Lavoratori e scolari “ospiti” nella Svizzera degli anni Sessanta

Gli Accordi Bilaterali[1] tra Roma e Berna del 1964, al quinto punto delle “Dichiarazioni comuni”, davano spazio alla questione scolastica. Il governo elvetico riconosceva per la prima volta in sede istituzionale il superamento della formula del Gastarbeiter. Il lavoratore ospite poteva avere una famiglia e mandare i figli nelle scuole elvetiche, creando le condizioni, i legami e le relazioni che avrebbero potuto favorirne la stabilizzazione e il radicamento definitivo. Come notava un osservatore dell’epoca “le famiglie dei lavoratori emigrati” avrebbero trovato “nella frequenza delle scuole da parte dei loro figli le occasioni e le spinte più naturali a comprendere e penetrare l’ambiente in cui [vivevano]”[2]. Da quel momento, gli italiani in Svizzera non sarebbero più stati solo o prevalentemente giovani in età da lavoro, ma anche forze improduttive, bambini da mandare a scuola e da curare in caso di malattia. Se si tiene conto che, nell’immediato dopoguerra, gli immigrati dovevano superare una visita medica necessaria a riconoscerne l’idoneità al lavoro e che in caso di malattia anche di scarsa rilevanza sarebbero stati rimandati in Italia, è evidente la portata del cambio di paradigma implicito nella stesura dei nuovi accordi.

 

A proposito della scuola, nelle “Dichiarazioni comuni”, la delegazione italiana riconosceva anzitutto che le autorità cantonali avevano iniziato a occuparsi degli emigrati, prendendo “provvedimenti per permettere ai [loro] figli […] d’integrarsi più facilmente nei corsi delle scuole pubbliche svizzere, in cui la lingua e i metodi di insegnamento differiscono sensibilmente da quelli a cui sono abituati”[3]. In secondo luogo, auspicava che si prendessero le misure più adeguate per agevole il superamento delle difficoltà linguistiche dei piccoli italiani e, infine, invitava i Cantoni a consentire che i bambini italiani frequentassero anche corsi di lingua italiana, in aggiunta alle materie obbligatorie, in modo tale da contribuire alla conservazione della loro cultura. La controparte svizzera, dal canto suo, confermava che alcuni Cantoni avevano adottato misure per facilitare l’inserimento degli italiani nelle scuole locali, ma non si assumeva nessun impegno formale a proposito dell’istituzione di corsi di lingua italiana. Semplicemente la delegazione svizzera si impegnava a informare le autorità scolastiche del desiderio espresso dagli italiani, raccomandando loro di dedicare tempo e attenzione al problema[4].

L’invito rivolto dalla delegazione italiana a quella svizzera ammetteva quindi implicitamente l’esistenza di un problema di integrazione dei bambini, ricondotto alla loro estraneità linguistica e alle differenze nei metodi di insegnamento e nei programmi tra i due Paesi. Tutti problemi di cui, tuttavia, si auspicava il superamento all’interno delle scuole pubbliche elvetiche. Insieme, però, chiedendo corsi di italiano obbligatori, la delegazione italiana abbozzava una proposta di attivazione dei corsi che avrebbero diviso, per qualche ora a settimana, gli allievi all’interno delle scuole pubbliche: in sostanza, premeva perché venisse creata una corsia particolare per la scolarizzazione degli italiani e si diceva disposta a partecipare alle spese.

Tali richieste, tuttavia, non maturavano tanto da studi sugli inserimenti scolastici dei minori in Svizzera di cui, all’inizio degli anni Sessanta non si conosceva nemmeno il numero esatto, quanto dal confronto con le associazioni che operavano in emigrazione e dalle pressioni che venivano dagli stessi emigrati. I Consolati lavoravano a fianco delle associazioni e cercavano di coordinarne le attività, impostando azioni e iniziative comuni. Le associazioni, a loro volta, si confrontavano con gli emigrati, ne studiavano i problemi e le esigenze, cercando di interpretarne l’origine e le cause. E questo avveniva nelle città, dove gli emigrati erano già diventati numerosi e rappresentavano una minoranza consistente.

Più in generale, i dibattiti che si sviluppavano a proposito dell’organizzazione delle attività scolastiche e parascolastiche per gli immigrati tendevano a prendere in considerazione le loro difficoltà affrontandole come questioni di ordine pedagogico, discutendo delle teorie e della pratica dell’insegnamento in Svizzera, nonostante emergesse con tutta evidenza come i problemi scolastici dipendessero dalla condizione degli immigrati in Svizzera e dalle implicazioni che quella condizione aveva sull’organizzazione della quotidianità e della vita familiare.

Almeno fino agli anni Sessanta inoltrati, infatti, gran parte delle coppie di genitori italiani nella Confederazione erano composte da lavoratori e da lavoratrici inseriti in un ambiente in cui vivevano isolati, privi di quelle reti familiari e comunitarie a cui si faceva abitualmente ricorso in Italia per accudire i figli. Come scriveva Giorgina Arian Levi sul periodico delle Colonie Libere nel 1967 “dei 500.000 emigrati italiani in Svizzera, circa la metà sono donne e di queste circa 120.000 sono operaie industriali sottoposte a un orario e a un ritmo di lavoro assai pesanti. Di qui l’esigenza assillante di disporre innanzitutto di una rete di asili nido e scuole materne pubbliche, che la società svizzera non offre nella misura adeguata alle famiglie degli stranieri di cui però sfrutta sino in fondo la forza lavoro”[5]. Le madri italiane, in sostanza, erano generalmente impiegate in mansioni extradomestiche che impedivano loro di occuparsi delle attività di riproduzione, tra cui la cura dei figli, mentre, contemporaneamente, non potevano contare sul sistema di “welfare familiare” caratteristico della Penisola, non avendo le nonne o le zie a cui fare riferimento.

