Colloredo di Monte Albano. I paesaggi di ieri, oggi e domani

Colloredo di Monte Albano

Francesco Micelli e Javier Grossutti (a cura di), Colloredo di Monte Albano. I paesaggi di ieri, oggi e domani,Colloredo di Monte Albano 2006, 118 pp.

Colloredo di Monte Albano. I paesaggi di ieri, oggi e domaniNel 1997 è stato avviato un progetto di ricerca su “Colloredo, il castello e la sua gente”. La prima fase si è conclusa nel 2005 con la pubblicazione di Conti e contadini a Colloredo di Monte Albano. Paesaggi e vita quotidiana nel Novecento, a cura di Francesco Micelli e Javier Grossutti. Questo libro raccoglie le interviste di quanti, nel corso del ‘900, avevano partecipato alla vita della comunità e al suo intrecciarsi con quella del castello. I risultati della seconda ricerca sono stati discussi durante una giornata di studio, tenutasi a Colloredo il 18 febbraio 2006, e pubblicati nel novembre 2006 col titolo Colloredo di Monte Albano. I paesaggi di ieri, oggi e domani.
La pubblicazione del primo testo è stata l’occasione per creare uno spazio web in cui raccogliere ed ordinare le attività che hanno, come oggetto di studio, il territorio comunale. Infatti, nel sito del Comune di Colloredo di Monte Albano è consultabile il portale “cultura e società” – curato da Tommaso Mazzoli – che illustra gli eventi culturali, presenta le pubblicazioni edite dal Comune e rimanda a link contenenti notizie di interesse comune (www.comune.colloredodimontealbano.ud.it). I testi Conti e contadini e Colloredo di Monte Albano. I paesaggi di ieri, oggi e domani sono presenti in formato digitale e, quindi, completamente accessibili ai visitatori che possono visualizzare anche le fotografie contenute nel “cartaceo”. Le tredici storie di vita, racchiuse nel primo lavoro, offrono diversi punti di vista ed interpretazioni sulla realtà quotidiana nel Novecento. Queste interviste descrivono il paesaggio della prima metà del secolo scorso e le sue lente trasformazioni, ma anche i rapidi rivolgimenti della seconda metà del secolo il cui “fulcro” – per la comunità friulana in genere – è rappresentato dal terremoto del 1976.
Tra le pubblicazioni più recenti si ricorda appunto Colloredo di Monte Albano. I paesaggi di ieri, oggi e domani (Atti della giornata di studio) a cura di Francesco Micelli e Javier Grossutti. Il libro è edito dal Comune di Colloredo in collaborazione col Circolo culturale Menocchio di Montereale Valcellina (Pordenone) e col patrocinio dal dipartimento di Storia e Storia dell’Arte dell’Università di Trieste.
Il testo è composto da diversi interventi che ragionano sul territorio/paesaggio, sulla proprietà agricola e sulle trasformazioni avvenute nel tessuto sociale di questo piccolo comune collinare a seguito dei movimenti migratori soprattutto diretti verso l’estero.
Il volume si apre con un’ampia riflessione di Francesco Micelli sul concetto di territorio e paesaggio, affrontato da più angolature. In quest’intervento viene sottolineato che “la naturale selettività della memoria – come emerge dai racconti dei vecchi di Colloredo – costruisce […] paesaggi tra loro del tutto differenti assegnando alle stesse cose significati nuovi […] In altri termini fattori invisibili ed immateriali, come spesso il bisogno del bello, sembrano valere più delle cose o delle collezioni di cose che ricadono sotto il “comune senso del paesaggio”. Per chi lo abita, il senso del paesaggio risiede appunto nel non visibile: la realtà circostante non è racchiusa semplicemente nel nostro modo di guardare, ma è frutto del nostro rapporto con essa, del progetto (personale) di vita che si sviluppa fin dall’infanzia e delle scelte che accompagnano l’esistenza.
La storia del castello di Colloredo e dell’“incastellamento” in Friuli, invece, è affidata alla medievalista Donata Degrassi. L’intervento di Andrea Zannini discute i rapporti di proprietà che vigono all’inizio dell’Ottocento utilizzando gli Atti preparatori del Catasto austriaco, dai quali emerge la forza – socioeconomica – dei Conti di Colloredo e delle altre figure signorili. Mentre Alma Bianchetti riprende il rapporto tra vincoli feudali, paesaggio rurale e attuale volto del territorio, definito come “il paesaggio della modernizzazione e del post-terremoto”, Corinna Cadetto ci parla del sentimento del paesaggio come rappresentazione dell’essere. Walter Marangoni riflette sul paesaggio di domani, sottolineando il ruolo essenziale che potrebbero svolgere gli enti territoriali – in questo