{"id":960,"date":"2006-11-27T09:39:28","date_gmt":"2006-11-27T08:39:28","guid":{"rendered":"http:\/\/www.asei.eu\/it\/?p=960"},"modified":"2022-03-02T12:47:29","modified_gmt":"2022-03-02T11:47:29","slug":"marchemigranti-storiografia-demigrazione-e-istituzioni-pubbliche-nelle-marche","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/2006\/11\/marchemigranti-storiografia-demigrazione-e-istituzioni-pubbliche-nelle-marche\/","title":{"rendered":"Marchemigranti. Storiografia d&#8217;emigrazione e istituzioni pubbliche nelle Marche"},"content":{"rendered":"<div align=\"justify\">Si era pensato \u2013 sperato da parte di alcuni \u2013 che la \u201cstrana dimenticanza\u201d<sup>1<\/sup> della emigrazione marchigiana da parte della storiografia fosse stata superata negli anni a cavallo del 2000. Purtroppo, a giudicare dai risultati, \u00e8 tempo ormai di ricredersi.<\/div>\n<div align=\"justify\">L\u2019esperienza dell\u2019emigrazione nella regione marchigiana \u00e8 stata, in termini percentuali e in cifre assolute, molto rilevante, tanto che per alcuni anni durante il primo quindicennio del Novecento nelle classifiche regionali degli espatri, cos\u00ec care agli statistici, le Marche risultavano ai primissimi posti, addirittura nei primi quindici anni del XX secolo la prima regione del centro-nord, Veneto escluso, quanto a percentuali e tassi di espatrio. Fino a meno di dieci anni fa di questo incontrovertibile dato numerico (oltre che del conseguente aspetto storico-sociale) parvero non accorgersi n\u00e9 gli storici dell\u2019emigrazione n\u00e9 tanto meno gli storici locali o regionali. I primi, probabilmente a causa della mancanza di studi locali, non dedicavano alle Marche alcuno spazio nei loro studi, neanche quando si trattava di tracciare casistiche regionali; i secondi, completamente immersi nel tentativo (peraltro anch\u2019esso del tutto incompleto) di ricostruire la storia politica della regione, non si erano neanche accorti (salvo, naturalmente, rare eccezioni) della rilevanza storiografica di questo fenomeno che, proprio per la sua invasivit\u00e0 nel tessuto sociale, aveva finito per alterarne gli equilibri, anche politici. Il risultato, e al tempo stesso la prova pi\u00f9 tangibile, di questa situazione fu la pubblicazione, nel 1987, del volume della Storia delle regioni italiane dell\u2019Einaudi<sup>2<\/sup>, dedicato alle Marche. A scorrerne l\u2019indice si rimane colpiti dall\u2019assenza di un saggio (almeno uno!) che ripercorra le tappe principali della esperienza migratoria dei marchigiani negli anni del \u201cgrande esodo\u201d. C\u2019\u00e8, \u00e8 vero, un contributo su un flusso di emigrazione interna in et\u00e0 preindustriale<sup>3<\/sup> e ci sono alcune righe dedicate al problema nel saggio relativo alle dinamiche della popolazione<sup>4<\/sup>. Ma una lettura che goda di respiro e autonomia storiografica sul problema \u00e8 del tutto assente.<\/div>\n<div align=\"justify\">Inutile aggiungere che questa noncuranza della storiografia nei confronti dell\u2019emigrazione era accompagnata dal disinteresse pi\u00f9 totale da parte delle istituzioni locali, provinciali e regionali, che non avevano allora nei loro orizzonti amministrativi alcuna risorsa da destinare allo studio del fenomeno migratorio. Non avevano, per la verit\u00e0, neanche grande lungimiranza e non erano riuscite a fiutare che di l\u00ec a pochi anni, complice un\u2019immigrazione che anche dalle nostre parti cominciava a far sentire il proprio peso, il tema avrebbe assunto una rilevanza sociale cos\u00ec esplosiva da far divenire quasi \u201cdi moda\u201d confrontarsi e fare i conti con il nostro passato di emigranti.<\/div>\n<div align=\"justify\">Fu, dunque, alla fine degli anni Novanta che si pot\u00e9 assistere a una vera propria inversione di tendenza. Il segnale pi\u00f9 forte venne dall\u2019intuizione e dall\u2019impegno fattivo di uno storico come Ercole Sori, punto di riferimento sia (a livello internazionale) per gli studi di storia dell\u2019emigrazione, sia (localmente) per ricerche sulla storia del territorio. Nel 1997 Sori progett\u00f2 e realizz\u00f2 un importante convegno dedicato alla storia dell\u2019emigrazione marchigiana<sup>5<\/sup>, a cui intervennero nomi illustri della storiografia internazionale di settore (Fernando Devoto, Alicia Bernasconi, Rudolph Vecoli, solo per fare alcuni esempi) e ricercatori locali, giovani e meno giovani, appassionati con l\u2019hobby degli archivi e professionisti della ricerca storica. Sotto il coordinamento di Sori, l\u2019argomento venne affrontato nei suoi aspetti pi\u00f9 vari: letture di storia economica si mescolavano e si sovrapponevano ad altre di storia politica, quadri statistici si alternavano ad aspetti della cultura e della tradizione popolare, per un totale di qualche decina di contributi, raccolti successivamente in quattro volumi di atti, curati dallo stesso coordinatore del convegno<sup>6<\/sup>. In quella occasione molte relazioni vennero proposte come l\u2019inizio, il primo esito di ricerche in corso: un po\u2019 per questo motivo, un po\u2019 per il prevedibile \u201ceffetto trascinamento\u201d causato da un convegno cos\u00ec importante, era lecito attendersi, dunque, un fiorire di studi successivi che avrebbe impegnato diversi ricercatori negli anni a venire e che avrebbe rimpinguato le esangui iniziative editoriali dedicate all\u2019argomento. Nel frattempo anche le istituzioni sembravano essersi accorte della storia dell\u2019emigrazione marchigiana. Nel 1998 la rivista della Giunta Regionale, \u201cMarche\u201d dedic\u00f2 un numero monografico al tema dell\u2019emigrazione; per l\u2019occasione mi venne commissionato un inserto che racchiudesse alcuni articoli per un approccio storiografico, di studio e documentazione, sul tema<sup>7<\/sup>. Si trattava di un segnale, piccolo ma pur sempre significativo, di un\u2019attenzione, di una presenza che la pi\u00f9 importante istituzione regionale aveva deciso di dedicare al passato dei suoi figli emigrati all\u2019estero. Approfittai dell\u2019occasione per presentare un progetto forse presuntuoso, ma che ritenevo appropriato in quel momento e in quelle condizioni: la creazione di un Archivio storico dell\u2019emigrazione marchigiana<sup>8<\/sup>. Si trattava di lanciare una vasta campagna di propaganda attraverso i mezzi di informazione regionali e presso le comunit\u00e0 di marchigiani all\u2019estero, per raccogliere e inventariare materiale documentario della pi\u00f9 varia natura (amministrativo o privato, recente o remoto) appartenente (o appartenuto) a emigranti marchigiani. L\u2019idea venne raccolta da un funzionario dei beni culturali e nacque cos\u00ec nel 2000 l\u2019ASEM (Archivio storico dell\u2019emigrazione marchigiana). Il progetto prevedeva un lavoro quadriennale con un curatore scientifico (il sottoscritto che aveva elaborato il progetto), un archivista e alcuni applicati a svolgere il lavoro di segreteria. L\u2019avvio dei lavori fu assai confortante. Non appena venne diffusa a livello regionale (in modo molto empirico e incompleto, per la verit\u00e0) l\u2019informazione