{"id":6143,"date":"2024-02-15T11:04:00","date_gmt":"2024-02-15T10:04:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/?p=6143"},"modified":"2024-06-28T11:26:43","modified_gmt":"2024-06-28T09:26:43","slug":"prostituzione-e-migrazioni-in-italia-tra-400-e-500-il-caso-di-roma","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/2024\/02\/prostituzione-e-migrazioni-in-italia-tra-400-e-500-il-caso-di-roma\/","title":{"rendered":"Prostituzione e migrazioni in Italia tra &#8216;400 e &#8216;500: il caso di Roma"},"content":{"rendered":"<p>Lozana<em>: Ditemi, signore, queste puttane o cortigiane, come le chiamate voi, sono tutte di qui?<\/em><\/p>\n<p>Corriere<em>: No, signora, ce ne sono di tutte le nazioni: spagnole, castigliane, biscagline, santanderine, galiziane, asturine, toledane, andaluse, granadine, portoghesi, navarrine, catalane, valenzane, aragonesi, maiorchine, sarde, corse, siciliane, napoletane, abruzzesi, pugliesi, calabresi, romane, aquilane, senesi, fiorentine, pisane, lucchesi, bolognesi, veneziane, milanesi, lombarde, ferraresi, modenesi, bresciane, mantovane, ravennati, pesaresi, urbinati, padovane, veronesi, vicentine, perugine, novaresi, cremonesi, alessandrine, vercellesi, bergamasche, trevigiane, piemontesi, savoiarde, provenzali, bretoni, guasconi, francesi, borgognone, inglesi, fiamminghe, tedesche, slave, albanesi, candiote, boeme, ungheresi, polacche, ultramontane e greche.<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Si torner\u00e0 a breve a riflettere sul mondo della prostituzione romana anche sulla scorta delle informazioni fornite dall\u2019operetta di Francisco Delicado <em>La Lozana andalusa<\/em> da cui \u00e8 tratto questo brano<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\"><sup>[1]<\/sup><\/a>, prima per\u00f2 \u00e8 opportuno fare una brevissima premessa.<\/p>\n<p>Il fenomeno del meretricio in et\u00e0 medievale e rinascimentale \u00e8 stato oggetto di vivo interesse da parte della storiografia, specialmente negli ultimi decenni, ed \u00e8 stato affrontato e studiato da diverse angolature<a href=\"#_ftn2\" name=\"_ftnref2\"><sup>[2]<\/sup><\/a>. In primo luogo un po\u2019 da tutti gli studiosi \u00e8 stato preso in considerazione l\u2019atteggiamento \u201cambiguo\u201d della Chiesa e delle istituzioni cittadine e statuali, che oscill\u00f2 nel corso dei secoli (a partire dal XIII) tra accettazione come \u201cminor male\u201d della prostituzione (anche per cercare di sconfiggere la pratica della sodomia e l\u2019omosessualit\u00e0 maschile) e repressione ed emarginazione del fenomeno<a href=\"#_ftn3\" name=\"_ftnref3\"><sup>[3]<\/sup><\/a>, in varie forme e per diversi contesti: dall\u2019istituzione di bordelli da parte delle autorit\u00e0 comunali e dall\u2019emanazione di disposizioni relative al confinamento delle prostitute l\u00ec operanti in determinati quartieri della citt\u00e0<a href=\"#_ftn4\" name=\"_ftnref4\"><sup>[4]<\/sup><\/a> alle norme sui \u201csegni di riconoscimento\u201d per distinguere le donne segnate da una cattiva fama dalle donne oneste<a href=\"#_ftn5\" name=\"_ftnref5\"><sup>[5]<\/sup><\/a>, alle magistrature che in diverse citt\u00e0 vennero appositamente disposte per il loro controllo<a href=\"#_ftn6\" name=\"_ftnref6\"><sup>[6]<\/sup><\/a>, etc. Ultimamente, la storiografia ha allargato le indagini anche a distinguere in modo pi\u00f9 analitico, all\u2019interno del mondo della prostituzione, oltre alle varie forme di reclutamento, la diversa \u201cqualit\u00e0\u201d delle professioniste del sesso: da quelle insediate nei bordelli e perci\u00f2 definite \u201cpublicae\u201d o \u201cdi partito\u201d, a quelle che esercitavano adescando i clienti nelle strade o nelle taverne, locande e stufe, a quelle che, a volte coniugate, pur esercitando uno specifico mestiere (come ad esempio, filatrici, tessitrici, lavandaie, bagnare etc.), a integrazione degli scarsi redditi, praticavano il meretricio saltuariamente, a casa propria o in case appositamente affittate<a href=\"#_ftn7\" name=\"_ftnref7\"><sup>[7]<\/sup><\/a>; inoltre le ricerche hanno anche cominciato a prendere in considerazione le mantenute, donne pi\u00f9 fortunate e di condizione pi\u00f9 elevata<a href=\"#_ftn8\" name=\"_ftnref8\"><sup>[8]<\/sup><\/a>, che in certe localit\u00e0 vennero chiamate cortigiane e dalla fine del \u2018400 anche cortigiane oneste, insieme a una variegata gamma di situazioni di convivenze \u201ca tempo\u201d che spesso rasentavano il meretricio, pur senza incorrere nello stesso disprezzo sociale<a href=\"#_ftn9\" name=\"_ftnref9\"><sup>[9]<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p>Seppure non sempre approfondito, soprattutto a causa della scarsit\u00e0 delle fonti specifiche, la storiografia ha anche preso in considerazione il rapporto tra emigrazione e prostituzione, insieme alla problematica, pi\u00f9 frequentata, della consistenza numerica delle prostitute nelle diverse realt\u00e0 locali. Prima di proporre una breve casistica relativa ad alcune citt\u00e0 italiane, \u00e8 opportuno evidenziare le caratteristiche identitarie che contraddistinguevano in genere una meretrice. Come ha evidenziato Rossella Rinaldi, nelle fonti \u2012 soprattutto giudiziarie \u2012, \u201cle meretrici vengono riconosciute esplicitamente come tali: l\u2019espressione accompagna in maniera sistematica il nome di battesimo, di rado il patronimico, pi\u00f9 spesso sia il nome materno sia la localit\u00e0 di provenienza.<em> Meretrix<\/em> \u00e8 un dato di riconoscimento diretto a segnalare l\u2019attivit\u00e0 esercitata e al tempo stesso la \u00abqualit\u00e0 sociale\u00bb della persona, affiancandosi di norma all\u2019attributo <em>publica, <\/em>che si riferisce alla reputazione, pubblica e condivisa, ma anche a un atteggiamento di disponibilit\u00e0, all\u2019offerta del corpo \u2026\u201d<a href=\"#_ftn10\" name=\"_ftnref10\"><sup>[10]<\/sup><\/a>. A volte, \u00e8 anche indicato lo <em>status<\/em> di donna coniugata: \u201cessere <em>uxor <\/em>di qualcuno, insomma, era un elemento che rientrava nei dati dell\u2019identit\u00e0 della prostituta\u201d<a href=\"#_ftn11\" name=\"_ftnref11\"><sup>[11]<\/sup><\/a>. Inoltre, poteva anche essere esplicitato il soprannome e, qualche volta, il mestiere praticato abitualmente dalla donna, come si \u00e8 prima accennato<a href=\"#_ftn12\" name=\"_ftnref12\"><sup>[12]<\/sup><\/a>. Da notare inoltre che a volte l\u2019appellativo con cui sono indicate numerose prostitute relativo alla provenienza (ad esempio \u201cBeatrice la Spagnola\u201d, \u201cLeonora bolognese\u201d etc.), pu\u00f2 essere solo \u201cuna sorta di vezzo, di volont\u00e0 di esotismo o indicare al pi\u00f9 una lontana origine, poi recuperata come nome di battaglia o caratteristica distintiva\u201d<a href=\"#_ftn13\" name=\"_ftnref13\"><sup>[13]<\/sup><\/a>, e questo elemento \u00e8 da tenere presente nel valutare le origini geografiche di queste donne.<\/p>\n<p>Comunque sia, non vi \u00e8 dubbio che la gran parte delle donne dedite all\u2019<em>ars meretricale <\/em>e i loro protettori fossero stranieri o forestieri nelle comunit\u00e0 in cui lavoravano, sebbene \u2012 come sottolinea Maria Serena Mazzi \u2013 in genere manchi \u201cuna documentazione specifica, abbondante e uniforme su questo mondo \u2026 Quante fossero le donne pubbliche, e cosa le avesse condotte nei bordelli, \u2026 quanti vivessero alle loro spalle non riusciamo a scoprirlo. Dobbiamo desumere, ipotizzare, estendere come rappresentativo quel poco che conosciamo\u201d<a href=\"#_ftn14\" name=\"_ftnref14\"><sup>[14]<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p>Le informazioni pi\u00f9 dettagliate riguardano peraltro quasi esclusivamente un settore particolare della prostituzione, quella pubblicamente organizzata, perch\u00e9 per questa si dispone di una documentazione pi\u00f9 ricca e omogenea prodotta in genere dalle istituzioni cittadine disposte al suo controllo, mentre molto pi\u00f9 sfuggente risulta la prostituzione segreta, sommersa, che si faceva in case private sia da parte di professioniste sia in modo occasionale da donne che pur di <em>mala fama <\/em>non erano tuttavia dichiarate \u201cpubbliche meretrici\u201d<a href=\"#_ftn15\" name=\"_ftnref15\"><sup>[15]<\/sup><\/a>. Cos\u00ec, dalle testimonianze ricavate da specifiche ricerche sulla prostituzione in alcune citt\u00e0 italiane ed europee, si \u00e8 potuto ipotizzare che soprattutto i bordelli erano abitati \u201cquasi sempre \u2026 da una popolazione straniera, non necessariamente di altri paesi ma estranea alla comunit\u00e0 cittadina, magari proveniente da citt\u00e0 e regioni vicine, talvolta invece da molto lontano, da realt\u00e0 geograficamente, politicamente diverse, di altri linguaggi, altre culture. Una estraneit\u00e0 permanente, perch\u00e9 queste persone difficilmente sostavano a lungo, si rimettevano sempre in cammino, costituivano un microcosmo itinerante \u2026\u201d<a href=\"#_ftn16\" name=\"_ftnref16\"><sup>[16]<\/sup><\/a>, che veniva ad ingrossare la popolazione fluttuante cittadina.