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L’emigrazione nella campagna di Libia del 1911

 

1. – L’emigrazione nella dottrina nazionalista di Enrico Corradini

Fu soprattutto nell’elaborazione politica di uno dei fondatori del movimento nazionalista italiano, Enrico Corradini, che l’emigrazione fu proposta tra le principali argomentazioni in favore dell’intervento in Tripolitania. Egli fu tra i fondatori dell’“Idea Nazionale”, organo dell’Associazione nazionalista italiana, – il cui primo numero uscì non a caso il primo marzo del 1911, giorno dell’anniversario della sconfitta di Adua – che insieme a quotidiani di più larga diffusione come “La Stampa”, “Il Giornale d’Italia”, “La Tribuna”, “Il Corriere d’Italia”, fu tra gli organi di informazione che affrontarono “con insistenza e senza mezzi termini il martellamento dell’opinione pubblica nazionale” 4.

Già nel 1910, Corradini aveva dedicato al fenomeno dell’emigrazione un lungo romanzo dal titolo La Patria lontana5. Nel 1908 si era recato in Brasile e in Argentina come corrispondente de “Il Corriere della Sera” e del “Marzocco”, e in seguito all’osservazione delle condizioni di lavoro e di vita degli emigranti italiani era arrivato ad elaborare una dottrina coloniale strettamente legata al problema dell’emigrazione. Ne La Patria lontana essa era intesa come una dispersione di energie e di italianità. Anche quando gli italiani all’estero riuscivano a raggiungere un livello di benessere dignitoso, era considerata un fatto negativo. Ciò emerge sin dall’inizio del romanzo, a partire dal primo confronto tra il dottor Axerio, un produttore di vini italiano, emigrato in Argentina, esponente di quella borghesia umanitaria, pacifista e sostenitrice del metodo di governo giolittiano, che fu il principale bersaglio dei nazionalisti, e il protagonista, Pietro Buondelmonti, in viaggio in Argentina, rappresentante il pensiero di Corradini e pertanto risoluto a dimostrare l’effetto negativo che l’emigrazione italiana all’estero aveva per l’economia della madrepatria.

(Buondelmonti): – Lei ier sera mi diceva che ha fatto educare i suoi figliuoli in Italia e che non può stare senza ritornare in Italia per lo meno ogni due anni.
(Axerio): – È vero.
(Buondelmonti): – Ma è altrettanto vero che, nonostante questo, Lei non può vantare la sua italianità come faceva ier sera.
(Axerio): – Perché?
(Buondelmonti): – Semplicemente perché Lei è un produttore di vino di Mendoza, vale a dire un nemico dell’importazione del vino italiano in Argentina. Lo ha detto e non potrebbe essere altrimenti.
(Axerio): – Ma Lei dimentica che io, laggiù, do lavoro a molti italiani, e più allargo la mia azienda e più potrò dar lavoro ai nostri connazionali.
(Buondelmonti): – Suoi, se mai, miei non più6.

La riuscita degli emigranti che trovavano un lavoro sicuro all’estero, secondo il pensiero di Corradini, rappresentava una minaccia agli interessi concreti della patria, infatti, anche quando il lavoratore in terra straniera riusciva a fondare imprese efficienti, in grado di offrire nuovi posti di lavoro ad altri connazionali, la sua attività si risolveva in una oggettiva concorrenza all’industria e al commercio della patria di provenienza. Il problema dell’emigrazione, quindi, emergeva sin dall’inizio come un elemento essenziale nella costruzione dell’ideologia nazionalista di Corradini, ed in seguito contribuì in modo determinante a definire la visione dell’Africa elaborata in occasione della guerra di Libia” 7.