relativa alla creazione dell\u2019Archivio iniziarono a giungere contributi da privati residenti nella regione: diari, passaporti, fotografie appartenute ad emigranti marchigiani partiti con la prima grande ondata di fine Ottocento o con gli ultimi flussi migratori del secondo dopoguerra. Alcuni mesi dopo un incontro con i rappresentanti delle comunit\u00e0 marchigiane all\u2019estero rivel\u00f2 grande entusiasmo intorno all\u2019iniziativa e fece affluire nel nascente Archivio altro materiale interessante, proveniente, per la maggior parte, d\u2019oltre Oceano. Insomma sembrava la classica \u201cmossa azzeccata\u201d: iniziativa interessante dal punto di vista culturale e ritorno in termini di immagine e di consenso per gli apparati politici e amministrativi che la gestivano. Ma le logiche che reggono questi ultimi, come si sa, sono imperscrutabili come quelle celesti. Cos\u00ec al termine del primo anno di vita veniva decisa la svolta: i funzionari dell\u2019amministrazione ritengono che la collaborazione con il curatore scientifico (nonch\u00e9 ideatore del progetto) sia giunta al capolinea e che non ci sia alcun bisogno di sostituirlo con un altro studioso della materia (o con una commissione scientifica). \u00c8 sufficiente un servizio tecnico per mandare avanti il progetto dell\u2019ASEM: cos\u00ec poco dopo anche l\u2019archivista viene destinato ad altri compiti. Affidato soltanto a personale amministrativo, l\u2019ASEM, dunque, non muore, ma viene trasformato in qualcosa d\u2019altro, diventando pi\u00f9 simile a una biblioteca che a un archivio: vengono rastrellati libri e tesi di laurea sul tema dell\u2019emigrazione marchigiana e fotocopiati (una creatura ibrida, dunque, a met\u00e0 tra la biblioteca e la copisteria). L\u2019uso che verr\u00e0 fatto di questo monte di fotocopie rimane tuttora avvolto nel mistero, ma gi\u00e0 si mormora che si stia preparando una grande pubblicazione sulla emigrazione marchigiana (basata, dunque, non sulla ricerca d\u2019archivio o sul reperimento di fonti inedite, ma sulle fotocopie di ricerche altrui: aspettiamo con ansia).<\/div>\n<div align=\"justify\">Intanto anche la spinta che aveva ricevuto la ricerca scientifica sembra essersi affievolita: dopo la pubblicazione degli atti del convegno del 1997<sup>9<\/sup>, avvenuta alla fine dell\u2019anno successivo, e il mio libro dedicato all\u2019emigrazione marchigiana<sup>10<\/sup>, uscito nel 1999, per diversi anni non si registrano contributi sul tema. Quale siano i motivi di questa <em>d\u00e9bacle <\/em>della ricerca locale \u00e8 difficile a dirsi: probabilmente molti dei giovani che avevano partecipato al convegno non hanno trovato sbocchi professionali nella ricerca storica e hanno ripiegato su occupazioni diverse, lasciando spegnere i loro interessi sul tema. D\u2019altra parte \u00e8 possibile che il mondo accademico marchigiano sia rimasto piuttosto indifferente al tema e che l\u2019effetto trascinamento prodotto dal convegno del \u201997 si sia esaurito piuttosto presto, traducendosi soltanto in qualche tesi di laurea in pi\u00f9 sull\u2019argomento, rispetto agli anni precedenti. In definitiva, comunque, non si \u00e8 attivato quel circuito virtuoso che dovrebbe innescarsi in questi casi: le istituzioni scientifiche segnalano con le loro ricerche l\u2019importanza o l\u2019emergenza storiografica di un tema, le istituzioni politiche raccolgono la sollecitazione e investono risorse per sostenere la ricerca.<\/div>\n<div align=\"justify\">In compenso la storiografia nazionale sembra essersi accorta della emigrazione marchigiana (d\u2019altra parte il presente intervento ne \u00e8 la conferma) e nelle rassegne dedicate a letture regionali del fenomeno migratorio o, pi\u00f9 in generale, all\u2019emigrazione <em>tout court<\/em>, compare di tanto in tanto anche un intervento sulle Marche<sup>11<\/sup>.<\/div>\n<div align=\"justify\">Dunque siamo al paradosso: l\u2019emigrazione marchigiana \u00e8 ora riconosciuta come una realt\u00e0 importante dalla storiografia nazionale e addirittura fa capolino in rassegne di studi pubblicate oltre i confini del nostro paese<sup>12<\/sup>, ma a livello regionale sembra di nuovo piombato il silenzio, sia istituzionale che scientifico.<\/div>\n<div align=\"justify\">Ci sono per la verit\u00e0 alcuni segnali che sembrerebbero contraddire questa pessimistica visione: ci riferiamo a due iniziative editoriali recenti, entrambe del 2004, due libri molto diversi tra loro e che, per differenti motivi, meritano una citazione.<\/div>\n<div align=\"justify\">Il primo libro \u00e8 di Marco Moroni, docente di Storia economica presso l\u2019Universit\u00e0 di Ancona, e si intitola <em>Emigranti, dollari e organetti<\/em><sup>13<\/sup>. Il tema \u00e8 suggestivo e originale (anche se l\u2019autore aveva anticipato alcune delle considerazioni che svolge nel libro in un paio di saggi pubblicati in precedenti occasioni<sup>14<\/sup>) e il libro risulta molto interessante e ben costruito: imperniato su una solida struttura di storia economica, utilizza con misura anche strumenti mutuati dalla storia sociale per costruire uno spaccato della storia del costume e dei consumi. Il tema di fondo ruota intorno al circuito almeno in parte virtuoso che dall\u2019inizio del \u201cgrande esodo\u201d al secondo dopoguerra si innesca tra l\u2019emigrazione, l\u2019esportazione di prodotti tipici (gli organetti, appunto) e il ritorno, sotto forma di rimesse, di denaro da destinare agli investimenti. L\u2019osservatorio utilizzato da Moroni \u00e8 un\u2019area con caratteristiche sia geografiche che economiche ben definite: il distretto industriale di Castelfidardo (una cittadina nell\u2019entroterra anconitano), tradizionalmente connotato dalla presenza di una produzione industriale ad alta specializzazione, come quella degli organetti e delle fisarmoniche (e pi\u00f9 tardi di altri strumenti musicali, in particolare le chitarre). La fisarmonica e gli organetti erano nel primo Novecento beni di consumo popolare (anche se le statistiche li catalogano come \u201cbeni di lusso\u201d, data la funzione non necessaria che svolgono nella vita degli individui), molto diffusi in tutta Italia, che avevano le loro radici nella cultura contadina, ma che erano state traslate in quella operaia gi\u00e0 dalla prima fase di industrializzazione del nostro paese e trovavano la propria collocazione sul mercato in tutta la penisola. Con l\u2019avvio dei flussi migratori il raggio di vendita dei produttori locali di questi strumenti musicali si allarg\u00f2 a dismisura per coprire la domanda che gli emigrati italiani suscitavano dai luoghi di espatrio, dagli Stati Uniti come dalla Francia, dall\u2019Argentina come dalla Germania. Quando l\u2019emigrazione dapprima cominci\u00f2 a lambire e successivamente, nei primi anni del Novecento, invest\u00ec in pieno anche quel distretto, insieme agli emigranti varcarono il confine anche i saperi tradizionali su cui l\u2019industria delle fisarmoniche era basata. Ebbero cos\u00ec origine, soprattutto negli Stati Uniti, nuove esperienze imprenditoriali da parte di emigranti che investirono la loro manualit\u00e0 e i loro risparmi per avviare nei luoghi di espatrio la produzione di questi strumenti; in questa loro impresa furono sostenuti anche dalla diffusione di vere e proprie scuole di fisarmonica che tenevano vive tanto la tradizione culturale e musicale legata allo strumento, quanto la vendita (attraverso la produzione in loco e la importazione) di fisarmoniche e organetti.