito e la societ\u00e0 rurale si presentava semplificata e maggiormente polarizzata: pochissimi affittuari di grandissime estensioni davano lavoro a una riserva quasi infinita di salariati senza terra.<\/p>\n\n\n\n<p>A fianco di questi conduttori e lavoratori pi\u00f9 o meno stabili, operavano i bergamini, vale a dire gli allevatori transumanti che con le loro mandrie si spostavano dal piano alle montagne e viceversa. Questi allevatori si inserivano perfettamente sia nelle economie di montagna che in quelle di pianura e proprio questa centralit\u00e0 e duttilit\u00e0 permise loro di accumulare ingenti ricchezze, in denaro o sotto forma di mandrie sempre pi\u00f9 grandi. Furono proprio alcuni di questi allevatori che, per scelta e opportunit\u00e0, si stabilizzarono nella bassa pianura affittando grandi aziende come fittabili<a href=\"#_ftn19\" id=\"_ftnref19\"><sup>[19]<\/sup><\/a>. Fra la pluralit\u00e0 dei contesti e delle professioni sin qui ricordate s\u2019inserivano e intrecciavano le specificit\u00e0 e le attivit\u00e0 dei domestici rurali.<\/p>\n\n\n\n<p>4.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Servizio domestico e mobilit\u00e0<\/p>\n\n\n\n<p>Qualche decennio fa Enrico Roveda ha condotto uno studio sistematico sulla demografia del distretto lodigiano in et\u00e0 moderna, soffermandosi anche sui fenomeni migratori<a href=\"#_ftn20\" id=\"_ftnref20\"><sup>[20]<\/sup><\/a>. Da quello studio emerge che la mobilit\u00e0 nella pianura lombarda era molto accentuata, tanto che in alcuni casi circa il 15% delle famiglie cambiava casa da un anno all\u2019altro. La mobilit\u00e0 da e per il Lodigiano era il risultato di diverse congiunture (le epidemie o i regimi fiscali, ad esempio) e fortemente stimolata dai grandi cambiamenti agronomici che erano avvenuti in quella fertile pianura. Per queste ragioni, dalla vicina montagna piacentina e dalle diocesi di Bobbio e Tortona arrivavano uomini impiegati nelle campagne e nelle manifatture tessili. Il movimento della popolazione era tuttavia determinato anche da una micro-mobilit\u00e0 tra le stesse localit\u00e0 del Lodigiano, frutto, a quanto pare, del movimento dei braccianti che cambiavano spesso azienda. Non mancavano altres\u00ec movimenti emigratori verso i centri urbani, sia temporanei che stabili, soprattutto di giovani servitori non sposati che, nondimeno, si recavano anche verso altre zone agricole.<\/p>\n\n\n\n<p>I domestici urbani e rurali, nel caso lombardo definiti \u201cfamuli\u201d o \u201cfantesche\u201d, erano lavoratori ospitati nella casa del loro datore di lavoro, dove ricevevano vitto e alloggio, oltre al salario spesso monetario. A differenza degli altri salariati, occupati soprattutto a giornata, erano impiegati per lungo tempo (diversi mesi o anni), garantendo cos\u00ec una parte considerevole delle giornate di lavoro necessarie alle economie rurali preindustriali. Questo servizio era svolto soprattutto da giovani di entrambi i sessi prima del matrimonio e della formazione di un nuovo aggregato domestico. L\u2019attivit\u00e0 svolta al di fuori dal nucleo famigliare d\u2019origine era l\u2019occasione per acquisire (e far circolare) conoscenze e competenze, per abituarsi al risparmio e per fare esperienze pi\u00f9 o meno indipendenti di lavoro salariato, altrimenti difficili da intraprendere, soprattutto per le donne. La loro ampia diffusione in Europa, pur con caratteri diversi nelle varie regioni, ha reso i domestici (soprattutto urbani) oggetto di un ampio interesse<a href=\"#_ftn21\" id=\"_ftnref21\"><sup>[21]<\/sup><\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>I dati disponibili per alcune aree collinari dello Stato di Milano del Cinquecento permettono di confermare che i servitori rurali presentavano una quasi perfetta distribuzione di genere, svolgendo la propria attivit\u00e0 prevalentemente fra il decimo e il trentesimo anno d\u2019et\u00e0. Il servizio maschile terminava prima dei vent\u2019anni, l\u2019et\u00e0 media al matrimonio era di poco inferiore ai 24 anni, mentre di poco superiore a