Operazioni migratorie belliche transfrontaliere e rimpatri da una parte all’altra delle Alpi

1. INTRODUZIONE
L’arco alpino può essere un punto di osservazione privilegiato per studiare fenomeni sociali, politici e culturali che hanno riguardato la nazione italiana e il concetto di patria. La scelta di un ambiente naturale eccentrico e isolato, che vanta un complesso intreccio tra uomo e natura, come quello della montagna(1), si aggiunge e sovrappone alla presenza di una estesa zona di confine, limite del territorio statale italiano, frontiera dal tracciato mobile e conteso soprattutto nella sua parte orientale(2). Il presente saggio è dedicato alla descrizione di alcune iniziative di politica migratoria realizzate lungo l’arco alpino alla vigilia e nel corso della Seconda guerra mondiale, nel momento per definizione di massima mobilitazione delle tensioni e dei conflitti nazionali.
“La frontiera – ha scritto lo storico polacco Benedykt Zientara – ha, in fin dei conti, presupposti sociali, e non geografici. Essa dipende dalla coscienza del gruppo che tende a isolarsi, ed è tanto più salda quanto più sono profonde le differenze che intercorrono tra esso e i gruppi vicini”(3). Se, a partire da questa riflessione, prendiamo in considerazione il fenomeno emigratorio, ovvero una mobilità territoriale intesa come frammentazione e dispersione di un corpo sociale reale o immaginario, il discorso può diventare estremamente difficile. I complessi rapporti tra le frontiere e la comunità nazionale possono essere analizzati anche a partire dalle scelte compiute dallo Stato, rappresentante e simbolo dell’insieme dei cittadini, nei confronti dei connazionali presenti nelle aree al di qua e al di là dei confini territoriali.
Le operazioni di politica migratoria che il fascismo promosse nelle zone di confine tra il 1938 e il 1944 sono significative per comprendere la peculiare concezione di “politiche della popolazione” che si era affermata nel corso del Ventennio. Per il governo italiano il biennio 1938-1939 fu caratterizzato dalle manovre di preparazione per un eventuale conflitto europeo e da un articolato avvicinamento alla Germania. Entrambi gli aspetti ebbero profonde ricadute sulle politiche della mobilità territoriale, che videro impegnato in molti campi d’azione il Commissariato per le migrazioni e la colonizzazione interna (d’ora in poi Cmci), organo che si era imposto nel corso degli anni Trenta come imprescindibile riferimento istituzionale per questo delicato settore dell’intervento pubblico(4).
Alcune operazioni furono legate strettamente alle iniziative tedesche tese alla rottura dell’equilibrio europeo, altre seguivano le conquiste militari italiane verso oriente; dopo lo scoppio della guerra fu poi necessario affrontare il rientro di decine di migliaia di cittadini italiani provenienti dai vari paesi europei. In tutti i casi il Cmci venne chiamato ad agire tempestivamente nelle aree a cavallo della frontiera alpina, sfruttando ora l’alleanza con la Germania ora le conquiste territoriali dell’esercito italiano, per ampliare il proprio raggio di competenza al di là del perimetro statale e mettere in atto delle vere e proprie operazioni migratorie transfrontaliere. La linea del confine diventava così un luogo di appoggio logistico – più che un limite territoriale – per sviluppare interventi di spostamento di popolazione in un’area vasta che comprendeva entrambi i versanti. Questo saggio si propone una rapida esposizione di tre differenti ambiti di azione delle politiche migratorie del fascismo, sviluppate tra la vigilia della guerra e il 1944: la sostituzione di popolazione in Alto Adige, l’espansione demografica verso i Balcani e i rimpatri dei concittadini emigrati precedentemente in Europa – in particolare in Francia.
A Ventimiglia e a Mentone, a Bolzano e a Lubiana, in aree quindi sia interne che esterne ai confini nazionali secondo le frontiere vigenti allo scoppio della guerra, si intervenne sulla mobilità territoriale della popolazione al fine di rafforzare demograficamente le aree considerate come italiane, sia favorendo spostamenti verso i “confini contesi” che regolando i ritorni in patria da paesi stranieri. Si trattò di fenomeni molto diversi tra di loro, accomunati però da almeno due elementi: da una parte un protagonismo statale attivato in fretta e furia con le modalità dell’urgenza, dall’altra il significato inedito che la frontiera e i movimenti transfrontalieri assunsero nel contesto bellico.

2. CONTRAFFORTI DEMOGRAFICI ALLE FRONTIERE: ALTO ADIGE E CONFINE ORIENTALE
Il Cmci era già presente con un suo distaccamento in Alto Adige dalla seconda metà degli anni Trenta. Il regime aveva promosso sistematicamente l’immigrazione in quel territorio di confine dal resto d’Italia, con lo scopo di “rovesciare il rapporto numerico della popolazione di lingua italiana di fronte a quella di lingua tedesca”(5). Tale operazione era avvenuta attraverso il sostegno a un insieme di piccole iniziative, senza un apparente piano unitario prestabilito. Dal 1936, in particolare, importanti interventi urbanistici a Bolzano, per cui era prevista la costruzione di una nuova zona industriale, furono l’occasione per l’arrivo di numerosi operai edili, così come sarebbe poi accaduto con i lavori di fortificazione della frontiera; una volta ultimata l’installazione di importanti stabilimenti produttivi nella nuova zona industriale, si fece massiccio l’ingresso di famiglie provenienti soprattutto dalle province di Padova, Verona e Rovigo, che fecero di Bolzano una città a larga componente italiana(6).
Il coinvolgimento del Commissariato pare risalire alla prima metà del 1937, anno caratterizzato da un impennata di immigrazioni: le spese dell’ufficio di Bolzano risultano in bilancio a partire dal 1936-1937 (per quanto limitate allora a poco più di 4.000 lire), mentre le prime notizie sulla sua attività risalgono all’aprile 1937(7). In ogni caso si trattava di una presenza limitata inizialmente a un ruolo di ispezione, “al solo scopo di provvedere, in armonia con la Federazione dei Fasci di Combattimento, al controllo dei rapporti di lavoro degli operai che vengono trasferiti in codesta provincia da altre provincie del regno”(8). L’attività riguardava soprattutto gli operai stagionali che lavoravano nei cantieri e nei campi, non molto numerosi: nell’autunno del 1938, “col sopravvenire della fredda stagione”, il numero dei migranti era calato e il Commissario Sergio Nannini, in carica dal 1935 all’ottobre 1939, decise di far sostituire il responsabile del Cmci con un incaricato locale, almeno per il periodo invernale(9).
Le cose sarebbero cambiate di lì a poco. A partire dall’Anschluss del marzo 1938, la frontiera settentrionale divenne un argomento cardine per la politica estera fascista. L’Alto Adige-Südtirol in particolare era una delle questioni più calde: nella regione abitavano circa 200.000 persone che parlavano il tedesco come lingua madre, a cui si aggiungevano 10.000 austriaci residenti e ora divenuti cittadini del Reich. L’espansione territoriale della Germania, svolta all’insegna del principio del ricongiungimento dei tedeschi dispersi in altri paesi, non poteva non creare degli imbarazzi: il verificarsi in quel periodo di episodi di tensione tra la componente germanofona e quella italofona nella provincia di Bolzano conferì definitivamente al problema un carattere di urgenza.
Nell’aprile del 1938, sollecitato da Galeazzo Ciano, Hermann Göring propose una soluzione drastica, che aveva il vantaggio di garantire all’Italia l’assetto delle frontiere esistenti anche per il futuro: “porre gli altoatesini davanti ad un aut-aut”, obbligandoli alla scelta tra il trasferimento in Germania, facilitato dai due Stati, e la definitiva rinuncia all’identità tedesca(10). Accolta con freddezza da parte italiana, la proposta venne ripresa solo nel corso del 1939, quando i diplomatici tedeschi chiarirono che tale operazione non doveva risolversi in un trasferimento di massa, ma solo nell’allontanamento dei diecimila cittadini ex austriaci e di qualche migliaio di alloglotti(11). Solo in seguito alla stesura definitiva del Patto d’acciaio i rappresentanti dei due paesi trovarono un accordo sulla questione altoatesina, nel giugno del 1939, poi formalizzato con la redazione delle “norme per il rimpatrio dei cittadini germanici e per l’emigrazione di allogeni tedeschi dall’Alto Adige in Germania”(12). In quell’occasione fu deciso il sostegno pubblico a chi avesse optato per il trasferimento e venne concordata l’apertura di una rete di uffici nella regione da parte di entrambi gli stati, per facilitare “le pratiche relative ai trapassi di cittadinanza e di proprietà, alle conseguenti questioni valutarie, etc.”(13). Il diplomatico Bernardo Attolico e Giuseppe Mastromattei, prefetto di Bolzano, comunicarono ai funzionari tedeschi che in quel capoluogo era già attivo un ufficio adatto allo scopo, gestito dal Commissariato per le migrazioni interne e la colonizzazione.
A partire dagli accordi del giugno 1939, l’impegno del Commissariato avrebbe dovuto assumere tutt’altra natura, data l’importanza della questione: era lo stesso Mastromattei a insistere sulla necessità di affiancare all’attività dei tedeschi un ente specializzato nel trasferimento di famiglie(14). I primi di luglio Nannini inviò il funzionario Carlo Marzano a Bolzano per costituire una delegazione e l’apertura di altri quattro uffici, come concordato con le autorità tedesche: a Merano, Bressanone, Vipiteno e Brunico vennero costituiti altrettanti terminali periferici del Commissariato. Il 30 agosto si insediò nel capoluogo la commissione mista(15); poté così iniziare l’attività vera e propria, un mese prima della stipula del testo definitivo degli accordi. Il contenuto di massima era già noto: i cittadini ex austriaci erano obbligati al rientro in patria, mentre gli italiani di lingua tedesca avevano la facoltà fino al 31 dicembre di optare per la cittadinanza in Germania. Dopo tale data i non richiedenti avrebbero dovuto conservare il passaporto italiano; per gli altri si sarebbe provveduto all’emigrazione nei territori del Reich, una volta espletate la pratiche relative alla vendita degli eventuali beni di loro proprietà.
I primi giorni furono caratterizzati da una grande frenesia della componente locale tedesca, ansiosa di conoscere con esattezza i particolari di una procedura che ne avrebbe segnato l’esistenza: “gli uffici sono quotidianamente e in tutte le ore affollati da genti alloglotte che chiedono informazioni ed iniziano le pratiche per il cambiamento di cittadinanza”, annotava Mario Poggi in visita a Bolzano(16). In teoria, l’iter burocratico era già stato deciso; così veniva chiarito dall’ispettore:

Gli Uffici di Merano, Vipiteno, Bressanone, Brunico e lo stesso di Bolzano provvedono alla istruttoria delle domande per quanto riguarda [l’accertamento della nazionalità, lo stato di famiglia, la condotta politica, lo stato economico, la razza], e quindi spediscono le domande con i relativi documenti alla Delegazione di Bolzano la quale cura [la richiesta del passaporto]. Rilasciato il passaporto dalla Regia Questura di Bolzano, esso viene consegnato alla Delegazione la quale ne dà comunicazione al Consolato tedesco, che appone il suo visto dopo che abbia assicurato all’alloglotta il lavoro in Germania per il periodo che deve permanervi (5 settimane) per ottenere la cittadinanza tedesca. In un secondo tempo, regolate le questioni patrimoniali ed acquistata dall’alloglotta la cittadinanza tedesca, ha luogo l’esodo dall’Italia(17).

L’opinione comune era che le operazioni si sarebbero concluse in uno stretto giro di tempo. In una settimana vennero raccolte dal Cmci 220 domande, il 18 settembre erano quasi mille; a queste andavano aggiunte le pratiche inoltrate agli uffici tedeschi, verosimilmente più numerose.
L’aggressione della Germania alla Polonia, in corso in quegli stessi giorni, aveva con ogni probabilità accentuato la corsa alla cittadinanza, conseguenza che non doveva essere sfuggita ai calcoli di Berlino. La faccenda delle opzioni si trasformò presto in una sfida di consenso tra i due regimi autoritari, svolta in territorio italiano: intorno ad essa vertevano decisive questioni di prestigio nazionale, ma anche, cosa più importante, la partecipazione dell’Italia alla guerra a fianco dell’alleato. Nel novembre 1939 Marzano notava un impegno senza riscontro nell’organizzazione degli uffici da parte del governo nazista: per la sede di Bolzano gli italiani avevano assegnato 21 funzionari, mentre i tedeschi facevano lavorare 61 persone. La situazione negli altri uffici era ancora più squilibrata: 25 tedeschi a Merano contro 9 italiani, 22 contro 5 a Vipiteno (la località più prossima al confine), 15 contro 4 a Bressanone, 16 contro 3 Brunico. Ovvero, per ogni italiano addetto all’emigrazione degli optanti ce n’erano più di tre tedeschi(18). Fu lo stesso responsabile degli uffici tedeschi in Alto Adige, Wilhelm Luig, nell’annunciare un ulteriore aumento del proprio personale a oltre 170 funzionari, a lamentarsi della “inadeguatezza dell’attuale attrezzatura commissariale”. Marzano non poteva che convenirne, dato che per espletare tutto il lavoro i turni degli addetti del Cmci potevano arrivare alle 70 ore settimanali(19).
A partire dalla fine del 1939, alla presenza del Cmci si aggiunse presto quella di altri uffici burocratici aperti ad hoc, ognuno con un compito specifico: l’Ufficio per l’Alto Adige, dipendente dal Ministero degli Interni con il ruolo di coordinamento, la Delegazione economico-finanziaria per la liquidazione dei beni di proprietà dei cittadini germanici rimpatrianti e degli allogeni tedeschi emigranti in Alto Adige in Germania, per la stima dei beni lasciati dagli optanti, l’ufficio dell’Ente nazionale per le Tre Venezie, per la gestione dei beni lasciati dagli optanti, l’Alto commissariato per l’esecuzione degli accordi italo-tedeschi per l’Alto Adige, l’Ufficio Espatrio Tedeschi presso la prefettura e un ufficio politico presso la questura. All’immissione di personale burocratico da parte italiana corrispose un analogo impegno tedesco, che alcune stime valutano avere mobilitato un numero ancora maggiore di funzionari(20).
In ogni caso, alla chiusura dell’anno 1939 le cifre decretarono quello che sotto diversi punti di vista rappresentò un vero e proprio smacco per il governo italiano: tra optanti e obbligati circa 200.000 persone avrebbero dovuto trasferirsi in Germania, su quasi 270.000 abitanti di lingua tedesca(21). Il Commissariato provò allora a contrapporre in tutta fretta un movimento migratorio opposto, diretto dalle regioni italiane del Centro-Nord all’Alto Adige, per sostituire coloro che avrebbero lasciato l’Italia. A fine dicembre Giuseppe Lombrassa, nuovo Commissario per le migrazioni dopo il trasferimento di Nannini, inviò una circolare ai segretari del Pnf, perché raccogliessero i nominativi dei volontari che intendessero trasferirsi; data la delicatezza della questione non dovevano ripetersi le leggerezze commesse in passato, quando con ogni evidenza non era stato curato a sufficienza il problema della “qualità” degli aspiranti migranti. Il Commissario ritenne di dover sottolineare con forza questo aspetto:

possono chiedere il trasferimento nei comuni suddetti tutti i prestatori d’opera, dovendosi intendere il reclutamento diretto non a favorire lo sgravio della disoccupazione ma a scegliere e selezionare i migliori elementi della massa lavoratrice per ripopolare una regione di confine con individui isolati e nuclei familiari che siano esempio di laboriosità, ordine, dignità personale, educazione, capacità professionale, e, soprattutto, di fede fascista e di orgoglio italiano.(22)