Nei primi mesi del 1911 Corradini girò per l’Italia svolgendo conferenze sul tema “proletariato, emigrazione, Tripolitania”, fino a partire per la Libia nel mese di luglio, raccogliendo in seguito le sue corrispondenze in un volume dal titolo L’ora di Tripoli8, nel quale riproponeva tra i vari argomenti del suo nazionalismo anche quello, non certo secondario, della necessità degli sbocchi all’emigrazione italiana e della ricchezza e fertilità delle terre libiche. L’emigrazione emergeva qui come il tema attraverso il quale i nazionalisti sottolineavano l’utilità della conquista della Libia per le masse contadine ed operaie, cercando al tempo stesso di guadagnare al nazionalismo una base di consenso popolare. Già ne La patria lontana Corradini aveva individuato nel popolo (“più generosa forza della nazione”9) e nei lavoratori (“energici e disciplinati come le macchine di ferro e di fuoco che trattano”10), la base sociale necessaria per la realizzazione di qualsiasi politica che si proponesse come obiettivo la trasformazione dell’assetto politico esistente, mostrando di aver intuito un concetto che il fascismo avrebbe in seguito ripreso e sviluppato: l’importanza nella moderna società industriale delle masse lavoratrici, senza il cui appoggio nessun movimento politico (neanche quello nazionalista) sarebbe riuscito a realizzare i suoi progetti di governo.

Ne L’ora di Tripoli all’emigrazione viene attribuita la funzione di sostenere l’importanza della conquista della Libia per i ceti subalterni potenziali emigranti. Innanzitutto Corradini mirava a colpire chi in Italia era favorevole alla fuoriuscita di contadini e operai: i socialisti in particolare.

Sappiamo che l’emigrazione ha molti ammiratori, socialisti e borghesi(…). Noi restiamo dolorosamente stupefatti a dover riconoscere che si celebra l’emigrazione, soltanto perché si scorgono questi due soli termini: o emigrare, o restare in Italia a morir di fame. Oh miseria della nostra gente! Sfido io che allora l’emigrazione è il meglio che ci possa accadere!11

Scendendo nel concreto, attraverso un esempio che riguardava la vita quotidiana del lavoratore italiano emigrato in Francia, del quale il nazionalismo cercava il consenso (“il nazionalismo profonda le sue radici anche nel nuovo terreno della legislazione umanitario-proletaria di Francia”), Corradini tentava di dimostrare come in realtà l’emigrazione e chi la incoraggiava non facesse gli interessi del proletariato:

La vedova e i figliuoli d’un operaio francese morto prima dei sessantacinque anni hanno diritto ad un’indennità di cinquanta lire al mese, per alcuni mesi. La vedova e i figli di un operaio straniero morto prima dei sessantacinque anni, dopo aver pagato anch’esso i suoi contributi annui al fondo per le pensioni, non avranno diritto a nulla12.

Pertanto, anche in Francia, considerata “la più civile delle nazioni”, l’operaio straniero era “posto in condizioni di inferiorità”. Ecco dimostrato, quindi, che “non è troppo amico del proletariato il socialismo quando ripete: – Emigrazione! Emigrazione!”13. L’alternativa nazionalista prevedeva invece la conquista di nuove colonie dove dirigere l’emigrazione italiana che era destinata all’estero. Emigrare significava abbandonare a se stesso il lavoro italiano nel mondo. Egli invitava a considerare il fenomeno dell’emigrazione italiana all’estero non solo “dall’arricchimento di pochi individui”, né dai “milioni che gli emigranti mandano in patria”, ma a valutarlo “nazionalmente”, e da questo punto di vista esso era definibile come “un anti-imperialismo della servitù”14, che costringeva l’emigrante – dal momento in cui il governo italiano sembrava non voler prendere parte al processo di espansione coloniale che in Africa settentrionale era in atto ormai da tre decenni – a condizioni di lavoro fortemente disagiate al servizio di interessi contrari a quelli italiani. Conquistare colonie avrebbe significato invece far sì che “il lavoro italiano” fosse “accompagnato per il mondo dalle altre forze della nazione italiana e dalla nazione stessa”. Il pensiero dei nazionalisti, presentato come alternativo a quello borghese e socialista di accettazione della realtà dell’emigrazione, era l’unico a fare realmente gli interessi delle masse lavoratrici. Corradini insisteva sul “riavvicinamento della emigrazione e della politica coloniale”.

