CPIMME – CIME – ICM: i Comitati per l’emigrazione intereuropea

1. Introduzione

Obiettivo di questo lavoro è quello di contribuire al filone che lega il fenomeno migratorio italiano alle vicende della sua storia nazionale, ma anche di quella internazionale evidenziando il ruolo delle istituzioni che hanno avuto, a partire dal periodo tra le due guerre mondiali, come missione quella di regolamentare e supportare tale fenomeno.

Come scrive Marcello De Cecco: “Bisognava dunque spazzare via disoccupazione e fame dall’Europa libera. Questo poteva ottenersi solo innescando un processo di sviluppo economico cospicuo e duraturo. E il governo americano avrebbe fatto tutto quel che poteva per aiutare in tal senso. Ma perché le economie europee avevano mostrato tanta scarsa vocazione allo sviluppo negli anni Trenta? Perché ‒secondo il governo americano ‒ i paesi europei avevano distrutto, dopo la prima guerra mondiale, la rete del libero commercio intraeuropeo che esisteva prima del 1914 e che era stata un poderoso motore di sviluppo per l’Europa. Essi si erano chiusi in un circolo vizioso di deflazione che conduceva al protezionismo e ad una deflazione ancor maggiore. Per far ripartire lo sviluppo in Europa, l’intero continente, a Ovest e a Sud delle nuove frontiere dell’impero sovietico, doveva unirsi in una sola area economica. Ciò avrebbe scatenato la forza delle economie di scala, tanto importanti nello sviluppo degli Stati Uniti, aumentando la produttività, e dando inizio ad un circolo virtuoso di sviluppo che avrebbe fatto aumentare l’occupazione e avrebbe indotto nuovo sviluppo. L’esperienza degli Stati Uniti costituiva un potente esempio per gli europei. L’enorme mercato degli Stati Uniti aveva portato ad essi la prosperità che anche un’Europa unita poteva raggiungere. Sotto la bandiera di un’Europa unita si poteva mettere anche il paese-centro tradizionale del continente, la Germania. Senza la sua rinascita economica e politica gli americani pensavano che un’Europa capitalista non avrebbe potuto sopravvivere”[1].

Scrive ancora De Cecco: “La gran parte di questi governi avevano strategie economiche e politiche per il dopoguerra che ‒ secondo Milward ‒ poco o nulla avevano a che fare con un’Europa unita. La gran parte dei paesi, a eccezione del Belgio e del l’Italia, avevano adottato la pianificazione economica come un nuovo e più efficiente metodo di organizzazione della vita economica, rispetto alle terribili esperienze degli anni tra le guerre, e non come una misura per far fronte all’emergenza del tempo di guerra. Essi reagivano cosi alle politiche liberiste che avevano condotto alla deflazione e alla disoccupazione di massa degli anni Trenta. I governi europei volevano a tutti i costi evitare di tornare all’atmosfera avvelenata di quel periodo, ed erano intenzionati a gestire le proprie economie dal centro nel modo più estensivo possibile. La Francia, in particolare, reagiva allo shock della guerra lampo tedesca, che era sembrata una dimostrazione di superiorità industriale, impostando un grande piano di rinascita nazionale basato sulla ricostruzione e sul rafforzamento dell’industria dei beni di investimento. Il governo francese accettava ancora il Piano Morgenthau come prospettiva per il futuro della Germania. Credeva anche fermamente nella necessità di ingrandire la propria industria siderurgica mantenendo il proprio controllo sul carbone della Ruhr. La Gran Bretagna era totalmente immersa nei problemi dell’area della sterlina e del futuro dell’impero. Doveva respingere i tentativi americani di distruggere entrambi. Nella nuova strategia europea degli Stati Uniti, la necessità di fare dell’Inghilterra il motore della unificazione europea si sovraimponeva alle precedenti richieste di ridurre i debiti inglesi in sterline e di tornare al più presto alla convertibilità della sterlina stessa, ma non negava la precedente linea strategica americana. Una Gran Bretagna al centro, insieme alla Germania, di un’Europa unita, voleva dire una probabilità minore di veder prevalere il partito imperiale, col suo corollario di isolamento economico e autosufficienza a livello imperiale”[2].

2. Un nuovo ordine mondiale

Gli Stati Uniti uscirono dal Secondo conflitto mondiale come la potenza dominante e sembravano pronti ad accettare le responsabilità di tale ruolo, a differenza di ciò che era avvenuto dopo la Grande Guerra, tramite l’elaborazione di un sistema universale per un nuovo assetto mondiale basato su principi liberali. Dal punto di vista economico il nuovo assetto mondiale avrebbe previsto le disposizioni necessarie per dare ordine ai settori commerciali e finanziari. Così gli Accordi di Bretton Woods, località montana del New Hampshire, disegnarono un’economia mondiale aperta, con liberi scambi multilaterali basati su cambi fissi e sulla convertibilità in oro delle valute nazionali. La Conferenza tenuta a Bretton Woods fu convocata a maggio 1944, a guerra non ancora ultimata, dal segretario di Stato degli Stati Uniti, Henry Morgenthau, e furono invitati 44 paesi, che inviarono i loro maggiori esperti, e in qualità personale un rappresentante della Danimarca.