quest\u2019ultima soglia era l\u2019et\u00e0 media in cui gli uomini diventavano capi-famiglia. Va per\u00f2 rilevato che, almeno in questa parte dello Stato di Milano, lo schema si adatta meglio ai maschi, che iniziavano il servizio pi\u00f9 giovani e presumibilmente soprattutto in campo agricolo. Le donne, invece, continuavano l\u2019attivit\u00e0 anche dopo il trentesimo anno d\u2019et\u00e0 ed erano generalmente addette al servizio domestico, che per scelta o necessit\u00e0 svolgevano fino a tarda et\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019intensa circolazione del lavoro domestico all\u2019interno del mondo rurale, non solo agricolo, era molto diffusa nella Lombardia del Cinquecento, soprattutto nelle aree di pianura. Si pu\u00f2 essere concordi con quanto rilevato da Roveda per il Lodigiano: l\u2019avanzato sistema agrario della pianura richiamava molti giovani dalle aree montane e collinari, anche se diversi di loro erano impiegati nei servizi o nelle manifatture. Pur mancando informazioni sulla loro et\u00e0, infatti, sappiamo che nella bassa pianura i famuli rappresentavano circa il 9% della popolazione, con una prevalenza di maschi (grossomodo i due terzi), impiegati soprattutto in attivit\u00e0 agricole.<\/p>\n\n\n\n<p>Gran parte degli autori che si sono occupati di questo tema attribuiscono ai famuli alcune caratteristiche sociali specifiche: provenivano da famiglie bracciantili e di pigionanti, per dirigersi verso famiglie massarili e di fittabili. Mentre nelle aree di montagna e di collina esisteva un trasferimento locale e parentale dei servitori, in pianura, soprattutto nella bassa irrigua, il bacino di reclutamento dei famuli doveva essere molto pi\u00f9 ampio<a href=\"#_ftn22\" id=\"_ftnref22\"><sup>[22]<\/sup><\/a>. In uno studio sulla comunit\u00e0 di Castelnuovo Bocca d\u2019Adda, nella Bassa lodigiana, Franca Leverotti ha tuttavia messo in evidenza come il bacino di provenienza e di attivit\u00e0 dei servitori rurali fosse in genere locale, ma non per questo l\u2019attivit\u00e0 domestica era marginale: riguardava oltre l\u201911% dei censiti, impiegati in particolare nella cura degli animali. Simili condizioni sono state rintracciate nella Lomellina di met\u00e0 Quattrocento, dove i famuli si concentravano in famiglie numerose di grandi affittuari che possedevano svariati capi di bestiame<a href=\"#_ftn23\" id=\"_ftnref23\"><sup>[23]<\/sup><\/a>, e in diverse aree della Lombardia di met\u00e0 Cinquecento, soprattutto tra le famiglie dei fittabili della media e bassa pianura<a href=\"#_ftn24\" id=\"_ftnref24\"><sup>[24]<\/sup><\/a>. Nel caso delle grandi aziende della Bassa lombarda, dunque, i famuli rappresentavano la maggioranza della manodopera specializzata nella cura degli animali ed erano soggetti a un impiego stabile, cui si associava il coinvolgimento saltuario dei braccianti. Come gi\u00e0 ricordato, pi\u00f9 che nei poderi buona parte di questi ultimi doveva vivere nei villaggi rurali, dove magari possedeva o affittava anche un piccolo appezzamento, per spostarsi verso le \u201ccassine\u201d che costellavano la bassa pianura nei momenti dei grandi lavori agricoli (fienagione, mietitura, monda nelle risaie, e cos\u00ec via)<a href=\"#_ftn25\" id=\"_ftnref25\"><sup>[25]<\/sup><\/a>. In definitiva pare piuttosto ragionevole sostenere che l\u2019attivit\u00e0 domestica fosse svolta in un ambito geografico piuttosto ristretto, oltre che per un periodo relativamente breve della giovent\u00f9, anche se non mancano esempi di servitori o di braccianti che si movevano secondo tragitti pi\u00f9 lunghi e per periodi maggiori.