Era importante precisare le differenti finalità di questa operazione rispetto ad altre avvenute in precedenza, il cui obiettivo era smaltire la disoccupazione dalle aree di invio per aumentare la popolazione italiana in Alto Adige: ora l’intenzione era di costituire uno schedario di manodopera qualificata, per sostituire – non appena se ne fosse presentata l’occasione – i locali che si trasferivano nel Reich.

Il sistema adottato ha per finalità la costituzione di una massa di manovra, di una riserva di prestatori d’opera, moralmente, politicamente, penalmente, tecnicamente scelta dalla quale il Regime possa, via, via, attingere per ripopolare le zone evacuate dagli allogeni.

In realtà l’immissione di lavoratori fascisti si rivelò da subito non semplice e procedette sempre a ritmi molto blandi, se non irrisori. Nonostante le facilitazioni concesse il reclutamento non riscontrò il successo sperato, “tanto da non permettere, – scriveva Lombrassa nel luglio 1940 – specialmente nel settore agricolo, di far fronte alle richieste dei datori di lavoro”(23): la prevista opera di sostituzione nazionale stentava a decollare. Venne avanzata anche la proposta di creare un istituto che si occupasse del popolamento delle nicchie sociali lasciate dall’esodo dei germanofili, in collaborazione tra l’Ente delle Tre Venezie e il Cmci, ma senza esito(24). La popolazione italiana salì in complesso tra il 1939 e il 1942 di appena 7.000 individui. Con l’avanzare della guerra, la frenesia dei primi mesi venne meno e l’attività del Commissariato si adattò alle nuove condizioni: nonostante alcune fasi di accelerazione, la mobilità territoriale, più che da intenzionali travasi demografici, fu scandita dai richiami alle armi e dalle immigrazioni temporanee di operai che venivano dal Veneto per lavorare nei cantieri militari, su cui le autorità riuscivano a stabilire uno scarso controllo(25).
Anche dall’altro versante le cose non stavano andando in direzione di una rapida conclusione dei trasferimenti: il governo tedesco sembrava non avere alcuna intenzione di accelerare i ritmi delle partenze, lasciando pensare che il ritardo nella realizzazione degli accordi fosse un mezzo per lasciare aperta una partita che serviva come mezzo di pressione sulla politica italiana(26). L’iter burocratico per ottenere il trasferimento si era allungato a dismisura, soprattutto per la componente benestante dei candidati emigranti, le cui pratiche di rimborso delle proprietà lasciate in Italia richiedevano passaggi amministrativi aggiuntivi. Coloro che invece non dovettero affrontare tali problemi ebbero la strada sgombra, dando luogo a una “migrazione di classe”, una sorta di émigration choisie alla rovescia: ad essere avviato nel Reich fu in primo luogo chi non aveva ricchezze da tutelare. Nel marzo 1944, il responsabile dell’ufficio di Bolzano dichiarava con orgoglio che “l’esodo dei nullatenenti organizzato da questo ufficio […] è stato completo”(27): nel suo resoconto era da attribuire al Cmci il merito di aver superato gli ultimi ostacoli relativi a questo “esilio dei poveri”.
Il mancato funzionamento dei meccanismi istituzionali di sostituzione demografica nell’Alto Adige non disturbava la Germania, tutt’altro. La disastrosa condotta di guerra dell’Italia, obbligata a ricorrere nei Balcani al massiccio aiuto tedesco, rinforzò i sospetti circa un interesse territoriale della Germania sull’Alto Adige, cosa che spiegava il disinteresse verso l’esito completo dell’operazione di pulizia nazionale della regione, una volta appurate le proporzioni plebiscitarie dell’adesione dei tedeschi altoatesini. Se pur rallentato, il disbrigo delle pratiche andò comunque avanti: alla fine di ottobre 1940 erano emigrate in Germania circa 70.000 persone, tra optanti ed ex austriaci. La frequenza negli spostamenti perse poi ulteriormente velocità, portando alla partenza di appena 11.000 optanti dall’inizio del 1941 fino all’8 settembre 1943(28).
In tale contesto, uno dei compiti del servizio italiano delle migrazioni divenne allora quello di vigilare sul corretto adempimento delle disposizioni anagrafiche in Alto Adige, mansione che aveva comunque poco a che fare rispetto a quella che aveva determinato la costituzione di una delegazione a ridosso delle Alpi Retiche e delle Alpi dei Tauri(29). Già dal giugno del 1940 il personale del Commissariato era gradualmente diminuito; tra il marzo e il luglio del 1942 gli uffici distaccati del Cmci vennero soppressi e fu lasciata aperta solo la sede di Bolzano(30). Nell’estate del 1942, un ispettore in visita presso quell’ufficio dava un ritratto molto eloquente dello stato dei lavori:

la Delegazione dà la sensazione di un ufficio in liquidazione. Il lavoro normale si riduce al perfezionamento di un passato attivo ma molto confusionario. […] Per quanto riguarda la specifica competenza della Delegazione relativa al ripopolamento dell’Alto Adige si può dire che è più formale che sostanziale. Gli schedari dei trasferibili in Alto Adige, attuati in seguito ai noti accordi e disposizioni concordati con il Partito Nazionale Fascista, è vecchio [sic] di quasi due anni, e abbandonato per mancanza di personale, e in ogni caso è di dubbia utilità pratica in quanto non ha più corrispondenza con l’attuale situazione di guerra. In realtà entra in Alto Adige chi vuole, sia per deficienza di controllo da parte delle Unioni sindacali competenti, sia per il gran bisogno di manodopera da parte delle imprese che operano nella zona. […] La Delegazione ha preso l’iniziativa di conoscere approssimativamente quanti operai sono entrati in Germania. Tale operazione è chiamata censimento, ma di questo non ha nessun carattere.(31)

Nell’arco di tre anni si era consumato il sogno di un Alto Adige nazionalmente puro, che avrebbe consentito la chiusura di ogni pretesa da parte della Germania. La guerra sancì la netta subordinazione dell’Italia all’alleato tedesco e l’8 settembre 1943 concretizzò l’incubo di un Südtirol sotto il diretto comando nazista. La Repubblica sociale non ebbe nessun tipo di controllo sulla regione, sottoposta al comando del Gaulaiter di Innsbruck, Franz Höfer.