La nuova visione universale degli Stati Uniti non fu l’unico cambiamento in campo politico-economico del dopoguerra; l’espansionismo sovietico rappresentò un problema per la posizione di paese leader che gli Stati Uniti volevano consolidare, e a questo riguardo una pronta ripresa economica dell’Europa, compresa la ricostruzione della Germania, avrebbe contribuito a combattere la minaccia sovietica. Per questo la ripresa economica europea divenne parte integrante della nuova strategia economica degli Stati Uniti che fu esposta dal generale George C. Marshall, allora segretario di Stato, il 5 giugno 1947, presso l’Università di Harvard, dando origine al Piano che porta il suo nome[3]. Esso si sarebbe concentrato su alcuni obiettivi fondanti che avrebbero dovuto riportare in attivo le economie europee in 4 anni[4]. Il primo obiettivo era rappresentato dalla modernizzazione delle infrastrutture, dall’aumento della produzione totale (in particolare nei settori chiave dell’acciaio e dell’energia), da una più equilibrata distribuzione dell’industria pesante per deconcentrare la zona della Ruhr, da una razionalizzazione del settore agricolo e delle trasformazioni industriali, oltre che da una maggiore stabilità monetaria e finanziaria. Venivano messi a disposizione il know-how americano e soprattutto enormi aiuti finanziari attraverso prestiti a lungo termine erogati dalla Banca mondiale, per i quali il capitale era fornito dagli stessi Stati Uniti e finalizzati a finanziare parte del deficit presente e futuro delle bilance dei pagamenti europei (Strangio, 2017, p. 83).

Gli aiuti del Piano Marshall furono offerti a tutti i paesi europei, compresa l’Unione Sovietica che, però, li rifiutò e costrinse i paesi del blocco orientale a fare altrettanto; di contro, in questi paesi, l’Unione Sovietica lanciò il Piano Molotov. Gli Stati che non erano sotto l’influenza sovietica si riunirono in una conferenza a Parigi, nel giugno 1947, per discutere le implicazioni del Piano Marshall. Fu creato un Comitato per la ripresa economica europea che preparò la Convenzione di Parigi, siglata il 16 aprile 1948, cui aderiva anche la Germania Federale. Fu creata inoltre l’Organizzazione europea di cooperazione economica (OECE). Essa fu una istituzione dinamica: fu stilato un programma su come distribuire ai paesi interessati i fondi messi a disposizione del piano Marshall e fu strutturato il programma per la ripresa europea, proponendo, infine, la creazione di istituzioni che avrebbero contribuito a liberalizzare i pagamenti all’interno dell’Europa e a renderli multilaterali. Il conflitto tra Est e Ovest cominciò a prendere forma mano a mano che il Piano Marshall si consolidava; infatti, quando le potenze alleate occidentali decisero unilateralmente di rilanciare l’economia tedesca con il Piano, iniziò la guerra fredda.

Si aprì un periodo di crescita economica e diffusione del benessere che fu definito “Golden Age” (1950-1973).

3. La ripresa dei flussi migratori e il ruolo delle istituzioni intraeuropee

All’indomani del secondo conflitto mondiale, i flussi migratori ripresero gradualmente. Furono ben 7 milioni gli italiani che partirono durante questa nuova fase, che si concluse attorno alla fine degli anni Sessanta.

Alcide De Gasperi, guida del partito italiano della Democrazia Cristiana, sponsorizzava in maniera decisa un rafforzamento della politica emigratoria in quanto la considerava una soluzione ad alcuni problemi italiani come il surplus demografico e la carente occupazione, e potendo fungere da volano alla ripresa economica del paese grazie alle rimesse, tanto da proporre ripetutamente il suo pensiero durante alcuni interventi ufficiali nei Congressi di partito, oppure durante eventi internazionali: celebre è il suo discorso alla Camera di Commercio di New York, il 13 gennaio 1947, in cui cercò a tutti i costi l’appoggio americano per la ricostruzione italiana, sposando appieno la politica statunitense che nel programma European Recovery Program (o piano Marshall) di aiuti economici ricercava di creare gli “Stati Uniti d’Europa” ed inserendovi la richiesta di ampliare le restrizioni per l’accoglimento di emigrati italiani[5].

De Gasperi, nel III Congresso nazionale della DC tenutosi a Venezia nel 1949, rivendicava le tradizioni coloniali dell’Italia, tradizioni di “cultura e lavoro” sulle quali avrebbe potuto basarsi una nuova “espansione pacifica coloniale”. Territorio proposto per questa espansione, poiché attento ed aperto all’accoglienza di emigranti, era l’Africa. Veniva indicata nella colonizzazione africana una soluzione seppur non totale, alla necessità di emigrare del popolo italiano[6]. Il governo italiano era disposto ad investire nuovamente in piani coloniali come aveva già fatto in passato, ma esigeva che questa non fosse vista dalle popolazioni indigene come un’invasione mossa dal desiderio di conquista di territori per l’espansione dello Stato italiano, ma piuttosto doveva essere considerata come un duplice vantaggio, sia da parte dell’Italia per risolvere i suoi problemi interni; sia per l’Africa in quanto poteva sviluppare e migliorare il suo sistema agricolo. In più De Gasperi auspicava che questa espansione coloniale italiana fosse vista come un’opera per agevolare una cooperazione economica europea, al fine di individuare nuovi mercati di sbocco su cui avrebbero potuto contare non solo gli italiani, ma anche le altre nazioni del Vecchio Continente.

Lo svolgimento delle correnti emigratorie, soprattutto verso i paesi continentali europei è avvenuto sulla base di accordi di emigrazione. Dopo il 1945 una novità rilevante fu rappresentata proprio dal fatto che le istituzioni della Repubblica italiana si assunsero il compito di trovare esse stesse degli sbocchi migratori per i propri lavoratori, disoccupati e non, divenendo di fatto un vero e proprio intermediario e un garante per gli aspiranti emigrati[7]. L’orientamento dei flussi migratori è da mettere in relazione alla richiesta di manodopera dei paesi di destinazione ma anche degli accordi bilaterali, appunto, siglati tra i vari paesi, i quali davano origine all’emigrazione assistita, veicolando così i flussi migratori in modo da controllare e monitorare i soggetti espatriati anche in territorio straniero.