caso la Comunità collinare – nella risoluzione dei problemi del territorio. Infine Javier Grossutti guarda all’emigrazione come fattore di cambiamento della vita comunitaria, ragionando sulla possibilità di creare una comunità virtuale con i compaesani all’estero (sul concetto di comunità virtuale cfr. Francesco Micelli, Abbozzo di anagrafe dei comeglianotti all’estero, in Comeglianots pal mont. I comeglianotti nel mondo, a cura di Id. e Javier Grossutti, Comeglians, Comune di Comeglians, 2002, pp. 5-11). La chiusura del testo spetta a Tommaso Mazzoli che, non solo a sostegno del precedente intervento, insiste sulle opportunità offerte dagli strumenti informatici e dalla rete come mezzo di conoscenza e condivisione del sapere.
Dal punto di vista della ricostruzione storica, il Catasto austriaco consente di delineare minuziosamente il paesaggio storico delle comunità rurali del primo Ottocento. Tuttavia – avverte Andrea Zannini – bisogna tener presente che quest’immagine risulta estrapolata da un procedimento amministrativo e politico: i rilevamenti e le stime compiute sul territorio servivano a quantificare le imposte fiscali sulla proprietà fondiaria e immobiliare. Di conseguenza, quest’analisi si presenta interessante per capire sia la storia economica del Comune sia i rapporti lavorativi all’interno della società rurale. Come larga parte della campagna veneto-friulana, il rapporto di conduzione più diffuso era l’affitto della terra, un mercato controllato – in questo caso – dai vari rami della casata dei Colloredo o, comunque, da famiglie riconducibili a “labirintici passaggi successori”.
Le ricerche svolte dal gruppo di storici stimolano la riflessione sulla storia sociale di Colloredo e – indirettamente – permettono di guardare l’emigrazione come una strategia di miglioramento economico-sociale, non solo come una necessità.
Nel suo intervento, Javier Grossutti rileva che, nel primo trentennio del Novecento, si possono distinguere comportamenti demografici e scelte migratorie differenti all’interno di ogni frazione del Comune: “l’influenza della casata nobiliare sui comportamenti dei “villici” è tanto più forte quanto più i villaggi sono prossimi al castello”. A ciò, secondo il ragionamento di Grossutti, si somma la crisi economica che investì la campagna friulana nella seconda metà degli anni Venti e la politica fascista. Quest’ultima, se in un primo momento aveva creato una congiuntura positiva, successivamente inasprì la crisi, vanificando gli sforzi dei piccoli proprietari terrieri e delle altre categorie agricole (mezzadri, fittavoli, braccianti). L’entrata in vigore dei primi contratti di mezzadria e di affitto misto in provincia di Udine (11 novembre 1925) ripristinò un rapporto lavorativo quasi di sudditanza. In quest’ottica, la scelta di emigrare rappresentava una forma di ribellione di affittuari e mezzadri. L’esperienza estera trasformò vecchie abitudini e antichi costumi, come rilevano i sacerdoti delle chiese parrocchiali. Questi nuovi costumi sociali, tuttavia, non provocarono direttamente lo sgretolamento delle fondamenta sociali ed economiche della comunità. Fu il pagamento di tasse e affitti – specie quello preteso dai signori – che, in un contesto socio-economico più moderno, rese insopportabili le condizioni di vita.
Solo dopo la II guerra mondiale, con la perdita del potere signorile – quindi la dissoluzione della grande proprietà – e l’avvento del processo di modernizzazione, cambiò il paesaggio rurale e con esso i “rigidi schemi di vita e di lavoro”.
E appunto con chi vive altrove sarebbe interessante ritrovare/costruire un rapporto. In questo senso, gli strumenti informatici – come suggerisce Tommaso Mazzoli – permetterebbero di allargare la rete di conoscenze, di affinare la comprensione di un passato condiviso e di familiarizzare con la cartografia digitale. Grazie all’uso del personal computer si può visualizzare il territorio a seconda delle proprie necessità, modificandone la scala, i colori e le informazioni. “Ciò – sottolinea l’intervento conclusivo – significa costruire le carte e non più subirne la struttura”, l’ordine secondo il quale l’Istituto Geografico Militare aveva pensato (per noi) il territorio. La carta digitale, dunque, può guidare il visitatore nel viaggio virtuale compiuto sul territorio e le pubblicazioni on line diventano il bagaglio di conoscenze, fondamentali per navigare attraverso la storia della comunità di ieri, di oggi, ma anche di domani.