In questa situazione, i genitori italiani tendevano a chiedere speciali forme di assistenza, come “i doposcuola e gli inter-scuola, abbinati con la refezione scolastica” che accoglievano quei “ragazzi che resterebbero in balia di loro stessi nelle ore in cui gli impegni di lavoro dei genitori coincidono con le ore di libertà dagli impegni di scuola”[6].

La storia delle scuole materne e dei nidi d’infanzia per gli immigrati italiani è quindi la storia di interventi di organizzazioni private, di associazioni, di enti, di ditte il cui principale obiettivo era trovare una collocazione ai bambini italiani mentre i loro genitori erano al lavoro. Quelle iniziative furono rilevanti anche dal punto di vista quantitativo. Si pensi che, al 15 maggio del 1967, l’Ambasciata Italiana a Berna registrava la presenza di cinquantacinque scuole materne per italiani, frequentate da 2.635 bambini. Il documento lasciava intendere come di quel settore si occupassero principalmente le Missioni cattoliche, ma venivano citati altri due istituti, uno a carattere aziendale e uno gestito da una Missione protestante per bambini italiani e spagnoli. I nidi d’infanzia registrati erano invece sette, con 178 bambini iscritti, mentre gli interscuola e i doposcuola, pensati per accudire i bambini in orario extrascolastico, erano ventotto per un totale di 2.025 iscritti[7]. Più di quattromila e settecento figli di italiani di età inferiore ai sei anni erano quindi affidati a un tipo di assistenza privata che si era sviluppata come risposta a problemi materiali.

Questo stato di cose, però, contribuiva a produrre una mentalità, cioè quella che vedeva nei bambini italiani una componente della società distinta dal resto della popolazione minorile elvetica. Mentre si superava il modello dell’immigrato come lavoratore ospite, i principi e l’ideologia che lo avevano prodotto venivano riarticolati in modo nuovo, ambiguo e controverso, portando una parte della società elvetica e degli stessi italiani a concepire le famiglie di immigrati come ospiti, con un sistema scolastico impostato di conseguenza sulle esigenze di presunti scolari ospiti.

In questo quadro, quando raggiungevano l’età dell’obbligo scolastico, gli immigrati con un chiaro progetto di rientro mandavano spesso i figli in Italia, di modo che potessero iniziare la scuola in Patria, continuandola senza ulteriori interruzioni, trasferimenti o traumi. A questo erano spinti anche dal fatto che, fino alla legge 153 del 1971 di cui si parlerà nel prossimo paragrafo, il governo italiano non riconosceva l’equipollenza dei titoli scolastici conseguiti all’estero: di conseguenza, in caso di rientro, i giovani italiani che avessero concluso anche brillantemente un percorso scolastico in Svizzera avrebbero dovuto frequentare altri corsi e sostenere nuovi esami.

Alcuni genitori, invece, sebbene si percepissero come presenze temporanee, non erano nelle condizioni di separarsi dai bambini, o per volontà o per mancanza di una rete parentale adeguata anche in Italia, quindi cercavano negli istituti scolastici in lingua italiana delle soluzioni alternative. Questi genitori, passando attraverso le mediazioni delle associazioni, rivolgevano le loro richieste di assistenza scolastica al governo italiano che, però, non era in grado di garantire un numero di scuole regolari nazionali all’estero adeguato alle potenziali richieste. Tale situazione non dipendeva solo dall’entità della spesa, ma anche dalle fluttuazioni dei flussi migratori che avrebbero potuto azzerare nel giro di pochi anni l’utilità di centri scolastici realizzati con grande dispendio di risorse[8].

Le richieste di scuole per italiani erano rafforzate da un secondo ordine di problemi: i meccanismi della discriminazione scolastica e i conflitti interni agli istituti elvetici. I genitori italiani percepivano spesso ostilità nei loro confronti da parte degli insegnanti o dei genitori autoctoni, talvolta in maniera ingiustificata e a causa dei complessi che avevano sviluppato nei loro ambienti di lavoro, talaltra per ragioni oggettive. Ad ogni modo, anche tra le testimonianze orali sono frequenti racconti come quello di Maria C., che ha così ricordato gli atteggiamenti discriminatori subiti dai suoi figli:

 

E lì [a scuola], per esempio, io che ho queste tre figlie… si è visto per esempio come sempre quest’ostilità che lei prima mi ha domandato… avendo… adesso la mia prima figlia ha quarantasette anni… e mi ricordo quando lei faceva le elementari… e poi ha finito la quinta, doveva andare in una classe… in una scuola superiore… qui ci sono delle scuole che poi i bambini vanno a fare la commessa o così… e poi una scuola che può fare magari altri mestieri un po’ più importanti… e la maestra di questa mia prima figlia, una giovane donna, mi aveva detto che la mia prima figlia non è intelligente abbastanza… perché eravamo italiani naturalmente… però io e mio marito conoscevamo la nostra figlia… e conoscevamo come noi facevamo con loro… non eravamo quei tipi che vanno a lavorare per aver la macchina, per avere qui per avere lì… noi guardavamo prima che tiriamo su bene i nostri bambini e sapevamo anche le possibilità della bambina… e abbiamo deciso di andare al rettorato della scuola a dire che sotto la nostra responsabilità la nostra bambina farà una scuola adeguata a lei, non quella che dice la maestra… e difatti oggi la mia figlia è dottore… c’è sempre stato dei maestri… almeno nella scuola io ho vissuto molto questa cosa. Ma non dovevo mai litigare coi maestri, perché prima io dicevo va bene, voglio sentire il suo parere ma io sono quello che decide e così anche non abbiamo sbagliato[9].