Ma il nostro pensiero nazionalista, o signori, è ben diverso. È che senza alcun dubbio val meglio emigrare che restare in Italia a morir di fame; ma c’è una cosa che val meglio ancora, ed è che l’Italia abbia colonie proprie le quali, il peggio che si possa definire, sono una forma di emigrazione anch’esse, ma d’una emigrazione fatta non dagli individui spicciolati e abbandonati a se stessi, sibbene, come abbiamo detto dall’intera nazione nella pienezza delle sue forze15.

In Libia, una volta conquistata, si sarebbe potuta dirigere l’emigrazione italiana, che – anticipando alcuni temi della propaganda fascista che accompagnerà nel 1938 la partenza e il viaggio dei primi ventimila italiani, che secondo il governatore Italo Balbo avrebbero dovuto popolare la colonia avviandone la colonizzazione agricola16 – non sarebbe più stata una vicenda individuale e triste, ma un fatto collettivo, della nazione, che in questo modo avrebbe mostrato tutto il suo carattere “imperiale”.

Ed ecco pertanto l’emigrazione emergere come un tema complementare alle altre argomentazioni forti del nazionalismo in favore della conquista: il richiamo alla Roma antica, all’idea del Mare Nostrum, la necessità che l’Italia rilanciasse il proprio ruolo internazionale – che potevano aver presa sul ceto intellettuale e sulla media borghesia – erano affiancate da una argomentazione, quella antimigratoria (che poi il fascismo farà propria17) attraverso la quale il “partito della Nazione”18 mirava ad ottenere il consenso del bracciante disagiato. Funzionale a ciò era la descrizione della Tripolitania come una terra potenzialmente produttiva se fosse stata coltivata da agricoltori italiani e non abbandonata alle popolazioni locali:

La superficie coltivata è di ottantamila chilometri quadrati; quella coltivabile potrebbe essere di mezzo milione e più. I prodotti sono: olio, vino, grano. Si calcola che la Tripolitania abbia tre milioni di palme dattilifere. La vigna e l’olivo vi sarebbero oltremodo produttivi, se ben coltivati. Tutti i frutti d’Italia vi prosperano, e i legumi; e vegetali per le industrie, come lo sparto che serve per fare la carta, e pascoli estesi per l’allevamento del bestiame che si esporta19.

2. – La Libia nel II congresso degli italiani all’estero

La propaganda nazionalista cercò di penetrare in ogni manifestazione della vita pubblica nazionale, tentando di inserirvi in qualche modo la questione libica, e non mancò di farlo anche in occasione del II Congresso degli italiani all’estero, tenutosi dall’11 al 20 giugno del 1911 e organizzato dall’Istituto Coloniale Italiano20. Anche in questa sede i nazionalisti riuscirono a legare la questione migratoria al tema della conquista della Libia. Luigi Federzoni intervenendo (con lo pseudonimo di Giulio De Frenzi) nel corso del dibattito relativo alla promozione dell’espansione economica italiana (sezione V, Dei mezzi più adatti per favorire l’espansione economica dell’Italia all’estero, e per facilitare le iniziative italiane: nel Levante), propose di discutere il problema della Tripolitania21. Un dibattito sull’espansione economica italiana che non avesse affrontato questo tema sarebbe stato a suo avviso manchevole. Egli denunciò l’inerzia del governo italiano di fronte alla situazione in Tripolitania che rischiava ancora una volta di vedere l’Italia esclusa dalla corsa coloniale – mettendo così a rischio anche gli interessi che alcuni gruppi economici e finanziari, in primis il Banco di Roma, avevano stabilito nella regione – e costretta a lasciare che i propri emigranti andassero a vivere all’estero, in paesi concorrenti.