<\/p>\n\n\n\n<p>Le ricerche pi\u00f9 recenti hanno permesso, inoltre, di sfumare l\u2019interpretazione piuttosto rigida che individuava nei ceti pi\u00f9 poveri le origini sociali dei famuli, mettendo invece in evidenza che il movimento dei domestici lombardi aveva un carattere circolare pi\u00f9 che unidirezionale. Infatti a fianco del classico trasferimento dalle famiglie povere a quelle un po\u2019 pi\u00f9 benestanti si riscontra anche una notevole circolazione all\u2019interno delle famiglie massarili. Questa pratica permetteva ai massari di rendere meno rigido il rapporto tra manodopera, consumatori e terra disponibile, soprattutto in funzione delle inevitabili fluttuazioni dei raccolti. In altri termini i massari potevano avere un certo interesse a mandare i propri figli (in toto o in parte) a prestare servizio presso altri poderi mentre accoglievano nel proprio aggregato domestico alcuni servitori. In caso di necessit\u00e0, dovuta allo spostamento su un altro fondo o a cattivi raccolti, era pi\u00f9 semplice fare a meno dei propri domestici che dover trovare un lavoro per i propri figli. In quest\u2019ultimo caso, probabilmente, i figli si sarebbero dovuti accontentare di qualche giornata di lavoro, che non garantiva gli introiti e la sicurezza del famulato e che era comunque molto meno accessibile alle donne.<\/p>\n\n\n\n<p>Se consideriamo inoltre il corto raggio entro il quale si muovevano i famuli, in collina cos\u00ec come in pianura, non \u00e8 difficile immaginare che il servizio domestico avesse anche un valore collettivo, che andava oltre le esigenze della singola famiglia. Il famulato risultava contemporaneamente vantaggioso per i giovani (che acquisivano competenze e indipendenza), per le donne (che difficilmente potevano accedere ad altre forme di lavoro salariato), per i massari (che facevano uscire figli e entrare famuli) e per i fittabili (che potevano disporre per un certo numero di anni di lavoratori fissi specializzati da affiancare ai giornalieri). Questa mobilit\u00e0 di giovani salariati era, infine, di beneficio per la societ\u00e0 nel complesso, perch\u00e9 rendeva pi\u00f9 flessibile il rigido sistema patriarcale e cetuale delle societ\u00e0 rurali preindustriali<a href=\"#_ftn26\" id=\"_ftnref26\"><sup>[26]<\/sup><\/a>. Tutto ci\u00f2, si badi bene, non eliminava la precariet\u00e0 e la subalternit\u00e0 dei famuli: poteva tuttavia garantire loro una condizione un po\u2019 migliore di quella dei giornalieri.<\/p>\n\n\n\n<p>Sebbene la carenza di analisi non permetta di andare oltre semplici supposizioni, non \u00e8 per altro da escludere che anche per gli altri salariati (braccianti e pigionanti), soprattutto per quelli che risiedevano e lavoravano in un territorio relativamente circoscritto, potesse essersi affermato un simile sistema di gestione della mobilit\u00e0, che garantiva vantaggi plurimi e una dimensione comunitaria. Del resto braccianti, pigionanti e massari potevano essere stati famuli in giovent\u00f9, avere dei figli che stavano prestando servizio o essersi trovati a un certo punto nella possibilit\u00e0 (o nella necessit\u00e0) di ospitare qualche salariato giornaliero o stabile.<\/p>\n\n\n\n<p>5.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Conclusione<\/p>\n\n\n\n<p>La scarsit\u00e0 di studi specifici sulla mobilit\u00e0 dei lavoratori rurali e la variet\u00e0 dei contesti agrari italiani d\u2019et\u00e0 moderna ha suggerito di focalizzarsi sul caso lombardo per mettere a frutto alcune precedenti esperienze di ricerca, nel tentativo di offrire un primo termine di paragone. Dopo aver presentato e discusso un modello migratorio abbastanza radicato nella storiografia italiana ed europea, ho tracciato le principali particolarit\u00e0 ambientali, delle forme di conduzione e del variegato universo dei lavoratori che caratterizzavano le realt\u00e0 rurali lombarde.<\/p>\n\n\n\n<p>Il primo aspetto emerso abbastanza chiaramente da quanto fin qui argomentato \u00e8 la significativa mobilit\u00e0 dei lavoratori nello Stato di Milano. Pur difettando di ricostruzioni quantitative, l\u2019analisi della letteratura e le indagini condotte direttamente sulle fonti primarie permettono di confermare questo assunto, evidenziando l\u2019esistenza di diverse tipologie di migrazioni. \u00c8 indubbio, infatti, che sulle popolazioni rurali, e in particolare sui salariati, gravasse la forte attrazione dei centri urbani, anche solo per effetto della significativa diffusione della propriet\u00e0 urbana nelle