<\/p>\n<ol>\n<li>La casistica italiana<\/li>\n<\/ol>\n<p>Da questo punto di vista, esemplare \u00e8 il caso di Firenze, su cui vale la pena di fermarsi pi\u00f9 a lungo. Qui era stato istituito l\u2019Ufficio dell\u2019Onest\u00e0 con il compito, tra gli altri, di esercitare un controllo sul mondo della prostituzione cittadina, ed \u00e8 sulla documentazione prodotta da questa magistratura \u2012 ovvero il censimento delle prostitute e lenoni effettuato nel 1436 e soprattutto il <em>Libro delle Condannazioni<\/em> (1441-1523) \u2012<a href=\"#_ftn17\" name=\"_ftnref17\"><sup>[17]<\/sup><\/a> che Richard Trexler ha potuto ricavare dati di sicuro interesse, ripresi, riesaminati e discussi in seguito dalla Mazzi<a href=\"#_ftn18\" name=\"_ftnref18\"><sup>[18]<\/sup><\/a>. Nel 1436 su un totale di 71 prostitute schedate dall\u2019Ufficio (cifra certamente troppo esigua per essere reale), \u201cil gruppo pi\u00f9 nutrito (costituito da 26 donne pari al 36,6%) proveniva dai Paesi Bassi, ammesso che con questa nozione geografica si possa aderire alla realt\u00e0 di allora \u2026: i luoghi indicati nella fonte sono il Brabante e le Fiandre, Liegi e Bruxelles. Un altro gruppo di 16 donne (pari al 22,5%) era costituito invece da prostitute tedesche, venute dalla <em>Magna<\/em> o <em>Alemania<\/em>, <em>Alta<\/em> e <em>Bassa<\/em>, da Frisinga, mentre altre 13 (18,3%) erano prostitute provenienti dall\u2019Italia del Nord, quasi tutte venete\u201d. Seguono, in ordine decrescente, francesi, slave (Sclavonia), una spagnola e una irlandese e soltanto una fiorentina<a href=\"#_ftn19\" name=\"_ftnref19\"><sup>[19]<\/sup><\/a>. Per quanto riguardava i lenoni, spiccava la presenza di uomini provenienti dall\u2019Italia settentrionale, seguiti dai fiamminghi e dai tedeschi. Una variazione significativa delle provenienze si rileva alla fine del \u2018400 quando \u201csu circa 80 prostitute, la maggioranza assoluta era rappresentata da italiane del Nord, seguite da una minoranza di spagnole, di fiamminghe e di greche. In numero esiguo erano invece tedesche, francesi, slave del Sud e italiane del Sud. Il personale maschile, a quei tempi, era costituito nella sua totalit\u00e0, da uomini provenienti dall\u2019Italia settentrionale\u201d<a href=\"#_ftn20\" name=\"_ftnref20\"><sup>[20]<\/sup><\/a>. Da sottolineare per\u00f2 come questi dati siano molto parziali e ricavati da una fonte giudiziaria (e non da un vero e proprio censimento) dove la provenienza, specialmente quella pi\u00f9 vaga, sarebbe tutta da verificare. Naturalmente anche a Firenze sfugge la reale portata della prostituzione segreta e privata, ma, osserva la Mazzi, \u201cun dato di fatto sembra intuibile: la stragrande maggioranza di straniere e forestiere \u2026 ingrossa le file delle pubbliche meretrici, mentre alle abitanti del contado e della citt\u00e0 \u00e8 riservato il dubbio privilegio di dominare il settore degli affari privati\u201d<a href=\"#_ftn21\" name=\"_ftnref21\"><sup>[21]<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p>A Ferrara si ha invece un andamento diverso nel tempo per quanto attiene alla popolazione dei bordelli, addirittura quasi opposto rispetto a quello di Firenze prima esaminato. Nel 1438 la maggioranza delle prostitute erano italiane del Nord (Lombardia e Veneto), seguivano le emiliane non ferraresi mentre erano poche le presenze di donne ultramontane prime fra tutte le tedesche. I loro protettori (solo 14 identificati) erano nove dei Paesi Bassi, Fiandre e Brabante, tre tedeschi e due del Veneto. Invece nel secondo \u2018400 le meretrici saranno soprattutto tedesche e venete e poi slave, pochissime invece quelle dei Paesi Bassi e lombarde, mentre gli uomini a loro legati erano per la maggior parte italiani del Nord seguiti da tedeschi e toscani<a href=\"#_ftn22\" name=\"_ftnref22\"><sup>[22]<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p>Per Bologna, Rossella Rinaldi ha potuto mettere in evidenza, attingendo alla documentazione prodotta dagli ufficiali cittadini per il XIV e XV secolo, come da una sorta di censimento delle <em>mulieres publicae<\/em> del 1341 emerga un numero davvero consistente di prostitute. Quelle \u201cper cos\u00ec dire identificate per nome, pi\u00f9 di rado con la paternit\u00e0 e la provenienza, superano le 120 unit\u00e0; molte per\u00f2 restano fuori da questa valutazione, perch\u00e9 a suo tempo erano sfuggite al computo dei magistrati \u2026 La fonte qui considerata ci fa intravvedere accanto a quelle fisse, insediate stabilmente nei bordelli, donne che lavorano in maniera saltuaria alloggiate presso privati cittadini \u2026 Troviamo poi quelle che esercitano pi\u00f9 allo scoperto \u2026su strade e piazze \u2026\u201d<a href=\"#_ftn23\" name=\"_ftnref23\"><sup>[23]<\/sup><\/a>. Per quanto riguarda le scarse provenienze espresse in questa fonte, la maggioranza delle prostitute schedate risulta provenire dall\u2019area padano-veneta, seguita dalla Toscana. Una minoranza \u00e8 invece originaria di altre citt\u00e0 come Reggio, Parma, Firenze, Genova, Mantova. Pressoch\u00e9 assenti le straniere, tranne qualcuna proveniente da paesi d\u2019Oltralpe, e scarsa anche la presenza di cittadine bolognesi<a href=\"#_ftn24\" name=\"_ftnref24\"><sup>[24]<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p>Emanuela Di Stefano, che ha esaminato il fenomeno per Macerata, ha pure evidenziato come nel postribolo cittadino \u201ctenutarie, lenoni e meretrici, come altrove, sono per lo pi\u00f9 forestieri itineranti: provengono dal Brabante e dalla Francia, dalla Sclavonia e dall\u2019Alemannia. Ma ci\u00f2 non esclude casi di reclutamento \u00abin loco\u00bb ed episodi di coazione pi\u00f9 o meno esplicita\u201d e ha potuto mettere in luce le correnti migratorie legate al mondo della prostituzione. Tra fine \u2018300 e secondo \u2018400 il gruppo pi\u00f9 consistente proviene dall\u2019Alemannia. Le altre aree indicate sono il Brabante, la \u201cZelanda\u201d, la \u201cSclavonia\u201d<a href=\"#_ftn25\" name=\"_ftnref25\"><sup>[25]<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p>Se volgiamo lo sguardo al Sud Italia, non mancano ricerche relative alla Sicilia. A Siracusa, dove \u2013 scrive Viviana Mul\u00e8 \u2013 \u201cla maggior parte delle prostitute \u2026 erano straniere, provenienti dai diversi paesi del Mediterraneo. Oltre ai vari postriboli autorizzati, il meretricio veniva esercitato anche nelle taverne in modo clandestino, come accadeva anche a Palermo\u201d<a href=\"#_ftn26\" name=\"_ftnref26\"><sup>[26]<\/sup><\/a>, dove le donne pubbliche arrivavano soprattutto dalle regioni dell\u2019attuale Spagna, e in particolare \u2013 almeno da quanto mostrano i soprannomi e le provenienze \u2013 da Valencia, da Perpignano, da Toledo, etc.<a href=\"#_ftn27\" name=\"_ftnref27\"><sup>[27]<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p>Infine, ma gli esempi potrebbero continuare, il caso di Venezia, una tra le citt\u00e0 pi\u00f9 cosmopolite d\u2019Europa, dove pi\u00f9 consistente era il numero delle prostitute, anche perch\u00e9 \u2013 come vedremo anche per Roma \u2012 l\u2019elemento maschile era superiore a quello femminile. Tutti i cronisti, a partire da Martin Sanudo, sono concordi su questo punto, proponendo cifre importanti fino alle 13.000 unit\u00e0, certamente un\u2019esagerazione ma che rende bene la percezione comune dei contemporanei sulla moltitudine delle prostitute cittadine<a href=\"#_ftn28\" name=\"_ftnref28\"><sup>[28]<\/sup><\/a>. Elisabeth Crouzet Pavan, che ha esaminato analiticamente la situazione veneziana tra \u2018400 e \u2018500, per quanto riguarda il numero delle \u201cfilles publiques\u201d, sottolinea la mancanza di dati numerici e l\u2019inaffidabilit\u00e0 di quelli forniti delle rare fonti esistenti, ad esempio il numero di 11.654 meretrici indicate dal Sanudo per il 1519<a href=\"#_ftn29\" name=\"_ftnref29\"><sup>[29]<\/sup><\/a>. Anche per la valutazione degli stranieri legati al mondo del meretricio la studiosa mostra molta cautela perch\u00e9 non esistono per Venezia fonti atte a condurre uno studio quantitativo, ma solo indicazioni generiche negli atti pubblici, ad esempio la relativa frequenza con cui numerose donne pubbliche sono indicate nelle fonti processuali come\u00a0 \u201cpadovana, trivisana o furlana\u201d, fatto questo perfettamente realistico visto che Venezia a quei tempi era certamente un polo di attrazione per le popolazioni vicine, e non solo per esse. Infatti, non mancano prostitute con l\u2019appellativo di \u201cgreca, schiavona o spagnola\u201d che, pur potendo essere un segno di esoterismo o un nome di battaglia, si possono ricondurre a quelle comunit\u00e0 di stranieri da tempo insediate a Venezia (greci, armeni, albanesi, schiavoni etc.), oltre che ad elementi della popolazione fluttuante della citt\u00e0<a href=\"#_ftn30\" name=\"_ftnref30\"><sup>[30]<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p>Tirando per il momento le fila del discorso, non vi \u00e8 dubbio che un po\u2019 dovunque in Italia e in Europa, \u201cin passato, come oggi, la prostituzione era spesso un mestiere di immigrate\u201d<a href=\"#_ftn31\" name=\"_ftnref31\"><sup>[31]<\/sup><\/a>, per\u00f2 continua a rimanere sconosciuto il motivo dei flussi migratori legati al mondo del meretricio, le motivazioni e le aspettative dei protagonisti di quel mondo. Purtroppo, scrive la Mazzi, \u201cnon c\u2019\u00e8 testimonianza in grado di ricostruire quei percorsi, quelle motivazioni, quelle aspettative\u201d. Si pu\u00f2 solo procedere indirettamente valutando da una parte le capacit\u00e0 di attrazione delle singole citt\u00e0 e dall\u2019altra le ragioni ambientali, climatiche, economiche, politiche\u201d che rendevano cronico l\u2019esodo e irreversibile la corrente migratoria\u201d<a href=\"#_ftn32\" name=\"_ftnref32\"><sup>[32]<\/sup><\/a>, oltre a considerare quali fossero le forme di reclutamento delle pubbliche meretrici e le circostanze che le portarono a esercitare questo mestiere<a href=\"#_ftn33\" name=\"_ftnref33\"><sup>[33]<\/sup><\/a>. Se ne dar\u00e0 qualche cenno nel trattare del caso romano.<\/p>\n<ol start=\"2\">\n<li>Roma<\/li>\n<\/ol>\n<p>La storiografia da lungo tempo si \u00e8 occupata della prostituzione a Roma, per quanto riguarda sia il versante storico sia quello letterario<a href=\"#_ftn34\" name=\"_ftnref34\"><sup>[34]<\/sup><\/a>. L\u2019interesse per le \u201cdonne pubbliche\u201d, quasi assente per i secoli medievali per la mancanza di fonti, \u00e8 stato necessariamente rivolto all\u2019et\u00e0 moderna, ed in particolare al Cinquecento-Seicento<a href=\"#_ftn35\" name=\"_ftnref35\"><sup>[35]<\/sup><\/a>, anche per il numero davvero cospicuo di queste figure.