Dalla nascita della Repubblica italiana a tutto il 1948 l’Italia ha stipulato accordi emigratori con Francia, Gran Bretagna, Svizzera, Belgio, Svezia, Cecoslovacchia, Lussemburgo, Olanda e Argentina. Come si può notare, di questi accordi, solo uno è stipulato con un Paese transoceanico (Argentina), mentre gli altri interessano Paesi europei[8].

Poiché il fenomeno migratorio italiano è stato prolungato e complesso, è possibile individuarne varie fasi, diverse tra loro per caratteristiche demografiche e sociali: la prima, dal 1876 al 1900[9]; la seconda, dal 1900 alla prima guerra mondiale; la terza, tra le due guerre; la quarta, dal dopoguerra agli anni Sessanta del Novecento; la quinta, dagli anni Settanta ai primi del 1990.

La prima fase (1876-1900) è caratterizzata da una dimensione discreta ma crescente dei flussi. La mancanza di una qualsiasi regolamentazione delle politiche migratorie, prive di vigilanza e tutela, rende i movimenti totalmente spontanei quando non clandestini. In questo periodo partirono 5.300.000 persone: prevalentemente uomini (81%), di età media bassa, di provenienza per lo più contadina. Le principali mete europee erano all’inizio Francia e Germania; e quelle extraeuropee, in crescita a fine secolo, Argentina, Brasile e Stati Uniti. La scelta di queste due aree di destinazione, Europa e America, caratterizza anche altri gruppi migratori nella stessa epoca come russi, polacchi o i cittadini dell’Impero Ottomano. Per quanto riguarda la provenienza, due emigrati su tre erano originari del Nord Italia.

La seconda fase (1901-1915) detta della “grande emigrazione” coincide con l’industrializzazione italiana. L’emigrazione in questo periodo è largamente extraeuropea, per quasi il 50% è diretta in America, soprattutto per quanto riguarda la componente meridionale. Permane lo squilibrio tra i sessi e specie per gli italiani della parte settentrionale del Paese aumenta la tendenza all’espatrio in Europa. La media annuale di partenze è di 600.000, mentre per il totale del periodo si calcola che circa nove milioni di persone lasciarono l’Italia. La creazione nel 1901 del Commissariato Generale dell’emigrazione rese l’espatrio finalmente tutelato dall’azione speculatoria da intermediari e agenti delle compagnie di navigazione, autori di giganteschi arricchimenti nel periodo, pur senza risolvere le enormi problematiche igieniche e sociali causate dalla concentrazione di emigranti nei tradizionali porti d’imbarco (Genova, Napoli, Palermo): l’epidemia di colera a Napoli nel 1911, le vessazioni cui furono sottoposti gli emigranti in genere (portatori a detta del questore di Genova di grave danno dell’igiene, della morale, del decoro) e le donne in particolare, contro le quali si scatenarono antichi pregiudizi e nuove paure.

Durante la terza fase, tra le due guerre, si assiste al brusco calo delle partenze: in parte per le restrizioni legislative adottate da alcuni Stati, in particolare gli Stati Uniti, con l’introduzione delle “quote” d’ingresso di immigrati annuali (1921/1924) che favorivano le comunità di antica immigrazione e quindi più integrate, e con i “literacy tests” contro gli analfabeti; in secondo luogo la politica fortemente restrittiva attuata dal fascismo per motivi di prestigio (l’“immagine negativa” fornita dalle massicce partenze) e di potenziamento bellico (trattenendo le giovani leve da impiegare per scopi militari); in terzo luogo per il peso della crisi del 1929. L’emigrazione si diresse quindi soprattutto verso la Francia, alimentata anche dai numerosi espatri degli oppositori politici del fascismo, e verso la Germania negli anni Trenta, specie dopo la firma del cosiddetto Patto di Acciaio. Cresce in questo periodo la presenza femminile attraverso i ricongiungimenti familiari. Un aspetto poco indagato dell’emigrazione italiana riguarda gli italiani che partirono per lavorare e stabilirsi in Africa[10]. A questo proposito è interessante sottolineare che, sebbene non in modo continuativo, dal 1870 e per tutto il periodo fascista, gli ideologi italiani sostenevano l’emigrazione dei propri connazionali una forma di espansione imperiale[11].

Nella quarta fase (1945-1970) l’Italia è tornata a fornire consistenti flussi, consistenti in 7 milioni di espatri. Allo stesso tempo, i cambiamenti politici ed economici del Paese hanno alimentato un parallelo flusso dalle campagne verso le città e le regioni settentrionali più industrializzate. Tra le destinazioni fuori dal continente europeo prevalevano l’America Latina, subito in calo per le continue crisi economiche e politiche, e l’Australia; mentre per l’Europa si mantenevano i flussi verso la Francia, la Svizzera e la Germania. Peculiare è l’esperienza di emigrazione in Belgio, destinata al lavoro in miniera ed improvvisamente abbandonata nel 1956, in seguito alla tragedia di Marcinelle nella quale persero la vita anche 136 minatori italiani; si tratta di una delle più gravi tragedie mai capitate agli italiani all’estero, Marcinelle diventerà da quella data (8 agosto 1956) il simbolo della sofferenza, spesso silenziosa, espressa da chi è costretto ad emigrare in cerca di lavoro e di una speranza di vita migliore. Dagli anni Cinquanta in poi le mete transoceaniche caleranno ulteriormente. Inoltre, l’Italia negli anni Cinquanta fu interessata dall’esodo provocato dal fenomeno della decolonizzazione con l’arrivo di uomini e donne che fin dalla fine dell’Ottocento e dalla prima metà del Novecento si erano insediati nei Paesi dell’Africa settentrionale e in particolare in Tunisia[12].