<\/div>\n<div align=\"justify\">In senso inverso, cio\u00e8 in entrata, il confine prese ad essere attraversato, invece, dalle rimesse degli emigranti: esse andarono a irrorare il tessuto produttivo del distretto fidardense, che si trov\u00f2 cos\u00ec nella possibilit\u00e0 di consolidare, o addirittura espandere, le proprie capacit\u00e0 produttive. Questo consentir\u00e0 ad alcuni marchi di compiere il definitivo salto di qualit\u00e0 negli anni tra le due guerre, di affermarsi come leader mondiali nel settore e di presentarsi negli anni della ripresa e poi del boom economico del secondo dopoguerra come industrie moderne dotate di ottime qualit\u00e0 imprenditoriali e capaci anche di differenziare la loro produzione.<\/div>\n<div align=\"justify\">Insomma, attraverso l\u2019originale prospettiva di questo lavoro, si intersecano interessi storiografici di differente natura: da un lato quelli relativi alla \u201cetnicit\u00e0\u201d, al mantenimento delle culture tradizionali nel corso della esperienza migratoria e alla loro fusione con culture e modi di vita nuovi e differenti; dall\u2019altro quelli relativi alla imprenditorialit\u00e0, all\u2019uso dei saperi manuali e delle rimesse degli emigranti<sup>15<\/sup>.<\/div>\n<div align=\"justify\">Il secondo libro che ha fatto la sua comparsa nel 2004 nell\u2019asfittico panorama degli studi storici dedicati all\u2019emigrazione marchigiana si intitola <em>le marche e i marchigiani in argentina<\/em><sup>16<\/sup> (le minuscole sono nel testo) e si deve a due ricercatori, Andrea Mulas e Giuseppina Falcucci, che si affacciano per la prima volta (a quello che mi risulta) sul tema dell\u2019emigrazione. Diciamo subito che il risultato si discosta assai da quello raggiunto dal contributo di Moroni, sia per la solidit\u00e0 dell\u2019impianto scientifico, sia per l\u2019originalit\u00e0 della prospettiva dell\u2019indagine. L\u2019elemento originale \u00e8 rappresentato da una serie di testimonianze dei protagonisti delle ultime ondate migratorie e da alcuni questionari, pubblicati in appendice, rivolti ad argentini di origine marchigiana, esponenti, dunque, della seconda o terza generazione di immigrati, figli o nipoti di marchigiani recatisi in Argentina dopo la seconda guerra mondiale o in tempi anche precedenti. Dalle risposte date emergono alcuni elementi sui quali forse gli autori avrebbero potuto soffermarsi per ricostruire alcuni aspetti della storia della emigrazione marchigiana in Argentina. Per il resto, il libro propone uno studio di tipo compilativo, nel quale non compaiono fonti di prima mano. La ricerca non viene condotta in archivio, ma per lo pi\u00f9 su testi gi\u00e0 pubblicati, per altro con una bibliografia incompleta.<\/div>\n<div align=\"justify\">Ma il libro in questione \u00e8 interessante per un altro motivo: potremmo dire che idealmente chiude il cerchio del rapporto tra le istituzioni della ricerca e le istituzioni politiche e amministrative. Il volume \u00e8 infatti impreziosito dalla presentazione del Presidente della Regione Marche (dell\u2019ex Presidente, anzi, decaduto con l\u2019ultima tornata elettorale) che in cinque dense pagine elenca l\u2019interminabile serie di iniziative che la Regione e le altre istituzioni del territorio hanno svolto e continuano a svolgere a favore dei marchigiani all\u2019estero e, in particolare, di quelli residenti in Argentina. Nel corso di questa ricca ricostruzione la pi\u00f9 alta carica politica della Regione trova anche il modo di citare l\u2019Archivio storico dell\u2019emigrazione marchigiana (l\u2019ASEM, proprio quello da cui \u00e8 partita la nostra riflessione) e dice (cito testualmente): \u201cProprio nell\u2019ambito del consolidamento dei vincoli con le nuove generazioni, il Servizio Tecnico alla Cultura della Regione Marche ha avviato il progetto per la costituzione dell\u2019Archivio Storico dell\u2019Emigrazione Marchigiana (Asem), affinch\u00e9 recuperi, raccolga e conservi la memoria storica degli emigranti marchigiani all\u2019estero a partire dall\u2019Ottocento\u201d<sup>17<\/sup>. Ora, su queste parole ci sono almeno due considerazioni da fare. La prima: un progetto come questo, almeno nella sua impostazione originaria, abbisognava di una grande sensibilit\u00e0 e capacit\u00e0 di comunicare con le persone, oltre che di una competenza specifica sul campo; affidarlo ad un servizio tecnico sembra, gi\u00e0 di per s\u00e9, un paradosso. In tutto il resto della penisola i vari centri studi e musei dell\u2019emigrazione che sono sorti in questi anni, da San Marino a Genova, da Gualdo Tadino al Friuli, si sono dotati di una commissione scientifica composta da storici, sociologi, demografi: persone, appunto, che con le loro competenze possono contribuire a valorizzare un\u2019esperienza del genere. Non \u00e8 un caso se da queste strutture sono usciti convegni e pubblicazioni, sono state suscitate reti di ricercatori, sono stati allestiti spazi museali, sono state prodotte mostre. E soprattutto si \u00e8 creato un rapporto tra tutte queste realt\u00e0: un rapporto non sempre funzionante, d\u2019accordo, a volte soltanto formale, ma pur sempre utile a far sapere che cosa si sta facendo sul proprio territorio per questa particolare tematica e apprendere cosa stanno facendo gli altri. L\u2019ASEM al momento \u00e8 completamente tagliato fuori da tutto ci\u00f2.<\/div>\n<div align=\"justify\">La seconda considerazione \u00e8 legata in parte alla prima: \u00e8 evidente che un Presidente regionale non possa sapere tutto quello che accade nei singoli uffici della sua amministrazione: qualcuno dei suoi funzionari avrebbe per\u00f2 potuto, dovuto forse, informarlo di come erano andate le cose. Un progetto che viene avviato nel 2000 non pu\u00f2 essere ancora, dopo quattro anni, in fase di avvio, non pu\u00f2 non aver prodotto nessun risultato, altrimenti si deve dichiarare che si tratta di un\u2019esperienza fallimentare e, dal momento che viene mantenuta in vita con denaro pubblico, si ha il dovere o di cambiarla o di chiuderla. Naturalmente i due giovani autori non hanno alcuna responsabilit\u00e0 su questo tipo di considerazioni: vale la pena, invece, che gli storici si interroghino (o se si vuole, continuino a interrogarsi, non smettano di interrogarsi) sull\u2019uso che viene fatto del loro lavoro, un uso pubblico e politico, e su come un libro possa veicolare letture che nulla hanno a che vedere con la storia: va rilevato, infatti, che il libro in questione presenta in appendice, insieme ai questionari di cui si \u00e8 detto, anche leggi regionali e risoluzioni del Consiglio regionale, decreti di Giunte comunali o provinciali, lettere a ministri della Repubblica, tutti documenti che recano la data del 2002 o del 2003: probabilmente nel pieno rispetto della <em>par condicio<\/em>, dato che questo atteggiamento nei confronti della ricerca storica \u00e8 assolutamente trasversale agli schieramenti politici; ma il punto \u00e8: cosa c\u2019entrano questi materiali con la storia?