<\/p>\n<p>Per comprendere meglio questo fenomeno, occorre tener presente la formidabile espansione della Citt\u00e0 Eterna nel corso del \u2018400 e primo \u2018500, suscitata dalle specifiche capacit\u00e0 della Curia di attrarre risorse economiche e umane. In questo periodo la popolazione cittadina raddoppi\u00f2 proprio in conseguenza dell\u2019imponente e continuo flusso migratorio, connotato dalla grande variet\u00e0 socio-professionale degli immigrati, provenienti non solo dalle aree limitrofe, ma anche dalle diverse regioni italiane ed europee<a href=\"#_ftn36\" name=\"_ftnref36\"><sup>[36]<\/sup><\/a>, popolazione di cui la componente maschile era straordinariamente elevata. \u201cDi conseguenza \u2013 ha osservato Elisabeth Cohen &#8211; nella popolazione cittadina esisteva un netto squilibrio nella proporzione tra i due sessi; le stime parlano di sole cinquantotto donne per ogni cento uomini\u201d<a href=\"#_ftn37\" name=\"_ftnref37\"><sup>[37]<\/sup><\/a>.\u00a0 \u00c8 dunque credibile che la dimensione veramente cospicua della diffusione del meretricio in citt\u00e0 fosse probabilmente dovuta \u201cdall\u2019esser in Roma raccolta una corte enorme di celibi\u201d<a href=\"#_ftn38\" name=\"_ftnref38\"><sup>[38]<\/sup><\/a>, per non parlare dei viaggiatori, laici ed ecclesiastici, e di tutti coloro che si trovavano per motivazioni diverse a soggiornare pi\u00f9 o meno temporaneamente in citt\u00e0.<\/p>\n<p>Ma quante erano le meretrici a Roma tra \u2018400 e \u2018500? A dar credito al cronista Stefano Infessura, alla fine del \u2018400 le meretrici \u201cmanifeste\u201d presenti a Roma erano \u201cin numero di 6.800 prostitute, eccettuate quelle che vivono come concubine e quelle che, non in pubblico ma nascostamente, in gruppi di cinque o sei esercitano quel mestiere, e ciascuna di loro ha uno o pi\u00f9 protettori. Considera in qual modo si vive a Roma, dove c\u2019\u00e8 il capo della cristianit\u00e0 e che \u00e8 chiamata citt\u00e0 santa\u201d;<a href=\"#_ftn39\" name=\"_ftnref39\"><sup>[39]<\/sup><\/a> mentre per il prete spagnolo Francisco Delicado, che scriveva la sua <em>Lozana andalusa<\/em> riferendosi al 1524, erano ben \u201ctrentamila puttane e novemila ruffiane\u201d<a href=\"#_ftn40\" name=\"_ftnref40\"><sup>[40]<\/sup><\/a>. Se entrambe queste valutazioni sono del tutto inattendibili dal punto di vista quantitativo, stanno per\u00f2 a dimostrare qual era la percezione del fenomeno da parte di coloro che vivevano a Roma<a href=\"#_ftn41\" name=\"_ftnref41\"><sup>[41]<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p>L\u2019esame analitico dei due censimenti che rimangano per Roma (uno, il <em>Census<\/em> del 1517 \u2013 in realt\u00e0 una rilevazione per parrocchie, peraltro incompleta \u2012 e l\u2019altro, la <em>Descriptio Urbis<\/em>, di circa 10 anni dopo), pu\u00f2 fornire qualche altro elemento per la nostra indagine<a href=\"#_ftn42\" name=\"_ftnref42\"><sup>[42]<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p>Partiamo dalla <em>Descriptio Urbis<\/em>, che riguarda tutta la citt\u00e0 e riporta non solo i nomi dei titolari dei fuochi ma anche il numero delle bocche per fuoco, partendo dall\u2019unico studio di carattere demografico prodotto su questo documento, ovvero la nota monografia di Livio Livi<a href=\"#_ftn43\" name=\"_ftnref43\"><sup>[43]<\/sup><\/a>, che dedica particolare attenzione alla popolazione femminile. Di questo saggio, allargando un po\u2019 il discorso, riporto in modo sintetico i risultati dei calcoli statistici e qualche mia osservazione.<\/p>\n<p>Nella <em>Descriptio<\/em> su di un totale di 9.352 fuochi, quelli femminili (compresi i monasteri con monache) sono 2.162 (23,2 su 100 famiglie)<a href=\"#_ftn44\" name=\"_ftnref44\"><sup>[44]<\/sup><\/a>, di cui quelli con titolare una donna non romana sono ben 1.470 (quindi pi\u00f9 della met\u00e0). Solo 388 sono i fuochi (di uomini e di donne) definiti esplicitamente \u201cromani\u201d, di questi 388 fuochi, 169 sono intestati a uomini e ben 219 a donne. Questi dati forniscono certamente delle preziose indicazioni, ma si devono prendere con cautela considerando alcuni evidenti atteggiamenti dei rilevatori che in parte ne falsano l\u2019obbiettivit\u00e0 e in particolare: 1. si rileva pi\u00f9 la provenienza straniera che non la romana, perch\u00e9, per dirla con il Livi, \u201cla qualit\u00e0 di <em>romano<\/em> aveva colpito poco la mente di coloro che compilarono il censimento\u201d<a href=\"#_ftn45\" name=\"_ftnref45\"><sup>[45]<\/sup><\/a>; 2. la provenienza \u00e8 indicata pi\u00f9 frequentemente per le donne, per le quali questo elemento costituiva il mezzo preferito per l\u2019individuazione, mentre gli uomini sono pi\u00f9 spesso indicati con il mestiere rispetto alla nazionalit\u00e0. Un elemento importante \u00e8 poi dato dalla densit\u00e0 dei fuochi, dove il numero medio delle persone dei fuochi femminili \u00e8 di 3,53 mentre per quelli maschili risulta di ben 6,46. \u201cPer i fuochi femminili la curva raggiunge il massimo per le famiglie composte da due persone e quindi cala rapidamente, per quelli maschili la curva raggiunge il massimo solo per i nuclei di 3 persone per poi decrescere assai pi\u00f9 lentamente\u201d<a href=\"#_ftn46\" name=\"_ftnref46\"><sup>[46]<\/sup><\/a>. Ebbene per Livi questo fenomeno \u00e8 dovuto al fatto che una gran parte delle donne a capo di un fuoco \u00e8 data prevalentemente da cortigiane<a href=\"#_ftn47\" name=\"_ftnref47\"><sup>[47]<\/sup><\/a>. Infatti, per lui il loro numero non pu\u00f2 limitarsi a quello molto ridotto del nostro censimento, dove solo 31 donne riportano l\u2019indicazione di questo mestiere (cortigiana, curiale, puttana), mentre diverse fonti, tra cui la rilevazione del 1517, tramandano numeri molto pi\u00f9 elevati. Considerando tutta una serie di elementi, egli ha valutato che a Roma il numero delle donne dedite al meretricio dovesse aggirarsi sulle 1500 unit\u00e0, costituendo circa il 3% della popolazione censita<a href=\"#_ftn48\" name=\"_ftnref48\"><sup>[48]<\/sup><\/a>, numero a mio avviso sovrastimato anche alla luce della rilevazione del 1517.<\/p>\n<p>Questo documento, che, come si \u00e8 detto, \u00e8 anteriore alla <em>Descriptio <\/em>di circa 10 anni, peraltro mutilo mancando circa 2\/3 del manoscritto, consta di 2.812 registrazioni, e in pi\u00f9 di un terzo di queste compaiono donne; \u00e8 da tener presente per\u00f2 che in una sola registrazione possono essere nominate anche diverse donne, oppure pu\u00f2 essere solo indicato che in una casa abitano \u201ccerte done\u201d, quindi \u00e8 impossibile proporre una quantificazione complessiva della presenza femminile l\u00ec registrata. In ogni caso, un numero consistente di donne, molte delle quali straniere (le pi\u00f9 numerose erano le spagnole seguite da tedesche e francesi), le quali a Roma abitavano e lavoravano, da sole o aggregandosi con altre o altri, in una pluralit\u00e0 di attivit\u00e0 e mestieri, che in questa fonte emergono in modo pi\u00f9 articolato rispetto alla <em>Descriptio<\/em><a href=\"#_ftn49\" name=\"_ftnref49\"><sup>[49]<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p>Nel <em>Census <\/em>del 1517, su 1.424 indicazioni riferite al mestiere, per le donne il pi\u00f9 rappresentato \u00e8 quello della cortigiana con ben 206 attestazioni e precisamente 182 cortigiane, 12 <em>putane<\/em>, 3 curiali, 2 meretrici, 7 <em>done de partito <\/em>(cos\u00ec sono definite nel documento), a capo di fuochi molto ridotti (in media solo 2-3 persone) \u2013 cosa peraltro comune alla gran parte dei fuochi di donne che esercitavano mestieri umili, come le camiciaie e le lavandaie<a href=\"#_ftn50\" name=\"_ftnref50\"><sup>[50]<\/sup><\/a>. In una valutazione numerica della presenza delle cortigiane a Roma in quest\u2019epoca, si dovr\u00e0 ovviamente considerare che \u00e8 possibile che esercitassero il mestiere anche le coinquiline delle titolari dei fuochi. Alcune delle cortigiane censite sono indicate anche con altre qualifiche, come ad esempio \u201cYsabeta todescha cortesana et lavandara\u201d, o \u201cDomenica de Narnia quale tene camere locande, putana\u201d<a href=\"#_ftn51\" name=\"_ftnref51\"><sup>[51]<\/sup><\/a>, il che fa pensare che per queste donne il meretricio non fosse il mestiere prevalente ma che fosse praticato per rimpolpare gli scarsi redditi del loro abituale lavoro.<\/p>\n<p>Dall\u2019esame dei due documenti, altri elementi colpiscono immediatamente: l\u2019onomastica delle cortigiane, costituita da veri e propri nomi di battaglia: \u201cOra si fanno chiamare ora Cassandra, ora Porzia, ora Prudenzia o Cornelia\u201d, non mancava di osservare Pietro Aretino nelle <em>Sei giornate<\/em><a href=\"#_ftn52\" name=\"_ftnref52\"><sup>[52]<\/sup><\/a>, e da quelli ricavati dalla loro provenienza, che \u2013 quando espressa \u2013 \u00e8 nella gran parte dei casi non romana. Tanto per esemplificare: nella parrocchia di San Trifone \u2013 Sant\u2019Agostino, posta nell\u2019area del rione Campomarzio confinante con Parione, su 12 cortigiane censite, vi erano cinque spagnole, una greca, una veneziana, una piacentina, una ferrarese, due senza provenienza e solo una \u00e8 detta \u201cromana\u201d<a href=\"#_ftn53\" name=\"_ftnref53\"><sup>[53]<\/sup><\/a>. Infine, sulla percezione che nel primo \u2018500 si aveva a Roma non solo del numero ma anche delle molteplici nazionalit\u00e0 delle cortigiane fa luce il citato brano de <em>La<\/em> <em>Lozana andalusa<\/em> di Francisco Delicado, dove \u2013 probabilmente enfatizzando \u2012 se ne elencano ben 66. Solo le spagnole erano divise in 13 piccoli gruppi, le italiane erano distinte per 31 provenienze cittadine e regionali, a cui facevano seguito delle entit\u00e0 territoriali pi\u00f9 grandi come Francia, Inghilterra, Germania etc.