Per una storia politica dell’emigrazione

Emigrazione italiana e antifascismo in esilio

Agli specialisti è ben noto, sin da quando il tema incominciò ad essere oggetto di indagine storiografica al principio degli anni Cinquanta, che il tratto distintivo dell’emigrazione antifascista italiana, subito evidenziato da un’analisi comparativa delle migrazioni politiche novecentesche, è la rilevanza del nesso tra esilio politico e diaspora economica, determinato da due distinti fattori1.
In primo luogo va ricordata la composizione dei flussi in uscita dall’Italia nei primi anni Venti, caratterizzati dalla nutrita presenza di lavoratori la cui decisione di spostarsi all’estero nasceva non solo da ristrettezze economiche patite in Italia, ma anche, e in molti casi soprattutto, dal bisogno di “cambiare aria”, di abbandonare luoghi di residenza nei quali la vita si era fatta rischiosa ed insostenibile a causa degli attacchi dello squadrismo fascista e la possibilità stessa di conservare o trovare un’occupazione era compromessa dalle intimidazioni, dall’emarginazione sociale e dai veri e propri “bandi” con cui i fascisti, divenuti padroni del territorio, colpivano i militanti più in vista, sul piano locale, della sinistra politica e sindacale. In questo caso la compresenza di motivazioni politiche e di motivazioni economiche all’origine della scelta migratoria, che pure appartiene anche ad altri momenti della storia delle emigrazioni contemporanee2, si impone all’attenzione per la rilevanza quantitativa delle esperienze individuali che ne sono toccate e si presenta sotto una luce particolare. Differentemente da altre situazioni storiche in cui il rapporto appare invertito, si ha infatti a che vedere non tanto con un concorso di stimoli politici alla scelta di espatrio da parte di determinati soggetti – inquieti, “irregolari”, in rotta con il contesto socio-politico di origine – quanto con un disagio economico individuale che ha scaturigini politiche o con una vera e propria costrizione politica alla ricerca di impiego all’estero. Si potrà non qualificare come “antifascista” questa emigrazione di lavoratori, ma solo per ragioni che attengono alla possibilità o meno di impiegare il termine “antifascismo”, inteso nel senso pieno che assumerà più tardi, in riferimento ai primissimi anni Venti, non perché essa non rechi l’impronta della politica. Si tratta, a tutti gli effetti, di un’emigrazione imputabile al fascismo, che prepara l’ambiente al cui interno agiranno successivamente i leader dei partiti antifascisti che lasceranno l’Italia per sottrarsi alla dittatura mussoliniana e recuperare all’estero libertà d’azione politica, quelli che il lessico del regime definirà spregiativamente “fuorusciti”.
In secondo luogo, proprio con riguardo alle condizioni ambientali entro le quali opera a partire dalla seconda metà degli anni Venti l’élite politica in esilio, si deve tener conto della presenza nelle comunità italiane all’estero di nuclei politicizzati di più antica data, costituiti da lavoratori che avevano lasciato l’Italia nel corso delle migrazioni prebelliche e che già avevano reso possibile la nascita, nei paesi di destinazione, di organismi legati all’associazionismo politico italiano della sinistra repubblicana, socialista ed anarchica. Le prime organizzazioni italiane che si qualificano espressamente come “antifasciste”, cercando di promuovere una vasta solidarietà contro i nuovi dominatori della politica italiana, nascono all’indomani della marcia su Roma proprio in paesi di emigrazione, come l’Argentina o gli Stati Uniti, quando in Italia uno spirito di cooperazione tra i partiti destinati ad essere travolti dalla marcia del fascismo è ancora di là da venire. All’estero i leader politici antifascisti in esilio entreranno quindi subito in contatto con una base di militanti e di simpatizzanti, tanto dell’emigrazione più recente quanto della più vecchia; in forza di questa realtà essi potranno non sentirsi soltanto dei “rifugiati” e riusciranno a mantenere, anche in terra straniera, un rapporto con l’elemento nazionale; la loro condizione psicologica sarà perciò molto diversa da quella sperimentata negli anni Trenta, molto spesso nei medesimi paesi d’asilo, dagli emigrati politici tedeschi o austriaci. Per la stessa ragione la ricostituzione o il trasferimento all’estero dei partiti antifascisti italiani non fu un fatto meramente nominale o simbolico: nei microcosmi delle comunità italiane emigrate rinacquero davvero forme di attività politica organizzata e si rinnovò, sia pure in miniatura, la tipica dialettica tra direzione, quadri intermedi e base.
Vi è dunque ampia materia di riflessione sul rapporto tra esilio antifascista ed emigrazione economica. Affrontato con questa chiave di lettura, lo studio dell’antifascismo all’estero apre prospettive di ricerca concernenti sia aspetti specifici e peculiari dell’emigrazione suscitata dal fascismo (ad esempio la sua composizione interna, le relazioni fra gli esuli politici, gli emigrati politicizzati e la ben più ampia cornice delle comunità italiane all’estero, l’impatto sul mondo dell’emigrazione del conflitto tra fascismo e antifascismo e della sua proiezione internazionale) sia questioni più tipicamente legate all’esperienza storica delle emigrazioni contemporanee (i processi di politicizzazione, la dialettica tra formazione mentale originaria e influenza delle pratiche sociali nei paesi di destinazione, la tensione fra sentimento di appartenenza nazionale e integrazione nel paese ospitante, solo per citarne alcune).
Se tuttavia si passa ad analizzare la bibliografia, si può constatare come a lungo vi sia stata una netta sproporzione tra le potenzialità euristiche del campo di ricerca e i risultati effettivamente raggiunti. Gli storici dell’esilio antifascista hanno generalmente privilegiato per molto tempo lo studio dei partiti antifascisti e, poiché il problema storico che motivava i loro interessi era costituito dagli sviluppi ideologico-dottrinali preparatori del ritorno dei medesimi partiti sulla scena politica italiana dopo la caduta di Mussolini, essi hanno rivolto l’attenzione all’elaborazione dei gruppi dirigenti delle organizzazioni politiche più che alle strutture politiche in quanto tali, intese cioè come cornice organizzativa di un complesso di attività militanti esercitate da soggetti la cui opzione politico-ideologica si accompagnava a una concreta esperienza di emigrazione di lavoro e quindi a una condizione condivisa con masse più ampie di italiani all’estero. D’altra parte gli storici dell’emigrazione hanno lungamente avuto quasi un ritegno ad accostarsi allo studio dei movimenti migratori e delle dinamiche in seno alle comunità italiane all’estero durante l’epoca fascista, tutt’al più riassorbendo questi temi all’interno di visioni di lungo periodo o affrontandoli incidentalmente nel quadro di analisi primariamente dedicate alla politica migratoria del governo fascista. È significativo che fino a una quindicina di anni fa la gran parte delle ricerche sulla politicizzazione e sulle attività politiche dei lavoratori emigrati o sui loro rapporti con gli sviluppi politici e le forme della politica e della mobilitazione sociale nei paesi ospitanti si arrestassero alla Prima guerra mondiale, come se gli storici dell’emigrazione ritenessero che lo studio di questi fenomeni nel periodo corrispondente in Italia alla crisi dello Stato liberale e all’esercizio del potere da parte del fascismo fosse piuttosto competenza degli storici della politica nell’età del fascismo. Ne ha risentito non solo la ricerca sull’emigrazione antifascista, ma anche quella sui Fasci italiani all’estero, decollata con evidente ritardo rispetto agli altri temi di storia del fascismo.