<\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<div align=\"justify\"><strong>Note<\/strong><\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<div style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px;\" align=\"justify\"><sup>1<\/sup> Avevo usato per la prima volta questa espressione in un breve articolo scritto nel 1998 per la rivista ufficiale della giunta regionale delle Marche, \u201cMarche\u201d, XXVI, 1-2(1999), pp. 31-58.<\/div>\n<div style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px;\" align=\"justify\"><sup>2<\/sup> Sergio Anselmi (a cura di), <em>Storia d\u2019Italia. Le regioni dall\u2019Unit\u00e0 a oggi. Le Marche<\/em>, Torino, Einaudi, 1987.<\/div>\n<div style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px;\" align=\"justify\"><sup>3<\/sup> Girolamo Allegretti, <em>Marchigiani in Maremma<\/em>, in <em>Le Marche<\/em>, cit., pp. 503-530.<\/div>\n<div style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px;\" align=\"justify\"><sup>4<\/sup> Carlo Vernelli, <em>La popolazione: una lettura di lungo periodo<\/em>, in <em>Le Marche<\/em>, cit., pp. 427-451.<\/div>\n<div style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px;\" align=\"justify\"><sup>5<\/sup> Il convegno si svolse a Fabriano e Fermo dal 20 al 22 marzo 1997.<\/div>\n<div style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px;\" align=\"justify\"><sup>6<\/sup> Ercole Sori (a cura di), <em>Le Marche fuori dalle Marche. Migrazioni interne ed emigrazione all\u2019estero tra XVIII e XX secolo. Atti del convegno internazionale organizzato dall\u2019Istituto di Storia economica e Sociologia dell\u2019Universit\u00e0 di Ancona, Fabriano 20 e 21, Fermo 21 e 22 marzo 1997<\/em>, Quaderni di \u201cProposte e ricerche\u201d, 24 (1998).<\/div>\n<div style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px;\" align=\"justify\"><sup>7<\/sup> \u201cMarche\u201d, XXVI, 1-2 (1999), pp. 31-58. Collaborarono con me per la realizzazione di questo inserto la dott.sa Laura Ceccacci e la dott.sa Maila Pentucci, che scrissero alcuni degli articoli di cui esso si componeva.<\/div>\n<div style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px;\" align=\"justify\"><sup>8<\/sup> \u00c8 con un certo imbarazzo che parlo di una vicenda che mi ha visto in qualche modo protagonista. Ma mi sembra che essa sia talmente paradigmatica che potrebbe essere presa come esempio dell\u2019uso pubblico \u2013 e politico \u2013 che della storia fanno le pubbliche amministrazioni, o meglio alcuni pubblici amministratori.<\/div>\n<div style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px;\" align=\"justify\"><sup>9<\/sup> <em>Le Marche fuori dalle Marche, <\/em>cit<em>.<\/em><\/div>\n<div style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px;\" align=\"justify\"><sup>10<\/sup> Amoreno Martellini, <em>Fra Sunny Side e la Nueva Marca. Materiali e modelli per una storia dell\u2019emigrazione<\/em> <em>marchigiana fino alla grande guerra<\/em>, Milano, Franco Angeli, 1999.<\/div>\n<div style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px;\" align=\"justify\"><sup>11<\/sup> Si veda ad esempio Amoreno Martellini, <em>Una strana dimenticanza: l\u2019emigrazione marchigiana tra Otto e<\/em> <em>Novecento<\/em>, \u201cGiornale di Storia contemporanea\u201d, III, 2 (2000); pi\u00f9 di recente, Marco Moroni, <em>Emigrazione, identit\u00e0 etnica e consumi: gli italiani d\u2019America e la fisarmonica<\/em>, \u201cStoria e problemi contemporanei\u201d, XVI, 34 (2003): il saggio non reca le Marche nel titolo, ma \u00e8 imperniato sul rapporto economico, ma anche culturale, tra i costruttori di fisarmoniche marchigiani e gli emigranti.<\/div>\n<div style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px;\" align=\"justify\"><sup>12<\/sup> Alicia Bernasconi, <em>Marchigianos en Buenos Aires: trabajo y vida asociativa<\/em>, \u00abEstudios migratorios latinoamericanos&nbsp;\u00bb, 12, 37 (1997), pp. 447-466&nbsp;; Amoreno Martellini, <em>L\u2019\u00e9migration des Marches et le march\u00e9 du travail en France<\/em>, in Mariella Colin (a cura di), <em>L\u2019immigration italienne en Normandie de la Troisi\u00e8me R\u00e9publique \u00e0 nos jours. De la diff\u00e9rence \u00e0 la transparence<\/em>,&nbsp;\u201cCahier des Annales de Normandie\u201d, 28 (1998), pp. 81-95.<\/div>\n<div style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px;\" align=\"justify\"><sup>13<\/sup> Marco Moroni, <em>Emigranti, dollari e organetti<\/em>, Ancona, Affinit\u00e0 elettive, 2004. Andrea Mulas e Giuseppina Falcucci, <em>Le Marche e i marchigiani in Argentina,<\/em> Camerino \u2013 Acquaviva Picena, Universit\u00e0 degli Studi di Camerino, Collana del Dipartimento di Scienze giuridiche e politiche, 2004.<\/div>\n<div style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px;\" align=\"justify\"><sup>14<\/sup> Marco Moroni, <em>Rimesse, imprenditorialit\u00e0, sviluppo: emigrazione e industrializzazione nelle Marche<\/em>, in <em>Le Marche fuori dalle Marche<\/em>, cit., pp. 623-663; Id., <em>Emigrazione, identit\u00e0 etnica<\/em> <em>e consumi<\/em>, cit.<\/div>\n<div style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px;\" align=\"justify\"><sup>15<\/sup> Una prospettiva analoga, ma a livello nazionale, \u00e8 stata offerta anche dalla rivista \u201cStoria e problemi contemporanei\u201d, XVI, 34 (2003) in un fascicolo intitolato <em>Emigrazione e consumi popolari<\/em>. Oltre al saggio di Moroni gi\u00e0 citato (<em>Emigrazione, identit\u00e0 etnica e consumi<\/em>), vi compaiono studi dedicati alla esportazione e alla produzione di due prodotti che per molti aspetti hanno un comportamento sul mercato simile a quello delle fisarmoniche: il vino e il tabacco (Luca Garbini, <em>Aroma d\u2019Italia. Emigrazione italiana e Monopolio dei tabacchi fino alla grande guerra<\/em>; Alcide Beretta Curi, <em>Emigrazione europea e paesi d\u2019immigrazione: gli italiani nella creazione del settore vitivinicolo uruguaiano<\/em>).<\/div>\n<div style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px;\" align=\"justify\"><sup>16<\/sup> A. Mulas e G. Falcucci, <em>Le Marche e i marchigiani in Argentina,<\/em> cit.<\/div>\n<div style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px;\" align=\"justify\"><sup>17<\/sup> Vito d\u2019Ambrosio, <em>Presentazione<\/em>, in A. Mulas e G. Falcucci, <em>Le Marche e i marchigiani in Argentina,<\/em> cit., p. XIX.