La città di Bolzano è stata apparentemente trasformata “al completo” in una città tedesca. […] Divisioni italiane reduci dalla Germania e ansiose di notizie sull’Italia […] sono state male impressionate nel venire a conoscenza che Bolzano e Trento non dipendono dalla Repubblica sociale italiana, che qui non possono sventolare bandiere italiane ed essere esposti ritratti del Duce; che insomma le tre provincie sono praticamente staccate dall’Italia. […] Gli italiani di Bolzano hanno resistito ai bombardamenti ed alle pressioni per farli allontanare sicchè, dopochè tutte le scritte della città sono state senza eccezione tedeschizzate, si ha l’impressione di vivere in una città ex tedesca completamente abitata da italiani.(32)

Queste parole venivano annotate nell’estate del 1944 da Marte Zeni, addetto dell’ufficio del Cmci, il quale era rivestito in quel frangente di una significativa responsabilità. Gli armadi della delegazione contenevano infatti le pratiche relative ai nuovi arrivati e a coloro che, domandata in un primo tempo la cittadinanza tedesca, avevano poi preferito conservare quella italiana. Per questi ultimi, che risultavano essere circa 15.000, la situazione come si può immaginare divenne particolarmente delicata(33).
Facciamo ora un passo indietro e torniamo all’inizio del 1939, qualche mese prima dell’invasione tedesca della Polonia. In un contesto europeo caratterizzato dal timore per l’inquietudine territoriale della Germania, ormai intenzionata a chiudere la partita orientale, l’Italia fascista occupò l’Albania di re Zogu, facendone un protettorato. Era il primo atto per l’ingresso italiano nei Balcani, i quali a partire dall’Anschluss erano ormai diventati a tutti gli effetti parte integrante del grande spazio economico del Terzo Reich(34). La mossa di Mussolini ebbe lo scopo di dimostrare l’autonomia di movimento del governo italiano: smarcarsi dalla politica tedesca, pur rimanendo all’interno dell’Asse, significava poter aspirare a un ruolo maggiore nella penisola balcanica.
Anche in Jugoslavia il servizio delle migrazioni si trovò a svolgere compiti molto particolari, legati all’evoluzione dei rapporti politici e militari nell’area. Primo fra tutti lo sfollamento degli italiani dalle province croate, effettuato tra la fine del marzo e i primi di aprile 1941, immediatamente prima degli attacchi tedesco e italiano dell’inizio di aprile(35). Era necessario infatti garantire la sicurezza dei connazionali presenti in territorio jugoslavo, soprattutto lungo la costa dalmata. Il servizio delle migrazioni fu incaricato del delicato intervento, più vicino a una manovra militare che a un ordinario spostamento di migranti. Giacomo Lufrani si occupò di condurre le operazioni di “sfollamento e sgombero dalla Dalmazia” della popolazione italiana, concluse nell’arco di una settimana grazie all’ausilio di un centinaio di dattilografi messi a disposizione dal prefetto di Ancona(36).
Tra le conseguenze dell’attacco alla Jugoslavia vi fu anche la creazione della provincia autonoma di Lubiana appartenente a tutti gli effetti al Regno d’Italia, costituita i primi di maggio 1941 sotto il comando di un Alto Commissariato: anche qui insieme ai restanti uffici delle burocrazie venne aperta una sede del servizio delle migrazioni. Oltre ai compiti ordinari (per i quali si registrarono missioni svolte lungo tutta la costa adriatica, a Zara, Spalato e Cattaro), a Lubiana il Cmci si occupò di organizzare sull’esempio altoatesino la sostituzione degli abitanti di lingua tedesca. Per i 14.000 germanofoni della provincia (su un totale di 340.0000 cittadini sloveni) venne infatti predisposto il trasferimento nei territori del Reich, da completarsi con l’immissione di persone italiane. Con ogni probabilità le partenze verso il Reich furono completate nell’inverno 1941-1942: nel febbraio infatti il direttore dell’ufficio sloveno, Placido Lombardo, poteva già parlare dei “nuovi servizi affidati dall’Alto Commissariato a questa Delegazione e concernenti il ripopolamento dei centri evacuati dagli allogeni tedeschi”(37).
Un’ultima annotazione va fatta sulla nomina di Giuseppe Lombrassa, ultimo Commissario alla testa del Cmci dal novembre 1939 al giugno 1943, a Commissario civile di Lubiana, decisa proprio nel giugno del 1943, in un momento estremamente difficile a causa dell’intensità raggiunta dalle azioni dei partigiani jugoslavi. L’ex capo del servizio delle migrazioni si portò dietro da quella amministrazione il capo della segreteria, Antonio Ciampi(38). Non risulta facile valutare l’operato di Lombrassa in Slovenia, dato che l’incarico durò poco più di un mese: dopo il 25 luglio il Commissario diede le dimissioni, in disaccordo con il passaggio di poteri da Mussolini a Badoglio. La delegazione rimase aperta ancora pochi mesi, fino al novembre 1943, quando il nuovo responsabile civile dispose la chiusura di un ufficio ormai inutile(39).

3. UNA PATRIA PER CHI È PARTITO: IL RIENTRO DEGLI EMIGRATI
Il ripensamento complessivo dei compiti e del ruolo del servizio delle migrazioni imposto dalla guerra non riguardò solo i teatri di battaglia: la massiccia presenza di italiani all’estero (in primo luogo in Francia) nel momento in cui iniziò a bruciare la miccia europea, acuendo le tensioni nazionali all’interno degli Stati, spinse l’organizzazione di un sistema di assistenza e smistamento delle persone che tornavano in patria, spesso in condizioni molto precarie. Soltanto tra l’agosto e il settembre del 1939, secondo delle stime coeve, circa 50.000 italiani erano giunti dalla Francia: si trattava di emigrati che preferirono rifugiarsi in patria a causa del clima di tensione tra i due Stati. Un numero simile si spostò nel corso dell’anno successivo, quando con il coinvolgimento bellico dell’Italia si aggiunse anche il motivo del richiamo alle armi(40): nell’opinione delle autorità si trattava di numeri che erano destinati a salire in maniera esponenziale con il passare del tempo. Così scriveva Lombrassa:

Fino ad ora l’attività maggiore spiegata a favore dei connazionali rimpatriati è stata l’assistenza attraverso i Prefetti e i Federali: in poco più di un anno […] sono rientrate in Italia circa 100.000 persone […]. Dalle notizie avute dal Ministero per gli Affari Esteri da parte dei nostri consolati in Francia si prevede che degli 800.000 italiani colà residenti rientreranno circa 500.000 connazionali in un tempo che non si può ancora precisare.(41)