Solo tra la fine degli anni Settanta e il principio degli Ottanta, quindi con un quarto di secolo di ritardo rispetto all’avvio degli studi sul fuoruscitismo, sono apparsi i primi lavori sull’emigrazione antifascista che hanno cominciato ad allargare la prospettiva dell’indagine storiografica, spingendo lo sguardo oltre i gruppi dirigenti politici. Tanto per cominciare, in quel torno di tempo si iniziò a prestare attenzione alle relazioni tra emigrazione antifascista e società (e politica) dei paesi ospitanti. Da questo nuovo interesse di ricerca sono derivati, certamente, studi ancora incentrati sull’élite (anche se considerata in questo caso non più solo come un’“altra Italia” trapiantata all’estero, ma come una realtà inserita in una rete di rapporti individuali e organizzati con il mondo politico e sociale dei paesi d’asilo, influenzata e condizionata dai movimenti d’opinione e dagli sviluppi politici interni a questi ultimi)3, ma anche squarci sull’esperienza dei militanti politici attivi in seno all’emigrazione di lavoro e sulla loro posizione nel contesto delle comunità italiane all’estero: attraverso l’apertura di nuove piste di ricerca, quali il rapporto tra lavoratori emigrati e movimenti operai dei paesi di destinazione, le dinamiche dell’integrazione degli emigrati antifascisti nelle società ospitanti o i processi di naturalizzazione, un mondo più vasto di quello costituito dalla cerchia dei dirigenti politici dell’esilio finì per la prima volta sotto la lente dei ricercatori4. Altri scritti, in quello stesso periodo, richiamarono l’attenzione su figure di emigrati di modesto rilievo se considerati nel quadro generale della politica antifascista nell’esilio, ma che in determinate comunità locali, lontane dai principali centri del fuoruscitismo, ebbero invece una funzione di spicco nel tentativo di animarvi uno spirito di resistenza5. Lo studio dell’emigrazione antifascista cominciò così ad ampliarsi sia lungo una direttrice verticale, e ciò ha portato a mettere a fuoco l’incontro e le relazioni, sotto il segno dell’antifascismo, tra la nuova emigrazione suscitata dal fascismo e i nuclei politicizzati della precedente emigrazione di lavoro, sia in orizzontale, inquadrando i mutamenti che il nuovo carattere assunto dalla lotta politica italiana per effetto della contrapposizione fascismo-antifascismo determinò nella vita delle comunità italiane all’estero. Lungo queste due direttrici presero forma sia sondaggi su scala regionale6 sia i primi lavori complessivi, relativi all’Australia e al Belgio, che hanno dato evidenza alle modalità e agli esiti della competizione tra fascismo e antifascismo tra gli italiani nei paesi di emigrazione7.
La tendenza a includere nell’orizzonte delle ricerche gli strati più profondi dell’emigrazione antifascista, e non solo i gruppi dirigenti, si è poi fatta strada anche nel campo, più tradizionale e frequentato, della storia dei partiti antifascisti, con la pubblicazione di saggi incentrati sull’articolazione organizzativa in terra di Francia dei due maggiori raggruppamenti politici operanti in esilio, il Partito comunista e il Partito socialista8, e sull’attività perseguita in condizioni di illegalità, dopo lo scoppio dalla guerra, dai militanti comunisti in alcune regioni dell’Hexagone9: aspetto, quest’ultimo, che rimanda al tema della partecipazione di militanti emigrati italiani alla Resistenza francese10, da mettere a sua volta in connessione con la questione più generale dell’inquadramento, ad opera dei comunisti francesi, della Main d’Œuvre Immigré (MOI) delle più diverse nazionalità nelle formazioni della Resistenza11. È da sottolineare lo stimolo che a questo sviluppo delle ricerche è venuto da studiosi dei paesi di destinazione dell’emigrazione italiana. Essendo stata la Francia la meta principale, nel periodo fra le due guerre, sia dell’emigrazione di lavoro sia del fuoruscitismo, non meraviglia che proprio da studiosi francesi, attraverso la costituzione nel 1983 del Centre d’études et de documentation sur l’émigration italienne, sia venuta una forte sollecitazione a ricondurre l’esperienza dell’esilio politico nel più ampio contesto dei movimenti migratori, collocandola nella prospettiva di una storia sociale dell’emigrazione politica. Dall’attività del Cedei sono scaturiti pubblicazioni collettive e convegni, nell’ambito dei quali diversi contributi hanno approfondito l’esame dell’interazione fra economia e politica alla base dei flussi migratori, della distribuzione e dell’insediamento dell’emigrazione antifascista sul territorio, delle sue relazioni con il tessuto sociale, dell’influenza del contesto francese sulla politicizzazione dei lavoratori italiani, della competizione tra fascismo e antifascismo per la conquista dell’egemonia sull’emigrazione, delle ripercussioni sull’emigrazione dello stato di guerra tra l’Italia e la Francia e delle successive vicende dell’occupazione e della Resistenza, non senza un’apertura alla comparazione con l’esperienza di altre comunità emigrate in Francia12. Tra i promotori di questi sviluppi va ricordato innanzitutto il maggiore degli storici italianisti francesi dell’età contemporanea, Pierre Milza, che ha poi affrontato con quell’ispirazione i capitoli sugli anni del fascismo nel suo studio di sintesi sull’Italia in terra di Francia13. In Italia il Cedei ha trovato interlocutori soprattutto in area piemontese, e sotto gli auspici di centri di ricerca della regione hanno visto la luce studi in sintonia con le scelte tematiche affermatesi in Francia e con le relative indicazioni metodologiche14. L’attività del Cedei si è successivamente orientata verso un più esteso tempo storico15, ma la sua lezione si è sedimentata nell’ambito degli studiosi francesi dell’emigrazione italiana nell’età del fascismo: ricordiamo i tanti contributi di Eric Vial, in particolare quelli sulla politicizzazione e l’integrazione degli emigrati16, sull’Unione popolare italiana (la sola organizzazione dell’antifascismo politico espressamente fondata con scopi di propaganda e di reclutamento nelle fasce dell’emigrazione “generica”)17 e sui contrastati rapporti tra la prima emigrazione antifascista e le successive ondate migratorie provenienti dall’Italia (un problema che Vial ha segnalato per primo)18; e poi il volume di Laure Teulières sugli immigrati italiani nel Sud-Ovest, finora la ricerca più ampia ed approfondita su una collettività italiana nella Francia dell’entre-deux-guerres, dedicata a una regione che è stata una delle principali zone di insediamento della manodopera italiana, in prevalenza agricoltori, e, allo stesso tempo, di militanti antifascisti in Francia. Questa regione rappresenta quindi il case study per eccellenza attraverso il quale indagare il rapporto degli emigrati con la politica, i processi di sindacalizzazione endogeni e i collegamenti con l’associazionismo sindacale locale, la trasposizione nel nuovo ambiente di pratiche sociali e organizzative tipiche del contesto di origine (qui il dato di maggior rilievo riguarda il modello cooperativo di ascendenza emiliana), le relazioni degli emigrati di sentimento antifascista con i connazionali19. Molti di questi temi sono stati affrontati in un testo fresco di stampa anche da Carmela Maltone, che ha studiato gli antifascisti emigrati nel Sud-Ovest soffermandosi sull’adattamento delle esperienze comunitarie delle regioni di provenienza al contesto sociale e culturale dell’esilio e sulla conseguente dialettica tra preservazione dell’identità e contaminazione delle culture20. Da segnalare poi i saggi di un altro studioso italiano, ma francese di adozione, Antonio Bechelloni, che hanno messo a fuoco il coinvolgimento degli italiani nel turbinio di eventi che sconvolgono la Francia dopo lo scoppio del Secondo conflitto mondiale21.