<a href=\"#_ftn54\" name=\"_ftnref54\"><sup>[54]<\/sup><\/a>. Naturalmente non \u00e8 possibile valutare il grado di precisione delle rilevazioni dei rilevatori o la veridicit\u00e0 delle dichiarazioni di queste donne, anche perch\u00e9 si deve sempre tener conto che per una prostituta poteva essere pi\u00f9 conveniente manifestare un\u2019origine forestiera, cos\u00ec da aumentare il proprio potere di attrazione. Di conseguenza, a Roma come altrove, i nomi non costituiscono un indicatore sicuro della provenienza geografica delle prostitute<a href=\"#_ftn55\" name=\"_ftnref55\"><sup>[55]<\/sup><\/a>, quindi qualsiasi valutazione della \u201cnazionalit\u00e0\u201d deve ritenersi approssimativa.<\/p>\n<p>Un ulteriore dato \u00e8 comunque fornito per l\u2019anno 1549 quando, per finanziare la riparazione del ponte S. Maria (poi denominato \u201cPonte rotto\u201d), si dispose una tassa per le cortigiane \u201cmanifeste\u201d, che furono censite per alcuni rioni cittadini (il rione Ponte e le sue adiacenze e diverse contrade dei rioni Campomarzio, Colonna, Regola, Parione e Pigna, dunque solo una parte della citt\u00e0 sebbene centrale) risultando circa 437<a href=\"#_ftn56\" name=\"_ftnref56\"><sup>[56]<\/sup><\/a>, di cui le romane e le native dell\u2019odierno Lazio costituivano una netta minoranza. Vale la pena di essere pi\u00f9 precisi: delle 437 prostitute (registrate in 401 abitazioni), mentre per circa 208 non \u00e8 espressa la provenienza, le prostitute definite \u201cromane\u201d risultano 19, mentre quelle \u201claziali\u201d soltanto 14. Ben pi\u00f9 numerose le straniere e le forestiere: in tutto 196: precisamente tra le straniere (in tutto 68) le spagnole erano 36, seguite dalle francesi in numero di 12, nove erano le tedesche e otto le greche, mentre due erano le fiamminghe e una soltanto portoghese; tra le italiane (in totale 128) spiccano le bolognesi\/parmigiane in numero di 24, le veneziane 17, le fiorentine14, le ferraresi 12, le senesi 11 e cos\u00ec pure le perugine, mentre le napoletane erano 10; le urbinate, le milanesi, le mantovane e le piacentine erano cinque per ogni citt\u00e0, mentre le genovesi erano solo tre<a href=\"#_ftn57\" name=\"_ftnref57\"><sup>[57]<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p>Questa tendenza era destinata a persistere: dall\u2019indagine condotta da Tessa Storey sui registri parrocchiali romani tra il 1590 e il 1630, su 1.198 prostitute l\u201984% erano immigrate<a href=\"#_ftn58\" name=\"_ftnref58\"><sup>[58]<\/sup><\/a>. Secondo la Kurzel Runtscheiner, tra il 1500 e il 1600 si registra un\u2019autentica corsa di donne da ogni angolo d\u2019Europa verso la Citt\u00e0 Eterna: arrivavano giovanissime, dalla Spagna, dai paesi balcanici, dagli Stati cattolici della Germania, etc.<a href=\"#_ftn59\" name=\"_ftnref59\"><sup>[59]<\/sup><\/a>, mentre sempre in secondo piano rimangono le romane, che per lo pi\u00f9 praticavano il mestiere occasionalmente e di nascosto.<\/p>\n<p>Anche per Roma, come per le altre citt\u00e0 di cui si \u00e8 prima fatto cenno, non \u00e8 possibile risalire alle cause dell\u2019emigrazione di tante donne \u201cvenali\u201d e dei loro lenoni e protettori, e neppure, se non per singoli casi, alle circostanze che hanno determinato per molte donne la pratica di questo mestiere e\/o il loro reclutamento.<\/p>\n<p>Delle meretrici che esercitavano nei lupanari romani praticamente non si sa nulla, e anche riguardo agli stessi bordelli scarse sono le informazioni: nel rione Ripa presso la chiesa di S. Maria in Cosmedin (Bocca della Verit\u00e0) sorgeva il Burdelletto dove \u201cerano riunite le basse prostitute, in case con un muro di cinta\u201d e pure nei dintorni vi erano abitazioni di povere meretrici<a href=\"#_ftn60\" name=\"_ftnref60\"><sup>[60]<\/sup><\/a>;\u00a0 ed \u00e8 noto che anche nel rione Campomarzio fra via di Ripetta e piazza Lombarda nella localit\u00e0 detta l\u2019Ortaccio risiedevano molte donne di malaffare del livello pi\u00f9 basso: non \u00e8 un caso che proprio qui nel 1569 sar\u00e0 istituito da Pio V un Serraglio per le prostitute, recintato da mura e porte<a href=\"#_ftn61\" name=\"_ftnref61\"><sup>[61]<\/sup><\/a>, che per\u00f2 ebbe vita breve. L\u2019unico bordello su cui si \u00e8 reperita qualche informazione pi\u00f9 precisa \u00e8 quello di Ponte Sisto (detto anche di Santa Maria), considerato \u201cl\u2019ultima spiaggia\u201d per le prostitute pi\u00f9 anziane e cadute in miseria<a href=\"#_ftn62\" name=\"_ftnref62\"><sup>[62]<\/sup><\/a>. Da due atti notarili, entrambi della fine del \u2018400, si recupera peraltro solo il nome dei tenutari e dei gestori, oltre a qualche particolare di un certo interesse. Il primo atto, rogato dal notaio Pacifico Pacifici, in data 11 novembre 1487, mostra come le <em>domunculae <\/em>del postribolo (il cui numero complessivo non \u00e8 noto) fossero di propriet\u00e0 privata: nel nostro atto il macellaio Domenico Maldosso e il fratello Cristoforo, proprietari <em>in<\/em> <em>postribulo pontis S. Marie<\/em> di 16 <em>domunculas postribularias partim copertas et partim discopertas<\/em>, fino ad allora di propriet\u00e0 comune, decidono di dividerle tra loro<a href=\"#_ftn63\" name=\"_ftnref63\"><sup>[63]<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p>Con il secondo documento, del 23 giugno 1496, si aggiunge un altro tassello alla storia del bordello di Ponte Sisto. La giurisdizione sulla contrada di quel postribolo era di pertinenza del pontefice \u2013 allora Alessandro VI \u2012 che ne aveva affidato il \u201cCapitanato\u201d a Bartolomeo <em>de Mena<\/em> e a Martino <em>Athari<\/em>. Questi due personaggi, a loro volta, con regolare atto notarile<a href=\"#_ftn64\" name=\"_ftnref64\"><sup>[64]<\/sup><\/a>, concedevano in affitto per un anno e per dieci ducati di carlini mensili <em>supradictum officium capitaneatus prefati loci seu postribuli <\/em>a due individui, il c\u00f2rso Ludovico Romanelli e un non meglio definito Capuano, <em>cum omnibus onoribus et emolumentis <\/em>e con il potere di esigere da ogni meretrice <em>veniente ad demorandum in dicto loco et postribolo <\/em>due carlini ogni mese, oltre a gestire una baratteria <em>in qua ludentes ibidem possint et valeant ludere sine aliqua pena<\/em>, e una taverna libera dal pagamento della gabella del vino.<\/p>\n<p>Se dalla documentazione archivistica del Quattrocento e primo Cinquecento nessuna notizia si \u00e8 finora recuperata sulle abitanti dei bordelli, ugualmente scarse indicazioni si hanno sulle motivazioni all\u2019origine della loro attivit\u00e0 e sulle condizioni di vita delle prostitute \u201cindipendenti\u201d, ad eccezione naturalmente delle cortigiane pi\u00f9 famose e pi\u00f9 benestanti<a href=\"#_ftn65\" name=\"_ftnref65\"><sup>[65]<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p>Mancando per il periodo considerato le fonti giudiziarie, che dal tardo \u2018500 hanno potuto documentare le vicende e dare informazioni su un certo numero di prostitute<a href=\"#_ftn66\" name=\"_ftnref66\"><sup>[66]<\/sup><\/a>, qualche spia relativa al loro reclutamento e alla loro presenza a Roma \u00e8 fornita da alcuni atti notarili stipulati come contratti di lavoro servile<a href=\"#_ftn67\" name=\"_ftnref67\"><sup>[67]<\/sup><\/a>, che ben testimoniano la relazione tra immigrazione, attivit\u00e0 lavorative poco remunerate e caduta nella prostituzione. Infatti, per molte donne prive di un sostegno maschile e di una rete di rapporti familiari, venute in citt\u00e0 motivate da stringente necessit\u00e0 o dalla speranza di migliorare la propria condizione, l\u2019allocarsi come serva sembrava quasi l\u2019unica soluzione, anche se poi il servizio domestico poteva costituire la prima tappa sulla via del meretricio<a href=\"#_ftn68\" name=\"_ftnref68\"><sup>[68]<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p>Tra i diversi contratti sottoscritti da donne adulte, tutte non romane, quello stipulato nel 1454 da Margherita <em>uxor Pauli sclavi de Osaro de Slavonia<\/em> offre spunti interessanti. La donna, probabilmente abbandonata dal marito, s\u2019impegnava con il nobile Angelo di Pietro di Matteo <em>de Albertonibus<\/em> \u2012 non solo per s\u00e9 stessa ma anche per la figlioletta Elena di un anno e mezzo \u2012 a lavorare presso di lui fino al raggiungimento dei 16 anni della figlia, quando Pietro avrebbe pagato la dote alla fanciulla e le avrebbe trovato un marito adeguato al suo stato. Oltre al periodo di servizio molto pi\u00f9 ampio del normale, quel che colpisce \u00e8 un altro particolare: Margherita era giunta a Roma da una localit\u00e0 non indicata a spese di Pietro, il quale, nel caso che il marito della donna fosse venuto nell\u2019Urbe e l\u2019avesse rivoluta con s\u00e9, pretendeva di riavere i soldi spesi per il viaggio e inoltre l\u2019obbligava a non andare al servizio di nessun altro<a href=\"#_ftn69\" name=\"_ftnref69\"><sup>[69]<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p>Questo particolare e lo spostamento della donna da un\u2019altra citt\u00e0 apre uno scenario pi\u00f9 inquietante, messo in luce dalla storiografia, che rinvia a un vero e proprio mercato delle donne (non solo prostitute), reclutate da spregiudicati trafficanti soprattutto dai paesi dell\u2019Est \u201cperfezionando i propri movimenti d\u2019affari con finti contratti che prevedevano la restituzione delle somme impiegate per i viaggi, il vitto, gli abiti e la ricerca dell\u2019ingaggio\u201d<a href=\"#_ftn70\" name=\"_ftnref70\"><sup>[70]<\/sup><\/a>. In questo contesto si inquadra anche il contratto sottoscritto da Alena <em>uxor Nicolai sclavi<\/em> e il nobile Francisco <em>de Astallis<\/em>, membro di un\u2019importante famiglia dell\u2019aristocrazia romana. La donna, maltrattata e abbandonata dal marito (\u201casserens se esse male tractatam et totaliter derelictam a dicto Nicolao eius viro nec sperat illum amplius revidere\u201d), dopo aver dichiarato di essere \u201cdeventa \u2026 ad manus nobilis viri Francisci de Astallis, et suis sumptibus et expensis devenerit ad Urbem sicut ipsa semper desideravit\u201d, s\u2019impegnava a servire Francesco \u201cin eius domo in omnibus servitiis sibi possibilibus ad beneplacitum dicti Francisci et pro eo tempore quo sibi Francisco placuerit\u201d per ricompensarlo di quanto aveva fatto per lei fino ad allora; e a far fede sulle buone intenzioni di Francesco (che evidentemente l\u2019avrebbe considerata una serva-concubina) interveniva un altro nobile romano, Pietro Matteo Albertoni che prometteva ad Alena che \u201cdominus Franciscus bene tractabit ipsam in alendo et gubernando ac eidem dando calciamenta et vestimenta\u201d<a href=\"#_ftn71\" name=\"_ftnref71\"><sup>[71]<\/sup><\/a>. \u00c8 facile ipotizzare il destino della povera Alena una volta licenziata dal servizio di Francesco.