Il Ministro Thaon di Revel riteneva che questo mezzo milione di italiani sarebbe tornato nel giro di un anno(42). Tale stime, se pur eccessive (nell’arco del 1941 sarebbero rientrate dalla Francia poco meno di 50.000 persone(43)), rivelavano la preoccupazione destata nel governo dalla natura di un lavoro estremamente delicato.
Il governo gestì inizialmente questo flusso di ritorno attraverso un agenzia del Ministero degli esteri, la Commissione permanente per il rimpatrio degli italiani all’estero (Cori), che avrebbe dovuto fungere da cerniera tra le amministrazioni centrali (soprattutto il Ministero degli interni e quello degli esteri) e le autorità governative locali, ma soprattutto occuparsi di trovare un lavoro a coloro, tra quelli che rientravano, “che, per costituzione fisica, attitudine professionale, meriti fascisti e patriottici e stato di famiglia, davano garanzia di costituire un effettivo apporto per l’incremento demografico e produttivo della Nazione”(44). La sua competenza fu poi estesa all’insieme dei rimpatriati con lo scopo di “evitare che l’affrettato e tumultuoso rimpatrio dei connazionali residenti all’Estero possa produrre brusche scosse nell’organismo economico della Nazione”(45): bisognava infatti che i rimpatriati fossero messi nelle condizioni migliori per inserirsi velocemente nel tessuto produttivo nazionale, per non gravare sulle finanze pubbliche e per contribuire allo sforzo bellico. L’assistenza nei loro confronti era inoltre un atto dovuto, per evidenti ragioni militari e patriottiche. Con l’aumentare dei flussi di ritorno l’organizzazione del Cori non risultò però adeguata, basata come era su strutture insufficienti e procedure rigide.
I primi di ottobre del 1940 venne convenuto che l’intera organizzazione sarebbe passata nelle mani del Commissariato, specializzato nel gestire con velocità e efficacia le operazioni di rientro in patria. A metà del mese Lombrassa mandò un ispettore nei luoghi di frontiera, a Mentone e Bardonecchia, per “stabilire le modalità che Consoli, Vice Consoli ed Agenti Consolari competenti devono seguire per il trasferimento dei nostri connazionali”(46). Gabriele Longobardi, il funzionario addetto, concordò con le autorità di frontiera che i flussi in rientro dal confine francese sarebbero stati incanalati in due diversi percorsi. “I rimpatriandi dalla Francia occupata rientreranno tutti da Bardonecchia e quelli dalla Francia libera da Mentone: complessivamente con una cadenza giornaliera di 300 unità, divise possibilmente in parti uguali”. Successivamente Lombrassa ritoccò la cifra massima giornaliera a 400 unità, come limite dell’impegno dei funzionari del Cmci per espletare le pratiche dei rimpatriati dalla Francia(47). L’assistenza consisteva nel biglietto del treno e nella carta annonaria valida fino all’arrivo al paese di origine; oltre a questa l’addetto aveva la facoltà di “erogare sussidi straordinari la cui entità, a seconda delle circostanze, varia da un minimo di £. 50 a un massimo di £. 200 per unità rimpatriata”(48). I prefetti dei luoghi di destinazione avrebbero dovuto poi assegnare quote stabilite: 10 lire per il capofamiglia, 8 lire per la moglie, 4 per ogni figlio o convivente a carico(49).
Tra la fine del 1941 e l’inizio del 1942 il compito si estese anche ai posti di confine lungo tutto l’arco alpino, dato l’alto numero di italiani che rientravano dall’Europa centrale e orientale. Dal Brennero, ad esempio, erano passati nei primi mesi di guerra circa 2.000 persone al giorno, “profughi dai vari territori orientali del Reich e successivamente dalle altre frontiere occidentali […] assolutamente indigenti, privi di bagagli e di mezzi”(50). Anche se i flussi erano calati (dal Brennero si contavano in media 600 al mese), i comuni non riuscivano più a gestire un fenomeno che richiedeva cure particolari: col passare del tempo, l’organizzazione dei rientri si fece più complessa e articolata, prevedendo anche un’attenta raccolta dei dati statistici dei ritorni e una precisa prassi circa la destinazione verso cui dirigere i rimpatriati. Di seguito è riportata la procedura che dovevano seguire gli impiegati del Cmci in occasione di ogni arrivo, così come venne definita alla fine del 1943:

Gli Uffici di frontiera (Mentone, Bardonecchia, Chiasso, Brennero, Postumia(51), Torino, Milano) procedono:
1) all’interrogatorio dei rimpatriati;
2) alla compilazione dei ruolini di transito;
3) all’assegnazione della residenza (in Italia) e relativa comunicazione alla Pubblica Sicurezza;
4) al rilascio della lettera di presentazione al Podestà del paese di destinazione (inviata per conoscenza alle Autorità della Provincia al fine dell’erogazione dei sussidi, iscrizione anagrafica, rilascio del libretto di lavoro ed eventuale assistenza sanitaria);
5) al rilascio di una tessera di riconoscimento valevole durante il viaggio, in sostituzione del passaporto che viene ritirato alla frontiera;
6) al rilascio del biglietto ferroviario gratuito;
7) al rilascio delle carte annonarie provvisorie;
8) alla compilazione della scheda-notizie;
9) alla spedizione delle masserizie e rilascio del relativo certificato per ottenere la gratuità delle spese di porto o la riduzione del 70%;
10) alla segnalazione ai sindacati di categoria dei rimpatriati idonei al lavoro;
11) alla concessione immediata di sussidi di denaro ai bisognosi;
12) al rilascio di buoni viveri da consumarsi in determinati ristoranti;
13) alla visita sanitaria alla frontiera e conseguente segnalazione agli ufficiali sanitari del paese di destinazione;
14) alla rilevazione statistica dei rimpatriati, distinti per Provincia di destinazione e per categoria professionale. Successivamente i dati vengono comunicati alla Sede Centrale e ai Capi delle Provincie interessate.
Giunto a destinazione il connazionale continua ad essere assistito per il tramite degli organi periferici competenti i quali agiscono in base alle preventive autorizzazioni da parte del Commissariato.(52)

A partire dalla primavera del 1942 era stata faticosamente allestita, in collaborazione con le questure, una rete di uffici dislocati a ventaglio nel Nord Italia che fungeva da collettore per regolare il flusso di entrata dei lavoratori che rimpatriavano, soli o con le famiglie. Il sistema si innestava, moltiplicandolo, in quello già attivo per i migranti diretti in Germania, limitato però alle partenze e ai ritorni dei lavoratori con un contratto in tasca; ora la sfida era quella di gestire tutte le tipologie di rimpatriati. In ogni valico il Commissariato aveva un piccolo ufficio, per i controlli burocratici e la prima assistenza, il quale inviava poi le pratiche alla sede distaccata in un capoluogo vicino. A partire dal confine occidentale e procedendo in senso orario, i funzionari a Mentone e quelli a Bardonecchia facevano riferimento a Torino, quelli di Chiasso a Milano, da Brennero a Verona, da Tarvisio a Treviso; alla fine del 1943 risulterebbe attivo anche un ufficio in Slovenia. Nelle zone al confine con Svizzera e Austria il movimento era doppio, in partenza e in arrivo, dato che si continuavano a regolare le emigrazioni verso la Germania. A titolo di esempio, nei tre mesi tra il luglio e il settembre 1942 venne registrato nel passo del Brennero il passaggio di quasi 100.000 lavoratori, di cui 54.000 in ritorno e 42.000 in andata. Solo per una piccola parte di coloro che partivano (5.700 persone) si trattava del primo viaggio verso il Reich(53). La ramificazione della membrana di controllo e assistenza del movimento transfrontaliero dei cittadini nel Nord Italia, in entrata e in uscita, rappresenta un esempio estremamente interessante di controllo statale sulle migrazioni.
Con la progressiva militarizzazione della disciplina dei movimenti nel territorio italiano, sottoposto a continui bombardamenti e a partire dal luglio 1943 sotto invasione nemica, era di estrema importanza riuscire a regolare il traffico di persone ansiose di tornare a casa. La legge contro l’urbanesimo del luglio 1939, che riprendeva e sistematizzava alcune ordinanze emanate dai prefetti per ostacolare la permanenza nei grandi centri urbani dei disoccupati “forestieri”, era stata con ogni probabilità emanata in vista della guerra, con lo scopo di evitare il concentrarsi delle persone senza occupazione nelle città, dove maggiori erano le possibilità di trovare lavoro e aiuti(54). Il momento del ritorno degli emigrati nel territorio nazionale servì per una sua applicazione a distanza, attraverso l’erogazione da parte del Cmci di un’assistenza geograficamente determinata: il funzionario dava ai rimpatriati un biglietto del treno verso una data destinazione in cui questi avrebbero (in teoria) trovato un prefetto già pronto a erogare qualche lira per i bisogni primari. I criteri con cui scegliere i comuni di destinazione venivano così stabiliti dall’ufficio torinese:

1º) Invio in località nelle quali i connazionali hanno sicuro e documentata possibilità di immediata sistemazione al lavoro;
2º) Far ricongiungere i connazionali ai propri parenti, avuto riguardo in particolare alle possibilità che i parenti possano ospitarli;
3º) Invio ai paesi di origine tenendo presente di evitare comunque l’affluenza presso i grandi centri Urbani.(55)

L’insieme di aiuti alle persone che lo Stato erogava erano una maniera (e non la meno efficace) per controllare l’itinerario dei singoli all’interno di un territorio in cui la vigilanza delle forze dell’ordine si era fatta molto difficile. Un altro esempio è fornito dal controllo medico a cui venivano sottoposti i rimpatriati, misura precauzionale necessaria viste le precarie condizioni in cui spesso versavano. In caso di buona salute veniva rilasciato un certificato che doveva essere consegnato alle autorità sanitarie del comune di origine. In un libretto di istruzioni distribuito ai funzionari responsabili delle operazioni di rimpatrio si legge: “non presentandosi al sanitario il rimpatriato è passibile di multa e arresto”(56).
Le porte di ingresso dell’Italia non si aprivano su di un territorio da percorrere liberamente, ma conducevano a canali di percorrenza segnati dalla fitta presenza di autorità burocratiche, con una precisa collocazione geografica. Oltre al soccorso di base e alle disposizioni igieniche, anche il lavoro era un elemento da aggiungere per la definizione delle traiettorie. Con l’aumentare della fame di braccia da parte delle industrie belliche, il reclutamento del lavoratore poteva essere fatto direttamente all’arrivo sul suolo nazionale, attraverso gli uffici di valico. Nel marzo 1942 l’Azienda carboni italiani chiedeva i dati dei minatori rimpatriati di età inferiore ai 45 anni, probabilmente per dirigerli verso le miniere di Carbonia; i sindacati dei lavoratori industriali di Torino si accordarono con il Commissariato per avviare alle fabbriche torinesi i candidati idonei, deflettendo verso quel comune l’insieme di pratiche e disposizioni a favore di ogni rimpatriato. Anche il reclutamento coatto si basava su questi meccanismi burocratico-assistenziali; la sovrapposizione completa tra l’interesse dei singoli e i bisogni economici dello Stato è evidente in un promemoria degli uffici del Cmci, scritto probabilmente per le autorità della Repubblica di Salò all’inizio del 1944:

il Commissariato organizzò nel corso degli ultimi tre anni alcuni altri servizi in modo da venire incontro ai bisogni dei connazionali seguendoli fino alla definitiva sistemazione. In tal modo si curava attraverso i competenti organi sindacali il loro avviamento al lavoro e si disponeva in caso di mancata presentazione al lavoro, la sospensione di tutte le provvidenze previste dalla Circolare Ministeriale […] appositamente emanata dal Commissariato.(57)

La ragione di Stato si concretizzava in politiche di imposizione e di indirizzamento dei percorsi migratori della popolazione, senza considerare i reali voleri dei cittadini coinvolti. L’analisi di alcune misure concrete adottate dal potere statale, attraverso un punto privilegiato di osservazione come fu il Commissariato per le migrazioni e la colonizzazione interna, ci ha permesso di gettare luce su intenzioni e tentativi del governo di influenzare la mobilità territoriale degli italiani, strettamente legati alle burrascose circostanze belliche. Dietro alla lucida compattezza delle disposizioni amministrative si nascondeva una realtà ben più complessa e contraddittoria, che può essere restituita alla dovuta attenzione solo attraverso un’accurata indagine sulle reazioni dal basso, sulle strategie di risposta che furono messe in campo dalla società coinvolta nei progetti migratori del fascismo. L’esperienza soggettiva dei protagonisti degli spostamenti è un fondamentale elemento mancante delle situazioni che siamo venuti fin qui descrivendo(58). Crediamo tuttavia che sia importante proporre – per quanto in maniera abbozzata – delle visioni di insieme delle politiche migratorie realizzate nell’arco alpino nel corso della guerra: si tratta di vicende che meritano di essere recuperate dal caleidoscopio delle storiografie locali e che potrebbero fornire del materiale utile per una migliore comprensione del modus operandi in materia di politica migratoria che si era venuto sviluppando all’interno del fascismo nel corso degli anni Trenta e che partecipò durante la Seconda guerra mondiale all’estremo tentativo di un impossibile governo della società da parte del regime.

(1) Marco Armiero, Le montagne della patria. Natura e nazione nella storia d’Italia. Secoli XIX e XX, Torino, Einaudi, 2013 [ed. or. 2011].

(2) Anna Maria Vinci, Sentinelle della patria. Il fascismo al confine orientale 1918-1941, Roma-Bari, Laterza, 2011. Benedykt Zientara, Frontiera, in Enciclopedia, VI, Torino, Einaudi, 1979, p. 406.

(3) Benedykt Zientara, Frontiera, in Enciclopedia, VI, Torino, Einaudi, 1979, p. 406.

(4) Rimando per una più ampia ricostruzione a Stefano Gallo, Il Commissariato per le migrazioni e la colonizzazione interna (1930-1940). Per una storia della politica migratoria del fascismo, Foligno, Editoriale Umbra, 2015. Una prima esposizione della storia del Commissariato, con relativo inventario provvisorio del suo fondo documentario conservato presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, era stata pubblicata in questa stessa rivista: Emigrare da fascisti, tra bonifiche, guerre coloniali e l’alleato tedesco. Il fondo archivistico del Commissariato per le migrazioni e la colonizzazione interna, “Archivio Storico dell’Emigrazione Italiana”, 6, 1 (2010), pp. 53-76.

(5) Relazione del prefetto di Bolzano Giuseppe Mastromattei, 12 maggio 1939, riportata in Renzo De Felice, Il problema dell’Alto Adige nei rapporti italo-tedeschi dall’Anschluss alla fine della seconda guerra mondiale, Bologna, il Mulino, 1973, p. 97. Un’attenzione particolare venne dedicata agli impiegati statali: si veda Andrea Di Michele, L’italianizzazione imperfetta. L’amministrazione pubblica dell’Alto Adige tra Italia liberale e fascismo, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2003.

(6) Id., L’immigrazione italiana in Alto Adige tra le due guerre, in La regione Trentino-Alto Adige/Südtirol nel XX secolo, a cura di Rodolfo Taiani e Michael Wedekind, vol. 3, La popolazione della regione Trentino-Alto Adige/Südtirol, Trento, Museo Storico in Trento, in corso di pubblicazione. Ringrazio l’autore per avermi permesso di prendere visione di questo lavoro inedito.

(7) Il rendiconto di cassa, datato 22 dicembre 1937, si trova in Archivio Centrale dello Stato, Roma (d’ora in poi Acs), Presidenza del Consiglio dei Ministri (d’ora in poi Pcm), Commissariato per le migrazioni e la colonizzazione (d’ora in poi Cmc), b. 765 G, f. “3000.4 Bilanci consuntivi 1931-1941”, sf. “Rendiconto finanziario di cassa-Esercizio 1936-1937 XV”. Per un confronto, nello stesso bilancio risultavano spese dall’ufficio del Commissariato di Napoli – impegnato nelle operazioni di imbarco verso l’Africa Orientale – più di 33.000 lire.

(8) Lettera di Sergio Nannini a Alberto D’Andrea, s.d. [ma aprile-maggio 1937], in Acs, Pcm, Cmc, b. 23 G, f. “3000.6 Locali uffici delle delegazioni del Regno”, sf. “3000.6.1 Locali uffici delegazioni nel Regno. Bolzano e uffici dipendenti 1) Merano 2) Bressanone 3) Brunico 4) Vipiteno”.