 

La percezione di essere coinvolti in simili processi, e di subire ingiustizie e discriminazioni, non era un fenomeno isolato se a Olten, il 6 marzo del 1969, gli immigrati della città decisero di costituire l’“Associazione per la tutela dei bambini, figli degli emigrati in Svizzera”. Secondo il suo statuto lo “scopo dell’associazione [era] quello di promuovere, sostenere e difendere gli interessi dei figli degli immigrati in Svizzera e particolarmente la loro formazione parascolastica, scolastica e post-scolastica, in vista del loro futuro inserimento nella società che formerà il loro ambiente di vita”. I mezzi dichiarati per raggiungere gli obiettivi erano invece lo:

 

studio delle reali necessità dei figli degli immigrati, basato su di una documentazione seria e specializzata, risultante da rapporti, inchieste, monografie, ecc.; informazione offerta al pubblico sulla necessità di dare a questi bambini un’istruzione e una formazione appropriata; intervento presso le autorità svizzere e straniere per ottenere, da parte loro, una precisa comprensione dei problemi inerenti all’adolescenza italiana in Svizzera e gli strumenti necessari alla soluzione di tali problemi, ivi compresi i mezzi legali; contatto con i dirigenti degli asili e delle scuole per i figli degli immigrati già esistenti, onde poter elargire loro gli appoggi e i consigli loro occorrenti, per assicurare a dette istituzioni un buon funzionamento ed un aiuto in eventuali difficoltà[10].

 

Per tutte queste ragioni molti italiani preferivano per i propri figli una scolarizzazione separata. E se il governo italiano ritenne di non poter intervenire direttamente, cercò di favorire la diffusione di scuole private sussidiate, ovvero di scuole che ottenevano dagli uffici consolari competenti dei contributi in denaro oppure l’assegnazione di insegnanti italiani di ruolo senza oneri per l’istituto. In caso di concessione del sussidio sarebbe stato compito del Consolato vigilare sulla scuola chiedendo dei resoconti annuali. Qualora lo Stato italiano concedesse solo materiali didattici, la scuola non avrebbe potuto fregiarsi del titolo di scuola sussidiata[11].

Tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta questi istituti conobbero il periodo della loro massima espansione. Per iniziativa delle Missioni cattoliche, venne fondata la scuola italiana di Baden nel 1958, quella di Winterthur nel 1960, ne sorsero a Berna e a Thun nel 1962 e nel Canton San Gallo nel 1965. I Consolati, invece, aprirono un istituto a Zurigo nel 1959 e uno a Basilea nel 1960.[12] In un memorandum indirizzato al Ministro della Pubblica Istruzione, Michele Jungo insisteva nel mettere in evidenza come queste scuole fossero state fondate “per insistenza dei genitori” e riportava i dati relativi alle iscrizioni in tre di questi istituti, cioè Berna, Thun e Winterthur, dove l’incremento di allievi era continuo e consistente[13]. Principalmente si trattava di scuole elementari, anche se, dopo il 1960, vennero attivati i corsi di scuola media.

Negli stessi anni, si diffusero anche i corsi di lingua italiana pensati per i bambini italiani che frequentavano le scuole svizzere. Questi corsi dovevano permettere ai loro allievi di sviluppare competenze sufficienti anche nell’uso della lingua italiana, ovvero quelle competenze che, da una parte, ne avrebbero favorito il reinserimento nelle classi italiane in caso di rientro e, dall’altra, si riteneva avrebbero contribuito a conservarne l’integrità personale. Infatti, secondo alcuni studiosi dell’epoca i corsi di italiano avevano anche una funzione di salvaguardia dell’identità dei bambini e del loro sviluppo psicologico. Si pensava che perdendo l’uso della lingua madre i bambini italiani avrebbero visto inibite le loro possibilità di comunicare con la famiglia d’origine, complicando i processi di costruzione della propria identità fino a smarrire se stessi. E, secondo alcuni studiosi, i bambini che frequentavano scuole svizzere correvano tale rischio. Vivendo poche ore al giorno con i genitori, quei bambini avrebbero appreso pochi rudimenti dell’italiano, sviluppando invece a scuola una conoscenza più approfondita della lingua locale. Gli stessi studiosi ritenevano che i figli degli italiani non avrebbero sviluppato un reale bilinguismo, per quanto imperfetto, ma una condizione di diglossia, in cui la lingua materna sarebbe stata soltanto all’altezza della comunicazione su temi della quotidianità, mentre il francese o il tedesco sarebbero state lingue del mondo esterno, della scuola e del lavoro[14].

A ogni modo, secondo i dati dell’Ambasciata italiana a Berna, nel 1967 le scuole elementari italiane in Svizzera erano 11 per un totale di 1590 alunni, mentre i corsi di lingua italiana erano 439 e contavano 7.149 iscritti. In sostanza, tenendo conto che gli italiani di età inferiore ai 16 anni rilevati dalle statistiche al 31 dicembre 1966 erano 108.000, almeno il 10% dei bambini italiani era coinvolto in attività scolastiche e pre-scolastiche nazionali[15]. Del resto,  a queste cifre occorrerebbe aggiungere quelle di quanti frequentavano i corsi svizzeri di “integrazione” e di “inserimento”, iniziative prese nei diversi comuni allo scopo di favorire un più rapido apprendimento della lingua e un veloce adattamento al sistema scolastico locale.[16]

La scolarizzazione separata, nelle sue diverse forme, era quindi un fenomeno che non poteva passare inosservato e che, se da una parte era il prodotto delle difficoltà di integrazione economica e sociale degli immigrati italiani, dall’altra finiva con l’accentuarle.

In particolare, i bambini che frequentavano gli istituti italiani vivevano unicamente a contatto con i propri connazionali, a casa, a scuola e nel tempo libero, dove frequentavano principalmente i compagni di scuola. In questo modo finivano con il parlare sempre e soltanto la loro lingua madre, come se vivessero in una sorta di spazio extraterritoriale, e veniva rallentato l’apprendimento della lingua locale proprio negli anni in cui lo stesso avrebbe potuto avvenire con grande facilità. Nel caso in cui i loro genitori avessero posticipato o rinunciato al loro rientro in Italia, quei bambini si sarebbero dovuti inserire oramai preadolescenti o adolescenti in un sistema scolastico completamente nuovo, oppure in un mercato del lavoro dove difficilmente avrebbero potuto coltivare ambizioni di mobilità verticale.