<\/p>\n<p>La documentazione raccolta mette in luce anche relazioni dove il legame tra un uomo e una donna, pur definita concubina, potrebbe far ipotizzare lo sfruttamento della donna come lavoratrice del sesso. \u00c8 quanto sembra dedursi dal rapporto tra Lionello da Bologna e la \u201cteutonica\u201d Giannetta. Nell\u2019atto, rogato il 16 marzo 1496 in casa del nobile Iacopo Santacroce e alla sua presenza, Lionello, che dichiarava di aver condotto a sue spese la donna da Venezia a Roma, avendo deciso di \u201c[eam] liberare \u2026 et eam ulterius non retinere ad suum velle ut concubinam, \u2026 ipsam Iannectam, presentem etc., liberavit et eam liberam fecit ut possit et valeat de sua persona disponere ad suum velle\u201d. La sua liberalit\u00e0 verso la donna aveva per\u00f2 un prezzo, ben 12 ducati per tutte le spese da lui fatte per condurla \u201cde dicto loco ad Urbem et in aliis sibi factis\u201d, che Giannetta gli pagava in contanti. A sua volta la donna prometteva di \u201cnon capere nec retinere aliquem hominem in rufiano\u201d, altrimenti Lionello avrebbe potuto \u201cexigere ab ea ducatos 25 et ipsam petere in sua concubina\u201d<a href=\"#_ftn72\" name=\"_ftnref72\"><sup>[72]<\/sup><\/a><em>.<\/em><\/p>\n<p>Si potrebbe continuare con un\u2019altra tipologia di casi in cui una donna offre \u201cil servizio\u201d della sua sessualit\u00e0 in cambio di un\u2019adeguato mantenimento, contratti che si potrebbero definire di \u201cservizio sessuale esclusivo\u201d sebbene a tempo determinato, e che a volte hanno come caratteristica la non coabitazione delle parti<a href=\"#_ftn73\" name=\"_ftnref73\"><sup>[73]<\/sup><\/a>. Si tratta di una prostituzione di medio e alto livello, da cortigiana \u201conesta\u201d, da \u201ccuriale\u201d (ovvero relativa a donne che frequentavano gli ambienti della curia)<a href=\"#_ftn74\" name=\"_ftnref74\"><sup>[74]<\/sup><\/a> per usare la terminologia in uso a quei tempi, e dunque al di fuori del tema trattato in questa sede, sebbene si debba sottolineare come anche queste donne indichino una provenienza per lo pi\u00f9 non romana.<\/p>\n<p>Infine, solo un breve cenno alle schiave, \u201cstraniere assolute\u201d<a href=\"#_ftn75\" name=\"_ftnref75\"><sup>[75]<\/sup><\/a>, soprattutto acquistate come schiave domestiche ma obbligate a soddisfare ogni volere del padrone; le schiave, infatti, non potevano vantare nessun diritto e in molti casi erano state acquistate proprio per il loro sfruttamento sessuale<a href=\"#_ftn76\" name=\"_ftnref76\"><sup>[76]<\/sup><\/a>. In verit\u00e0, dalla scarsa documentazione reperita per Roma, non emerge questo elemento e neppure quello dell\u2019avvio al meretricio, ma soltanto la loro provenienza: tra la fine del \u2018400 e i primi decenni del secolo seguente, nella decina di casi individuati, in maggioranza si tratta di schiave definite genericamente <em>nigre<\/em>, una \u00e8 definita <em>ethiopica<\/em> e un\u2019altra <em>ungara<\/em><a href=\"#_ftn77\" name=\"_ftnref77\"><sup>[77]<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p>In conclusione, con dati cos\u00ec parziali non \u00e8 possibile comprendere fino in fondo le ragioni e i modi dei flussi migratori legati all\u2019esercizio del meretricio a Roma. Quello che colpisce \u00e8 soprattutto il fenomeno capillare della prostituzione privata, con o senza la presenza di lenoni e protettori, costituita soprattutto da donne che dichiaravano un\u2019origine non romana. Le cortigiane, di vario livello, erano presenti in tutta la citt\u00e0, a quel che sembra tollerate e sostanzialmente accettate nella vita quotidiana, sebbene tra \u2018400 e \u2018500 le autorit\u00e0 si sforzassero di porre dei limiti soprattutto per distinguere le cortigiane di condizione pi\u00f9 elevata dalle nobili romane. Per questo motivo gi\u00e0 dall\u2019epoca di Paolo II nella normativa suntuaria romana venne imposto alle prostitute il divieto di indossare l\u2019abito tradizionale delle <em>honestae dominae<\/em>, abito a cui si annetteva una grande importanza sociale e simbolica<a href=\"#_ftn78\" name=\"_ftnref78\"><sup>[78]<\/sup><\/a>, divieto ribadito anche nelle normative successive<a href=\"#_ftn79\" name=\"_ftnref79\"><sup>[79]<\/sup><\/a>.<\/p>\n<hr \/>\n<p><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\"><sup>[1]<\/sup><\/a>1\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Francisco Delicado, <em>Ritratto della Lozana andalusa<\/em>, a cura di Teresa Cirillo Sirri, Roma, Roma nel Rinascimento, 1998, p. 70.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\"><sup>[2]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Una messa a punto sulla letteratura italiana e straniera in materia si deve a Maria Serena Mazzi, <em>La mala vita. Donne pubbliche nel Medioevo<\/em>, Bologna, Il Mulino, 2018, a cui affiancare il recentissimo studio di Rossella Rinaldi, <em>Meretricio. Storia e storie (secc. XIII-XV)<\/em>, in <em>La fama delle donne. Pratiche femminili e societ\u00e0 tra Medioevo ed Et\u00e0 moderna<\/em>, a cura di Vincenzo Lagioia, Maria Pia Paoli e Rossella Rinaldi, Roma, Viella, 2020, pp. 105-131, in particolare pp. 108-112. Rinviando alla bibliografia citata nei lavori di queste studiose, nel corso del presente contributo mi limiter\u00f2 a segnalare i saggi strettamente attinenti alla mia narrazione.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref3\" name=\"_ftn3\"><sup>[3]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Su questo cfr. Jacques Rossiaud, <em>La prostituzione nel medioevo<\/em>, tr. it., Roma-Bari, Laterza, 1984, pp. 93-109; e sul mutamento di tendenza \u2013 soprattutto a livello morale, sociale e collettivo \u2013 a partire dalla fine del \u2018400, alle pp. 167-204. Vedi inoltre Giacomo Todeschini, <em>Visibilmente crudeli.<\/em> <em>Malviventi, persone sospette e gente qualunque dal Medioevo all\u2019et\u00e0 moderna<\/em>, Bologna, il Mulino, 2007, pp. 147-153; e Gustavo Adolfo Nobile Mattei, <em>Miserabili o criminali? Le prostitute come dilemma penale (secc. XVI-XVII)<\/em>, in <em>La fama delle donne<\/em>, cit., pp. 191-206.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref4\" name=\"_ftn4\"><sup>[4]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Cfr., tra gli altri, J. Rossiaud, <em>La prostituzione nel medioevo<\/em>, cit., pp. 77-80; Richard C. Trexler, <em>La prostitution florentine au XVe si\u00e8cle: patronages et client\u00e8les<\/em>, \u201c<em>Annales E.S.C.\u201d<\/em>, 36 (1981), pp. 983-1015, ripubblicato in versione italiana in Richard C. Trexler, <em>Famiglia e potere a Firenze nel Rinascimento<\/em>, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1990, pp. 201-253, da cui si cita; Maria Serena Mazzi,<em> Il mondo della prostituzione nella Firenze tardo medievale<\/em>, in <em>Forestieri e stranieri nelle citt\u00e0 basso-medievali<\/em>, Atti del Seminario Internazionale di Studio, Bagno a Ripoli (Firenze), 4-8 giugno 1984, Firenze, Salimbeni, 1988, pp. 127-147; Maria Serena Mazzi, <em>Un \u201cdilettuoso luogo\u201d: l\u2019organizzazione della prostituzione nel tardo Medioevo<\/em>, in <em>Citt\u00e0 e servizi sociali nell\u2019Italia dei secoli XII-XV<\/em>, Pistoia, Centro Studi Storia e Arte,1990, pp. 467-468. Su Venezia e la lotta alla sodomia cfr. Elisabeth Pavan, <em>Police des moeurs, soci\u00e9t\u00e9 et politique \u00e0 Venise \u00e0 la fin du Moyen Age<\/em>, \u201cRevue historique\u201d, 264 (1980), pp. 241-288; per Perugia il noto lavoro di Ariodante Fabretti, <em>La prostituzione a Perugia nei secoli XIV, XV e XVI<\/em>, Torino, coi tipi privati dell\u2019editore, 1885, ampiamente utilizzato da Sandro Allegrini, <em>Perugia a luci rosse: dal Medioevo alla legge Merlin<\/em>, Perugia, Morlacchi, 2016. Si veda inoltre Giovanni Scarabello, <em>Meretrices<\/em>. <em>Storia della prostituzione<\/em> a <em>Venezia<\/em> dal <em>XIII<\/em> al <em>XVIII secolo<\/em><em>, Venezia, Supernova, 2008. <\/em>Per la Sicilia cfr. Antonino Cutrera, <em>Storia della prostituzione in Sicilia<\/em>, Palermo, Editori Stampatori Associati, 1971; Patrizia Sardina, <em>La sessualit\u00e0 femminile in Sicilia<\/em>, \u201cArchivio Storico Siracusano\u201d, ser. III, 13 (1999), pp. 73-147: 118-123.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref5\" name=\"_ftn5\"><sup>[5]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Stefania Arcuti, <em>Segnate a vista. Donne di strada nel medioevo<\/em>, Lecce, Pensa Multimedia, 2011.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref6\" name=\"_ftn6\"><sup>[6]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Ricordo solo i pi\u00f9 famosi: L\u2019Ufficio dell\u2019Onest\u00e0 di Firenze, <strong>una magistratura permanente che aveva il compito esplicito di vegliare e controllare la moralit\u00e0 pubblica, <\/strong>operante a partire dal 1403, e l\u2019Ufficio delle Bollette di Bologna, a cui dalla fine del \u2018300 in poi sino a tutto il XVIII secolo, furono trasferite le competenze fondamentali in materia di prostituzione, anche a livello di controllo, sebbene questo ufficio fosse addetto principalmente all\u2019incasso delle tasse sulla pratica della prostituzione: la riscossione del tributo, comportando censimenti periodici e soprattutto la ricerca delle insolventi, dava modo ai funzionari di vigilare esercitando una forma evidente di <em>auctoritas<\/em> oltre a realistiche pressioni sulle donne, cfr. Rossella Rinaldi, <em>Meretricio, giustizia, genere (secc. XIII-XV)<\/em>, in <em>I registri della giustizia penale nell\u2019Italia dei secoli XII-XV<\/em>, a cura di Didier Lett, Rome, Publications de l\u2019\u00c9cole fran\u00e7aise de Rome, 2021, pp. 425-462: 437.