(9) Lettera di Nannini a Placido Lombardo, 12 novembre 1938, in Acs, Pcm, Cmc, b. 42 G, f. “4000.6 Delegazione per l’Alto Adige uffici di Bolzano e dipendenti”, sf. “4000.6.1 Uffici di Bolzano e dipendenti. Complessivo”.

(10) Göring motivava così la sua proposta: “due grandi popoli che formano oggi un blocco, al centro dell’Europa e del Mediterraneo, di ben 120 milioni di individui, retti da regimi forti e totalitari, non possono vedere compromessa la loro amicizia da 200.000 altoatesini” (cit. in Mario Toscano, Storia diplomatica della questione dell’Alto Adige, Bari, Laterza, 1968 [1ª ed. 1967], pp. 159-160).

(11) Cfr. M. Toscano, Storia diplomatica, cit., pp. 175-176. Non era però un pensiero condiviso da tutti: nel 1939 Himmler espresse la speranza che gli optanti fossero già in quell’anno “varie decine di migliaia”; il prefetto di Bolzano prevedeva che circa 100.000 persone avrebbero scelto la cittadinanza tedesca (si veda R. De Felice, Il problema dell’Alto Adige, cit., pp. 37-39).

(12) Documento riprodotto in R. De Felice, Il problema dell’Alto Adige, cit., pp. 114-121.

(13) Verbale della riunione, 23 giugno 1939, cit. ibidem, p. 106.

(14) Relazione del 28 giugno 1939, riportata in R. De Felice, Il problema dell’Alto Adige, cit., pp. 107-110.

(15) Telegramma di Mastromattei al Ministero dell’interno, 22 agosto 1939, in Acs, Pcm 1937-1939, b. 2559, f. 15.2 n. 8137.

(16) Relazione di Poggi del 18 settembre 1939, in Acs, Pcm, Cmc, b. 42 G, f. “4000.6 Delegazione per l’Alto Adige uffici di Bolzano e dipendenti”, sf. “4000.6.3 Uffici di Bolzano e dipendenti. Personale 2. parte varia”.

(17) Relazione di Poggi del 18 settembre 1939, cit.

(18) Lettera di Marzano al Cmci, 20 novembre 1939, in Acs, Pcm, Cmc, b. 23 G, f. “3000.6 Locali uffici delle delegazioni del Regno”, sf. “3000.6.1 Locali uffici delegazioni nel Regno. Bolzano e uffici dipendenti 1) Merano 2) Bressanone 3) Brunico 4) Vipiteno”.

(19) Lettera di Marzano al Cmci, 25 novembre 1941, in ACS, PCM, CMC, b. 42 G, f. “4000.6 Delegazione per l’Alto Adige uffici di Bolzano e dipendenti”, sf. “4000.6.3 Uffici di Bolzano e dipendenti. Personale 2. parte varia”.

(20) Andrea Di Michele, Tra uffici speciali e amministrazione ordinaria: l’Italia e le zone di confine, “Qualestoria”, 2 (2010), pp. 31-33, e L’Italia e il governo delle frontiere (1918-1955). Per una storia dell’Ufficio per le zone di confine, in La difesa dell’italianità. L’Ufficio per le zone di confine a Bolzano, Trento e Trieste (1945-1954), a cura di Diego D’Amelio, Andrea Di Michele e Giorgio Mezzalira, Bologna, il Mulino, 2015, pp. 25-75.

(21) Cfr. A. Di Michele, L’immigrazione italiana in Alto Adige, cit.

(22) Circolare di Lombrassa ai segretari federali provinciali del Pnf del centro-nord, 21 dicembre 1939, in Acs, Pcm, Cmc, b. 40 G, f. “1000.12 Circolari in partenza”, sf. “Circolari in partenza 1939”. Corsivi miei.

(23) Circolare di Lombrassa, 9 luglio 1940, ibid.

(24) Cfr. R. De Felice, Il problema dell’Alto Adige, cit., pp. 40-41.

(25) Lettera di Marzano al Cmci, 28 gennaio 1942, in Acs, Pcm, Cmc, b. 23 G, f. “3000.6 Locali uffici delle delegazioni del Regno”, sf. “3000.6.1 Locali uffici delegazioni nel Regno. Bolzano e uffici dipendenti 1) Merano 2) Bressanone 3) Brunico 4) Vipiteno”.

(26) M. Toscano, Storia diplomatica, cit., pp. 192-193.

(27) Relazione di Zeni, 31 marzo 1944, in Acs, Pcm, Cmc, b. 131 G, f. “Min. Lavoro-Ufficio Commissariato Migrazione e Colonizzazione di Bolzano”, sf. “Ufficio Periferico di Bolzano-Funzionamento”.

(28) R. De Felice, Il problema dell’Alto Adige, cit., pp. 58-59.

(29) Lettera di Craveri al Cmci, 15 ottobre 1942, in Acs, Pcm, Cmc, b. 131 G, f. “4000.6 Bolzano”, sf. “4000.6.1 Ufficio di Bolzano-Complessivo e Attività”.

(30) Lettera del Ministero delle corporazioni al Cmci, 24 luglio 1942, in Acs, Pcm, Cmc, b. 21 G, f. “4000.6 Ufficio di Bolzano”. Tale evoluzione era stata già annunciata da Lombrassa con lettera del 14 giugno 1940 (Acs, Pcm, Cmc, b. 42 G, f. “4000.6 Delegazione per l’Alto Adige uffici di Bolzano e dipendenti”, sf. “4000.6.9 Uffici di Bolzano e dipendenti. Istituzione Uffici”).

(31) “Ispettorato degli Uffici periferici – Relazione sulle ispezioni eseguite negli uffici di Brennero, Bolzano e Verona”, dal 23 al 26 luglio 1942, in Acs, Pcm, Cmc, b. 39 G, f. “4000.1 Delegazione per la Libia”, sf. “4000.1.2 Ufficio di Tripoli-Personale b. parte varia”.

(32) Relazione del 31 luglio 1944, in Acs, Pcm, Cmc, b. 131 G, f. “Min. Lavoro-Ufficio Commissariato Migrazione e Colonizzazione di Bolzano”, sf. “Ufficio Periferico di Bolzano-Funzionamento”.

(33) Sulla politica di occupazione nazista in Alto Adige, si veda Südtirol im Dritten Reich/L’Alto Adige nel Terzo Reich, a cura di Gerald Steinacher, “Veröffentlichungen des Südtiroler Landesarchivs”, 18 (2003).

(34) Gustavo Corni, Il sogno del “grande spazio”. Le politiche d’occupazione nell’Europa nazista, Roma-Bari, Laterza, 2005.

(35) Marco Cuzzi, L’occupazione italiana della Slovenia (1941-1943), Roma, Stato maggiore dell’esercito – Ufficio storico, 1998; Eric Gobetti, L’occupazione allegra. Gli italiani in Jugoslavia (1941-1943), Roma, Carocci, 2007.