Noi volevamo assicurare alla nostra influenza economica quella unica parte del bacino del Mediterraneo che ci restava dopo la rinuncia di Tunisi e il poco rimastoci in Marocco. Ed oggi invece dobbiamo dichiararci impotenti a conseguire il risultato di quanto avevamo preparato con lunga e sapiente opera diplomatica e politica. E ciò per un pavido sentimento verso le altre Potenze, che già tengono la loro mano su questo unico brano d’Africa, mentre noi inviamo sei milioni di emigranti in paesi i cui interessi sono in lotta coi nostri, e rinunziamo a ciò che poco ci costerebbe.

De Frenzi propose pertanto di mettere ai voti un ordine del giorno nel quale si affermava la necessità di richiamare l’opinione pubblica italiana a valutare la gravità della situazione italiana in Tripolitania, e al tempo stesso la necessità di “un’azione energica, per parte del Governo italiano, la quale valga a garantire sicuramente i nostri diritti e i nostri interessi in Tripolitania”22. A parte il relatore, Gino Buti, e il presidente della sezione, il deputato Ernesto Artom, i quali cercarono di contenere il dibattito entro i limiti del programma inizialmente fissato che prevedeva l’elaborazione di proposte atte a favorire l’espansione economica italiana senza esprimere indirizzi politici23, tentativo fallito, gli altri sostennero l’ordine del giorno proposto da De Frenzi che fu approvato all’unanimità (solo Gino Buti non partecipò alla votazione). L’ordine del giorno fu in seguito votato anche nella seduta plenaria e approvato dal congresso.

Il congresso: riconoscendo che tutti gli sforzi della politica estera italiana, da Tunisi ad oggi, sono stati diretti ad assicurare alla nostra influenza economica e politica l’unica regione dell’Africa mediterranea rimasta fuori dei domini delle altre potenze; deplorando l’inazione del Governo italiano di fronte alle ripetute e meditate offese inflitte dal regime giovine-turco ai nostri interessi e alla nostra dignità nazionale; richiama l’opinione pubblica a valutare la gravità del momento presente, decisivo per l’avvenire del nostro paese che è messo in uno stato di inferiorità dinanzi alla stessa Turchia nella considerazione di tutte le altre Nazioni; afferma l’urgente necessità di un’azione energica per parte del governo italiano, la quale valga a garantire sicuramente i nostri diritti e i nostri interessi in Tripolitania24.

3. – La voce letteraria: La grande proletaria si è mossa di Giovanni Pascoli.