campagne e quindi del rapporto tra possessori dei fondi e manodopera rurale. Altrettanto assodata \u00e8 la stretta relazione tra montagna, citt\u00e0 e pianure irrigue. L\u2019importanza di queste mobilit\u00e0, che abbiamo definito mono o bidirezionali, non deve per\u00f2 far trascurare l\u2019esistenza e la consistenza di altre tipologie migratorie: circolari, in ambiente rurale e diverse da quelle che andavano da nuclei famigliari poveri ad altri benestanti. In altri termini, a fianco dell\u2019uscita di lavoratori (da un luogo o da una famiglia) compensata dall\u2019entrata di qualche risorsa (in denaro o in natura, dando dunque luogo ad una relazione di scambio mono o bidirezionale), operava una diversa pratica di mobilit\u00e0, dal carattere circolare, che metteva cio\u00e8 in relazione diverse localit\u00e0 o famiglie: se uscivano risorse e lavoratori, in contemporanea ne arrivavano, secondo uno scambio che non era necessariamente alla pari, ma che si basava su una minore gerarchizzazione dei fattori di produzione.<\/p>\n\n\n\n<p>Quest\u2019ultimo aspetto porta direttamente all\u2019altra questione: la natura della mobilit\u00e0 dei salariati. Quanto illustrato ha permesso di mostrare che nella societ\u00e0 lombarda il movimento dei lavoratori era talvolta stimolato da necessit\u00e0 contingenti, talaltra il frutto di un sistema consolidato e ben radicato. L\u2019esperienza quotidiana aveva portato a comprendere la ciclicit\u00e0 dei rendimenti agricoli e la precaria natura del lavoro in campagna al punto tale da definire delle modalit\u00e0 istituzionali e pratiche di adattamento, che trovavano forse la loro massima espressione nel sistema del famulato, ma che contemporaneamente si manifestavano nella migrazione campagna-citt\u00e0 e montagna-pianura-citt\u00e0 che coinvolgeva le varie figure di salariati. Solo in casi eccezionali (gravi crisi epidemiche, carestie, guerre e cos\u00ec via) questo adeguamento doveva lasciare il posto a forme di resilienza. Queste forme potevano anche mettere in discussione i sistemi tradizionali e produrre nuovi meccanismi, ma poi, a loro volta, divenivano ordinarie. In conclusione, \u00e8 plausibile che buona parte di quanto fin qui descritto possa essere applicabile anche ad altre realt\u00e0 italiane ed europee, ma solo nuove analisi potranno confermare tanto la piena validit\u00e0 del modello per il caso lombardo, quanto la possibilit\u00e0 di generalizzarlo.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator\"\/>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref1\" id=\"_ftn1\"><sup>[1]<\/sup><\/a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Tra i pi\u00f9 recenti si vedano a Guido Alfani, <em>Back to the Peasants: New Insights into the Economic, Social, and Demography History of Northern Italian Rural Population During the Early Modern Era<\/em>, \u201cHistory Compass\u201d, 12, 1 (2014), pp. 62-71; Franco Cazzola, <em>Contadini e agricoltura in Europa nella prima et\u00e0 moderna (1450-1650)<\/em>, Bologna, Clueb, 2014.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref2\" id=\"_ftn2\"><sup>[2]<\/sup><\/a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Per ragioni di brevit\u00e0 rimando al recente excursus di Davide Cristoferi, <em>La storia agraria dal medioevo all\u2019et\u00e0 moderna: una rassegna sulla storiografia degli ultimi venti anni in alcuni paesi europei<\/em>, \u201cRicerche Storiche\u201d, 46, 3 (2016), pp. 87-119.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref3\" id=\"_ftn3\"><sup>[3]<\/sup><\/a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Sarebbe impossibile riassumere in questa sede l\u2019ampia produzione in merito, pertanto si rimanda alle sintesi problematiche e storiografiche di Aldo De Maddalena, <em>Il mondo rurale italiano nel Cinque e nel Seicento<\/em>, \u201cRivista storica italiana\u201d, 76, 2 (1964), pp. 549-626; Marco Cattini e Marzio A. Romani, <em>Tendenze e problemi della storiografia agraria europea negli ultimi quartant\u2019anni (1945-1984)<\/em>, \u201cRivista di storia dell\u2019agricoltura\u201d, 27, 1 (1987), pp. 25-52; Giorgio Chittolini, <em>La pianura irrigua lombarda fra Quattrocento e Cinquecento<\/em>, \u201cAnnali dell\u2019Istituto Alcide Cervi\u201d, 10 (1989), pp. 207-221.