Le autorità elvetiche svilupparono quindi un rapporto contraddittorio nei confronti delle scuole italiane. La loro presenza era funzionale alla concezione degli scolari come ospiti, tuttavia la loro diffusione andava contenuta poiché, da una parte, poteva provocare reazioni in una popolazione molto sensibile alla presenza degli stranieri (soprattutto quanto erano visibili nello spazio pubblico), dall’altra, nel caso in cui i bambini che le frequentavano non fossero rientrati in Italia, avrebbero creato più problemi di quanti ne avevano risolti. Gli istituti italiani rischiavano cioè di riversare nella Confederazione tanti giovani privi delle competenze linguistiche necessarie per entrare adeguatamente in contatto con le imprese, con gli enti di formazione e con gli istituti scolastici svizzeri, accentuando così le ragioni di tensione e di conflitto con il resto della società. Per questi motivi, alcune autorità comunali cercarono fin da subito di contenerne la diffusione e di tenere sotto controllo i modi e i tempi della loro frequenza da parte degli scolari italiani. Per esempio, già nel 1962, un volantino distribuito dall’Amministrazione delle Scuole Comunali della città di Winterthur metteva così in guardia la cittadinanza immigrata:

 

La Scuola “Dante Alighieri” della “Missione Cattolica” è privata e vi fa pagare una tassa annuale. L’insegnamento vien fatto esclusivamente in lingua italiana e secondo il sistema delle scuole italiane ed è destinato soltanto per bambini di permanenza breve, vale a dire per bambini che ripartono in Italia al massimo entro due anni. Bambini che rimangono più a lungo sono – secondo le prescrizioni della legge – obbligati a entrare nelle nostre scuole comunali. Perciò è nell’interesse del vostro bambino di frequentare le nostre scuole comunali al più presto possibile per poter imparare la lingua tedesca[17].

 

A proposito della discriminazione e della selezione scolastica, la chiusura del volantino era emblematica:

 

Quest’obbligo sarà di massima importanza per il vostro figlio, per la vostra figliuola nel momento dell’orientamento professionale nel caso di permanenza. All’età di 15 anni i vostri figli avranno delle difficoltà enormi per imparare un mestiere qualificato se non sanno il tedesco[18].

 

L’Amministrazione delle Scuole Comunali di Winterthur, confermando quanto sostenuto da Maria C., dava cioè per scontato che i figli degli italiani avrebbero avuto accesso a scuole di orientamento professionale, potendo al massimo ambire a un mestiere qualificato. L’ipotesi che frequentassero scuole superiori di altro genere non era contemplata.

Negli anni successivi le misure di restrizione degli anni di frequenza presso questi istituti iniziarono ad essere prese formalmente in tutti i cantoni poiché, secondo la ricostruzione inviata da Jungo al ministero, avevano trovato una base giuridica nella sentenza del Tribunale Federale Svizzero del 31 marzo 1965. Il tribunale, infatti, dovendo giudicare la legittimità di un istituto di lingua francese a Zurigo, aveva sostenuto che la libertà di creare scuole di lingua diversa da quella ufficiale dovesse essere coniugata con l’esigenza di difendere il patrimonio linguistico e culturale del Cantone. Il tribunale giudicò quindi legittima la scuola francese, ma pose un tetto massimo di due anni per la frequenza di ciascun allievo. Questa sentenza, secondo Jungo, nell’anno successivo sarebbe stata presa come riferimento anche nel trattamento delle scuole italiane[19].

In effetti, proprio tra il 1961 e il 1966 il Canton Zurigo definì la linea da tenere anche nei confronti degli istituti italiani[20]. Nel 1961 l’Erziehungsrat (direttivo didattico) del Canton Zurigo aveva accettato l’apertura di una scuola privata elementare italiana. Nel 1964 e nel 1965 era stata riconosciuta anche l’istituzione di classi di scuola media. Tuttavia, se nel 1964 e nel 1965 si era semplicemente cercato di limitare la frequenza a “bambini di lingua madre italiana, i cui genitori si trovano solo provvisoriamente in Svizzera”[21], nel 1966, dopo la sentenza del Tribunale Federale, l’Erziehungsrat decise di definire criteri più precisi per stabilire quali caratteristiche dovesse avere una famiglia per essere considerata provvisoria e ottenere l’autorizzazione a inviare i propri figli in una scuola privata italiana:

 

  1. A) La scuole private italiane possono accettare esclusivamente scolari di lingua madre italiana, che si trovano soltanto provvisoriamente nel Canton Zurigo. B) Il permesso non è più provvisorio e quindi gli scolari devono essere inviati alla Volkschule od in una scuola privata di lingua tedesca nel caso in cui la frequenza alla scuola italiana sia durata due anni. C) Il soggiorno non è da considerarsi pure provvisorio nel caso in cui i genitori degli scolari possiedano la Niederlassungbewilligung per la Svizzera ed i bambini vivano in Svizzera da almeno tre anni. D) Eccezioni delle regole contenute nelle lett. B) e C) possono essere accordate: se esistono determinate ragioni per il ritorno in Italia nell’ambito del prossimo anno scolastico e quando questo venga confermato per iscritto da parte dei genitori; nel caso in cui sia imminente l’assolvimento dell’obbligo scolastico; inoltre per ragioni estremamente gravi che rendono inopportuno il passaggio alla Volkschule[22].

 

Tutte le direzioni scolastiche comunali erano quindi invitate a rigorosi controlli circa le reali condizioni delle famiglie che richiedevano un permesso. Gli allievi privi dell’idoneità avrebbero dovuto essere rinviati alla scuola comunale di competenza. Gli organi svizzeri richiedevano infine un aumento delle ore di lingua tedesca che le scuole private italiane avrebbero dovuto erogare, passando da quattro a otto ore settimanali.