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref7\" name=\"_ftn7\"><sup>[7]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Ibid.; M.S. Mazzi, <em>La mala vita<\/em>, cit.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref8\" name=\"_ftn8\"><sup>[8]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 M.S. Mazzi, <em>La mala vita<\/em>, cit., p. 14. Sul corpo e la sessualit\u00e0 come \u201crisorsa\u201d, cfr. Lucia Ferrante, <em>Il valore del corpo, ovvero la gestione economica della sessualit\u00e0 femminile<\/em>, in <em>Il lavoro delle donne<\/em>, a cura di Angela Groppi, Roma-Bari, Laterza, 1996, pp. 206-228.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref9\" name=\"_ftn9\"><sup>[9]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Gi\u00e0 Rossiaud aveva distinto quattro livelli di appartenenza al mondo della prostituzione, cfr. J. Rossiaud, <em>La prostituzione nel Medioevo<\/em>, cit.; e ora Id., <em>Amori venali. La prostituzione nell\u2019Europa medievale<\/em>, Roma-Bari, Laterza, 2013, pp. 86-87<strong>.<\/strong><\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref10\" name=\"_ftn10\"><sup>[10]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 R. Rinaldi, <em>Meretricio, giustizia, genere<\/em>, cit., p. 442. \u00c8 per\u00f2 da tenere presente che \u201cnon di rado <em>meretrix<\/em> pu\u00f2 trovarsi in associazione oppure in sostituzione ad <em>amaxia<\/em>, e concubina\u201d, risultandone confuso l\u2019accertamento delle singole identit\u00e0. Sull\u2019ambiguit\u00e0 di fondo del lessico, che \u201cgenericamente si appunta su trasgressioni femminili percepite, anzitutto, come minacce per la famiglia, l\u2019ordine dei generi e della societ\u00e0\u201d, cfr. Carol Lansing, <em>Concubines, Lovers, Prostitutes. <\/em><em>Infamy and Female Identity in Medieval Bologna<\/em>, in <em>Beyond Florence. <\/em><em>The contours of medieval and early modern Italy<\/em>, a cura di Paula Fendlen, Michelle Fontaine, Duane J. Osheim, Stanford, Stanford University Press, 2003, pp. 85-100, ma si vedano le acute osservazioni della Rinaldi, <em>Meretricio. <\/em><em>Storia<\/em>, cit., pp. 107, nota 6, che rinvia a Eukene Lacarra Lanz, <em>Changing Boundaries of Licit and Illicit Unions: Concubinage and Prostitution, <\/em>in <em>Marriage and Sexuality in Medieval and Early Modern Iberia<\/em>, a cura di Eukene Lacarra Lanz, New York-London, Routledge, 2002 pp. 158-194, e a Ruth Mazo-Karras, <em>Unmarriages. Women, Men and Sexual Unions in the Middle Age<\/em>, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 2012, pp. 135-164.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref11\" name=\"_ftn11\"><sup>[11]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 R. Rinaldi, <em>Meretricio, giustizia, genere<\/em>, cit., p. 445.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref12\" name=\"_ftn12\"><sup>[12]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Ibid., p. 443.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref13\" name=\"_ftn13\"><sup>[13]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Cfr., ad esempio, M. S. Mazzi, <em>Il mondo della prostituzione<\/em>, cit., p. 138; E. Pavan, <em>Police des moeurs<\/em>, p. 257, etc.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref14\" name=\"_ftn14\"><sup>[14]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Questa e le seguenti citazioni sono tratte da M.S. Mazzi, <em>La mala vita<\/em>, cit., p. 131, che offre ampia bibliografia.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref15\" name=\"_ftn15\"><sup>[15]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 M. S. Mazzi, <em>Il mondo della prostituzione<\/em>, cit., p. 136. A Bologna le prostitute che operavano al di fuori del lupanare, e dunque clandestinamente, erano chiamate <em>casarenghe<\/em> (casalinghe), cfr. R. Rinaldi, <em>Meretricio, giustizia, genere<\/em>, cit., p. 439.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref16\" name=\"_ftn16\"><sup>[16]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 M. S. Mazzi, <em>La mala vita<\/em>, cit., p. 131.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref17\" name=\"_ftn17\"><sup>[17]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 In questa fonte sono elencati sinteticamente \u201coltre ai delitti e alle condanne, i nomi, il luogo di provenienza, l\u2019occupazione, il luogo di residenza di tutte le donne coinvolte in ognuno dei 1720 portati all\u2019esame dell\u2019Onest\u00e0 durante questi 82 anni\u201d, ed in particolare \u2012 ai fini di un\u2019elencazione delle presenze \u2013 per gli anni 1486-1490, cfr. R.C. Trexler, <em>La prostituzione fiorentina<\/em>, cit., pp. 204-210: 205.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref18\" name=\"_ftn18\"><sup>[18]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 M.S. Mazzi, <em>Il mondo della prostituzione<\/em>, cit., pp. 133-134.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref19\" name=\"_ftn19\"><sup>[19]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 R.C. Trexler, <em>La prostituzione fiorentina<\/em>, cit., p. 208 (tavola analitica) e M.S. Mazzi, <em>Il mondo della prostituzione<\/em>, cit., p. 137.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref20\" name=\"_ftn20\"><sup>[20]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 R.C. Trexler, <em>La prostituzione fiorentina<\/em>, cit., p. 208-209; la citazione \u00e8 da M.S. Mazzi, <em>La mala vita<\/em>, cit., p. 133.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref21\" name=\"_ftn21\"><sup>[21]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 M.S. Mazzi, <em>Il mondo della prostituzione<\/em>, cit., pp. 136-137. La studiosa osserva anche come \u201covviamente molte fiorentine si trovavano probabilmente sparse nei postriboli di altre citt\u00e0 italiane e forse anche all\u2019estero\u201d.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref22\" name=\"_ftn22\"><sup>[22]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 <em>Angelica Gamba,<\/em><em> La prostituzione a Ferrara<\/em><em> nel tardo Medioevo<\/em>, <em>tesi<\/em> di laurea, Universit\u00e0 degli Studi di <em>Ferrara<\/em>, relatrice Maria Serena Mazzi, a.a. 1996-1997, cit. in M.S. Mazzi, <em>La mala vita<\/em>, cit., p. 134.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref23\" name=\"_ftn23\"><sup>[23]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 R. Rinaldi, <em>Mulieres publicae<\/em>, cit., p. 116.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref24\" name=\"_ftn24\"><sup>[24]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Ibid., e p. 125 nota 41.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref25\" name=\"_ftn25\"><sup>[25]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Emanuela Di Stefano, <em>Postribolo pubblico e prostituzione a Macerata nel basso Medioevo<\/em>, \u201c<em>Proposte e ricerche\u201d<\/em><em>,<\/em> 34-I (1995), p. 18-36: 22, 24 sgg.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref26\" name=\"_ftn26\"><sup>[26]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Viviana Mul\u00e8, <em>La prostituzione a Siracusa sul finire del \u2018400 attraverso un documento inedito dell\u2019Archivio della Corona d\u2019Aragona<\/em>, \u201cArchivio Storico Siracusano\u201d, ser. III, 17 (2003), pp. 65-90: 75-76.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref27\" name=\"_ftn27\"><sup>[27]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 A. Cutrera, <em>Storia<\/em>, cit., p. 69.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref28\" name=\"_ftn28\"><sup>[28]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 E. Pavan, <em>Police des moeurs<\/em>, cit. p. 257. La studiosa aggiunge di trattare con grande prudenza i dati forniti dai cronisti che sono portati a ingigantire il fenomeno della prostituzione anche per sottolineare la corruzione dei costumi della loro epoca, e la nostalgia per gli onesti costumi del passato. Su ci\u00f2 cfr. anche Paul Larivaille, <em>La vita quotidiana<\/em> <em>delle cortigiane nell\u2019Italia del Rinascimento<\/em>, tr. it., Milano, Fabbri, 1998, pp. 59-60.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref29\" name=\"_ftn29\"><sup>[29]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 E. Pavan, <em>Police des moeurs<\/em>, cit., p. 256.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref30\" name=\"_ftn30\"><sup>[30]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Ibid., p. 257-258. Sul lavoro delle immigrate, soprattutto servile, che poteva decadere nel meretricio, cfr. Emanuele Orlando, <em>Migrazioni mediterranee. Migranti, minoranze e matrimoni a Venezia nel basso medioevo<\/em>. Bologna, Il Mulino, 2014, pp. 178-180, che sottolinea come non solo a Venezia \u201cla figura della prostituta era appartenuta alla storia della migrazione &#8230; allo stesso modo in cui ne avevano fatto parte la serva o la balia o la dama di compagnia\u201d (p. 180 e nota 17).<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref31\" name=\"_ftn31\"><sup>[31]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Anna Bellavitis, <em>Il lavoro delle donne nelle citt\u00e0 dell\u2019Europa moderna<\/em>, Roma, Viella, 2016, p. 204.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref32\" name=\"_ftn32\"><sup>[32]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 M.S. Mazzi, <em>La mala vita<\/em>, cit., pp. 134, 136.