A partire dai primi anni Settanta del Novecento l’Italia si trasforma abbastanza velocemente in paese d’immigrazione. I flussi in uscita non si sono però mai interrotti del tutto. Negli anni Ottanta la tendenza al calo dei flussi migratori si fa particolarmente evidente. Mentre le migrazioni intercontinentali sono modeste, i paesi europei diventano la meta preponderante. Circa tre quarti degli espatri si dirigono verso paesi Europei, dove Germania e Svizzera continuano ad essere le due mete privilegiate. In questi anni i flussi provengono per oltre la metà del Sud e delle Isole. Durante gli anni Novanta le partenze si mantengono sostanzialmente costanti, con una media di 50.000 espatri all’anno. Di questi, due terzi sono destinati a paesi europei mentre un 15% lo è verso il continente americano. Nei primi anni duemila sembra registrarsi una certa continuità con la decade precedente, sia per numero di partenze che per la scelta delle destinazioni. All’interno del continente europeo la meta privilegiata è divenuta la Gran Bretagna, mentre nel continente Americano sono sempre gli Stati Uniti.

La ripresa dell’economia italiana comportò anche la ridefinizione dell’area di provenienza degli emigranti, che prima della guerra coincideva con l’intero territorio nazionale e che, da questo momento, avrebbe interessato quasi esclusivamente le regioni meridionali. Dei 4 milioni di persone che lasciarono la propria terra a partire da questo decennio, 1 milione proveniva dalla Sicilia.

Un’altra novità di questa fase storica è il delinearsi, già a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta, di un’importante migrazione interna verso il triangolo industriale italiano, che da solo accolse 2 milioni di individui[13]. Ne furono protagoniste due categorie principali: da una parte giovani benestanti, che lasciavano le campagne per motivi di studio, dall’altra quanti si trasferivano dal Sud o dal Triveneto verso le città industriali del Nordovest. Questi ultimi erano generalmente giovani maschi sposati (o in procinto di farlo) con basso titolo di studio, a cui seguirono le donne per il ricongiungimento familiare[14].

4. Il CPIMME

Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, la questione migranti si fece di nuovo impellente, come detto, e si sentì la necessità di effettuare una classificazione degli stessi, per esempio tra sfollati e profughi. In base all’appartenenza ad una categoria o all’altra, cambiava anche l’organismo di gestione a cui fare riferimento, di cui l’Europa e in genere il nuovo clima portato dalla fine del secondo conflitto mondiale come detto in precedenza. La prima categoria era sottoposta alla protezione dell’Organizzazione internazionale dei rifugiati (OIR), che aveva il compito di rimpatriare o ricollocare in un altro paese rifugiati oppure sfollati. Nel 1952 l’OIR fu liquidata e la gestione di questa categoria di emigrati passò nelle mani dell’Alto Commissariato per i rifugiati[15].

La seconda categoria di emigrati era sottoposta al controllo dell’OIL, Organizzazione internazionale del lavoro, e dell’OECE istituita per la ricerca della cooperazione europea e per la corretta gestione degli aiuti tra i beneficiari del Piano Marshall. Quest’ultima istituì un Comitato interno (Manpower Committee) al fine di migliorare la possibilità di movimento dei lavoratori fra paesi membri. L’OECE, tramite il Piano Marshall (o European Recovery Program, ERP), garantì una sovvenzione gratuita di 988.000 dollari all’OIL, 788.000 dollari accordati direttamente dal programma e 200.000 dai paesi membri, al fine di istituire un programma di estensione internazionale, che potesse garantire una migliore emigrazione a livello europeo. La maggior parte di questi fondi furono utilizzati per effettuare missioni nei paesi di destinazione e nei paesi di esodo, per consigliare i governi sui metodi più appropriati da seguire per la scelta delle procedure di emigrazione[16].

Nel 1952 l’OIL chiese ulteriori stanziamenti agli Stati Uniti che si dimostrarono contrari in quanto non volevano più mettere a disposizione fondi propri, di cui avrebbero potuto beneficiare paesi dell’Unione Sovietica o suoi Satelliti, data la loro mancata partecipazione al programma ERP. Con questa opposizione americana cessò la ragione d’essere dell’OIL che, nel 1952, fu chiuso[17].

L’Italia, nell’ambito della gestione dei migranti, partecipò in maniera molto attiva: infatti i suoi funzionari si distinsero poiché sollevarono in maniera ripetitiva il problema dell’occupazione italiana proponendo soluzioni a livello internazionale al problema. L’OECE riconobbe l’importanza del tema emigratorio ed emanò una dichiarazione in cui ribadì ai paesi europei di stipulare accordi bilaterali con l’Italia, ma anche tra le altre nazioni europee. Tuttavia non si poteva parlare ancora di un mercato europeo del lavoro in quanto gli accordi non erano vincolanti, ma rappresentavano delle linee guida per comportamenti collaborativi, come visto supra.

Conclusosi il mandato dell’OIL, la gestione dei migranti mossi da motivazioni economiche passò nelle mani di un nuovo organo provvisorio denominato CPIMME (Comitato provvisorio intergovernativo per il movimento dei migranti dall’Europa). Lo scopo dell’ente era quello di organizzare e sussidiare il trasporto dei migranti che non potevano permettersi di pagare il viaggio verso paesi che potevano offrire possibilità di insediamento permanente[18].