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref4\" id=\"_ftn4\"><sup>[4]<\/sup><\/a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Si consideri, ad esempio, che anche due iniziative di sintesi, quali <em>Storia dell\u2019agricoltura italiana in et\u00e0 contemporanea<\/em>, a cura di Piero Bevilacqua, Venezia, Marsilio, 1989-1991 \u2013 su cui cfr. Marco Moroni, <em>Storia dell\u2019agricoltura e storia d\u2019Italia in et\u00e0 contemporanea<\/em>, \u201cSociet\u00e0 e storia\u201d, 56 (1992), pp. 339-356 \u2013 e Accademia dei Georgofili,<em> Storia dell\u2019agricoltura italiana<\/em>, Firenze, Polistampa, 2001-2002, hanno riservato nel primo caso poca attenzione alle dinamiche di lungo periodo che rinviano alle societ\u00e0 di antico regime, nel secondo spazi esigui agli aspetti del lavoro e della mobilit\u00e0 professionale.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref5\" id=\"_ftn5\"><sup>[5]<\/sup><\/a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Sulla necessit\u00e0 di considerare la variet\u00e0 dei contesti rurali italiani aveva gi\u00e0 insistito a suo tempo Emilio Sereni, <em>Storia del paesaggio agrario italiano<\/em>, Bari, Laterza, 1961.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref6\" id=\"_ftn6\"><sup>[6]<\/sup><\/a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Matteo Di Tullio, <em>Rese agricole, scorte alimentari, strutture famigliari. Le campagne dello stato di Milano a met\u00e0 Cinquecento<\/em>, in <em>Ricchezza, valore, propriet\u00e0 in et\u00e0 preindustriale (1400-1850)<\/em>, a cura di Guido Alfani e Michela Barbot, Venezia, Marsilio, 2009, pp. 293-318; Id., <em>La famiglia contadina nella Lombardia del Cinquecento: dinamiche del lavoro e sistemi demografici<\/em>, \u201cPopolazione e storia\u201d, 10, 1 (2009), pp. 19-37; Id., <em>Dynamiques du travail et m\u00e9nages paysans dans la Lombardie du XVI\u00e8me si\u00e8cle<\/em>, in <em>Le travail et la famille en milieu rural, XVIe-XXIe si\u00e8cle<\/em>, a cura di Fabrice Boudjaaba, Rennes, Presses Universitaires de Rennes, 2014, pp. 35-52; Id., <em>Popolazione, mestieri e mobilit\u00e0 del lavoro, nella Lombardia del Cinquecento<\/em>, in <em>La popolazione italiana del Quattrocento e Cinquecento<\/em>, a cura di Guido Alfani, Angela Carbone, Beatrice Del Bo e Riccardo Rao, Udine, Forum, 2016, pp. 99-114; Gianpiero Dalla Zuanna, Matteo Di Tullio, Franca Leverotti e Fiorenzo Rossi, <em>Population and Family in Central and Northern Italy at the Dawn of the Modern Age. <\/em><em>A Comparison of Fiscal Data from Three Different Areas<\/em>, \u201cJournal of Family History\u201d, 37, 3 (2012), pp. 284-302. A questi lavori mi riferisco per tutti i dettagli qui omessi per le necessarie ragioni di sintesi, oltre che per un pi\u00f9 esaustivo inquadramento bibliografico.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref7\" id=\"_ftn7\"><sup>[7]<\/sup><\/a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Tra i pi\u00f9 recenti si veda Guido Alfani, <em>Il Gran Tour dei Cavalieri dell\u2019Apocalisse. L\u2019Italia del \u00ablungo Cinquecento\u00bb (1494-1629)<\/em>, Venezia, Marsilio, 2010.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref8\" id=\"_ftn8\"><sup>[8]<\/sup><\/a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Tra gli storici economici si vedano Immanuel Wallerstein, <em>Il sistema mondiale dell\u2019economia moderna<\/em>, Bologna, il Mulino, 1978-1995, e Fernand Braudel, <em>Civilt\u00e0 materiale, economia e capitalismo. Le strutture del quotidiano (secoli XV-XVIII)<\/em>, Torino, Einaudi, 1982. Questo dualismo \u00e8 stato gi\u00e0 abbondantemente criticato da un\u2019ampia storiografia che sarebbe impossibile citare anche per sommi capi in questa sede. Per tali ragioni, rimando alla recente sintesi di Franco Franceschi e Luca Mol\u00e0, <em>Regional States and Economic Development<\/em>, in <em>The Italian Renaissance State<\/em>, a cura di Andrea Gamberini e Isabella Lazzarini, Cambridge, Cambridge University Press, 2012, pp. 444-466.