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref33\" name=\"_ftn33\"><sup>[33]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 M.S. Mazzi, <em>Il mondo della prostituzione<\/em>, cit., p. 138.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref34\" name=\"_ftn34\"><sup>[34]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Tra le opere storiche pi\u00f9 risalenti vi \u00e8 senz\u2019altro Emmanuel Rodocanachi, <em>Courtisanes et bouffons. <\/em><em>\u00c9tude de<\/em> <em>m\u0153urs romaines au XVIe si\u00e8cle<\/em>, Paris, Flammarion, 1894 (tr. it. Milano, Li Causi, 1927); Umberto Gnoli, <em>Cortigiane romane. Note e bibliografia<\/em>, Arezzo, Edizioni della Rivista Il Vasari, 1941; sul versante letterario, tra i contributi pi\u00f9 recenti, cfr. Angelo Romano, <em>Marginali: prostituzione e letteratura<\/em>, in <em>Taverne, locande e stufe a Roma nel Rinascimento<\/em>, Roma, Roma nel Rinascimento, 1999, pp 109-124; Danilo Romei, <em>Cortigiane honeste e (dis)honeste nei libri italiani del Cinquecento<\/em>, in Id., <em>Altro Cinquecento. Scritti di varia letteratura del Sedicesimo secolo<\/em>, s.l., Lulu, 2018, pp. 7-25; Giuseppe Crimi, <em>Contro le cortigiane: scritti in prosa e in versi nel Cinquecento<\/em>, in <em>Figure ai margini nella storia, nell\u2019arte, nella letteratura. Roma e dintorni, XV-XVI secolo<\/em>, a cura di Id. e Anna Esposito, Roma, Roma nel Rinascimento, 2021, pp. 157-192, con ulteriore bibliografia.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref35\" name=\"_ftn35\"><sup>[35]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Elisabeth S. Cohen, <em>Camilla la Magra, prostituta romana<\/em>, in <em>Rinascimento al femminile<\/em>, a cura di Ottavia Niccoli, Roma-Bari, Laterza, 1991, pp. 163-196; Monica Kurzel-Runtscheiner, <em>T\u00f6chter der Venus. Die Kurtisanen Roms im XVI Jahrhundert<\/em>, M\u00fcnchen, Beck, 1995; Tessa Storey, <em>Storie di prostituzione nella Roma della Controriforma<\/em>, \u201cQuaderni storici\u201d, n.s., 106 (2001), pp. 261-293, e <em>Carnal commerce in Counter-Reformation Rome<\/em>, Cambridge, <em>Cambridge<\/em> University Press, 2008. Inoltre Susanna Mantioni, <em>Cortigiane e prostitute nella Roma del XVI secolo<\/em>, Ariccia, Aracne, 2016; Roberto Mendoza, <em>Il peccato e il tributo. Prostitute e fisco nella Roma dell \u2018500<\/em>, prefazione di Marcello Teodonio, Ariccia, Aracne, 2016.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref36\" name=\"_ftn36\"><sup>[36]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Sulla composita popolazione di Roma cfr. Anna Esposito, <em>Un\u2019altra Roma. Minoranze nazionali e comunit\u00e0 ebraiche tra Medioevo e Rinascimento<\/em>, Roma, Il Calamo, 1995. In particolare, sugli stranieri cfr. Egmont Lee, <em>Foreigners in Quattrocento Rome<\/em>, \u201cRenaissance and Reformation\u201d, 19 (1983), pp. 135-146; e la sintesi di Matteo Sanfilippo, <em>Roma nel Rinascimento: una citt\u00e0 di immigrati<\/em>, in <em>Le forme del testo e l\u2019immaginario della metropoli<\/em>, a cura di Benedetta Bini e Valerio Viviani, Viterbo, Sette Citt\u00e0, 2009, pp. 73-85.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref37\" name=\"_ftn37\"><sup>[37]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 E. S. Cohen, <em>Camilla la Magra<\/em>, cit., p. 176.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref38\" name=\"_ftn38\"><sup>[38]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Cfr. Domenico Gnoli, <em>La Lozana andalusa e le cortigiane nella Roma di Leon X, <\/em>in Id., <em>La Roma di Leon X, <\/em>a cura di Aldo Gnoli, Milano, Ulrico Hoepli, 1938, p. 196.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref39\" name=\"_ftn39\"><sup>[39]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Stefano Infessura, <em>Diario della citt\u00e0 di Roma, <\/em>a cura di Oreste Tommasini, Roma, Istituto Storico Italiano, 1890, pp. 259-260. Ho usato la traduzione riportata in Angelo Romano, <em>Marginali: prostituzione e letteratura, <\/em>in <em>Taverne, locande e stufe a Roma nel Rinascimento<\/em>, Roma, Roma nel Rinascimento, 1999, p. 110.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref40\" name=\"_ftn40\"><sup>[40]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 F. Delicado, <em>Ritratto della Lozana andalusa<\/em>, tr. it. a cura di T. Cirillo Sirri, Roma, cit., p. 176.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref41\" name=\"_ftn41\"><sup>[41]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Anna Esposito, <em>Forestiere e straniere a Roma tra \u2018400 e primo \u2018500<\/em>, in <em>Venire a Roma, restare a Roma. Forestieri e stranieri fra Quattro e Settecento<\/em>, a cura di Sara Cabibbo e Alessandro Serra, Roma, Roma Tre Press, 2017, pp. 3-13.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref42\" name=\"_ftn42\"><sup>[42]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Egmont Lee,<em> Descriptio Urbis. The Roman Census of 1527<\/em>, Roma 1985, ripubblicato, insieme all\u2019edizione del <em>Census <\/em>del 1517, in Id., <em>Habitatores in Urbe. The Population of Renaissance Rome \/ La Popolazione di Roma nel Rinascimento<\/em>, Casa editrice Universit\u00e0 La Sapienza, Roma 2006, pp. 119-275. La rilevazione del 1517 era stata edita, piuttosto scorrettamente, da Mariano Armellini, <em>Un censimento della citt\u00e0 di Roma sotto il pontificato di Leone X<\/em>, \u201cGli studi in Italia\u201d, 4-5 (1882), pp. 7-143. Anche la <em>Descriptio Urbis<\/em> del 1527 aveva avuto una precedente edizione, a cura di Domenico Gnoli: <em>Descriptio Urbis o Censimento della popolazione avanti il Sacco borbonico<\/em>, \u201cArchivio della Societ\u00e0 romana di storia patria\u201d, 17 (1894), pp. 375-520. Per un\u2019analisi pi\u00f9 dettagliata della popolazione femminile romana tratta dalle due rilevazioni cfr. Anna Esposito, <em>Le donne nei censimenti romani del \u2018500<\/em>, in <em>Popolazione e immigrazione a Roma nel Rinascimento. In ricordo di Egmont Lee<\/em>, a cura di Ead., Roma, Roma nel Rinascimento, 2019, pp. 23-31.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref43\" name=\"_ftn43\"><sup>[43]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Livio Livi, <em>Un censimento di Roma avanti il Sacco borbonico: saggio di demografia storica, <\/em>\u201cGiornale degli economisti e Rivista di Statistica\u201d, ser. III, 48 (1914), pp. 1-100.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref44\" name=\"_ftn44\"><sup>[44]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Ibid., pp. 17, 35.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref45\" name=\"_ftn45\"><sup>[45]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Ibid., pp. 52-53.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref46\" name=\"_ftn46\"><sup>[46]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Ibid., p. 14.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref47\" name=\"_ftn47\"><sup>[47]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Ibid., p. 36. A mio avviso, c\u2019\u00e8 un altro elemento da tenere in considerazione per valutare l\u2019alto numero dei fuochi femminili a bassa densit\u00e0 di bocche: le tante donne che scelsero una via di mezzo tra il convento e il matrimonio, molte delle quali vivevano nelle proprie case con solo una o due \u201csocie\u201d dedite alla preghiera e a umili servizi per mantenersi; una scelta di vita, quella bizzocale, che per molte donne, spesso vedove e prive di protezione o con gravi problemi di convivenza nell\u2019ambiente familiare, poteva diventare una valvola di sopravvivenza esistenziale, oltre che di scelta devozionale, cfr. A. Esposito, <em>Le donne <\/em>, cit., p. 26.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref48\" name=\"_ftn48\"><sup>[48]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Per l\u2019analisi del censimento del 1526-27, oltre al citato saggio del Livi, cfr. Jean Delumeau, <em>Vie <\/em>\u00e9conomique<em> et sociale de Rome dans la seconde moiti\u00e9 du XVIe si\u00e8cle<\/em>, I, Rome, De Boccard, 1957, pp. 197-220. Si veda anche Pio Pecchiai, <em>Roma nel Cinquecento<\/em>, Bologna, Cappelli, 1948, p. 303 sgg. Per la fine del \u2018500 sulle prostitute si hanno a disposizione fonti pi\u00f9 precise: nella <em>lista animarum<\/em> del 1598 ne sono registrate 760, mentre in quella dell\u2019anno successivo 801. Fino a tutti gli anni Trenta del XVII secolo, il loro numero crebbe di anno in anno fino a raggiungere 1036 unit\u00e0 nel decennio 1620-29 per poi decrescere nella seconda met\u00e0 del secolo, cfr. Eugenio Sonnino, <em>Le anime dei romani: fonti religiose e demografia storica<\/em>, in <em>Roma, la citt\u00e0 del papa. Storia d\u2019Italia. Annali <\/em>16, a cura di Luigi Fiorani e Adriano Prosperi, Torino, Eiaudi, 2000, pp. 329-360: 354. Nelle pagine seguenti l\u2019autore esamina le diverse motivazioni alla base della crescita e quindi del declino del fenomeno \u2018prostituzione\u2019 nel corso del Seicento.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref49\" name=\"_ftn49\"><sup>[49]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Questo documento \u00e8 stato studiato da Manuel Vaquero Pi\u00f1eiro, <em>Case, propriet\u00e0 e mestieri a Roma nel Censimento di Leone X,<\/em> in <em>Vivere a Roma. Uomini e case nel primo \u2018500 (dai censimenti del 1517 e 1527)<\/em>, a cura di Anna Esposito e Maria Luisa Lombardo, \u201cArchivi e cultura\u201d, 39 (2006, <em>sed<\/em> 2008), pp. 83-98: a p. 93 la citazione.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref50\" name=\"_ftn50\"><sup>[50]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Si vedano al riguardo i preziosi indici elaborati da Egmont Lee a corredo del suo lavoro d\u2019editore dei censimenti.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref51\" name=\"_ftn51\"><sup>[51]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 E. Lee, <em>Habitatores in Urbe<\/em>, cit., rispettivamente p. 101 nr. 2024, e p. 79 nr. 1027.