Il susseguirsi di nomi ‒ da CPIMME a Comitato Intergovernativo per la Migrazione Europea (ICEM) nel 1952, fino ad arrivare a Comitato Intergovernativo per la Migrazione (ICM) nel 1980 e infine a Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) nel 1989 ‒ riflette la transizione operata dall’organizzazione, divenuta, da agenzia “logistica” a una vera e propria Agenzia sulla Migrazione, come organo di riferimento degli spostamenti tra emigranti e organizzazione impegnata nella gestione delle migrazioni internazionali. Il CPIMME perse velocemente i connotati di organo provvisorio e questo venne sottolineato immediatamente nel suo nome che si modificò in CIME, Comitato intergovernativo per la migrazione europea[19].

5. Il CIME

Il CIME operò all’interno delle nazioni e a livello europeo ed internazionale. Il Comitato in Italia fu molto forte in quanto finanziò l’apertura di sei Centri per l’emigrazione con il compito di selezionare e dirigere gli emigranti verso le mete del Nuovo continente, sia verso mete interne all’Europa. In pratica la funzione di questi Centri per l’emigrazione era quella di dare azione ai patti bilaterali siglati tra le nazioni. Ne costituisce un esempio il centro CIME a Trieste in cui vennero organizzati viaggi per emigranti in partenza per l’Australia, circa 10.000, e l’attività volta a facilitare il deflusso verso le miniere in Belgio oppure verso le industrie tedesche. L’azione del CIME in Italia può essere sintetizzata dai 4,5 milioni di espatri, per il periodo 1951-1965 (Fonte Istat, sezione serie storiche). Il CIME supportò all’incirca un milione di questi cittadini italiani per raggiungere Canada, USA, Argentina, Brasile ed Australia, e lo spostamento di altri 600.000 verso altre mete extra-europee. Il numero di emigrati assistiti dal CIME fu di 1.626.538.

  1. Il Centro raccolta profughi di guerra: il caso di Latina

Riguardo questa organizzazione, è interessante approfondire il ruolo che ebbe a Latina e la sua provincia, stretta tra il fronte del Garigliano e la testa di ponte di Anzio-Nettuno, dove, il bilancio della guerra all’indomani della liberazione di quel territorio da parte delle truppe alleate, nel maggio del 1944, è stato molto grave. Alla tragedia dei tanti morti, civili e militari, alla recrudescenza della malaria e del tifo, al disastro materiale delle migliaia di ettari di terreno agricolo allagato o minato, la distruzione di quasi 110.000 vani in oltre venti Comuni, e di oltre 4.000 vani colonici, aggiunge il dramma di tantissimi senzatetto.

Già nel 1944 gli edifici dell’82mo Reggimento di fanteria, che non hanno più la loro destinazione originaria, sono stati utilizzati dagli sfollati che avevano perduto le proprie case[20]. Ma il dramma dei profughi di guerra provenienti anche da altre regioni, e soprattutto dal Meridione, divenne pressante. Nel luglio del 1945 l’Ufficio del Genio civile, per iniziativa della autorità locali e dell’Alto Commissariato profughi, redisse una perizia per riparare gli edifici dell’ex caserma e adibirla a Centro raccolta profughi. Secondo la relazione dell’Ufficio, una volta ultimati i lavori, il complesso avrebbe potuto contenere circa 2000 unità compresi i profughi che erano stati già sistemati (circa 200). Nell’autunno dello stesso anno, sebbene i lavori non erano ancora stati del tutto conclusi, viene istituito il Centro raccolta profughi di guerra di Latina che inizia a funzionare con l’apporto di profughi già da qualche tempo ospitati nel Centro di Sabaudia e pratici dei servizi della struttura.

Nella storia di Latina il Centro assume un forte valore simbolico soprattutto dal 1947, quando diviene luogo di accoglienza e di ospitalità dei connazionali profughi dai territori della Dalmazia, dell’Istria e della Venezia Giulia. Infatti, il Ministero della Guerra aveva intanto autorizzato nel 1945 la consegna temporanea delle caserme all’Alto Commissariato per i Profughi di Guerra (Ministero per l’Assistenza post-bellica) con l’intesa che l’immobile sarebbe stato restituito all’Amministrazione militare, in caso di sopraggiunte e insindacabili esigenze del Regio Esercito, al massimo entro due mesi. Inoltre, si richiedeva che nell’immobile non fossero eseguiti lavori tali da alterare la struttura principale. La consegna del complesso denominato “Caserma funzionale” al Demanio da parte del Ministero della Guerra risulta dal verbale dell’8 febbraio 1947, con descrizione dello stato di consistenza. Esso sarebbe stato dimesso definitivamente quasi vent’anni dopo, nel 1965.

La questione del confine italo-jugoslavo si apre già nel 1945, quando ancora non è terminata la guerra, con la corsa dell’esercito slavo ad occupare verso ovest le migliori posizioni ed un primo, se pur limitato, flusso di esuli che abbandonano le loro terre. Prosegue poi nei mesi successivi, durante i colloqui di pace, che si concludono con il Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947. La nuova linea di confine assegna allo Stato jugoslavo la Dalmazia, l’Istria e parte rilevante della Venezia Giulia ed istituisce il territorio libero di Trieste, suddividendolo in zona A e B. Inizia così, e diviene nel giro di pochi mesi incalzante, l’esodo dai territori perduti di decine di migliaia italiani, forse 350.000, che si dirigono soprattutto verso le più vicine regioni settentrionali e verso Roma.