Rispetto al caso francese lo studio dell’emigrazione antifascista nelle Americhe si confronta con una realtà che presenta due differenze fondamentali. Da un lato, nessuno dei maggiori dirigenti politici dell’antifascismo in esilio, almeno fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale, si stabilì al di là dell’Oceano. La figura più prestigiosa dell’antifascismo italiano fuori d’Europa fu fino al 1940 Gaetano Salvemini, che tutt’al più si può considerare un nume tutelare del movimento di “Giustizia e Libertà”, e solo fino a una certa data, ma che non fu comunque un organizzatore politico. Per il resto tra quanti raggiunsero le Americhe dopo aver abbandonato l’Italia a causa del fascismo si trovavano soggetti “senza partito” oppure appartenenti alla categoria dei militanti politici di base o che, al massimo, provenivano da un’esperienza di direzione politica o sindacale su scala regionale. Da un altro lato, nelle Americhe risiedevano le comunità italiane di più antica data, quelle che, ancora al principio degli anni Venti, apparivano più strutturate, al cui interno, dunque, al momento dell’affermazione del fascismo in Italia, già esisteva una variegata rete associativa, anche con caratteri politici, e circolavano più o meno influenti organi di stampa, che fungevano da punti di aggregazione delle opinioni e degli interessi. Ne deriva che chi si accosta allo studio dell’antifascismo nelle Americhe, per la natura stessa dell’oggetto delle sue ricerche, è indotto a seguire delle piste che lo portano a imbattersi in figure che riuniscono i caratteri dell’emigrazione economica e dell’emigrazione politica e ad affrontare la questione dell’innesto dell’azione antifascista sui preesistenti legami associativi dell’emigrazione tradizionale e della loro riconversione in funzione dell’antifascismo. L’elaborazione dottrinale o programmatica dell’antifascismo nelle Americhe riveste un interesse limitato: per questi aspetti, salvo casi sporadici, esso non diede contributi originali e fu largamente debitore, fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale, nei confronti dell’operato delle élite politiche del fuoruscitismo in Francia oppure risentì di suggestioni esercitate dalla situazione sociale e politica dei paesi ospitanti. Di conseguenza, mentre gli storici che hanno privilegiato lo studio del dibattito politico e ideologico dell’esilio hanno generalmente riservato all’antifascismo in terra americana al massimo qualche rapido accenno, quelli che hanno focalizzato la loro attenzione proprio sull’America si sono concentrati su temi come la ricezione del messaggio antifascista da parte delle comunità emigrate, la competizione tra fascismo e antifascismo per la conquista dell’egemonia tra i connazionali, il rapporto tra antifascismo e movimenti collettivi indigeni, le forme e i linguaggi della propaganda, la promozione da parte degli antifascisti di iniziative di carattere assistenziale e culturale per allargare il raggio della propria azione anche al di là degli ambienti più politicizzati. La centralità del rapporto tra vecchia emigrazione ed antifascismo è testimoniata dal rilievo che assumono nelle vicende americane figure di raccordo tra l’emigrazione prebellica e l’esperienza antifascista, come il socialista alessandrino Antonio Piccarolo, divenuto figura di spicco della sinistra in terra brasiliana22, o Torquato Di Tella, l’industriale italo-argentino di origine molisane, prezioso finanziatore delle attività antifasciste, non solo nel Cono Sud23, o ancora l’operaio irpino Luigi Antonini, punto di riferimento dell’associazionismo sindacale italiano negli Stati Uniti24, oppure, sempre negli Stati Uniti, l’“irregolare” abruzzese Carlo Tresca25.
Sull’emigrazione antifascista nell’America meridionale si dispone di studi relativi soprattutto all’Argentina e al Brasile, dovuti principalmente a Pietro Rinaldo Fanesi26 e a João Fábio Bertonha27. A conferma di quanto si diceva prima sta la constatazione che le maggiori differenze tra i due casi non dipendono da diversità nello statuto interno dell’antifascismo (abilità politica, contenuti dottrinali, programmi), ma proprio dal diverso orientamento delle comunità italiane rispetto agli sviluppi politici nella madrepatria: mentre gli italiani in Brasile si mostrarono particolarmente sensibili al richiamo del fascismo, sicché l’azione degli oppositori di Mussolini si svolse in un ambiente refrattario e in spazi ristretti, fino al momento in cui l’irrigidimento autoritario del regime di Vargas le precluse definitivamente ogni possibilità di affermazione28, in Argentina il processo di fascistizzazione degli emigrati fu più limitato e contrastato, e gli antifascisti non dovettero patire la frustrazione causata dallo spettacolo di un fascismo con il vento in poppa anche in terra d’esilio29. Il fatto poi che l’Argentina sia stata dopo il 1938 una delle principali mete della nuova ondata migratoria proveniente dall’Italia in seguito all’introduzione della legislazione antiebraica30 ha offerto agli studiosi un ulteriore campo di ricerca specifico, spingendoli a chiedersi se tra i nuovi arrivati, e in particolare tra gli intellettuali, la propensione a integrarsi negli ambienti culturali locali di orientamento democratico non abbia prevalso sulla cooperazione con l’antifascismo organizzato di origine italiana31. Su altre realtà latinoamericane la ricerca ancora non ha fatto adeguatamente luce. La situazione più interessante, che meriterebbe di essere esplorata più in profondità, è certamente quella dell’Uruguay32, paese che ospitava una comunità italiana di ragguardevoli dimensioni e nel quale operò un vivace gruppo antifascista, anzi il più originale dell’intera America del Sud sotto il profilo dell’elaborazione dottrinale, attorno all’intellettuale anarchico Luigi Fabbri e alla sua rivista “Studi sociali”33. Quanto al Messico, sappiamo che divenne centro di attività antifasciste soprattutto durante la Seconda guerra mondiale, in seguito all’arrivo di esuli provenienti da altri paesi di emigrazione, ma si trattò di attività che ebbero come punto di riferimento il dibattito e i contrasti di strategia nel mondo del fuoruscitismo a proposito dei caratteri della politica di alleanze dell’antifascismo piuttosto che la comunità italiana residente sul posto34.