Queste misure provocarono delle resistenze tra gli immigrati che, per cercare di salvaguardare il loro presunto diritto di scolarizzare i figli in istituti italiani facevano pressione sui responsabili delle associazioni[23]. Si prenda per esempio questa lettera scritta da un immigrato italiano nel Canton Berna a don Lino Belotti, all’epoca Delegato nazionale delle Missioni cattoliche in Svizzera, dalla quale emerge quanto alcuni immigrati si sentissero precari ancora nel 1970 e quanto considerassero ingiuste le limitazioni alla frequenza delle scuole nazionali:

 

Don Lino mi deve scusare se la disturbo vorrei informarla sebbene con ritardo di un episodio poco piacevole che e successo qui a Biel e che siamo vittime di ingiustizia un centinaio di padri di famiglia. Alcuni mesi fa le autorità scolastiche della città di Biel decisero che circa la metta dei bambini della scuola Italiana della Missione Cattolica Italiana doveva inserirsi nelle scuole della città di Biel cosi anno creato delle scuole di adattamento di lingua Francese per poi inserirle nelle scuole normali. Nulla da dire per la verità per tutti quelli che intendono restare alla lunga qui in Svizzera. Però per quelli che abbiamo deciso di lasciare la Svizzera fra qualche anno o al massimo due io credo una perdita di tempo per i nostri bambini al di sotto dei dieci anni. Abbiamo prodestato energicamente ma non ce stato niente da fare. Il nostro Consolato ci a promesso gentilmente che i nostri bambini non perderanno niente. In quanto io non ci credo, certo ai fini del pezzo di carta credo che i nostri bambini non perderanno, ma per listruzione vera e propria dell’italiano non ci credo che non perderanno niente. E veniamo alla Missione Cattolica Italiana di Biel guidata dal Reverendo don B*** fino a un certo punto si può dire si e battuta bene al fianco di noi. Ma alla fine ha commesso lingiustizia dell’ingiustizia. Siccome un centinaio di bambini è rimasta alla scuola italiana della Missione Cattolica Italiana e noi tutti questo lo sapevano. Molti di noi e cioè quelli sicuri che entro tale tempo ci impegnavamo a lasciare la Svizzera ci siamo documentati chi con la lettera del direttore delle scuole di Biel chi con lettera della polizia degli stranieri, che entro un determinato tempo lasciavamo definitivamente la Svizzera e perciò i nostri bambini per questo breve periodo podevano frequentare la scuola della Missione Cattolica Italiana. Aime di tutto questo non fu tenuto conto dal Reverendo don B*** e il suo seguito. E nemeno un sortegio dei bambini che dovevano restare che sarebbe stato anche attegiamento saggio. Ci sono state dei privilegiati di favore. Ci sono stati insomma delle discriminazione da parte della Missione Cattolica di Biel. E ciò a me non mi sembra bello che dei ministri di Dio aggiscano in questo modo. Cioè gettando odio fra noi poveri lavoratori. Io sono un cattolico non praticamente per la verità ma credo in Dio sopra ogni altra cosa e rispetto le cose giuste e saggie come sono prescritte dalla regola del buon costume. Ora io don Lino gli o scritto questo non per vendetta non ne o mai avuto nessun desiderio nella mia vita di povero e onesto lavoratore. Ma vorrei che i responsabili di questa vicenda sappiano che non è così che si portano le pecorelle smarrite allovile. Ma è così che si allarga il fossato tra una parte e laltra. Ora mi vorrà scusare se lo molto disturbato con la mia scrammaticata lettera perché o frequentato solo la quinta elementare. Distinti saluti[24].

 

Negli anni Sessanta, anche i militanti delle Colonie libere si trovarono spesso nella stessa situazione e ricorsero alla loro associazione di riferimento. Si veda per esempio questa lettera del 4 luglio 1966, con cui Giuseppe B***, il responsabile della Colonia libera di Adliswil, scriveva a Leonardo Zanier, chiedendogli sostanzialmente di intercedere presso le autorità comunali, perché la figlia di un amico e collega di lavoro potesse essere autorizzata dell’Amministrazione delle Scuole Comunali a un ulteriore anno di frequenza presso una scuola italiana:

 

Penso che anche lei sia al corrente della decizione presa dal (Schulamt) con la direzione della scuola Casa d’Italia. Per questo motivo mi rivolgo a lei facendo presente la situazione difficile che la bambina di un mio collega di lavoro, (e penso che sarà così anche per tutti gli altri alunni) che questa decizione ne comporta. La bambina alunna della Casa d’Italia dalla prima elementare è stata promossa alla quarta, perciò anche il signor Buttinoni a ricevuto la lettera dalla direzione della scuola invitandolo a iscrivere col prossimo anno la bambina nella più vicina scuola svizzera. Io ora non sto a descriverle tutte le difficoltà che la bambina incontrerebbe […]. Le riferisco che il signor Buttinoni ha già avuto un colloquio col sig. Direttore della scuola (CASA D’ITALIA) facendo presente le difficoltà e i problemi che gli porta alla sua bambina e agli stessi genitori. Il signor direttore a risposto che se lui gli porta una dichiarazione della Schulamt confermando l’alunna alla Casa d’Italia lui la riprenderebbe. Perciò il mio collega signor Buttinoni chiede a lei (se è nelle sue possibilità) un suo intervento presso la Schulamt afinché la sua bambina possa al minimo finire le elementari alla scuola Italiana[25].