A Latina, dove v’erano state manifestazioni di solidarietà con i connazionali che all’indomani del Trattato di Parigi lasciavano le loro terre, l’arrivo degli esuli diviene consistente nel biennio 1948-1949, ed il Centro profughi di guerra, via via liberato dagli sfollati locali, poté ospitarli in buon numero. La comunità dei giuliano-dalmati, accolta ed integrata nella città, vuole tuttavia conservare la propria identità e dal 1949 avanza la proposta di costruire un villaggio destinato agli esuli. Prende corpo così l’idea di quel Villaggio Trieste che grazie alla legge 137 del 1952 sarà costruito nel biennio 1953-1955 proprio a ridosso del Centro.

6. Il Centro “Roberto Rossi Longhi”

Negli anni Cinquanta l’Italia diviene uno dei principali centri di raccolta dei rifugiati dall’Europa orientale, il cui status è regolato dalla Convenzione di Ginevra del 1951 che così definisce il rifugiato: “chiunque […] nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato”.

Nel 1956 i fatti d’Ungheria e la contemporanea crisi medio-orientale (Suez e guerra arabo-israeliana) scatenano una grande ondata di profughi e l’Amministrazione aiuti internazionali, che dal 1952 al 1956 ne aveva assistito poco più di diecimila, nel solo 1957 è chiamata a provvedere a quasi settemila rifugiati. Ai campi di Aversa, Capua, S. Antonio a Pontecagnano, Salerno, Farfa e Fraschette, aperti nel 1951, si aggiungono così, nel biennio 1956-1957, quelli di smistamento di Trieste (Padriciano), Udine e Cremona, e quelli statici di Gaeta, Bari, Altamura, Napoli, Brindisi e Brescia.

Nasce anche, come detto, il Centro di Emigrazione di Latina. Per la sua vicinanza a Roma e per la facilità con cui possono raggiungerlo i rappresentanti delle organizzazioni internazionali e delle ambasciate dei Paesi verso cui s’indirizza maggiormente la migrazione (Stati Uniti, Canada, Australia, Svezia), al Centro di Latina è affidato il compito di centralizzare tutte le operazioni relative all’emigrazione. Il Centro, ormai liberato dai profughi giuliano-dalmati, viene inaugurato il primo ottobre 1957 ed è intitolato a Roberto Rossi Longhi, giovane diplomatico attivo nelle organizzazioni internazionali, tragicamente scomparso proprio agli inizi di quell’anno.

Il Centro di Latina, diretto dall’Amministrazione Aiuti Internazionali (dipendente dalla Presidenza del Consiglio fino al 1964 e poi del Ministero dell’Interno) era chiamato, per la funzione di smistamento e di passaggio immediatamente antecedente l’emigrazione, “gateway to the new future”.

Nel Centro operavano organizzazioni internazionali che coadiuvavano l’AAI nel settore: il C.I.M.E (Comitato Intergovernativo per le Migrazioni Europee), la POA (Pontificia Opera di Assistenza), il WCC (World Council of Churches), l’IRC (International Rescue Committee), la RMD (Refugee Migration Division, ex USEP). I Paesi verso cui s’indirizzava l’emigrazione stabilivano i criteri di selezione in propri “programmi” che prevedevano anche la valutazione sanitaria dei candidati. Ma non tutti i profughi emigravano nell’ambito di programmi collettivi: alcuni trovavano una propria sistemazione altrove, grazie a fortunate occasioni di lavoro.

7. L’iter dei profughi

Quasi sempre il lungo viaggio dei profughi che venivano dall’Europa orientale iniziava da Padriciano, appunto un campo di accoglienza in prossimità di Trieste. Esso proseguiva con la richiesta di asilo politico per ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato. Ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1951, sulle richieste si esprimeva la Commissione paritetica di eleggibilità, composta da rappresentanti del Governo italiano e dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che adottava criteri rigorosi e ne accoglieva solo una parte minima.

Il mancato riconoscimento dello status di rifugiato (“non eleggibilità”) non interrompeva, però, il viaggio verso un nuovo futuro. Da Padriciano i profughi erano generalmente “smistati” verso i campi statici di Capua e Farfa (tutti gli altri chiusero tra il 1958 e il 1962). Alla fine erano chiamati a Latina per essere selezionati dalle Commissioni per l’emigrazione.

Il Centro di assistenza ai profughi stranieri di Latina era amministrato dalla Direzione Generale dei Servizi Civili del Ministero dell’Interno, tramite la locale Prefettura, ed occupava, in Via XXIV Maggio, tutta l’area dell’ex Caserma (15,48 ettari). La disponibilità alloggiativa della struttura era di circa 500 unità posti-letto, ma nei primi anni della sua attività raggiunse anche la punta di 1.700 posti letto. Con il passare degli anni, parallelamente alla progressiva diminuzione dell’afflusso di profughi provenienti dall’est europeo, viene pure a ridursi la capacità ricettiva del Centro: è così dismesso il padiglione C, e non vengono ripristinati altri locali in precarie condizioni di abitabilità.

Il Centro disponeva di un buon servizio sanitario, diretto da un medico responsabile coadiuvato da uno psichiatra, da un pediatra, da infermieri qualificati e, secondo le necessità, da un odontoiatra. Molteplici erano le attività socio-ricreative svolte direttamente nel Centro che disponeva di locali dedicati mentre per altre ‒ cinema, teatri, campi da gioco ‒ si ricorreva, fornendo agli ospiti biglietti e tessere d’ingresso, a strutture esterne.

Per soddisfare le varie esigenze della composita ed eterogenea comunità che costituiva la sua popolazione, il Centro assicurava anche una regolare assistenza religiosa ai cattolici e, secondo necessità, ai molti cristiani ortodossi e ai musulmani provenienti soprattutto dai Balcani meridionali.