Il 26 novembre 1911 – le truppe italiane ormai avanzavano in Libia – anche Giovanni Pascoli si inserì nel coro di voci in favore della conquista, pronunciando il celebre discorso La Grande proletaria si è mossa, nel teatro dei Differenti di Barga, di fronte ad “una grande folla di ascoltatori là convenuti da tutta la Versilia, la Garfagnana e la Lunigiana”25. Il discorso non introduceva valutazioni politiche nuove e Pascoli era ben lontano dalle problematiche della manipolazione del consenso che Corradini invece affrontava consapevolmente. Il fatto, però, che il poeta del fanciullino, il quale in gioventù aveva avuto simpatie socialiste, dopo aver accettato l’ordine dominante nell’Italia giolittiana, fosse approdato al nazionalismo, oltre a dimostrare quanto capillare, diffusa e coinvolgente fosse la campagna pro-tripolina, la arricchiva di nuova linfa. Egli, infatti, riuscì a dare veste letteraria agli argomenti dei nazionalisti rendendoli più vicini e comprensibili alle masse lavoratrici attraverso un testo dalla notevole carica simbolica. Anche in Pascoli, come in Corradini, l’emigrazione ha la funzione di raccogliere una base di consenso popolare al disegno reazionario di conquista della Libia. Mentre in quest’ultimo, però, il discorso era più politico, e anche più accademico, in Pascoli diventava più semplice, più visibile e rappresentabile agli occhi del lavoratore, potenziale emigrante, che era andato ad ascoltarlo, conseguenza diretta della vicinanza del poeta alla cultura e agli ideali del mondo contadino. Il suo era un nazionalismo con una caratterizzazione profondamente umanitaria. Le parole che Pascoli pronunciò a Barga giunsero al termine di un percorso culturale e politico sofferto. Dopo l’allontanamento dal movimento socialista il poeta fu colto da un sentimento di profondo disagio, comune alla generazione post-risorgimentale delusa dalla realtà dell’Italia contemporanea, frutto di un processo risorgimentale incompiuto. A suo dire, in cinquant’anni, dal punto di vista sociale non erano stati compiuti grandi progressi: non erano stati sconfitti né l’analfabetismo né la delinquenza, le scuole erano in pessimo stato e gli agricoltori abbandonavano in massa la penisola. Muovendo da tali considerazioni, in Pascoli confluirono alcune istanze tipiche della cultura nazionalista che si intrecciavano per altro con gli ideali precedenti di un socialismo utopistico, animato dall’aspirazione ad alleviare il dolore dell’umanità. Era “un singolare nazionalismo della bontà”, dove l’esaltazione dell’orgoglio nazionale, la rivendicazione dei valori caratteristici della stirpe italiana e delle sue glorie antiche, l’esigenza di riscattare le terre irredente e di dimostrare al mondo la potenza della nuova nazione dovevano comunque apparire dirette a raggiungere un obiettivo ulteriore, quello della concordia, della fratellanza, della pace universale. Pertanto – sottolinea Giovanna Tomasello – “se per raggiungere l’obiettivo finale era impossibile evitare i conflitti, questi, secondo la prospettiva nazionalistica, non avrebbero dovuto mai svilupparsi all’interno della nazione, lacerandone l’unità, e dunque non avrebbero mai dovuto configurarsi come lotta tra partiti o tra classi” 26. La guerra secondo Pascoli univa il paese superando i regionalismi:

Il roseo e grave alpino combatte – affermava il poeta a Barga – vicino al bruno e snello siciliano, l’alto granatiere lombardo s’affratella col piccolo e adusto fuciliere sardo; i bersaglieri […], gli artiglieri della nostra madre terra piemontese dividono i rischi e le guardie coi marinai di Genova e di Venezia, di Napoli e di Ancona, di Livorno di Viareggio di Bari. Scorrete le liste dei morti gloriosi, dei feriti felici della loro luminosa ferita: voi avrete agio di ricordare e di ripassare la geografia di questa che appunto era, tempo fa, una espressione geografica27.

E lo univa anche da un punto di vista politico, bandendo i conflitti sociali: “E vi sono le classi e le categorie anche là: ma la lotta non v’è, o è la lotta a chi giunge prima allo stendardo nemico, a chi prima lo afferra, a chi prima muore. A questo modo là il popolo lotta con la nobiltà e con la borghesia. Così là muore, in questa lotta, l’artigiano e il campagnolo vicino al conte, al marchese al duca”28.

Oltre ad unire la nazione, la guerra, nel discorso di Pascoli, trovava una giustificazione “umanitaria” nella difesa dei poveri e dei deboli contro i ricchi e i potenti, avendo per obiettivo la creazione delle condizioni per una pace giusta e meritevole. Pertanto, a chi si opponeva all’intervento in Libia e accusava l’esercito italiano di compiere massacri, Pascoli rispondeva che

Noi che siamo l’Italia in armi, l’Italia al rischio, l’Italia in guerra, combattiamo e spargiamo sangue, in prima il nostro, non per disertare ma per coltivare, non per inselvatichire e corrompere ma per umanare e incivilire, non per asservire ma per liberare. Il fatto nostro non è quello dei Turchi. La nostra è dunque, checché appaiano i nostri atti singoli di strategia e di tattica, guerra non offensiva ma difensiva. Noi difendiamo gli uomini e il loro diritto di alimentarsi e vestirsi coi prodotti della terra da loro lavorata contro esseri che parte della terra necessaria al genere umano tutto, sequestrano per sé e corrono per loro, senza coltivarla, togliendone pane, cibi, vesti, case, all’intera collettività che ne abbisogna. (…) Così risponde l’Italia guerreggiante ai fautori dei pacifici Turchi e della loro benefica scimitarra; degli umani Beduini-Arabi che non usano violare e mutilare soltanto cadaveri; degli industriosi razziatori di negri e mercanti di schiavi.