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref9\" id=\"_ftn9\"><sup>[9]<\/sup><\/a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Il metodo, proposto originariamente da E. Anthony Wrigley, <em>Urban Growth and Agricultural Change: England and the Continent in the Early Modern Period<\/em>, \u201cJournal of Interdisciplinary History\u201d, 15, 4 (1985), pp. 683-728, che tuttavia ne aveva gi\u00e0 messo in evidenza limiti e rischi, \u00e8 stato successivamente sviluppato e affinato da diversi studiosi. Fra i pi\u00f9 noti e recenti si vedano Gregory Clark, <em>Labour Productivity in English Agriculture, 1300-1860<\/em>, in <em>Land, Labour, and Livestock: Historical Studies in European Agricultural Productivity<\/em>, a cura di Bruce M.S. Campbell e Mark Overton, Manchester, Manchester University Press, 1991, pp. 211-235; Karl G. Persson, <em>Was there a Productivity Gap Between Fourteenth-Century Italy and England?<\/em>, \u201cEconomic History Review\u201d, 46, 1 (1993), pp. 105-114; Robert C. Allen, <em>Economic Structure and agricultural productivity in Europe, 1300-1800<\/em>, \u201cEuropean Review of Economic History\u201d, 4, 1 (2000), pp. 1-25 e, per l\u2019Italia, Paolo Malanima, <em>Urbanisation and the Italian economy during the last millennium<\/em>, \u201cEuropean Review of Economic History\u201d, 9, 1 (2005), pp. 97-122.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref10\" id=\"_ftn10\"><sup>[10]<\/sup><\/a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; M. Di Tullio, <em>Popolazione, mestieri e mobilit\u00e0 del lavoro<\/em>, cit.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref11\" id=\"_ftn11\"><sup>[11]<\/sup><\/a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Fernand Braudel, <em>Civilt\u00e0 e imperi del Mediterraneo nell\u2019et\u00e0 di Filippo II<\/em>, Torino, Einaudi, 1953, I, p. 37.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref12\" id=\"_ftn12\"><sup>[12]<\/sup><\/a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Tra i molti studi che si sono occupati delle migrazioni dalla montagna si vedano Raul Merzario, <em>Una fabbrica di uomini. L\u2019emigrazione dalla montagna comasca (1600-1750 circa)<\/em>, \u201cM\u00e9langes de l\u2019Ecole fran\u00e7aise de Rome. Moyen-Age, Temps modernes\u201d, 96, 1 (1984), pp. 153-175; <em>La montagna mediterranea: una fabbrica d\u2019uomini? Mobilit\u00e0 e migrazioni in una prospettiva comparata (secoli XVXX)<\/em>, a cura di Dionigi Albera e Paola Corti, Cavallermaggiore, Gribaudo, 2000; Pier Paolo Viazzo, <em>Comunit\u00e0 alpine. Ambiente, popolazione, struttura sociale nelle Alpi dal XVI secolo a oggi<\/em>, Roma, Carocci, 2001; Luigi Lorenzetti, Raul Merzario, <em>Il fuoco acceso. Famiglie e migrazioni alpine nell\u2019Italia d\u2019et\u00e0 moderna<\/em>, Roma, Donzelli, 2005.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref13\" id=\"_ftn13\"><sup>[13]<\/sup><\/a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Sulla difficile integrazione degli emigrati in ambito urbano si veda, ad esempio, Carlo M. Belfanti, <em>Mestieri e forestieri. Immigrazione ed economia urbana a Mantova fra Sei e Settecento<\/em>, Milano, Angeli, 1994. Sul ruolo delle comunit\u00e0 rurali nel promuovere sistemi di solidariet\u00e0 e nel favorire anche l\u2019azione economica rimando a Matteo Di Tullio, <em>La ricchezza delle comunit\u00e0. Guerra, risorse e cooperazione nella Geradadda del Cinquecento<\/em>, Venezia, Marsilio, 2011. Sulla relazione tra acquisizione della cittadinanza e diritti di propriet\u00e0 si vedano Simona Cerutti, <em>A qui appartiennent les biens qui n\u2019appartiennent \u00e0 personne? <\/em><em>Citoyennet\u00e9 et droit d\u2019aubaine \u00e0 l\u2019<\/em><em>\u00e9poque moderne<\/em>, \u201cAnnales. Histoire, Sciences Sociales\u201d, 62, 2 (2007), pp. 