<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div align=\"justify\">Si era pensato &ndash; sperato da parte di alcuni &ndash; che la &ldquo;strana dimenticanza&rdquo;<sup>1<\/sup> della emigrazione marchigiana da parte della storiografia fosse stata superata negli anni a cavallo del 2000. Purtroppo, a giudicare dai risultati, &egrave; tempo ormai di ricredersi. <\/div>\n<div align=\"justify\">L&rsquo;esperienza dell&rsquo;emigrazione nella regione marchigiana &egrave; stata, in termini percentuali e in cifre assolute, molto rilevante, tanto che per alcuni anni durante il primo quindicennio del Novecento nelle classifiche regionali degli espatri, cos&igrave; care agli statistici, le Marche risultavano ai primissimi posti, addirittura nei primi quindici anni del XX secolo la prima regione del centro-nord, Veneto escluso, quanto a percentuali e tassi di espatrio. Fino a meno di dieci anni fa di questo incontrovertibile dato numerico (oltre che del conseguente aspetto storico-sociale) parvero non accorgersi n&eacute; gli storici dell&rsquo;emigrazione n&eacute; tanto meno gli storici locali o regionali. I primi, probabilmente a causa della mancanza di studi locali, non dedicavano alle Marche alcuno spazio nei loro studi, neanche quando si trattava di tracciare casistiche regionali; i secondi, completamente immersi nel tentativo (peraltro anch&rsquo;esso del tutto incompleto) di ricostruire la storia politica della regione, non si erano neanche accorti (salvo, naturalmente, rare eccezioni) della rilevanza storiografica di questo fenomeno che, proprio per la sua invasivit&agrave; nel tessuto sociale, aveva finito per alterarne gli equilibri, anche politici. Il risultato, e al tempo stesso la prova pi&ugrave; tangibile, di questa situazione fu la pubblicazione, nel 1987, del volume della Storia delle regioni italiane dell&rsquo;Einaudi<sup>2<\/sup>, dedicato alle Marche. A scorrerne l&rsquo;indice si rimane colpiti dall&rsquo;assenza di un saggio (almeno uno!) che ripercorra le tappe principali della esperienza migratoria dei marchigiani negli anni del &ldquo;grande esodo&rdquo;. C&rsquo;&egrave;, &egrave; vero, un contributo su un flusso di emigrazione interna in et&agrave; preindustriale<sup>3<\/sup> e ci sono alcune righe dedicate al problema nel saggio relativo alle dinamiche della popolazione<sup>4<\/sup>. Ma una lettura che goda di respiro e autonomia storiografica sul problema &egrave; del tutto assente. <\/div>\n<div align=\"justify\">Inutile aggiungere che questa noncuranza della storiografia nei confronti dell&rsquo;emigrazione era accompagnata dal disinteresse pi&ugrave; totale da parte delle istituzioni locali, provinciali e regionali, che non avevano allora nei loro orizzonti amministrativi alcuna risorsa da destinare allo studio del fenomeno migratorio. Non avevano, per la verit&agrave;, neanche grande lungimiranza e non erano riuscite a fiutare che di l&igrave; a pochi anni, complice un&rsquo;immigrazione che anche dalle nostre parti cominciava a far sentire il proprio peso, il tema avrebbe assunto una rilevanza sociale cos&igrave; esplosiva da far divenire quasi &ldquo;di moda&rdquo; confrontarsi e fare i conti con il nostro passato di emigranti. <\/div>\n<div align=\"justify\">Fu, dunque, alla fine degli anni Novanta che si pot&eacute; assistere a una vera propria inversione di tendenza. Il segnale pi&ugrave; forte venne dall&rsquo;intuizione e dall&rsquo;impegno fattivo di uno storico come Ercole Sori, punto di riferimento sia (a livello internazionale) per gli studi di storia dell&rsquo;emigrazione, sia (localmente) per ricerche sulla storia del territorio. Nel 1997 Sori progett&ograve; e realizz&ograve; un importante convegno dedicato alla storia dell&rsquo;emigrazione marchigiana<sup>5<\/sup>, a cui intervennero nomi illustri della storiografia internazionale di settore (Fernando Devoto, Alicia Bernasconi, Rudolph Vecoli, solo per fare alcuni esempi) e ricercatori locali, giovani e meno giovani, appassionati con l&rsquo;hobby degli archivi e professionisti della ricerca storica. Sotto il coordinamento di Sori, l&rsquo;argomento venne affrontato nei suoi aspetti pi&ugrave; vari: letture di storia economica si mescolavano e si sovrapponevano ad altre di storia politica, quadri statistici si alternavano ad aspetti della cultura e della tradizione popolare, per un totale di qualche decina di contributi, raccolti successivamente in quattro volumi di atti, curati dallo stesso coordinatore del convegno<sup>6<\/sup>. In quella occasione molte relazioni vennero proposte come l&rsquo;inizio, il primo esito di ricerche in corso: un po&rsquo; per questo motivo, un po&rsquo; per il prevedibile &ldquo;effetto trascinamento&rdquo; causato da un convegno cos&igrave; importante, era lecito attendersi, dunque, un fiorire di studi successivi che avrebbe impegnato diversi ricercatori negli anni a venire e che avrebbe rimpinguato le esangui iniziative editoriali dedicate all&rsquo;argomento. Nel frattempo anche le istituzioni sembravano essersi accorte della storia dell&rsquo;emigrazione marchigiana. Nel 1998 la rivista della Giunta Regionale, &ldquo;Marche&rdquo; dedic&ograve; un numero monografico al tema dell&rsquo;emigrazione; per l&rsquo;occasione mi venne commissionato un inserto che racchiudesse alcuni articoli per un approccio storiografico, di studio e documentazione, sul tema<sup>7<\/sup>. Si trattava di un segnale, piccolo ma pur sempre significativo, di un&rsquo;attenzione, di una presenza che la pi&ugrave; importante istituzione regionale aveva deciso di dedicare al passato dei suoi figli emigrati all&rsquo;estero. Approfittai dell&rsquo;occasione per presentare un progetto forse presuntuoso, ma che ritenevo appropriato in quel momento e in quelle condizioni: la creazione di un Archivio storico dell&rsquo;emigrazione marchigiana<sup>8<\/sup>. Si trattava di lanciare una vasta campagna di propaganda attraverso i mezzi di informazione regionali e presso le comunit&agrave; di marchigiani all&rsquo;estero, per raccogliere e inventariare materiale documentario della pi&ugrave; varia natura (amministrativo o privato, recente o remoto) appartenente (o appartenuto) a emigranti marchigiani. L&rsquo;idea venne raccolta da un funzionario dei beni culturali e nacque cos&igrave; nel 2000 l&rsquo;ASEM (Archivio storico dell&rsquo;emigrazione marchigiana). Il progetto prevedeva un lavoro quadriennale con un curatore scientifico (il sottoscritto che aveva elaborato il progetto), un archivista e alcuni applicati a svolgere il lavoro di segreteria. L&rsquo;avvio dei lavori fu assai confortante. Non appena venne diffusa a livello regionale (in modo molto empirico e incompleto, per la verit&agrave;) l&rsquo;informazione relativa alla creazione dell&rsquo;Archivio iniziarono a giungere contributi da privati residenti nella regione: diari, passaporti, fotografie appartenute ad emigranti marchigiani partiti con la prima grande ondata di fine Ottocento o con gli ultimi flussi migratori del secondo dopoguerra. Alcuni mesi dopo un incontro con i rappresentanti delle comunit&agrave; marchigiane all&rsquo;estero rivel&ograve; grande entusiasmo intorno all&rsquo;iniziativa e fece affluire nel nascente Archivio altro materiale interessante, proveniente, per la maggior parte, d&rsquo;oltre Oceano. Insomma sembrava la classica &ldquo;mossa azzeccata&rdquo;: iniziativa interessante dal punto di vista culturale e ritorno in termini di immagine e di consenso per gli apparati politici e amministrativi che la gestivano. Ma le logiche che reggono questi