Per quanto riguarda invece l’America del Nord, appena qualche sguardo è stato gettato sul Canada35, ma ciò che più colpisce ed appare singolare è la mancanza, ancora, di uno studio complessivo di ampio respiro sull’antifascismo tra gli emigrati italiani negli Stati Uniti prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, prima cioè che sulla scena dell’emigrazione antifascista nel Nord America irrompessero i leader politici fuggiti dall’Europa invasa dai nazisti e gli Stati Uniti sostituissero la Francia come principale centro operativo dell’elite politica del fuoruscitismo. La bibliografia offre a questo proposito o saggi panoramici, dai quali comunque emergono i principali nodi problematici del rapporto tra gli italo-americani e l’antifascismo36, o approfondimenti su casi e circostanze particolari37. Le piste di ricerca più suggestive tra quelle finora seguite portano a esplorare il nesso tra la mobilitazione antifascista e questioni che caratterizzano nel tempo lungo l’esperienza sociale degli italo-americani, quali la loro identità etnica o i loro rapporti con il radicalismo sindacale e politico del movimento dei lavoratori nel contesto statunitense38. Sotto questo profilo emerge ancora una volta l’influenza che dinamiche più propriamente interne al mondo delle comunità emigrate esercitano sul modo di esprimersi e sul grado di intensità del sentimento antifascista, per effetto in particolare dell’avvicendamento tra una generazione di emigrati, quella degli anni Dieci e Venti, le cui manifestazioni di ribellismo sociale risentivano ancora di una generale condizione di separatezza etnica, e quella successiva, incline a integrarsi nel tessuto organizzativo multietnico dell’associazionismo politico e sindacale statunitense e a far vivere l’antifascismo in questo ambito più largo39. Per quanto riguarda poi gli anni della guerra acquista rilievo il tema del conflitto tra due diverse forme di lealismo in seno alle comunità emigrate40.
Un caso del tutto particolare di rapporto tra antifascismo e lavoratori italiani nell’emigrazione è quello dell’Unione Sovietica. Qui la distinzione fra i concetti di emigrazione economica e di emigrazione politica sfuma del tutto, dal momento che la determinazione di recarsi in quel paese presupponeva un’adesione di principio al modello di organizzazione economico-sociale che vi si andava attuando (in Russia esistevano peraltro anche piccoli nuclei di emigrazione italiana già nel periodo prerivoluzionario)41. Sebbene si trattasse di espatri che, generalmente, avevano come motivazione primaria il bisogno di sottrarsi alla morsa del fascismo, sopravvenendo la motivazione ideologica della partecipazione in prima persona alla costruzione del comunismo nella “nuova patria” sovietica solo in seconda battuta, al momento della scelta della destinazione, questa emigrazione fa comunque parte più della storia del comunismo italiano che dell’antifascismo. Un’altra ragione per riservarle un trattamento distinto nel quadro complessivo delle emigrazioni antifasciste è l’ovvia circostanza che in ogni altro luogo di emigrazione l’antifascismo ebbe uno statuto pluralistico e visse nella dialettica tra correnti ideali ed organizzazioni diverse, mentre in terra sovietica solo il filone comunista godeva del diritto d’asilo. La storia di questi emigrati di tipo particolare ebbe non di rado un finale tragico, dal momento che molti di loro, al pari dei compagni di lavoro sovietici, furono risucchiati negli ingranaggi della macchina repressiva staliniana; ed è proprio questo aspetto della loro esperienza ad avere attratto maggiormente l’attenzione42. Altri ricercatori per accostarsi alla condizione degli emigrati di fede comunista, non solo quelli esuli nell’Urss, hanno scelto di scavare nel loro “vissuto”, così come traspare dai carteggi familiari abbondantemente intercettati dai servizi di vigilanza fascisti, prendendo quindi in esame i militanti non solo come soggetti politici e agenti di un’idea, ma anche come uomini concreti, portatori di esperienze di vita, spesso di drammi personali43. Lo studio del mondo dell’emigrazione attraverso la ricostruzione della biografia “umana”, e non solo politica, di antifascisti “ordinari”, comuni lavoratori animati sì da un ideale, ma alle prese anche con i problemi esistenziali propri del migrante, è un approccio di cui del resto si sono avuti esempi già in passato, sebbene non con particolare frequenza44.
Come si vede, pur partito con ritardo, lo studio dell’emigrazione antifascista nel quadro dei flussi migratori e della storia delle comunità italiane all’estero nel periodo tra le due guerre ha compiuto molti progressi e prodotto importanti risultati. Pesano però ancora negativamente la frammentazione e la separatezza che caratterizzano le ricerche in questo campo. Da un lato si procede per lo più per distinte aree geografiche, e, salvo qualche assaggio, mancano tentativi di inquadramento generale, anche in chiave comparativa, del complesso delle esperienze dell’esilio antifascista viste nella prospettiva del loro rapporto con la storia più ampia dell’emigrazione italiana. Da un altro lato questi studi si vanno per lo più configurando come un campo specialistico a sé, come una sorta di specializzazione “terza”, mentre perdura la ritrosia tanto degli storici del movimento antifascista quanto dei loro colleghi che studiano il fenomeno migratorio a dare spazio nei loro lavori all’altro punto di vista. La multiforme produzione scientifica di J.F. Bertonha sul caso brasiliano è una felice eccezione. Per il resto, nel suo libro sulle diaspore degli italiani, nel capitolo dedicato agli anni del fascismo, Donna Gabaccia si è proposta di fondere i due aspetti, ma il suo tentativo, certamente meritorio nelle intenzioni, purtroppo non si raccomanda né per completezza ed accuratezza dell’informazione né per efficacia argomentativa45. La Storia dell’emigrazione edita da Donzelli, che dovrebbe rappresentare la summa delle ricerche sulle migrazioni italiane, si è disinteressata dell’emigrazione imputabile all’ascesa al potere del fascismo. Quanto alla storiografia dell’antifascismo all’estero, essa da tempo non produce studi di respiro generale, ma quando dovesse spingersi nuovamente oltre il settorialismo monografico che attualmente la contraddistingue, c’è da augurarsi che avverta l’esigenza di prendere le mosse da una concezione larga dell’emigrazione antifascista.

 

Note

1
Cfr. Aldo Garosci, Storia dei fuorusciti, Bari, Laterza, 1953, e su questa scia Santi Fedele, Storia della Concentrazione antifascista 1927-1934, Milano, Feltrinelli, 1976; Simonetta Tombaccini, Storia dei fuoriusciti italiani in Francia, Milano, Mursia, 1988.