355-383; Ead., <em>\u00c9trangers<\/em><em>: <\/em><em>\u00e9tude d<\/em><em>\u2019une condition d\u2019incertitude dans une soci\u00e9t\u00e9 d\u2019Ancien r\u00e9gime<\/em>, Montrouge, Bayard, 2012; Guido Alfani, <em>Cittadinanza, immigrazione e integrazione sociale nella prima et\u00e0 moderna: il caso di Ivrea<\/em>, \u201cM\u00e9langes de l\u2019\u00c9cole fran\u00e7aise de Rome. Moyen \u00c2ge\u201d, 125, 2 (2013), http:\/\/mefrm.revues.org\/1404. Sui diversi modi d\u2019essere cittadini si rimanda a Michela Barbot, <em>L\u2019abitare in citt\u00e0. Un concentrato di storie<\/em>, \u201cQuaderni storici\u201d, 43, 1\/127 (2008), pp. 283-300.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref14\" id=\"_ftn14\"><sup>[14]<\/sup><\/a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Dionigi Albera e Pier Paolo Viazzo, <em>La famiglia contadina nell\u2019Italia settentrionale. 1750-1930<\/em>, in <em>Storia della famiglia italiana, 1750-1950<\/em>, a cura di Marzio. Barbagli e David I. Kertzer, Bologna, il Mulino, 1992, pp. 159-189.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref15\" id=\"_ftn15\"><sup>[15]<\/sup><\/a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Carlo Maria Cipolla, <em>Per la storia delle terre della \u201cbassa\u201d lombarda<\/em>, in <em>Studi in onore di Armano Sapori<\/em>, Milano, Cisalpino, 1957, I, pp. 665-677; Aldo De Maddalena, <em>Contributo sulla storia dell\u2019agricoltura della bassa lombarda. Appunti sulla possessione di Belgioioso (sec. XVI-XVIII)<\/em>, \u201cArchivio Storico Lombardo\u201d, 8, 8 (1958), pp. 165-183; Giorgio Chittolini, <em>Alle origini delle \u201cgrandi aziende\u201d della bassa lombarda<\/em>, \u201cQuaderni Storici\u201d, 13, 39 (1978), pp. 828-844; Enrico Roveda, <em>Una grande possessione lodigiana dei Trivulzio fra Cinquecento e Settecento<\/em>, in <em>Ricerche di storia moderna<\/em>, a cura di Mario Mirri, II, Pisa, Pacini, 1979, pp. 25-140; Luisa Chiappa Mauri, <em>Riflessioni sulle campagne lombarde del Quattro-Cinquecento<\/em>, \u201cNuova Rivista Storica\u201d, 69, 1-2 (1985), pp. 123-130; Luciano Cafagna, <em>La \u201crivoluzione agraria\u201d in Lombardia<\/em>, in Id., <em>Dualismo e sviluppo nella storia d\u2019Italia<\/em>, Venezia, Marsilio, 1989, pp. 31-112.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref16\" id=\"_ftn16\"><sup>[16]<\/sup><\/a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Luigi Faccini, <em>La Lombardia fra \u2018600 e \u2018700: riconversione economica e mutamenti sociali<\/em>, Milano, Franco Angeli, 1988.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref17\" id=\"_ftn17\"><sup>[17]<\/sup><\/a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Giorgio Giorgetti, <em>Contadini e proprietari nell\u2019Italia moderna. Rapporti di produzione e contratti agrari dal secolo XVI a oggi<\/em>, Torino, Einaudi, 1974. Pi\u00f9 in specifico, per la Lombardia, si veda Gauro Coppola, <em>I contratti agrari nello Stato di Milano nei secoli XVI-XVII<\/em>, in <em>Rapporti tra propriet\u00e0, impresa e manodopera nell\u2019agricoltura italiana dal IX secolo all\u2019Unit\u00e0<\/em>, Verona, Accademia di agricoltura, scienze e lettere, 1985, pp. 55-70.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref18\" id=\"_ftn18\"><sup>[18]<\/sup><\/a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Vittorio Beonio-Brocchieri, <em>\u201cPiazza universale di tutte le professioni del mondo\u201d. Famiglie e mestieri nel Ducato di Milano in et\u00e0 spagnola<\/em>, Milano, Unicopli, 2000, p. 73<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref19\" id=\"_ftn19\"><sup>[19]<\/sup><\/a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Enrico Roveda, <em>Allevamento e transumanza nella pianura lombarda: i bergamaschi nel Pavese tra&nbsp; \u2019400 e \u2019500<\/em>, \u201cNuova Rivista Storica\u201d, 71, 1-2 (1987), pp. 49-70.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref20\" id=\"_ftn20\"><sup>[20]<\/sup><\/a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Id., <em>La popolazione delle campagne lodigiane in et\u00e0 moderna<\/em>, \u201cArchivio Storico Lodigiano\u201d, 104 (1985), pp. 5-173 (spec. 45-55).