Presso il Centro funzionavano corsi di lingua inglese per consentire ai profughi emigranti di inserirsi agevolmente nei Paesi prescelti. Furono previsti anche corsi di lingua francese per coloro che chiedevano di emigrare nel Québec. Alla fine degli anni Settanta del Novecento la popolazione del Centro era costituita nella gran parte da albanesi, bulgari, cecoslovacchi, jugoslavi, polacchi, romeni, ungheresi, russi. Un gruppo di più recente accoglimento fu costituito dai profughi indocinesi mentre verso la metà degli anni Ottanta moltissimi furono i polacchi[21].

Con la presenza di profughi provenienti dal sud-est asiatico, alla struttura sanitaria del Centro si aggiunse una équipe di infettivologi ed un dermatologo. Vennero attivati anche corsi di lingua italiana e di cultura popolare, destinati ai vietnamiti che avevano chiesto, tramite la Caritas italiana, di volersi integrare nella nostra economia.

Non va dimenticato infine che fin dalla sua apertura si ebbero all’interno del Campo diversi episodi di indisciplina e violenza. Si trattava, in principio, di manifestazione di indisciplina da parte di pochi, o di un clima di tensione dovuto anche alla composizione etnica, alla convivenza di gruppi di nazionalità diverse e divise da rivalità e forti risentimenti. In seguito, tali atti si moltiplicarono e la causa profonda di tale critica situazione fu individuata nel disagio generato dalla spasmodica attesa in cui vivevano i profughi, portatori di bisogni che spesso era impossibile soddisfare.

Per valutare comunque il rilievo del Centro di Latina basterà dire che dal 1957 al 30 novembre 1979, periodo per il quale si dispongono di dati certi, transitarono nella struttura circa 60.000 profughi. In seguito, l’arrivo di gruppi di profughi più omogenei alla cultura occidentale – come i polacchi ‒ ed una concezione dell’accoglienza e dell’assistenza più integrale, misero in crisi l’dea stessa di una struttura specializzata e “separata” dalla società civile com’era il Centro ponendo le basi della sua definita chiusura, avvenuta nel 1990.

8. Conclusioni

L’attività degli organismi internazionali, ma anche di quelli nazionali è stata quella di avere operato per favorire l’inserimento dei lavoratori italiani nei paesi dove si trovavano a lavorare. Al di là di queste istituzioni è innegabile che l’emigrazione italiana ha rappresentato il fenomeno sociale che dal secondo dopoguerra ha contribuito ai cambiamenti sociali e alla modernizzazione del Paese.

La lezione che si trare per ciò che sta avvenendo oggi è sicuramente l’importanza di una istituzione come quella del piano Marshall, vera e propria politica di cooperazione internazionale; ma a fianco al Piano, poco spesso evidenziato dalla letteratura, vi è stata una chiara volontà politica, nazionale ma soprattutto internazionale nel dare avvio a quel progetto di migrazione assistita. Progetto che oggi potrebbe essere di sicuro interesse, anche se i soggetti e il contesto sono completamente diversi, se solo ci fosse una vera volontà di cooperazione tra gli Stati.

L’istituzione nel 1958 del Mercato europeo comune, con la conseguente apertura di una fase nuova nella gestione comunitaria della circolazione dei lavoratori, e poi la conclusione della ricostruzione economica e l’avvio della stagione delle grandi migrazioni interne determinarono una ridefinizione sia della geografia dei flussi migratori italiani, sia della stessa politica migratoria, che sarà sempre più internazionale e riguarderà sempre più diverse etnie.


[1]           Marcello De Cecco, Le frontiere della sovranità nazionale secondo Milward, “Studi Storici”, 37, 1 (1996), p. 357.

[2]           Ibid., p. 358. Cfr. Alan S. Milward, The Reconstruction of Western Europe 1945-1951, London, Methuen, 1984; Id. Et al., Milward et al., The European Rescue of Nation State, London, Routledge, 1992, e The Frontier of National Sovereignity History and Theory 1945-1992, ivi, 1993. Per gli aspetti inerenti alla pianificazione e all’economia mista del dopoguerra vedi in particolare Herman van Der Wee, L’economia mondiale tra crisi e benessere, 1945-1980. Una sintesi della storia economica del dopoguerra, Milano, Hoepli 1989, pp. 239-259.

[3]           Per il ruolo e il significato del Piano Marshall per l’Italia si veda tra gli altri: Carlo Spagnolo, La stabilizzazione incompiuta. Il Piano Marshall in Italia (1947-52), Roma, Carocci, 2001; Manrico Gesummaria, Piano Marshall e Mezzogiorno, Avellino, Mephite, 2003; Loredana Pellè, Il Piano Marshall e la Ricostruzione in Puglia (1947-52), Manduria, Lacaita, 2004; Francesco Petrini, Americanismo e Privatismo. La Confindustria e il Piano Marshall, “Ventunesimo Secolo”, 13 (2007), pp. 117-151; Antonio Varsori, Il piano Marshall: un dibattito storiografico concluso?, ibid., pp. 73-95; Mauro Campus, L’Italia, gli Stati Uniti e il piano Marshall, Roma-Bari, Laterza, 2008; Francesca Fauri, Il Piano Marshall e l’Italia, Bologna, il Mulino, 2010; Alfio Caruso, Il Piano Marshall e la Sicilia. Politica ed economia, Torino, Giappichelli, 2013; Benn Steil, Il Piano Marshall. Alle origini della guerra fredda, Roma, Donzelli, 2018; Umberto Gentiloni, 5 giugno 1947. L’annuncio del Piano Marshall. Europa/America, in Calendario Civile Europeo. I nodi storici di una costruzione difficile, a cura di Angelo Bolaffi e Guido Crainz, Roma, Donzelli, 2019, pp. 201-210.