(36) Appunto per Tucci, 14 maggio 1941, in Acs, Pcm, Cmc, b. 25 G, f. “12.Varie Pratiche varie”, sf. “12.4 Indennità e compensi di prestazioni”. Sul coinvolgimento di Lufrani, si veda la lettera del Cmci alla Pcm del 15 dicembre 1942, in Acs, Pcm, Cmc, b. 57 G, f. “2000.CM.L Lufrani Giacomo”. Il funzionario ricavò da questa esperienza l’ispirazione per un lungo poema, Inno alla Dalmazia, che pubblicò a proprie spese, e di cui riporto appena un assaggio: “Fugga il serbo, l’odiato nemico, / Oppressore de l’Itala Gente / Queste rive, contese, fur nostre / I fratelli, per noi li vogliam![…] O Dea Roma, già l’Itale genti / Tornan tutte, da ogni contrada / Non siam più quella “cupa masnada” / Che il vil mondo avea preso ad odiar. / Siam cinquanta milioni di “Gente” / Che conquista il suo “spazio vitale” / Legionari marcianti silenti / Coi fucili, le bombe e i pugnali!” (una copia in Acs, Pcm, Cmc, b. 57 G, f. “2000.CM.L Lufrani Giacomo”).

(37) Lettera di Placido Lombardo al Cmci, 3 febbraio 1942, in Acs, Pcm, Cmc, b. 29 G, f. “4000.17 Delegazione Lubiana”, sf. “4000.17.2 Delegazione di Lubiana. Personale”. Sull’espansione italiana nella provincia di Lubiana, cfr.Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa (1940-1943), Torino, Bollati Boringhieri, 2003; Andrea De Sante, I limiti dell’espansionismo fascista. Il fallimento dell’annessione della provincia di Lubiana, in Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza, Politiche di occupazione dell’Italia fascista (“Annale Irsifar”, 2006), Milano, Franco Angeli, 2008, pp. 58-77.

(38) Lettera di Lombrassa a Umberto Albini, sottosegretario di Stato per l’interno, 8 giugno 1943, in Acs, Ministero dell’interno, Direzione generale affari generali e del personale, Divisione affari generali, Affari collettivi delle prefetture (1935-1947), b. 29 bis, f. 5198, sf. 1.

(39) Lettera di Lombardo al Cmci, 8 novembre 1943, in Acs, Pcm, Cmc, b. 930 G, f. “Lubiana dal 20-6-41 al 8-11-43”.

(40) Lettera di Lombrassa alla PCM, 2 ottobre 1940, in Acs, Pcm 1940-1943, b. 2938, f. 2.7, n. 1831, sf. 2.

(41) Appunto per Mussolini redatto da Lombrassa, 30 ottobre 1940, in Acs, Pcm 1940-1943, b. 2938, f. 2.7, n. 1831, sf. 2.

(42) Glossa firmata a margine di una mozione per la seduta del Consiglio dei ministri del 19 ottobre 1940, ivi.

(43) Prospetto non firmato, s.d. [1941], in Acs, Pcm, Cmc, b. 29 G, f. “4000.15 Uffici rimpatri”, sf. “Personale Serv. Rimpatri-Consegnato dal Comm. De Dominicis”.

(44) Lettera del Cmci alla Pcm, 2 ottobre 1940, in Acs, Pcm 1940-1943, b. 2938, f. 2,7, n. 1831, sf. 2. La Cori era stata costituita con il Regio decreto legge 5 gennaio 1939, n. 306.

(45) Circolare della Cori alle ambasciate e ai consolati, 14 marzo 1939, in Acs, Pcm 1940-1943, b. 2938, f. 2.7, n. 7141, sf. 1.

(46) Appunto di Longobardi per Lombrassa, 17 ottobre 1940, in Acs, Pcm, Cmc, b. 64 G, f. “2000.20 Ordini di servizio. Deposito dal 1940 e retro”, sf. “2000.20.1 Ordini di servizio. 1939 e retro”.

(47) Appunto per Mussolini redatto da Lombrassa, 30 ottobre 1940, cit.

(48) Circolare di Lombrassa agli uffici di Bolzano e del Brennero, 6 febbraio 1942, in Acs, Pcm, Cmc, b. 131 G, f. “2 Brennero”, sf. “2. Brennero. Assistenza”.

(49) Circolare del Cmci ai prefetti, 19 gennaio 1942, in Acs, Pcm, Cmc, b. 40 G, f. “1000.12 Circolari in partenza”, sf. “CMC Circolari 1942”.

(50) Lettera del Commissario prefettizio di Brennero al Cmci, 3 gennaio 1942, in Acs, Pcm, Cmc, b. 131 G, f. “2 Brennero”, sf. “8. Brennero. Trasporto masserizie”.

(51) Si tratta della slovena Postojna: sull’attività di tale ufficio non ho trovato altre tracce documentarie nei fondi del Cmci.

(52) Promemoria, s.d. [ma databile tra la fine del 1943 e l’inizio del 1944], in Acs, Pcm, Cmc, b. 29 G, f. “4000.15 Uffici rimpatri”, sf. “4000.15 Assistenza Roma”.

(53) Prospetto inviato al Cmci, 7 ottobre 1942, in ACS, PCM, CMC, b. 132 G, f. “4000.19 Ufficio di Verona”, sf. “4000.19.4 Verona-Mobilio-Cancelleria-Spese varie”. Data la consistenza dei transiti dalla città scaligera, vi erano stati allestiti cinque uffici distaccati del Commissariato, adibiti al computo statistico dei rimpatriati, a quello dei riespatriati, alle pratiche burocratiche per i riespatrianti, al controllo degli arrivi e delle partenze presso la stazione ferroviaria (in cui era stata allestita una speciale segnaletica per dirigere i lavoratori), e infine un posto di sosta e pernottamento.

(54) Sulla quale si veda la circolare del Ministero dell’interno del 28 novembre 1942, in Acs, Pcm, Cmc, b. 40 G, f. “1000.13 Circolari in arrivo”, sf. “1000.13.3 Circolari in arrivo Ministero dell’Interno”. L’iniziativa era probabilmente del Ministero dell’interno, non del Cmci (cfr. lettera alla Pcm del 28 aprile 1939, in Acs, Pcm, Cmc, b. 47 G, f. “1000.1 Leggi-Decreti-Stampa”, sf. “1000.1.A Leggi-Decreti-Stampa. Istituzione e costituzione del Commissariato. Corrispondenza”). Per un approfondimento, rimando a Stefano Gallo, Le anagrafi arruolate: l’Istat e le normative contro l’urbanesimo tra Italia fascista e Italia repubblicana, “Le Carte e la Storia”, 13, 1 (2007), pp. 175-190.

(55) Dall’ufficio di Torino a quelli di Bardonecchia, Mentone e Brennero, 18 giugno 1942, in Acs, Pcm, Cmc, b. 29 G, f. “4000.15 Uffici rimpatri”, sf. “AG 66 Servizio rimpatriati estero Torino Bardonecchia. Raccolta disposizioni”, ssf. “2. Compilazione ruolini”.

(56) Opuscolo a cura del Cmci, in Acs, Pcm, Cmc, b. 29 G, f. “4000.15 Uffici rimpatri”, sf. “AG 66 Servizio rimpatriati estero Torino Bardonecchia. Raccolta disposizioni”.

(57) Promemoria, s.d. [fine 1943-inizio 1944], cit.

(58) Sembrano andare in questa direzione due pubblicazioni recenti, che non ho potuto consultare prima della pubblicazione di questo articolo, basate sulle voci dei protagonisti, raccolte attraverso lo spoglio della corrispondenza intercettata dalla censura fascista o tramite interviste con i sopravvissuti: Le opzioni rilette / Die mitgelesenen Briefe, a cura di Ulrike Kindl et al., Bolzano, La fabbrica del tempo, 2014; Option und Erinnerung / La memoria delle opzioni, a cura di Eva Pfanzelter, “Geschichte und Region / Storia e Regione”, 22, 2 (2013).