ultimi, come si sa, sono imperscrutabili come quelle celesti. Cos&igrave; al termine del primo anno di vita veniva decisa la svolta: i funzionari dell&rsquo;amministrazione ritengono che la collaborazione con il curatore scientifico (nonch&eacute; ideatore del progetto) sia giunta al capolinea e che non ci sia alcun bisogno di sostituirlo con un altro studioso della materia (o con una commissione scientifica). &Egrave; sufficiente un servizio tecnico per mandare avanti il progetto dell&rsquo;ASEM: cos&igrave; poco dopo anche l&rsquo;archivista viene destinato ad altri compiti. Affidato soltanto a personale amministrativo, l&rsquo;ASEM, dunque, non muore, ma viene trasformato in qualcosa d&rsquo;altro, diventando pi&ugrave; simile a una biblioteca che a un archivio: vengono rastrellati libri e tesi di laurea sul tema dell&rsquo;emigrazione marchigiana e fotocopiati (una creatura ibrida, dunque, a met&agrave; tra la biblioteca e la copisteria). L&rsquo;uso che verr&agrave; fatto di questo monte di fotocopie rimane tuttora avvolto nel mistero, ma gi&agrave; si mormora che si stia preparando una grande pubblicazione sulla emigrazione marchigiana (basata, dunque, non sulla ricerca d&rsquo;archivio o sul reperimento di fonti inedite, ma sulle fotocopie di ricerche altrui: aspettiamo con ansia). <\/div>\n<div align=\"justify\">Intanto anche la spinta che aveva ricevuto la ricerca scientifica sembra essersi affievolita: dopo la pubblicazione degli atti del convegno del 1997<sup>9<\/sup>, avvenuta alla fine dell&rsquo;anno successivo, e il mio libro dedicato all&rsquo;emigrazione marchigiana<sup>10<\/sup>, uscito nel 1999, per diversi anni non si registrano contributi sul tema. Quale siano i motivi di questa <em>d&eacute;bacle <\/em>della ricerca locale &egrave; difficile a dirsi: probabilmente molti dei giovani che avevano partecipato al convegno non hanno trovato sbocchi professionali nella ricerca storica e hanno ripiegato su occupazioni diverse, lasciando spegnere i loro interessi sul tema. D&rsquo;altra parte &egrave; possibile che il mondo accademico marchigiano sia rimasto piuttosto indifferente al tema e che l&rsquo;effetto trascinamento prodotto dal convegno del &rsquo;97 si sia esaurito piuttosto presto, traducendosi soltanto in qualche tesi di laurea in pi&ugrave; sull&rsquo;argomento, rispetto agli anni precedenti. In definitiva, comunque, non si &egrave; attivato quel circuito virtuoso che dovrebbe innescarsi in questi casi: le istituzioni scientifiche segnalano con le loro ricerche l&rsquo;importanza o l&rsquo;emergenza storiografica di un tema, le istituzioni politiche raccolgono la sollecitazione e investono risorse per sostenere la ricerca. <\/div>\n<div align=\"justify\">In compenso la storiografia nazionale sembra essersi accorta della emigrazione marchigiana (d&rsquo;altra parte il presente intervento ne &egrave; la conferma) e nelle rassegne dedicate a letture regionali del fenomeno migratorio o, pi&ugrave; in generale, all&rsquo;emigrazione <em>tout court<\/em>, compare di tanto in tanto anche un intervento sulle Marche<sup>11<\/sup>. <\/div>\n<div align=\"justify\">Dunque siamo al paradosso: l&rsquo;emigrazione marchigiana &egrave; ora riconosciuta come una realt&agrave; importante dalla storiografia nazionale e addirittura fa capolino in rassegne di studi pubblicate oltre i confini del nostro paese<sup>12<\/sup>, ma a livello regionale sembra di nuovo piombato il silenzio, sia istituzionale che scientifico. <\/div>\n<div align=\"justify\">Ci sono per la verit&agrave; alcuni segnali che sembrerebbero contraddire questa pessimistica visione: ci riferiamo a due iniziative editoriali recenti, entrambe del 2004, due libri molto diversi tra loro e che, per differenti motivi, meritano una citazione. <\/div>\n<div align=\"justify\">Il primo libro &egrave; di Marco Moroni, docente di Storia economica presso l&rsquo;Universit&agrave; di Ancona, e si intitola <em>Emigranti, dollari e organetti<\/em><sup>13<\/sup>. Il tema &egrave; suggestivo e originale (anche se l&rsquo;autore aveva anticipato alcune delle considerazioni che svolge nel libro in un paio di saggi pubblicati in precedenti occasioni<sup>14<\/sup>) e il libro risulta molto interessante e ben costruito: imperniato su una solida struttura di storia economica, utilizza con misura anche strumenti mutuati dalla storia sociale per costruire uno spaccato della storia del costume e dei consumi. Il tema di fondo ruota intorno al circuito almeno in parte virtuoso che dall&rsquo;inizio del &ldquo;grande esodo&rdquo; al secondo dopoguerra si innesca tra l&rsquo;emigrazione, l&rsquo;esportazione di prodotti tipici (gli organetti, appunto) e il ritorno, sotto forma di rimesse, di denaro da destinare agli investimenti. L&rsquo;osservatorio utilizzato da Moroni &egrave; un&rsquo;area con caratteristiche sia geografiche che economiche ben definite: il distretto industriale di Castelfidardo (una cittadina nell&rsquo;entroterra anconitano), tradizionalmente connotato dalla presenza di una produzione industriale ad alta specializzazione, come quella degli organetti e delle fisarmoniche (e pi&ugrave; tardi di altri strumenti musicali, in particolare le chitarre). La fisarmonica e gli organetti erano nel primo Novecento beni di consumo popolare (anche se le statistiche li catalogano come &ldquo;beni di lusso&rdquo;, data la funzione non necessaria che svolgono nella vita degli individui), molto diffusi in tutta Italia, che avevano le loro radici nella cultura contadina, ma che erano state traslate in quella operaia gi&agrave; dalla prima fase di industrializzazione del nostro paese e trovavano la propria collocazione sul mercato in tutta la penisola. Con l&rsquo;avvio dei flussi migratori il raggio di vendita dei produttori locali di questi strumenti musicali si allarg&ograve; a dismisura per coprire la domanda che gli emigrati italiani suscitavano dai luoghi di espatrio, dagli Stati Uniti come dalla Francia, dall&rsquo;Argentina come dalla Germania. Quando l&rsquo;emigrazione dapprima cominci&ograve; a lambire e successivamente, nei primi anni del Novecento, invest&igrave; in pieno anche quel distretto, insieme agli emigranti varcarono il confine anche i saperi tradizionali su cui l&rsquo;industria delle fisarmoniche era basata. Ebbero cos&igrave; origine, soprattutto negli Stati Uniti, nuove esperienze imprenditoriali da parte di emigranti che investirono la loro manualit&agrave; e i loro risparmi per avviare nei luoghi di espatrio la produzione di questi strumenti; in questa loro impresa furono sostenuti anche dalla diffusione di vere e proprie scuole di fisarmonica che tenevano vive tanto la tradizione culturale e musicale legata allo strumento, quanto la vendita (attraverso la produzione in loco e la importazione) di fisarmoniche e organetti. <\/div>\n<div align=\"justify\">In senso inverso, cio&egrave; in entrata, il confine prese ad essere attraversato, invece, dalle rimesse degli emigranti: esse andarono a irrorare il tessuto produttivo del distretto fidardense, che si trov&ograve; cos&igrave; nella possibilit&agrave; di consolidare, o addirittura espandere, le proprie