2
Cfr. Émile Temine, Émigration “politique” et émigration “économique”, in L’émigration politique en Europe aux XIXe et XXe siècles, Roma, École française, 1991, pp. 57-72; Matteo Sanfilippo, Problemi di storiografia dell’emigrazione italiana, Viterbo, Sette Città, 2002, pp. 111-120.
3
Questo approccio fu sperimentato soprattutto negli studi sull’emigrazione antifascista negli Stati Uniti, il cui rilievo politico aumentò dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale e l’occupazione tedesca della Francia e del Belgio, i paesi che erano stati fino allora i principali centri dell’emigrazione antifascista in Europa. Cfr. Antonio Varsori, Gli Alleati e l’emigrazione democratica antifascista (1940-1943), Firenze, Sansoni, 1982; L’antifascismo italiano negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale, a cura di Id., Roma, Archivio Trimestrale, 1984.
4
Cfr. Pierre Guillen, L’antifascisme, facteur d’intégration des italiens en France dans l’entre-deux-guerres, in L’emigrazione socialista nella lotta contro il fascismo (1926-1939), Firenze, Sansoni, 1982, pp. 209-220; Maria De Lujàn Leiva, Il movimento antifascista italiano in Argentina (1922-1945), in Gli italiani fuori d’Italia. Gli emigrati italiani nei movimenti operai dei paesi di adozione (1880-1940), a cura di Bruno Bezza, Milano, Angeli, 1983, pp. 549-582; Anne Morelli, Le mouvement ouvrier belge et l’émigration italienne, du début du 20ème siècle à 1940, ivi, pp. 679-736; Id., La politisation des émigrés italiens en Belgique dans l’entre-deux-gueres, in Aspects des relations de la Belgique, du Granduché de Luxembourg et des Pays-Bas avec l’Italie. 1925-1940, a cura di Michel Dumoulin e Jacques Willequet, Bruxelles, Ist. italiano di cultura, 1983, pp. 155-166; Id., Le rôle des émigrés italiens dans les partis politiques belges de l’entre-deux-guerres, “Risorgimento”, 1 (1983), pp. 101-108; Id, Les exilés antifascistes italiens et la franc-maçonnerie, “Revue belge d’histoire contemporaine”, 1-2 (1986), pp. 3-34; Gino Cerrito, L’emigrazione libertaria italiana in Francia nel ventennio tra le due guerre, in Gli italiani fuori d’Italia, cit., pp. 831-911; René Girault, Naturalizzazione e partecipazione alla vita politica francese: esempio preso dal dipartimento del Var fra il 1919 e il 1940, in Antifascisti romagnoli in esilio, Firenze, La Nuova Italia, 1983, pp. 33-72.
5
Gianfranco Cresciani, The Proletarians Migrants. Fascism and Italian Anarchists in Australia, 1922-1940, “The Australian Quarterly”, 1 (1979), pp. 4-19; Id., I socialisti italiani in Australia, in L’emigrazione socialista, cit., pp. 293-303. Dello stesso va segnalato anche il pionieristico L’opposizione al fascismo degli italiani in Australia 1922-1940, “Il Movimento di liberazione in Italia”, 113 (1973), pp. 107-119.
6
Rudy Damiani, L’émigration italienne et la présence antifasciste dans le Nord de la France, “Cahiers de l’Institut de recherches marxistes de Lille”, 9 (1984), pp. 2-22; Bertrand Bovio, Les antifascistes dans le Var, “Recherches régionales”, 27, 4 (1987), pp. 217-231.
7
Gianfranco Cresciani, Fascismo, antifascismo e gli italiani in Australia (1922-1945), Roma, Bonacci, 1979; A. Morelli, Fascismo e antifascismo nell’emigrazione italiana in Belgio (1922-1940), Roma, Bonacci, 1987. Per sviluppi della ricerca sul caso australiano cfr. Marcello Montagnana, I rifugiati italiani in Australia e il movimento antifascista “Italia libera” 1942-1946, “Notiziario dell’Istituto storico della Resistenza in Cuneo e provincia”, 31 (1987), pp. 5-114; Paul Nursey-Bray, Francesco Fantin. Internment and Antifascism in Australia, “Studi emigrazione”, 94 (1989), pp. 221-245; Gianfranco Cresciani, Omero Schiassi in Australia. L’avvocato dei poveri, “Studi emigrazione”, 122 (1996), pp. 304-324. Diverso tempo dopo si è aggiunto un lavoro, firmato da un giornalista, sulla Gran Bretagna: Alfio Bernabei, Esuli ed emigrati italiani nel Regno Unito. 1920-1940, Milano, Mursia, 1997.
8
Luigi Di Lembo, L’organizzazione dei socialisti italiani in Francia, in L’emigrazione socialista, cit., pp. 221-261; Loris Castellani, L’émigration communiste italienne en France (1921-1928). Organisation et politique, “Annali della Fondazione Istituto Gramsci”, 1991, pp. 395-693 (con diverse anticipazioni negli anni precedenti).
9
Rudy Damiani, Les communistes italiens dans la zone interdite (1939-1945), “Annali della Fondazione G. Feltrinelli”, 1985, pp. 139-154; Jean Louis Panicacci, Les communistes italiens dans les Alpes Maritimes (1939-1945), ibid., pp. 155-180. Cfr. anche Rudy Damiani, La communauté italienne en zone interdite, in L’occupation en France et en Belgique 1940-1944, a cura di Étienne Dejonghe, Villeneuve d’Ascq, Revue du Nord, 1987-1988, vol. 2, pp. 691-706.
10
Il tema, su cui già si disponeva di dati e informazioni grazie al classico Pia Carena, Gli Italiani del maquis, Milano, Del Duca, 1969, è stato sviluppato sia sul piano dell’analisi complessiva delle correlate problematiche (Gianni Perona, Gli Italiani nella Resistenza francese, “Mezzosecolo”, IX, 1990-1993, pp. 327-356), sia prendendo in esame singole figure di combattenti (André Pierrard e Michel Rousseau, Eusebio Ferrari à l’aube de la résistance armée, Paris, Syros, 1980), sia sollecitando la memoria dei protagonisti (Damira Titonel, La libertà va conquistata. Un’emigrata trevigiana nella Resistenza francese, a cura di Carmela Maltone, Sommacampagna, Cierre, 2001).
11
Stéphane Courtois, Denis Peschanski e Adam Rayski, Le sang de l’étranger. Les immigrés de la MOI dans la Résistance, Paris, Fayard, 1989.
12
Les Italiens en France de 1914 à 1940, a cura di Pierre Milza, Roma, École française, 1986; L’immigration italienne en France dans les années 20, Paris, Cedei, 1988; L’Italia in esilio. L’emigrazione italiana in Francia tra le due guerre, Roma, Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per l’informazione e l’editoria, s.d. [1993]; Exils et migrations. Italiens et Espagnols en France 1938-1946, a cura di Pierre Milza e Denis Peschanski, Paris, L’Harmattan, 1994. Da ricordare anche il periodico del Cedei, “La Trace”.