<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref21\" id=\"_ftn21\"><sup>[21]<\/sup><\/a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Si veda la recente esaustiva sintesi di Jane Whittle, <em>Introduction<\/em>, in <em>Servants in Rural Europe. 1400-1900<\/em>, a cura di Ead., Woodbridge, Boydell and Brewer, 2017, pp. 1-18. Per l\u2019Italia si vedano Raffaella Sarti, <em>Criados rurales: el caso de Italia desde una perspectiva comparada (siglos XVI al XX)<\/em>, \u201cMundo Agrario\u201d, 18, 39 (2017), https:\/\/www.mundoagrario.unlp.edu.ar\/article\/view\/MAe065; Ead., <em>Rural Life-Cycle Service: Established Interpretations and New (Surprising) Data \u2013 The Italian Case in Comparative Perspective (Sixteenth to Twentienth Centuries)<\/em>, in <em>Servants in Rural Europe<\/em>, cit., pp. 227-253.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref22\" id=\"_ftn22\"><sup>[22]<\/sup><\/a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; V. Beonio-Brocchieri, <em>\u201cPiazza universale di tutte le professioni del mondo\u201d<\/em>, cit., p. 145.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref23\" id=\"_ftn23\"><sup>[23]<\/sup><\/a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Franca Leverotti, <em>Alcune osservazioni sulle strutture delle famiglie contadine nell\u2019Italia padana del basso medioevo a partire dal famulato<\/em>, \u201cPopolazione e storia\u201d, 2, 2 (2001), pp. 19-44.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref24\" id=\"_ftn24\"><sup>[24]<\/sup><\/a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; M. Di Tullio, <em>La famiglia contadina<\/em>, cit.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref25\" id=\"_ftn25\"><sup>[25]<\/sup><\/a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Sui diversi sistemi d\u2019insediamento rurale in et\u00e0 moderna una buona sintesi \u00e8 offerta da Leonardo Rombai e Adriano Boncompagni, <em>Popolazione, popolamento, sistemi colturali, spazi coltivati, aree boschive ed incolte<\/em>, in Accademia dei Georgofili, <em>Storia dell\u2019agricoltura italiana<\/em>, II, cit., pp. 171-219.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref26\" id=\"_ftn26\"><sup>[26]<\/sup><\/a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Ho approfondito recentemente la questione in Matteo Di Tullio, <em>Domestici e agricoltura capitalista. Relazioni di lavoro e di potere nelle campagne lombarde della prima et\u00e0 moderna<\/em>, \u201cM\u00e9langes de l\u2019\u00c9cole fran\u00e7aise de Rome. Italie et M\u00e9diteran\u00e9e modernes et contemporaines\u201d, in corso di pubblicazione.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>1.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Introduzione Le campagne e i suoi lavoratori non sono stati l\u2019oggetto principale della ricerca storica negli ultimi decenni, soprattutto in Italia[1], bench\u00e9 in anni recenti in varie parti d\u2019Europa si siano proposti interessanti e<\/p>\n","protected":false},"author":168,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[51,81],"tags":[1213,1224,1223,1222,956,320],"class_list":["post-6043","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-s13-asei","category-c65-articoli","tag-campagne","tag-cinquecento","tag-eta-moderna","tag-lavoratori","tag-lombardia","tag-mobilita"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6043","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/168"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=6043"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6043\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":6046,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6043\/revisions\/6046"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=6043"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=6043"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=6043"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}