capacit&agrave; produttive. Questo consentir&agrave; ad alcuni marchi di compiere il definitivo salto di qualit&agrave; negli anni tra le due guerre, di affermarsi come leader mondiali nel settore e di presentarsi negli anni della ripresa e poi del boom economico del secondo dopoguerra come industrie moderne dotate di ottime qualit&agrave; imprenditoriali e capaci anche di differenziare la loro produzione. <\/div>\n<div align=\"justify\">Insomma, attraverso l&rsquo;originale prospettiva di questo lavoro, si intersecano interessi storiografici di differente natura: da un lato quelli relativi alla &ldquo;etnicit&agrave;&rdquo;, al mantenimento delle culture tradizionali nel corso della esperienza migratoria e alla loro fusione con culture e modi di vita nuovi e differenti; dall&rsquo;altro quelli relativi alla imprenditorialit&agrave;, all&rsquo;uso dei saperi manuali e delle rimesse degli emigranti<sup>15<\/sup>. <\/div>\n<div align=\"justify\">Il secondo libro che ha fatto la sua comparsa nel 2004 nell&rsquo;asfittico panorama degli studi storici dedicati all&rsquo;emigrazione marchigiana si intitola <em>le marche e i marchigiani in argentina<\/em><sup>16<\/sup> (le minuscole sono nel testo) e si deve a due ricercatori, Andrea Mulas e Giuseppina Falcucci, che si affacciano per la prima volta (a quello che mi risulta) sul tema dell&rsquo;emigrazione. Diciamo subito che il risultato si discosta assai da quello raggiunto dal contributo di Moroni, sia per la solidit&agrave; dell&rsquo;impianto scientifico, sia per l&rsquo;originalit&agrave; della prospettiva dell&rsquo;indagine. L&rsquo;elemento originale &egrave; rappresentato da una serie di testimonianze dei protagonisti delle ultime ondate migratorie e da alcuni questionari, pubblicati in appendice, rivolti ad argentini di origine marchigiana, esponenti, dunque, della seconda o terza generazione di immigrati, figli o nipoti di marchigiani recatisi in Argentina dopo la seconda guerra mondiale o in tempi anche precedenti. Dalle risposte date emergono alcuni elementi sui quali forse gli autori avrebbero potuto soffermarsi per ricostruire alcuni aspetti della storia della emigrazione marchigiana in Argentina. Per il resto, il libro propone uno studio di tipo compilativo, nel quale non compaiono fonti di prima mano. La ricerca non viene condotta in archivio, ma per lo pi&ugrave; su testi gi&agrave; pubblicati, per altro con una bibliografia incompleta. <\/div>\n<div align=\"justify\">Ma il libro in questione &egrave; interessante per un altro motivo: potremmo dire che idealmente chiude il cerchio del rapporto tra le istituzioni della ricerca e le istituzioni politiche e amministrative. Il volume &egrave; infatti impreziosito dalla presentazione del Presidente della Regione Marche (dell&rsquo;ex Presidente, anzi, decaduto con l&rsquo;ultima tornata elettorale) che in cinque dense pagine elenca l&rsquo;interminabile serie di iniziative che la Regione e le altre istituzioni del territorio hanno svolto e continuano a svolgere a favore dei marchigiani all&rsquo;estero e, in particolare, di quelli residenti in Argentina. Nel corso di questa ricca ricostruzione la pi&ugrave; alta carica politica della Regione trova anche il modo di citare l&rsquo;Archivio storico dell&rsquo;emigrazione marchigiana (l&rsquo;ASEM, proprio quello da cui &egrave; partita la nostra riflessione) e dice (cito testualmente): &ldquo;Proprio nell&rsquo;ambito del consolidamento dei vincoli con le nuove generazioni, il Servizio Tecnico alla Cultura della Regione Marche ha avviato il progetto per la costituzione dell&rsquo;Archivio Storico dell&rsquo;Emigrazione Marchigiana (Asem), affinch&eacute; recuperi, raccolga e conservi la memoria storica degli emigranti marchigiani all&rsquo;estero a partire dall&rsquo;Ottocento&rdquo;<sup>17<\/sup>. Ora, su queste parole ci sono almeno due considerazioni da fare. La prima: un progetto come questo, almeno nella sua impostazione originaria, abbisognava di una grande sensibilit&agrave; e capacit&agrave; di comunicare con le persone, oltre che di una competenza specifica sul campo; affidarlo ad un servizio tecnico sembra, gi&agrave; di per s&eacute;, un paradosso. In tutto il resto della penisola i vari centri studi e musei dell&rsquo;emigrazione che sono sorti in questi anni, da San Marino a Genova, da Gualdo Tadino al Friuli, si sono dotati di una commissione scientifica composta da storici, sociologi, demografi: persone, appunto, che con le loro competenze possono contribuire a valorizzare un&rsquo;esperienza del genere. Non &egrave; un caso se da queste strutture sono usciti convegni e pubblicazioni, sono state suscitate reti di ricercatori, sono stati allestiti spazi museali, sono state prodotte mostre. E soprattutto si &egrave; creato un rapporto tra tutte queste realt&agrave;: un rapporto non sempre funzionante, d&rsquo;accordo, a volte soltanto formale, ma pur sempre utile a far sapere che cosa si sta facendo sul proprio territorio per questa particolare tematica e apprendere cosa stanno facendo gli altri. L&rsquo;ASEM al momento &egrave; completamente tagliato fuori da tutto ci&ograve;. <\/div>\n<div align=\"justify\">La seconda considerazione &egrave; legata in parte alla prima: &egrave; evidente che un Presidente regionale non possa sapere tutto quello che accade nei singoli uffici della sua amministrazione: qualcuno dei suoi funzionari avrebbe per&ograve; potuto, dovuto forse, informarlo di come erano andate le cose. Un progetto che viene avviato nel 2000 non pu&ograve; essere ancora, dopo quattro anni, in fase di avvio, non pu&ograve; non aver prodotto nessun risultato, altrimenti si deve dichiarare che si tratta di un&rsquo;esperienza fallimentare e, dal momento che viene mantenuta in vita con denaro pubblico, si ha il dovere o di cambiarla o di chiuderla. Naturalmente i due giovani autori non hanno alcuna responsabilit&agrave; su questo tipo di considerazioni: vale la pena, invece, che gli storici si interroghino (o se si vuole, continuino a interrogarsi, non smettano di interrogarsi) sull&rsquo;uso che viene fatto del loro lavoro, un uso pubblico e politico, e su come un libro possa veicolare letture che nulla hanno a che vedere con la storia: va rilevato, infatti, che il libro in questione presenta in appendice, insieme ai questionari di cui si &egrave; detto, anche leggi regionali e risoluzioni del Consiglio regionale, decreti di Giunte comunali o provinciali, lettere a ministri della Repubblica, tutti documenti che recano la data del 2002 o del 2003: probabilmente nel pieno rispetto della <em>par condicio<\/em>, dato che questo atteggiamento nei confronti della ricerca storica &egrave; assolutamente trasversale agli schieramenti politici; ma il punto &egrave;: cosa c&rsquo;entrano questi materiali con la storia? <\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<div align=\"justify\"><strong>Note<\/strong><\/div>\n<p><\/p>\n<div align=\"justify\" style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px\"><sup>1<\/sup> Avevo usato per la prima volta questa espressione in un breve articolo scritto nel 1998 per la rivista ufficiale della giunta