13
Pierre Milza, Voyage en Ritalie, Paris, Plon, 1993, pp. 218 ss.
14
Luciana Benigno Ramella, I rapporti tra emigrazione economica ed emigrazione politica in Francia tra le due guerre: tre esempi, “Mezzosecolo”, 6 (1985-1986), pp. 357-388; Gli Italiani in Francia 1938-1946, “Mezzosecolo”, 9 (1990-1993), numero speciale a cura di Gianni Perona; Lidia Cravero, In Francia per trovare lavoro e libertà. Note sull’emigrazione dei “sovversivi” cuneesi tra le due guerre, “Il Presente e la storia”, 48 (1995), pp. 67-106.
15
Antonio Bechelloni, De l’exil antifasciste aux temps longs de l’immigration italienne en France, in L’intégration italienne en France. Un siècle de présence italienne dans trois régions françaises (1880-1990), a cura di Id., Michel Dreyfus e Pierre Milza, Bruxelles, Complexe, 1995, pp. 11-24.
16
Note sur l’exil et l’intégration des italiens dans la société française pendant le fascisme, in L’esilio nella storia del movimento operaio e l’emigrazione economica, a cura di Maurizio Degl’Innocenti, Manduria, Lacaita, 1992, pp. 171-184.
17
L’Unione popolare italiana (Upi), 1937-1940. Un’organizzazione di massa comunista in esilio, “Mezzosecolo”, 12 (1997-1998), pp. 155-184. Per approfondimenti su scala regionale cfr. dello stesso autore, Organisation de masse, Front populaire et intégration: l’Union populaire italienne (UPI) dans le Sud-Est méditerranéen, in L’intégration italienne en France, cit., pp. 281-291; Affirmation de l’italianità et intégration. L’Union populaire italienne, une organisation de masse du PCI, entre le Front populaire et la Drôle de guerre, in Lorraine. Terre d’accueil et de brassage des populations, a cura di François Roth, Nancy, Presses Universitaires de Nancy, 2001, pp. 103-119. Tutte queste ricerche sono ora confluite nel volume L’Union populaire italienne 1937-1940. Une organisation de masse du Parti communiste italien en exil, Roma, École Française de Rome, 2007.
18
Tirer l’échelle? Tension et rejets de nouveaux arrivants au sein de l’émigration antifasciste italienne, “Revue européenne des migrations internationales”, 20, 2 (2004). Tra gli altri titoli della copiosa bibliografia di Vial pertinenti a questo ambito di ricerche, oltre a diversi contributi ai volumi citati alla n. 12, vanno segnalati: Antifascisti bresciani emigrati in Francia. Dati e prospettive di ricerca, “La Resistenza bresciana”, 19 (1988), pp. 15-21; Le traitement des données du Casellario politico centrale et les émigrés de la province de Novara en France, in Figure e centri dell’antifascismo in terra novarese, a cura di Adolfo Mignemi, Fontaneto d’Agogna, Comune – Comitato Cacciana, 1992, pp. 145-150; Travailleurs du bâtiment et antifascisme dans l’émigration: données statistiques tirées des dossiers de la police italienne, “Cahiers des Annales de Normandie”, 31 (2001), pp. 157-168; L’antifascisme italien à Grenoble, “La Pierre et l’Écrit”, 13 (2002), pp. 227-247.
19
Laure Teulières, Immigrés d’Italie et paysans de France 1920-1940, Toulouse, Presses Universitaires du Mirail, 2002. La rilevanza della trasposizione in terra francese delle esperienze cooperativistiche di matrice emiliana era già stata segnalata da parte italiana: cfr. Marco Minardi e Guido Pisi, Da Fontanelle a Tolosa. La cooperazione integrale parmense (1903-1945), “Padania”, 2 (1987), pp. 70-92.
20
Carmela Maltone, Exil et identité. Les antifascistes italiens dans le Sud-Ouest 1924-1940, Pessac, Presses Universitaires de Bordeaux, 2006. Sul primo impianto delle attività antifasciste in seno alla comunità degli emigrati italiani nel Sud-Ouest cfr. anche Monique Rouch, Oreste Ferrari et le journal antifasciste L’Attesa (Agen, novembre 1926 – mars 1927), in Sur les pas des Italiens en Aquitaine au vingtième siècle, a cura di Ead. e Carmela Maltone, Talence, Maison des Sciences de l’Homme d’Aquitaine, 1997, pp. 151-178.
21
Cfr. Antonio Bechelloni, Antifascistes italiens en France pendant la guerre: parcours aléatoires et identités réversibles, “Revue d’Histoire moderne et contemporaine”, 2 (1999), pp. 280-295; Id., Au croisement des parcours migratoires et des engagements militants: antifascistes italiens en France entre le Front populaire et la Libération, in Émigration politique. Une perspective comparative. Espagnols et italiens en France et en Argentine, XIXe-XXe siècles, a cura di Fernando Devoto e Pilar González Bernaldo, Paris, L’Harmattan, 2001, pp. 103-122; Id., Antifascist Resistance in France from the “Phoney War” to the Liberation. Identity and Destinies in Question, in Italian Workers of the World. Labor Migration and the Formation of Multiethnic States, a cura di Donna Rae Gabaccia e Fraser M. Ottanelli, Urbana, University of Illinois Press, 2001,pp. 214-231; Id., Tra esilio politico ed emigrazione economica: gli Italiani in Francia da una guerra all’altra sullo sfondo di un mezzo secolo di presenza italiana nel movimento operaio francese, in L’altra Tavagnacco. L’emigrazione friulana in Francia tra le due guerre, Tavagnacco, Comune di Tavagnacco, 2003, pp. 1-22 (quest’ultimo testo contiene anche Arriella Verrocchio, Emigrazione politica friulana in Francia durante il Fascismo. Il caso di Tavagnacco, pp. 191-206).
22
Cfr. Alexandre Hecker, Um socialismo possivel. A atuaçao de Antonio Piccarolo em São Paulo, São Paulo, Queiroz, 1989.
23
Cfr. Bruno Tobia, Il problema del finanziamento della “Concentrazione d’Azione Antifascista” negli anni 1928-1932, “Storia contemporanea”, 9, 3 (1978), pp. 425-475; Id., Il carteggio tra Filippo Turati e Torquato Di Tella (1928-1931), ibid., 18, 4 (1992), pp. 627-680; Torcuato Salvador Di Tella, Torquato Di Tella. Industria y politica en tiempos de la Repubblica que no fué (1892-1948), Buenos Aires, Tesis Norma, 1993.
24
Philip V. Cannistraro, Luigi Antonini and the Italian Antifascist Movement in the United States, 1940-1943, in “Journal of American Ethnic History”, 5, 1 (1985), pp. 21-40.