 

Un anno più tardi, invece, il bollettino delle Colonie libere “Emigrazione italiana” pubblicava una lettera in cui anche un militante si diceva preoccupato dai limiti che le autorità del Canton Sciaffusa avevano posto alla frequenza dei corsi di lingua e di cultura italiana. Emerge anche da qui il senso di instabilità che caratterizzava emigrati che avevano già maturato gli anni sufficienti per ottenere il permesso a tempo indeterminato:

 

Egregio direttore di Emigrazione Italiana, Mi sono deciso a scriverle perché il fatto di cui sono venuto a conoscenza mi ha molto scosso, e mi pare contraddica molto di quanto è stato detto nei confronti dell’istruzione da impartire ai nostri figli. Se non vado errato le nostre autorità consolari hanno più volte affermato che per quanto riguarda la lingua e la cultura italiana erano venute ad un’intesa con quelle svizzere, e che già in molte località erano in piena funzione corsi per assolvere a questo compito. Bene. Da quanto ne so anche qui a Sciaffusa si opera in questo senso, senonché alcuni miei conoscenti mi hanno messo a parte del fatto che ai loro figli viene impedito di partecipare perché il capo famiglia è già in possesso del cosiddetto “Niederlassung”. Ora chiedo: è questa una cosa giusta? Io, per esempio, maturerò i dieci anni di scuola in Svizzera l’anno prossimo, e con il 1968 mio figlio inizierà ad andare a scuola. Può essere che, in conseguenza del permesso di domicilio che mi daranno, mio figlio non possa frequentare i corsi di lingua e cultura italiana? Se è vero che l’anno venturo sarò in Svizzera da dieci anni, non è però che io e mia moglie si abbia rinunciato per sempre a tornare in Italia: ciò, per quanto ci concerne, dipende dal posto di lavoro che là potrò trovare; cosa che fino al giorno d’oggi è sempre stata problematica e non per nostre particolari esigenze. Ringrazio, signor direttore, se darà ospitalità su “Emigrazione Italiana” a questa mia lettera che, mi si perdoni, non firmo considerando che le precauzioni non sono mai troppe anche ai fini dell’acquisizione del permesso di domicilio[26].

 

Le posizioni di questi militanti delle Colonie libere sono particolarmente interessanti perché mostrano come la questione scolastica fosse un tema particolarmente delicato e foriero di contraddizioni nella stessa comunità italiana. Infatti, negli stessi anni in cui all’interno delle Colonie libere si levavano lamentele e proteste per le limitazioni calate sulle scuole italiane, don Bruno Micossi spediva una lettera ai genitori dei cinquecento bambini iscritti alla scuola italiana “Dante Alighieri” allo scopo di informarli a proposito delle decisioni prese dall’Erziehungsrat di Zurigo. Nella lettera usava toni polemici nei confronti del Ministero degli Affari Esteri italiano, ritenuto responsabile di non avere fatto nulla per contrastare quelle decisioni, e attaccava la locale Colonia libera italiana in quanto, secondo don Micossi, avrebbe svolto “una vergognosa campagna presso le autorità svizzere contro la scuola” “Dante Alighieri”[27].

Un paio d’anni più tardi anche Michele Jungo avrebbe individuato nelle Colonie libere uno dei peggiori nemici delle scuole italiane:

 

Di rimpetto alla carta rivendicativa delle Colonie Libere del Congresso di Berna, che ammette il principio: “L’unica scelta valida è l’integrazione dei giovani nelle scuole svizzere”, bisogna rendersi conto che questa rivendicazione è solo una mossa politica contro le scuole delle Missioni e che in democrazia, anche e soprattutto elvetica, la soluzione “monopolio e scelta unica” è tutt’altro che valida. L’unica formula veramente democratica e aderente alla situazione concreta e pluralistica è il ventaglio delle scelte o soluzioni. Purtroppo il pubblico e la stampa svizzeri, confondono, come fanno gli avvocati dell’integrazione, Colonia Libera e Colonia Italiana, prendono queste rivendicazioni politicamente strumentalizzate per la volontà della maggioranza dei genitori.[28]

 

In effetti dopo il 1967 la posizione ufficiale delle Colonie libere era diventata quella indicata da Jungo. Tuttavia, almeno fino all’anno precedente la situazione era stata meno univoca. Il resoconto conclusivo dei Comitati Regionali del 1966 sottolineava infatti come la scolarizzazione in italiano, fosse un diritto di tutti i cittadini italiani, compresi quelli residenti all’estero. Per queste ragioni nella relazione si chiedevano scuole italiane nei centri di maggiore importanza e corsi integrativi nei centri minori, di modo che nei corsi scolastici svizzeri “[venissero] inserite delle ore supplementari di italiano, storia, geografia, acciocché l’allievo non [perdesse] completamente il contatto con i genitori e con la nostra cultura e questo soprattutto perché non [si trovassero] in serie difficoltà in caso di rientro in patria”.[29]

Fu probabilmente anche la scelta di rinunciare all’espansione di scuole regolari italiane in favore del finanziamento delle scuole private sussidiate a orientare diversamente i membri delle colonie. Nel 1967, per esempio, “Emigrazione italiana” pubblicava un articolo di Giorgina Arian Levi, molto aggressivo nei confronti delle scuole dei missionari:

 

L’area lasciata libera dall’assenza dell’iniziativa pubblica – al solito – disordinatamente e limitatamente occupata dall’iniziativa privata: da donne svizzere che dietro rilevante compenso (150 franchi al mese) custodiscono il bambino e dagli enti confessionali italiani, colà denominati Missioni Cattoliche, che, godendo di laute sovvenzioni del Ministero degli Esteri hanno sinora istituito sette nidi d’infanzia con 228 bambini e 54 scuole materne con 2363 iscritti. Con eccezione di Zurigo, dove funziona una scuola dell’obbligo italiana statale, le altre dieci scuole elementari e le cinque scuole medie italiane istituite negli ultimi dieci anni sono gestite per lo più dalle Missioni Cattoliche, sussidiate dal governo italiano, che ancora una volta ha preferito abdicare ai suoi doveri per lasciare agli organi confessionali il monopolio dell’istruzione dei figli degli emigrati e della loro assistenza attraverso i vari servizi di prescuola, interscuola e doposcuola durante l’orario di lavoro dei genitori[30].