regionale delle Marche, &ldquo;Marche&rdquo;, XXVI, 1-2(1999), pp. 31-58. <\/div>\n<div align=\"justify\" style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px\"><sup>2<\/sup> Sergio Anselmi (a cura di), <em>Storia d&rsquo;Italia. Le regioni dall&rsquo;Unit&agrave; a oggi. Le Marche<\/em>, Torino, Einaudi, 1987. <\/div>\n<div align=\"justify\" style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px\"><sup>3<\/sup> Girolamo Allegretti, <em>Marchigiani in Maremma<\/em>, in <em>Le Marche<\/em>, cit., pp. 503-530. <\/div>\n<div align=\"justify\" style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px\"><sup>4<\/sup> Carlo Vernelli, <em>La popolazione: una lettura di lungo periodo<\/em>, in <em>Le Marche<\/em>, cit., pp. 427-451. <\/div>\n<div align=\"justify\" style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px\"><sup>5<\/sup> Il convegno si svolse a Fabriano e Fermo dal 20 al 22 marzo 1997. <\/div>\n<div align=\"justify\" style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px\"><sup>6<\/sup> Ercole Sori (a cura di), <em>Le Marche fuori dalle Marche. Migrazioni interne ed emigrazione all&rsquo;estero tra XVIII e XX secolo. Atti del convegno internazionale organizzato dall&rsquo;Istituto di Storia economica e Sociologia dell&rsquo;Universit&agrave; di Ancona, Fabriano 20 e 21, Fermo 21 e 22 marzo 1997<\/em>, Quaderni di &ldquo;Proposte e ricerche&rdquo;, 24 (1998). <\/div>\n<div align=\"justify\" style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px\"><sup>7<\/sup> &ldquo;Marche&rdquo;, XXVI, 1-2 (1999), pp. 31-58. Collaborarono con me per la realizzazione di questo inserto la dott.sa Laura Ceccacci e la dott.sa Maila Pentucci, che scrissero alcuni degli articoli di cui esso si componeva. <\/div>\n<div align=\"justify\" style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px\"><sup>8<\/sup> &Egrave; con un certo imbarazzo che parlo di una vicenda che mi ha visto in qualche modo protagonista. Ma mi sembra che essa sia talmente paradigmatica che potrebbe essere presa come esempio dell&rsquo;uso pubblico<em> <\/em>&ndash; e politico &ndash; che della storia fanno le pubbliche amministrazioni, o meglio alcuni pubblici amministratori. <\/div>\n<div align=\"justify\" style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px\"><sup>9<\/sup> <em>Le Marche fuori dalle Marche, <\/em>cit<em>.<\/em> <\/div>\n<div align=\"justify\" style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px\"><sup>10<\/sup> Amoreno Martellini, <em>Fra Sunny Side e la Nueva Marca. Materiali e modelli per una storia dell&rsquo;emigrazione<\/em> <em>marchigiana fino alla grande guerra<\/em>, Milano, Franco Angeli, 1999. <\/div>\n<div align=\"justify\" style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px\"><sup>11<\/sup> Si veda ad esempio Amoreno Martellini, <em>Una strana dimenticanza: l&rsquo;emigrazione marchigiana tra Otto e<\/em> <em>Novecento<\/em>, &ldquo;Giornale di Storia contemporanea&rdquo;, III, 2 (2000); pi&ugrave; di recente, Marco Moroni, <em>Emigrazione, identit&agrave; etnica e consumi: gli italiani d&rsquo;America e la fisarmonica<\/em>, &ldquo;Storia e problemi contemporanei&rdquo;, XVI, 34 (2003): il saggio non reca le Marche nel titolo, ma &egrave; imperniato sul rapporto economico, ma anche culturale, tra i costruttori di fisarmoniche marchigiani e gli emigranti. <\/div>\n<div align=\"justify\" style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px\"><sup>12<\/sup> Alicia Bernasconi, <em>Marchigianos en Buenos Aires: trabajo y vida asociativa<\/em>, &laquo;Estudios migratorios latinoamericanos&nbsp;&raquo;, 12, 37 (1997), pp. 447-466&nbsp;; Amoreno Martellini, <em>L&rsquo;&eacute;migration des Marches et le march&eacute; du travail en France<\/em>, in Mariella Colin (a cura di), <em>L&rsquo;immigration italienne en Normandie de la Troisi&egrave;me R&eacute;publique &agrave; nos jours. De la diff&eacute;rence &agrave; la transparence<\/em>,&nbsp;&ldquo;Cahier des Annales de Normandie&rdquo;, 28 (1998), pp. 81-95.&nbsp; <\/div>\n<div align=\"justify\" style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px\"><sup>13<\/sup> Marco Moroni, <em>Emigranti, dollari e organetti<\/em>, Ancona, Affinit&agrave; elettive, 2004. Andrea Mulas e Giuseppina Falcucci, <em>Le Marche e i marchigiani in Argentina,<\/em> Camerino &ndash; Acquaviva Picena, Universit&agrave; degli Studi di Camerino, Collana del Dipartimento di Scienze giuridiche e politiche, 2004. <\/div>\n<div align=\"justify\" style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px\"><sup>14<\/sup> Marco Moroni, <em>Rimesse, imprenditorialit&agrave;, sviluppo: emigrazione e industrializzazione nelle Marche<\/em>, in <em>Le Marche fuori dalle Marche<\/em>,<em> <\/em>cit., pp. 623-663; Id., <em>Emigrazione, identit&agrave; etnica<\/em> <em>e consumi<\/em>,<em> <\/em>cit. <\/div>\n<div align=\"justify\" style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px\"><sup>15<\/sup> Una prospettiva analoga, ma a livello nazionale, &egrave; stata offerta anche dalla rivista &ldquo;Storia e problemi contemporanei&rdquo;, XVI, 34 (2003) in un fascicolo intitolato <em>Emigrazione e consumi popolari<\/em>. Oltre al saggio di Moroni gi&agrave; citato (<em>Emigrazione, identit&agrave; etnica e consumi<\/em>), vi compaiono studi dedicati alla esportazione e alla produzione di due prodotti che per molti aspetti hanno un comportamento sul mercato simile a quello delle fisarmoniche: il vino e il tabacco (Luca Garbini, <em>Aroma d&rsquo;Italia. Emigrazione italiana e Monopolio dei tabacchi fino alla grande guerra<\/em>; Alcide Beretta Curi, <em>Emigrazione europea e paesi d&rsquo;immigrazione: gli italiani nella creazione del settore vitivinicolo uruguaiano<\/em>). <\/div>\n<div align=\"justify\" style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px\"><sup>16<\/sup> A. Mulas e G. Falcucci, <em>Le Marche e i marchigiani in Argentina,<\/em> cit. <\/div>\n<div align=\"justify\" style=\"margin-left: 20px; text-indent: -20px\"><sup>17<\/sup> Vito d&rsquo;Ambrosio, <em>Presentazione<\/em>, in A. Mulas e G. Falcucci, <em>Le Marche e i marchigiani in Argentina,<\/em> cit., p. XIX. <\/div>\n","protected":false},"author":40,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[81],"tags":[566,951,952,1290,245],"class_list":["post-960","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-c65-articoli","tag-emigrazioni","tag-istituzioni-pubbliche","tag-marche","tag-popolazione","tag-storia"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/960","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/40"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=960"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/960\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":6109,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/960\/revisions\/6109"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=960"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=960"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.asei.eu\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=960"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}