25
Dorothy Gallagher, All the right Enemies. The Life and Murder of Carlo Tresca, New Brunswick, Rutgers University Press, 1988; Carlo Tresca. Vita e morte di un anarchico italiano in America, a cura di Italia Gualtieri, Chieti, Tinari, 1999; Nunzio Pernicone, Carlo Tresca. Portrait of a Rebel, New York, Palgrave, 2005.
26
Pietro Rinaldo Fanesi, Verso l’altra Italia. Albano Corneli e l’esilio antifascista in Argentina, Milano, Angeli, 1991; Id., El antifascismo italiano en Argentina, “Estudios migratorios latinoamericanos”, 12 (1989), pp. 319-352; Id., L’esilio antifascista e la comunità italiana in Argentina, in La riscoperta delle Americhe. Lavoratori e sindacato nell’emigrazione italiana in America Latina 1870-1970, a cura di Vanni Blengino, Emilio Franzina e Adolfo Pepe, Milano, Teti, 1994, pp. 115-131.
27
La bibliografia di Bertonha è vastissima. Il suo studio complessivo Sob a sombra de Mussolini. Os italianos de São Paulo e a luta contra o fascismo, 1919-1945, São Paulo, Annablume, 1999, è stato preceduto da una serie di anticipazioni su aspetti particolari, tra cui La base sociale dell’antifascismo a São Paulo: un’analisi (1923-1930), in La riscoperta delle Americhe, cit., pp. 390-399; Mazzolini vs. Piccarolo. Fascismo e antifascismo a confronto nella San Paolo degli anni 20, “Letterature d’America”, 48 (1994), pp. 139-160; O fascismo na visão de Antonio Piccarolo: antifascismo e reformismo no Brasil dos anos 20, “História e Perspectivas”, 11 (1994), pp. 233-269; Contra o fascismo e contra Mussolini: as estratégias dos socialistas italianos de São Paulo na luta contra o fascismo, 1927-1934, “Textos de História”, 4, 1 (1996), pp. 39-73; O antifascismo no mundo da diáspora italiana: elementos para uma análise comparativa a partir do caso brasileiro, “Altreitalie”, 17 (1998), pp. 16-30. Successivamente Bertonha ha condotto ulteriori approfondimenti: O Partito Comunista d’Italia no Brasil: uma presença desconhecida nas lutas populares e antifascistas italianas na América Latina, “Novos Rumos”, 33 (2000), pp. 16-24; Fascismo, antifascismo e as comunidades italianas no Centro, Norte e Nordeste do Brasil. Os italianos na política regional brasileira, “Clio [Recife]”, 19 (2001), pp. 141-158; Fascisti e antifascisti dell’Emilia Romagna in Brasile (1919-1945), in Gli emiliano romagnoli e l’emigrazione italiana in America Latina. Il caso modenese, Modena, Centro Stampa Provincia di Modena, 2003, pp. 153-160; O antifascismo italiano no Brasil: comparações internacionais e vivências transnacionais, “Anuario del Instituto de estudios historicos y sociales”, 19 (2004), pp. 63-78.
28
Sul caso brasiliano cfr. anche i diversi studi dedicati all’emigrazione italiana in quel paese da Angelo Trento, e in particolare sulla presenza antifascista, L’antifascismo italiano in Brasile, “Latinoamerica”, 30-31 (1988), pp. 87-98.
29
Cfr. anche Mario Nascimbene, Fascismo y antifascismo en la Argentina (1920-1945), in C’era una volta la Merica. Immigrati piemontesi in Argentina, Cuneo, L’Arciere, 1990, pp. 137-142, Ronald C. Newton, Ducini, Prominenti, Antifascisti. Italian Fascism and the Italo-Argentine Collectivity, 1922-1945, “The Americas”, 51, 1 (1994), pp. 41-66. Sul rapporto tra antifascismo e associazionismo italiano cfr. per un caso particolare Maria Rosaria Ostuni, Operai e antifascismo a Buenos Aires. La società “Liber Piemont”, in Asociacionismo, trabajo y identidad etnica. Los italianos en America Latina en una perspectiva comparada, a cura di Fernando Devoto, Buenos Aires, Cemla, 1992, pp. 303-309. Sugli inizi della mobilitazione antifascista nella comunità italiana cfr. Maria Victoria Grillo, L’antifascisme dans la presse italienne en Argentine: le cas du journal L’Italia del popolo (1922-1925), in Émigration politique, a cura di F. Devoto e P. González Bernaldo, cit., pp. 147-170.
30
Su questa particolare ondata migratoria cfr. Lore Terracini, Una inmigración muy particolar: 1938, los universitarios italianos en la Argentina, “Anuario del Instituto de estudios historicos y sociales”, 4 (1989), pp. 335-369; Eleonora Maria Smolensky e Vera Vigevani Jarach, Tante voci, una storia. Italiani ebrei in Argentina, 1938-1948, Bologna, il Mulino, 1998.
31
Cfr. Ricardo Pasolini, Exil italien et antifascismes dans l’Argentine pendant les années trente: la place des intellectuels, in Émigration politique, a cura di F. Devoto e P. González Bernaldo, op. cit., pp. 171-199. Cfr. anche Pietro Rinaldo Fanesi, Gli ebrei italiani rifugiati in America latina e l’antifascismo (1938-1945), “Storia e problemi contemporanei”, 14 (1994), pp. 23-26. Sul versante della memorialistica cfr. Renato Treves, Sociologia e socialismo. Ricordi e incontri, Milano, Angeli, 1990.
32
Per alcuni elementi cfr. comunque Gianni Marocco, Sull’altra sponda del Plata. Gli italiani in Uruguay, Milano, Angeli, 1986; João Fabio Bertonha, Fascismo, antifascismo y las comunidades italianas en Brasil, Argentina y Uruguay: una perspectiva comparada, “Estudios migratórios latinoamericanos”, 42 (1999), pp. 111-133.
33
Cfr. Clara Aldrighi, Antifascismo italiano en Montevideo. El dialogo entre Luigi Fabbri y Carlo Rosselli, Montevideo, Departamento de Publicaciones de la Faculdad de Humanidades y Ciencias de la Educación, 1996; Id., Notas sobre el temprano exilio antifascista en Montevideo: actividad politica de Luigi Fabbri (1929-1935), in Le Marche fuori dalle Marche: migrazioni interne ed emigrazioni all’estero tra 18. e 20. secolo, a cura di Ercole Sori, Ancona, Proposte e ricerche, 1998, pp. 581-620. E ora cfr. Da Fabriano a Montevideo. Luigi Fabbri: vita e idee di un intellettuale anarchico e antifascista, a cura di Maurizio Antonioli e Roberto Giulianelli, Pisa, Biblioteca Franco Serantini, 2006; Santi Fedele, Luigi Fabbri un libertario contro il bolscevismo e il fascismo, Pisa, Biblioteca Franco Serantini, 2006.