 

In sostanza, fino al 1967 i responsabili delle Colonie libere ritennero opportuno evitare il conflitto con le Missioni cattoliche in nome del comune interesse alla diffusione di scuole italiane, perché pensavano anch’essi che fossero utili agli immigrati. Inoltre, la dirigenza delle Colonie perseguì una politica realista che implicava la riduzione delle tensioni nei confronti dei sacerdoti cattolici presenti nella Confederazione[31]. Le tensioni e i fronti su cui impegnare le proprie risorse erano troppo numerosi perché si aprisse anche un intenso conflitto interno alla comunità italiana.

La situazione cambiò nel 1967 quando, innanzitutto, i responsabili delle Colonie si convinsero che il governo italiano non avrebbe investito risorse per una scuola pubblica italiana all’estero, in favore di una politica di sussidi agli enti privati. A quel punto si apriva un conflitto tra le diverse associazioni. Sebbene le Colonie si occupassero soprattutto della formazione professionale, mentre le Missioni della scolarizzazione primaria, le due organizzazioni avrebbero dovuto dividere in quote gli stessi fondi. Inoltre i militanti delle Colonie libere, come appare con tutta evidenza dall’estratto di Arian Levi citato, erano sostenitori della laicità della scuola pubblica, vicini alle posizioni dei socialisti e dei comunisti italiani, quindi avversi a una politica scolastica che investisse su scuole private e confessionali. Infine, la dirigenza delle Colonie, dopo gli accordi del 1964, maturò la convinzione che nell’ottica della stabilizzazione e dell’integrazione l’inserimento dei bambini nelle scuole svizzere sarebbe stato più proficuo. I bambini avrebbero appreso la lingua del posto facilmente e si sarebbero così aperti una strada verso un futuro migliore, dal punto di vista scolastico e professionale.[32] Del resto lo stesso ispettore tecnico del ministero della pubblica istruzione Giorgio Floriani aveva insistito, nel suo intervento pubblicato da “Studi emigrazione” del 1966, sul fatto che “gli italiani inseriti nelle scuole svizzere [avevano] un profitto scolastico molto soddisfacente”[33].

Tuttavia, alla fine degli anni Sessanta la condizione degli italiani in Svizzera era ancora caratterizzata dall’incertezza rispetto al futuro. Se gli accordi del 1964 avevano avviato un processo di stabilizzazione delle famiglie, la risposta xenofoba che ne seguì contribuì a incrinare tale processo, almeno sul piano delle aspettative. La nascita dell’Azione Nazionale contro l’Inforestieramento, le polemiche sull’eccesso di popolazione straniera, le iniziative Schwarzenbach che minacciavano una riduzione d’autorità delle percentuali di stranieri nella Confederazione insieme alle varie difficoltà descritte più sopra creavano incertezza. E l’incertezza impediva la progettualità degli immigrati, complicando l’organizzazione della vita familiare e scolastica dei loro figli. Per queste ragioni, nonostante la situazione descritta da Floriani e il mutato atteggiamento dei responsabili delle Colonie libere, le richieste di assistenza scolastica continuavano ad essere presenti e forti rimanevano le richieste di scolarizzazione italiana tra i missionari cattolici, ma non soltanto. Si arriverà così alla legge n. 153 del 1971.

[1]           Questo testo è estratto dal volume in corso di pubblicazione: Paolo Barcella, Migranti in classe. Gli italiani in Svizzera tra scuola e formazione  professionale.

 

[2]           Nino Falchi, Scuola e migrazioni all’estero. Considerazioni introduttive, “Studi emigrazione”, 6 (1966), Archivio Delegazione nazionale Missioni cattoliche di Zurigo (ADMZ), Scuole materne 1965 – 1972, Faldone 105)1. Ristampa UCEI. A proposito dell’evoluzione di conflitti e degli inserimenti delle seconde generazioni nella scuola e nel mondo del lavoro negli anni successivi si veda anche: Salvatore Strozza, Nicoletta Cibella, Carmela Roccia, Silvia Rosella, Principali caratteristiche e inserimento lavorativo dei naturalizzati e degli stranieri di prima e seconda generazione in Svizzera, “Altreitalie”, 30 (2005) pp. 100-128.

 

[3]           Legge n. 61 del 15 febbraio 1965, Dichiarazioni comuni, Paragrafo Quinto. La citata legge consiste nella ratifica dell’accordo bilaterale del 10 agosto 1964.

 

[4]           Ibid.

 

[5]           Giorgina Arian Levi, Una scuola per gli emigrati, “Emigrazione italiana”, Settembre 1967, p. 7, Archivio Fondazione Pellegrini Canevascini (AFPC), Fondo 41 ECAP (ECAP), in Archivio di Stato di Bellinzona (ASB), Parte B, Scatola 1, Cartella 5.

 

[6]           Giorgio Floriani, Assistenza scolastica ai figli dei lavoratori emigrati in Europa, “Studi emigrazione”, 6, 1966, pp. 69-76, ADMZ, Scuole materne 1965 – 1972, Faldone 105)1., Ristampa UCEI, pp. 17. Giorgio Floriani era ispettore tecnico del Ministero della Pubblica Istruzione.

 

[7]           Ambasciata d’Italia a Berna, Dati sulle iniziative in materia di assistenza scolastica al 15 maggio 1967, ADMZ, Scuole materne 1965 – 1972, Faldone 105)1.

 

[8]           N. Falchi, Scuola e migrazioni all’estero, cit., pp. 6-7.

 

[9]           Maria C. (1939 – Pisogne BS), intervistata a Basilea nel 2007, APB.

 

[10]          Statuto dell’“Associazione per la tutela dei bambini, figli degli emigrati in Svizzera”, in ADMZ, Scuole materne 1965 – 1972, Faldone 105)1.

 

[11]          Commissione per la scuola, Promemoria sulle scuole delle missioni, ADMZ, Scuole materne 1965 – 1972, Faldone 105)1.