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref52\" name=\"_ftn52\"><sup>[52]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Pietro Aretino, <em>Sei giornate<\/em>, a cura di Giovanni Aquilecchia, Roma-Bari, Laterza, 1969, p. 120.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref53\" name=\"_ftn53\"><sup>[53]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Anna Esposito, <em>La parrocchia agostiniana di S. Trifone nella Roma di Leone X<\/em>, \u201cMelanges de l\u2019Ecole francaise de Rome, Moyen \u00c2ge &#8211; Temps modernes\u201d, 93, 2 (1981), 2, pp. 495-523.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref54\" name=\"_ftn54\"><sup>[54]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 F. Delicado, <em>Ritratto della Lozana<\/em>, cit., p. 70.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref55\" name=\"_ftn55\"><sup>[55]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Di questo avviso \u00e8 anche E. S. Cohen, <em>Camilla la Magra<\/em>, cit., p. 177.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref56\" name=\"_ftn56\"><sup>[56]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 R. Mendoza, <em>Il peccato e il tributo<\/em>, cit. Le cortigiane vennero tassate per un giulio per scudo di pigione pagata. L\u2019approssimazione sul numero delle prostitute, \u201ccirca 437\u201d, \u00e8 dato dal fatto che il rilevatore registra spesso la titolare di una casa e le sue figlie in modo generico (ad esempio \u201cInzabella spagnolla e lle figlie\u201d). Il Mendoza in questi casi ne ha computato due \u201ce quindi 3 sono state le cortigiane calcolate come dimoranti nella casa\u201d (p. 81).<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref57\" name=\"_ftn57\"><sup>[57]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 R. Mendoza, <em>Il peccato e il tributo<\/em>, cit., p. 82.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref58\" name=\"_ftn58\"><sup>[58]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 T. Storey, <em>Carnal commerce<\/em>, cit., p. 252.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref59\" name=\"_ftn59\"><sup>[59]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 M. Kurzel Runtscheiner, <em>T\u00f6chter<\/em> <em>der Venus<\/em>, cit.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref60\" name=\"_ftn60\"><sup>[60]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Umberto Gnoli, <em>Topografia e toponomastica di Roma medioevale e moderna<\/em>, Roma, Staderini, 1939, p. 42.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref61\" name=\"_ftn61\"><sup>[61]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Ibid., pp. 194-195.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref62\" name=\"_ftn62\"><sup>[62]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 E.S. Cohen, <em>Camilla la Magra<\/em>, cit., p. 179.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref63\" name=\"_ftn63\"><sup>[63]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Archivio di Stato di Roma (d\u2019ora in poi ASR), CNC 1181, c. 262r.\u00a0 Di queste 16 casette, sei erano poste \u201cin dicto postribulo iusta arcum triumphale\u201d, due erano \u201csite in medio dicti postribuli\u201d vicino all\u2019arco vecchio, delle quali una era \u201cdetecta et discoperta\u201d; le altre otto domuncule \u201ccoperte et discrete\u201d erano pure poste nel detto postribolo \u201cin strata publica versus archum\u201d. Un cenno a case possedute dal figlio di Domenico de Massimi in questo postribolo e affittate a prostitute si trova nel <em>Census<\/em> del 1517: \u201cUna casa ultima da la porta del bordello per fondo dotato de lo figliol de maystro Dominico di Maximo a pigione ad una meretrice. Risponde in bordello. Un\u2019altra casa del dicto apigiona un\u2019altra meretrice\u201d, cfr. E. Lee, <em>Habitatores in Urbe<\/em>, cit., p. 96, nrr. 1760 e 1761.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref64\" name=\"_ftn64\"><sup>[64]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 ASR, CNC 1671, c. 495v. L\u2019atto \u00e8 rogato dal notaio Giovanni Paolo Setonici nella chiesa di S. Salvatore in piazza Giudea. Questo documento, pubblicato da Umberto Gnoli (<em>Cortigiane romane<\/em>, cit., p. 12), \u00e8 stato poi ripreso da R. Mendoza (<em>Il peccato e il tributo<\/em>, cit., pp. 224-225, e p. 289).<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref65\" name=\"_ftn65\"><sup>[65]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Cfr. U. Gnoli, <em>Cortigiane romane<\/em>, cit.; in particolare sulle famose cortigiane Imperia e Fiammetta, cfr. Pio Pecchiai, <em>Imperia, Lucrezia figlia di Imperia, la misteriosa Fiammetta<\/em>, Padova, Cedam, 1958; per la celebre Tullia d\u2019Aragona cfr. Julia Herston, <em>Tullia d\u2019Aragona<\/em>, DBI, 97 (2020), https:\/\/www.treccani.it\/enciclopedia\/tullia-d-aragona<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref66\" name=\"_ftn66\"><sup>[66]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Rinvio ai citati lavori di E.S. Cohen, T. Storey, Kurzel-Runtscheiner, S. Mantioni, e al saggio, basato sull\u2019insieme dei processi penali intentati contro donne dal Tribunale del Governatore di Roma tra il 1540 e il 1630, di Cristina Vasta, <em>Donne senza padrone. Marginalit\u00e0 femminile e strategie di sopravvivenza a Roma tra XVI e XVII secolo<\/em>, in <em>Figure ai margini<\/em>, cit., pp. 223-236.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref67\" name=\"_ftn67\"><sup>[67]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Un\u2019ampia trattazione di questa tematica in A. Esposito, <em>La marginalit\u00e0 femminile<\/em>, cit., pp. 200-208.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref68\" name=\"_ftn68\"><sup>[68]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 E. Pavan, <em>Police des moeurs<\/em>, cit., pp. 258-261; M.S. Mazzi, <em>La mala vita<\/em>, cit., p. 60.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref69\" name=\"_ftn69\"><sup>[69]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Archivio di Stato Capitolino (d\u2019ora in poi ASCap.), A.U., sez. I, 253, c. 64r. 1454 dicembre 11.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref70\" name=\"_ftn70\"><sup>[70]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 M.S. Mazzi, <em>La mala vita<\/em>, cit., pp. 64-65.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref71\" name=\"_ftn71\"><sup>[71]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 ASCap., A.U., sez. I, nr. 253, c. 64v, 1454 dicembre 11. Pietro Matteo era figlio di Stefano degli Albertoni, una nobile famiglia del rione Campitelli. Un altro esempio in ASR, CNC 1671, c. 473v (ex 455v), 1496 marzo 16.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref72\" name=\"_ftn72\"><sup>[72]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 ASR, CNC 1671, c. 473v (ex 455v). Sulla commistione concubina-meretrice cfr. C. Lansing, <em>Concubines, Lovers, Prostitutes<\/em>, cit., pp. 85-100.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref73\" name=\"_ftn73\"><sup>[73]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Cfr. A. Esposito, <em>La marginalit\u00e0 femminile<\/em>, cit., p. 208.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref74\" name=\"_ftn74\"><sup>[74]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 E.S. Cohen, <em>Camilla la Magra<\/em>, cit., p. 180.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref75\" name=\"_ftn75\"><sup>[75]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 La definizione \u00e8 di Franco Angiolini, <em>Schiave<\/em>, in <em>Il lavoro delle donne<\/em>, cit., pp. 92-115: 113.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref76\" name=\"_ftn76\"><sup>[76]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Salvatore Bono, <em>Schiavi. Una storia mediterranea (XVI-XIX secolo)<\/em>, Bologna, Il Mulino, 2016, pp. 141-145. L\u2019uso sessuale delle schiave rientrava nelle prerogative esclusive del loro proprietario, cfr. F. Angiolini, <em>Schiave<\/em>, cit., p. 109. Per gli abusi sulle schiave da parte di estranei alla famiglia cfr. Orlando, <em>Migrazioni mediterranee<\/em>, cit., pp. 125-129.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref77\" name=\"_ftn77\"><sup>[77]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Anna Esposito, <em>Schiavi a Roma tra \u2018400 e \u2018500: prime indagini nei registri notarili<\/em>, \u201cDimensioni e problemi della ricerca storica\u201d, 2013\/2, pp. 13-24.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref78\" name=\"_ftn78\"><sup>[78]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0 M.G. Muzzarelli, <em>Guardaroba medievale. Vesti e societ\u00e0 dal XIII al XVI secolo<\/em>, Bologna, il Mulino, 1999, p. 296.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref79\" name=\"_ftn79\"><sup>[79]<\/sup><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0 Cfr. Anna Esposito, <em>Donne e fama tra normativa statutaria e realt\u00e0 sociale, <\/em>in <em>Fama e<\/em> publica vox<em> nel Medioevo,<\/em> Atti del convegno di studio svoltosi in occasione della XXI edizione del Premio internazionale Ascoli Piceno, Ascoli Piceno 3-5 dicembre 2009, a cura di Isa Lori Sanfilippo e Antonio Rigon, Roma, ISIME, 2011, pp. 87-102; Ead., <em>La fama delle donne (Roma e Lazio, secc. XV-XVI)<\/em>, in <em>Donne del Rinascimento a Roma e dintorni<\/em>, a cura di Ead., Roma, Roma nel Rinascimento, 2013, pp. 1-20; Ead., <em>La marginalit\u00e0 femminile a Roma nel \u2019400: serve, schiave, concubine<\/em>, in <em>Figure ai margini<\/em>, cit., pp. 193-221: 210.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Lozana: Ditemi, signore, queste puttane o cortigiane, come le chiamate voi, sono tutte di qui? 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