34
Cfr. Pietro Rinaldo Fanesi, El exilio antifascista en America Latina. El caso mexicano: Mario Montagnana y la “Garibaldi” (1941-1945), “Estudios interdisciplinarios de America Latina y el Caribe”, 3, 2 (1992), pp. 39-58. Sul garibaldinismo antifascista latinoamericano cfr. Id., Italian Antifascism and the Garibaldine Tradition in Latin America, in Italian Workers of the World, a cura di D.R. Gabaccia e F. M. Ottanelli, cit., pp. 163-177.
35
Angelo Principe, The Italo-Canadian Anti-Fascist Press (1922- 40), “NEMLA Italian Studies”, 2 (1980), pp. 129-131; Id., The Italo-Canadian Anti-Fascist Press in Toronto, 1922- 40, “Polyphony”, 7, 2 (1985), pp. 43-51; Luigi Bruti Liberati, Italo-Canadian Antifascism during World War II. The Mazzini Society of Canada, “Rivista di studi anglo americani”, 4-5 (1984-1985), pp. 385-397; Id., Fascismo, antifascismo e gli italiani in Canada, “Italian Canadiana”, 2 (1986), pp. 50-62; Teresa Gianna, L’antifascismo italo-canadese attraverso le fonti italiane: il casellario politico centrale, in Il Canada e la guerra dei Trent’anni. L’esperienza bellica di un popolo multietnico, a cura di Luigi Bruti Liberati, Milano, Guerini, 1989, pp. 241-266; João Fabio Bertonha, Antifascistas italianos en los extremos de América: las experiencias de Brasil y Canadá, “Revista del Centro Cultural Canadá”, 20 (2004), pp. 79-90.
36
John Patrick Diggins, The Italo-American Anti-Fascist Opposition, “The Journal of American History”, 54, 3 (1967), pp. 579-598; Adriana Dadà, Contributo metodologico per una storia dell’emigrazione e dell’antifascismo italiano negli Stati Uniti, “Annali dell’Istituto di Storia della Facoltà di Magistero di Firenze”, 1 (1979), pp. 197-218; Fiorello B. Ventresco, The Struggle of the Italian Anti-Fascist Movement in America (Spanish Civil War to World War II), “Ethnic Forum”, 6, 1-2 (1986), pp. 17-48; Philip V. Cannistraro ed Elena Aga Rossi, La politica etnica e il dilemma dell’antifascismo italiano negli Stati Uniti: il caso di Generoso Pope, “Storia contemporanea”, 17, 2 (1986), pp. 217-243; Fraser M. Ottanelli, “If Fascism Comes to America We Will Push It Back into the Ocean”: Italian-American Antifascism in the 1920s and 1930s, in Europe, its Borders and the Others, a cura di Luciano Tosi, Napoli, ESI, 2000, pp. 361-381.
37
Pellegrino Nazzaro, Il manifesto dell’Alleanza antifascista del Nord America, “Affari sociali internazionali”, 2, 1-2 (1974), pp. 171-185; Gabriella Facondo, Socialismo italiano esule negli USA (1930-1942), Livorno, Bastogi, 1993 (incentrato principalmente sulla figura e l’opera dell’esule calabrese Carmelo Zito); Nunzio Pernicone, Il caso Greco-Carillo. Un episodio della lotta tra fascismo e antifascismo negli Stati Uniti, “Storia contemporanea”, 27, 4 (1996), pp. 611-644. Tra i casi particolari rientra la sconcertante vicenda di Vanni Montana, a lungo considerato uno degli esponenti di spicco del sindacalismo italo-americano e dell’antifascismo italiano negli USA, di cui è venuta alla luce l’attività di informatore della polizia fascista: cfr. Fraser M. Ottanelli, Fascist Informant and Italian American Labor Leader: The Paradox of Vanni Buscemi Montana, “The Italian American Review”, 7, 1 (2000), pp. 104-116; Angela Torelli, La doppia vita di un antifascista: Vanni Montana da informatore della polizia italiana ad agente dell’Oss, “Nuova Storia contemporanea”, 7, 1 (2004), pp. 81-94.
38
In proposito cfr. anche Fraser M. Ottanelli, Il radicalismo italiano negli Stati Uniti. Marchigiani nel Casellario politico centrale (1890-1940), in Le Marche fuori dalle Marche, cit., pp. 551-565.
39
Per una lettura di questo passaggio in termini diversi, come “fine del radicalismo”, cfr. The Lost World of Italian American Radicalism. Politics, Labor and Culture, a cura di Philip V. Cannistraro e Gerald Meyer, Westport, Praeger, 2003.
40
Cfr. Maddalena Tirabassi, Enemy Aliens or Loyal Americans? The Mazzini Society and the Italian American Communities, “Rivista di studi angloamericani”, 4-5 (1984-1985), pp. 399-425; Luigi Rossi, La comunità italo-americana, antifascisti e i servizi segreti statunitensi durante il secondo conflitto mondiale, “Sociologia”, 24, 2-3 (1990), pp. 211-243.
41
Cfr. Marco Clementi, In Russia, in Storia dell’emigrazione italiana, vol. II, Arrivi, a cura di Piero Bevilacqua, Andreina De Clementi ed Emilio Franzina, Roma, Donzelli, 2002, pp. 171-179.
42
Romolo Caccavale, Comunisti italiani in Unione Sovietica. Proscritti da Mussolini, soppressi da Stalin, Milano, Mursia, 1995; Elena Dundovich, Tra esilio e castigo. Il Komintern, il Pci e la repressione degli antifascisti italiani in Urss, Roma, Carocci, 1998; Ead., Francesca Gori ed Emanuela Guercetti, L’emigrazione italiana in Urss: storia di una repressione, in Gulag. Storia e memoria, a cura di Eaed., Milano, Feltrinelli, 2004, pp. 177-232; Id. e Francesca Gori, Italiani nei lager di Stalin, Roma-Bari, Laterza, 2006.
43
Patrizia Gabrielli, Col freddo nel cuore. Uomini e donne nell’emigrazione antifascista Roma, Donzelli, 2004; Fiamma Lussana, Lettere dalla Russia. Vivere o morire di comunismo negli anni Trenta, “Studi storici”, 44, 4 (2004), pp. 905-938.
44
Cfr. Antonio Zambonelli, Elgina Pifferi. Storia di una donna, “Ricerche storiche” [Reggio Emilia], 50-51 (1983), pp. 90-102; Antonio Canovi, Roteglia, Paris: l’esperienza migrante di Gina Pifferi / Roteglia, Paris: l’expérience migrante de Gina Pifferi, s.i.l., Europa-Libri, s.d., pp. 109, 116; Antônio Cândido, Teresina e seus amigos, São Paulo, Paz e Terra, 1996.
45
Donna Rae Gabaccia, Emigranti. Le diaspore degli italiani dal Medioevo a oggi, Torino, Einaudi, 2003, cap. VI (Nazione, impero e diaspora: il fascismo e il suoi avversari).