Il tutto coronato dall’immagine del bersagliere che raccoglie “di tra cadaveri una bambina araba: la tiene con sé nella trincea, la nutre, la copre, l’assicura.(…) Ella è salva: crescerà italiana la figlia della guerra”29. Si trattava quindi di una guerra “difensiva”, civilizzatrice, in difesa del diritto umano di trarre dalla terra il proprio sostentamento. Quindi una guerra vicina ai poveri, ai ceti disagiati, ai lavoratori, agli emigranti: proprio quella base sociale cercata da Corradini. Come sottolineava La Tribuna, che pubblicò il discorso il 27 novembre, Pascoli si rivolgeva proprio ai lavoratori di una zona che costituiva un importante bacino per l’emigrazione italiana:

E non è senza un alto significato che Giovanni Pascoli abbia pronunciato oggi le sue parole di verità e di vita in mezzo ad un popolo che è discendente di agricoltori e di marina, in mezzo ad una folla di lavoratori che ha dato il primo ed il maggior contributo all’emigrazione italiana in America, in mezzo ad una stirpe che vanta nelle sue vene sangue ligure, etrusco e latino30.

E nel discorso di Pascoli erano proprio le masse proletarie – ora non più in paesi lontani, sottoposte a disagi e sfruttamento, ma impegnate a costruire il loro futuro in terra italiana, quella libica – ad entrare nella scena politica.

Eccolì là […] i lavoratori che il mondo prendeva e prende a opra. Eccoli con la vanga in mano, eccoli a picchiar col piccone e con la vanga in mano, eccoli a picchiar col piccone e con la scure, i terrazzieri e braccianti per tutto cercati e per tutto spregiati. Con la vanga scavano fosse e alzano terrapieni, al solito. Coi picconi, al solito, demoliscono vecchie muraglie, e con le scuri abbattono, al solito, grandi selve. Ma non sono le solite strade che fanno per altrui: essi aprono alla marcia trionfale e redentrice d’Italia. Fanno una trincea di guerra, sgombrano lo spazio alle artiglierie. Stanno lì sotto i rovesci d’acqua, sotto le pioggie di fuoco; e cantano. La gaia canzone d’amore e di ventura è spesso l’inno funebre che cantano a sé stessi, gli eroi ventenni. Che dico eroi? Proletari, lavoratori, contadini. Il popolo che l’Italia risorgente non trovò sempre pronto al suo appello […] è là. O cinquantenni del miracolo! I contadini che spesso furono riluttanti e ripugnanti, i contadini che anche lontani dal Lombardo-Veneto chiamavano loro imperatore l’imperatore d’Austria31.

Dopo cinquant’anni dalla nascita del regno, in occasione del primo importante anniversario dell’unificazione italiana, con la guerra di Libia, che avrebbe consentito di liberare l’Italia e gli italiani dalla schiavitù dell’emigrazione, si erano “fatti anche gli italiani”.32

Note al testo:

 

1 L’inizio vero e proprio della mobilitazione può essere collocato alla fine del 1910, si veda Marcella Pincherle, La preparazione dell’opinione pubblica all’impresa di Libia, “Rassegna Storica del Risorgimento”, 55, 3, (1969), pp. 450-482.

2 Si vedano in proposito Mare nostrum. Percezione ottomana e mito mediterraneo in Italia all’alba del’900, a cura di Stefano Trinchese, Milano, Guerini, 2005, e Vittorio Ianari, Lo stivale del mare. Italia, Mediterraneo, Islam: alle origini di una politica, Milano, Guerini, 2006.