 

[12]          AA.VV., Il problema della scuola per i figli degli emigrati italiani in Svizzera. Promemoria dei missionari, Berna, 1966, pp. 2-3, in ADMZ, Scuole materne 1965 – 1972, Faldone 105)1.

 

[13]          Michele Jungo, Memorandum “Scuole delle missioni in Svizzera”. All’attenzione del Ministro Migneco, documento non datato, ADMZ, Scuole materne 1965 – 1972, Faldone 105)1. Il documento è sicuramente successivo alla primavera del 1969, ma è precedente alla legge n. 153 del 1971. In quell’anno si susseguirono quattro governi: Rumor I (12.12.1968 – 08.08.1969); Rumor II (05.08.1969 – 27.03.1970); Rumor III (27.03.1970 – 06.08.1970); Colombo (06.08.1970 – 17.02.1972). Di tali governi furono Ministri dell’Istruzione, rispettivamente: Fiorentino Sullo e (dal 24.03.1969) Mario Ferrari Aggradi; Mario Ferrari Aggradi; Riccardo Misasi; di nuovo, Riccardo Misasi. Si ritiene in questa sede che il memorandum fosse indirizzato al ministro Misasi erroneamente chiamato Migneco da Jungo.

 

[14]          In proposito di vedano: Paola Faina, Identità della seconda generazione degli emigrati e problemi di integrazione, “Studi emigrazione”, 57 (1980), pp. 8-43; AA. VV., Les jeunes issus de la migration en Europe occidentale: quel avenir?, “Studi emigrazione”, 81 (1986); Floriana Falcinelli Di Matteo e Anna Maria Marcuccini, La politica dei paesi europei in materia di formazione scolastica dei figli degli emigrati, “Studi emigrazione”, 57 (1980), pp. 44-60; ECAP-CGIL, La lingua degli emigrati, Guaraldi, Firenze, 1977.

 

[15]          Ambasciata d’Italia a Berna, Dati sulle iniziative in materia di assistenza scolastica al 15 maggio 1967, cit.

 

[16]          G. Floriani, Assistenza scolastica ai figli dei lavoratori emigrati in Europa, cit.

 

[17]          Schulamt Winterthur – Amministrazione delle Scuole Comunali, Istruzione obbligatoria e frequentazione della scuola, Volantino indirizzato “Ai genitori dei bambini soggetti all’obbligo di frequentare la scuola”, 1962, Archivio Missione Cattolica di lingua Italiana Winterthur (AMCIW).

 

[18]          Ibid.

 

[19]          Michele Jungo, Memorandum “Scuole delle missioni in Svizzera”. All’attenzione del Ministro Migneco, ADMZ, Scuole materne 1965 – 1972, Faldone 105)1., p. 10.

 

[20]          È importante sottolineare che, come ha notato Hans Mahnig, nel Canton Zurigo, per tutti gli anni Cinquanta e Sessanta, la questione scolastica e quella abitativa furono le uniche a sollevare dibattiti politici riferiti all’immigrazione: Hans Mahnig, L’émergence de la question de l’intégration dans la ville de Zurich, in Id., a cura di, Histoire de la politique de migration, cit., pp. 326.

 

[21]          Erziehungsrat del Canton Zurigo, Scuole private italiane in Zurigo. Mutamento di permesso, A66, AMCIW.

 

[22]          Ibid., p. 2.

 

[23]          A proposito delle preoccupazioni dei genitori italiani si vedano le indagini contenute in AA.VV., Il problema scolastico dei figli dei connazionali emigrati nei paesi di lingua tedesca. Ricerche e proposte, Bologna, Cooperativa libraria universitaria, 1977, pp. 17-33. Tra le altre cose si sosteneva che “molti padri sono preoccupati per la sorte dei loro figli ma soprattutto quelli che hanno iscritto i figli nella scuola italiana [anche a causa della] recente disposizione dell’Autorità scolastica cantonale di non consentire la permanenza nella scuola italiana per più di due anni” (ibid., pp. 17-18).

 

[24]          Lettera di Santo B*** a don Lino Belotti – 24 maggio 1970, in ADMZ, Scuole materne 1965 – 1972, Faldone 105)1.

 

[25]          Lettera di Giuseppe B*** a Leonardo Zanier, Adliswil 4 luglio 1966, FPC41, ECAP, Parte B, scatola 1.

 

[26]          Anonimo, Chi può frequentare i corsi di lingua e cultura italiana?, “Emigrazione italiana”, Settembre 1967, p. 7, AFPC, ECAP, ASB, parte B, Scatola 1, Cartella 5.

 

[27]          Lettera di don Bruno Micossi, Winterthur – 26/6/1967, ADMZ, Scuole materne 1965 – 1972, Faldone 105)1.

 

[28]          Michele Jungo, Memorandum “Scuole delle missioni in Svizzera”. All’attenzione del Ministro Migneco, ADMZ, Scuole materne 1965 – 1972, Faldone 105)1., p. 10.

 

[29]          Comitato Regionale C.L.I. Zurigo, Incontro di studio sui problemi culturali, p. 7, AFPC, ECAP, ASB, parte B, Scatola 1, Cartella 3.

 

[30]          Giorgina Arian Levi, Una scuola per gli emigrati, “Emigrazione italiana”, Settembre 1967, p. 7, AFPC, ECAP, ASB, parte B, Scatola 1, Cartella 5.

 

[31]          Lettera a Eoli, 22 marzo 1966, (lettera non firmata), cit.

 

[32]          Federazione delle CLI in Svizzera e Società umanitaria di Milano, Gli emigrati e la scuola, Zurigo, Documento non datato (ma probabilmente 1973), AFPC, ECAP, ASB, parte B, scatola 10, cartelletta 3, p. 9.

 

[33]          G. Floriani, Assistenza scolastica ai figli dei lavoratori emigrati in Europa, cit.