[4]           Van Der Wee, L’economia mondiale tra crisi e benessere cit., pp. 293-294.

[5]           Zefiro Ciufoletti e Maurizio Degl’Innocenti, L’emigrazione nella storia d’Italia 1868-1975, Firenze, Vallecchi, 1978, p. 233.

[6]           Ibid., pp. 233-235.

[7]           Luciano Tosi, La tutela internazionale dell’emigrazione, in L’emigrazione italiana, 2, Arrivi, a cura di Piero Bevilacqua, Andreina De Clementi ed Emilio Franzina, Roma, Donzelli, 202, pp. 439-456. Non era la prima volta che l’Italia firmava accordi internazionali relativi ai migranti italiani. I precedenti più importanti erano quelli con la Francia del 1904 e del 1916.

[8]           Donatella Strangio, Emigrazione italiana “assistita” nel secondo dopoguerra, “Popolazione e storia”, 19, 2 (2018), pp. 41-66.

[9]           La data del 1876 indica la prima rilevazione ufficiale dell’emigrazione italiana; della fase precedente esistono solo stime, che aiutano a comprendere l’evoluzione di un fenomeno non riconducibile alla sola età contemporanea.

[10]          Gian Luca Podestà, Il lavoro in Africa Orientale Italiana (1935-1939), in Il lavoro come fattore produttivo e come risorsa nella storia economica italiana, a cura di Mario Taccolini e Sergio Zaninelli, Milano, Vita e Pensiero, 2002, pp. 123-162; Francesca Fauri, Storia economica delle migrazioni italiane, Bologna, il Mulino, 2015, pp. 161-168.

[11]          Stefano Gallo, Il Commissariato per le migrazioni e la colonizzazione interna (1930-1940). Per una storia della politica migratoria del fascismo, Foligno, Editoriale Umbra, 2015.

[12]          Francesca Fauri e Donatella Strangio, The economic bases of migration from Italy: The distinct cases of Tunisia and Lybia (1880s-1960s), “The Journal of North African Studies”, 25, 3 (2020), pp. 447-471; F. Fauri, Storia economica delle migrazioni italiane cit., pp. 161 e 165-167.

[13]          Michele Colucci, Lavoro in movimento. L’emigrazione italiana in Europa 1945-57, Roma, Donzelli, 2008.

[14]          Tempo di cambiare, a cura di Michele Colucci e Stefano Gallo, Roma, Donzelli, 2015.

[15]          L’Alto Commissariato per i rifugiati (UNHCR) è l’agenzia delle Nazioni Unite specializzata nella gestione dei rifugiati, fornisce loro protezione internazionale ed assistenza materiale, e persegue soluzioni durevoli per la loro drammatica condizione. È stata fondata il 14 dicembre 1950, diventando operativa il 1° gennaio 1951.

[16]          Francesca Fauri, Il decollo mancato: nascita e vita travagliata dell’istituto di credito per il lavoro italiano all’estero, “Studi Storici”, 50, 1 (2009), pp. 257-280.

[17]          Ead., Storia economica delle migrazioni italiane cit., pp. 182-183.

[18]          Ibid., p. 184.

[19]          Archivio Centrale dello Stato, AAI, Presidenza b.138, Ispettorato generali attività assistenziali (1953-1959 corrispondenza); AAI, Presidenza b. 83; CIME, Centro emigrazione, AAI, bb. 15, 17, 18, 21, 34,44, 58, 171, 208. Per la letteratura si veda tra gli altri Fauri, Il decollo mancato cit.

[20]          Agostino Attanasio e Donatella Strangio, Dall’ex Caserma dell’82.mo Reggimento di Fanteria al Centro Assistenza Profughi Stranieri, in Costruire il futuro. La Facoltà di Economia Sapienza Università sede di Latina, Latina, Comune di Latina-Sapienza Università di Roma, 2007 pp. 119-130.

[21]          In mancanza di una pubblicazione a stampa scientificamente documentata che dia conto in modo unitario del complesso architettonico dell’ex Caserma dell’82mo Reggimento di Fanteria, e dei suoi successivi riusi, è ancora oggi indispensabile far ricorso alle fonti archivistiche. Per quanto riguarda il periodo del Centro Assistenza Profughi Stranieri (1957-1990), la documentazione è costituita dal fondo archivistico versato all’Archivio di Stato di Latina dopo la sua soppressione (1990). Per le notizie sulla costruzione del complesso e sui primi anni di vita del Centro profughi (1945-1957), le fonti sono conservate presso il medesimo Archivio di Stato di Latina, negli archivi della Prefettura e del Genio civile. Ancora informazioni sono reperibili in Giorno per giorno i protagonisti di un’epoca. Scritti e appunti (1944-1970). Scritti e appunti di Lodovico Montini, Firenze, Vallecchi, 1971, e Claudio Meoli, Il ministero dell’interno. Ordinamento e attribuzioni, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1986. Per l’accoglienza ai profughi giuliano-dalmati vedi la tesi di laurea di Angelo Francesco Orsini, L’esodo dei giuliano-dalmati: l’accoglienza in Italia. Il caso di Latina, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Facoltà di Lettere e Filosofia 2000-2001, recentemente rilavorata e pubblicata come libro da Aracne. Infine, per l’accoglienza ai profughi stranieri del periodo 1957-1990 cfr. la tesi di laurea di Carlo Miccio, Latina e il suo Campo profughi. Un’analisi storico-antropologica, Università degli Studi di Tor Vergata, Facoltà di Lettere e Filosofia, 1988- 1989.