3 Il dibattito per grandi linee è stato ricostruito da Daniel J. Grange, Émigration et colonies: un grand débat de l’Italie libérale, “Revue d’histoire moderne et contemporaine”, 30 (1983), pp. 337-365, e da Gigliola Dinucci, Il modello della colonia libera nell’ideologia espansionistica italiana. Dagli anni ‘80 alla fine del secolo, “Storia contemporanea”, 10 (1979), pp. 427-479.

4 Si rimanda a Francesco Malgeri, La guerra libica (1911-1912), Roma, Edizioni di storia e letteratura, 1970, pp. 37-96 (la citazione è a p. 38).

5 Enrico Corradini, La Patria lontana, Roma, Vecchiarelli editore, 1989.

6 Ibid., pp. 1 e 2.

7 Giovanna Tomasello, L’Africa tra mito e realtà. Storia della letteratura coloniale italiana, Palermo, Sellerio editore, 2004, pp. 41-56.

8 Enrico Corradini, L’ora di Tripoli, Milano, Treves, 1911.

9 Id., La Patria lontana, cit., p. 194.

10 Ibid., p. 192.

11 E. Corradini, L’ora di Tripoli, cit., pp. 21-22.

12 Ibid., p. 24.

13 Ibid., pp. 24 e 25.

14 Enrico Corradini, Le nazioni proletarie ed il nazionalismo (conferenza letta nel gennaio 1911 a Napoli, Firenze, Venezia, Padova, Verona, Arezzo), Roma, Casa Editrice Nazionale, 1911.

15 Id., L’Ora di Tripoli, cit., pp. 22-23.

16 Sulla vicenda si veda Federico Cresti, Oasi di italianità. La Libia della colonizzazione agraria tra fascismo, guerra e indipendenza (1935-1956), Torino, SED, 1996; dello stesso autore «Non emigranti, ma esercito del lavoro»: i ventimila in Libia (1938) e la propaganda dell’Italia fascista, in Da maestrale e da scirocco. Le migrazioni attraverso il Mediterraneo, a cura di Federico Cresti e Daniela Melfa, Milano, COSMICA, Giuffré, 2006, pp. 37-62.

17 João Fábio Bertonha, Emigrazione e politica estera: la diplomazia sovversiva di Mussolini e la questione degli italiani all’estero, 1922-1945, “Altreitalie”, 23 (2001), pp. 40-55.

18 E. Corradini, L’ora di Tripoli, cit., p. VIII.

19 Ibid., pp. 3, 4.

20 Si vedano: Alberto Aquarone, Politica estera e organizzazione del consenso nell’età giolittiana: il Congresso dell’Asmara e la fondazione dell’Istituto coloniale italiano, “Storia contemporanea”, 1, 2, 3 (1977), ora anche in Alberto Aquarone, Dopo Adua: politica ed amministrazione coloniale, a cura di Ludovica De Courten, Roma, Ministero per i beni culturali ed ambientali, Archivi di Stato, 1989, pp. 255-410; Giancarlo Monina, Il consenso coloniale. Le società geografiche e l’Istituto coloniale italiano (1896-1914), Roma, Carocci, 2002.

21 Atti del II congresso degli italiani all’estero, 11-20 giugno 1911, Vol. II, Rendiconti delle sedute (sezione V), Roma, Tipografia editrice nazionale, 1911, p. 302.

22 Ibid., p. 304.

23 Ibid., p. 310.

24 Ibid., p. 549.

25 Giovanni Pascoli a Barga “per i nostri morti e feriti”, “La Tribuna”, 27 novembre 1911.

26 G. Tomasello. L’Africa tra mito e realtà, cit., pp. 56-68 (la citazione è a p. 59).

27 Giovanni Pascoli, La Grande proletaria si è mossa. Discorso tenuto a Barga per i nostri morti e feriti, Bologna, Zanichelli, 1911, pp. 15-16.

28 Ibid., p. 16.

29 Ibid., pp. 18-19.

30 Giovanni Pascoli a Barga “per i nostri morti e feriti”, “La Tribuna”, 27 novembre 1911.

31 G. Pascoli, La Grande proletaria si è mossa, cit., pp. 13-14.

32 Ibid., p. 25.