Il lavoro mobile in Emilia e Romagna

 

I flussi migratori del XIX e XX secolo hanno avuto una notevole importanza per ridefinire i moderni equilibri socio-economici della Romagna e ancor più dell’Emilia. Il fatto che tali equilibri non siano risultati sostanzialmente devastati dal fenomeno migratorio – almeno per quanto riguarda l’ampia area pianeggiante – ha però portato diversi studiosi a sottovalutare la sua portata nella storia della regione. A lungo questi flussi sono stati considerati di scarso rilievo quantitativo e poco significativi1. Gli studi recenti – valutando analiticamente gli espatri di lavoratori dalla regione dal 1876 al 1976, che sono poco meno di 1.200.000, secondo i dati ufficiali (che sottostimano il fenomeno) – hanno fatto rivedere e relativizzare il primo di questi assunti, e soprattutto hanno ribaltato il secondo, guardando agli effetti nei luoghi di partenza2. Conviene dunque rivedere certe convenzioni che hanno sottovalutato la rilevanza della lunga pratica degli spostamenti di lavoratori provenienti dall’area tra l’Appennino e il Po, avviando una riflessione – da approfondire a più livelli – sulle notevoli conseguenze che questa ha invece avuto sullo sviluppo regionale e anche sulle sue culture sociali. Va innanzitutto approfondita la conoscenza sulle direzioni prese da questi partenti, sulla durata delle migrazioni e sul tipo di occupazioni da cui erano attratti o a cui si adattavano. La parte occidentale dell’Appennino tosco-emiliano, dai consistenti e durevoli flussi migratori, come le sue propaggini liguri, è stata maggiormente studiata3. In tempi più recenti un notevole apporto analitico alla conoscenza della mobilità del lavoro è poi venuto dallo studio metodico dei flussi dall’Appennino modenese e poi dall’intera provincia di Modena4. Abbastanza studiata è stata l’emigrazione verso Brasile e Argentina, spesso connotata da un alone leggendario5, che talvolta ha portato a farne la tipologia ideale della migrazione, sebbene si tratti di un flusso delle migrazioni emiliane secondario e delimitato nel tempo. Particolarmente studiata è stata la destinazione francese degli espatri, che perciò in questa fase degli studi può provvisoriamente venire presa come riferimento per far luce sulle differenti caratteristiche dei flussi dalla regione verso il continente europeo. Qualche attenzione è stata ultimamente riservata alla pur limitata migrazione di tavernieri, cuochi e albergatori. Risultati molto interessanti ha prodotto l’attenzione per le migrazioni delle donne: spostamenti essenzialmente interni, solo in casi limitati diretti all’estero, al seguito di familiari. Ancora tutti da indagare, invece, gli effetti che le rimesse dei lavoratori lontani hanno avuto nei paesi da cui si migrava; non solo per le case o i piccoli appezzamenti di terra delle loro famiglie, e per l’economia in genere degli ambienti di provenienza, ma pure per associazioni locali e aggregazioni politiche, o talora parrocchie, che ricevevano frequenti finanziamenti da compaesani all’estero. Analoghe valutazioni economiche andrebbero fatte per il fenomeno dei rientri, che per molti decenni costituisce la norma nella regione, dopo brevi o lunghe permanenze all’estero. A parte le considerazioni economiche, resta però anche da indagare qualcosa d’altrettanto importante: quale carico di cultura urbana, industriale e talvolta imprenditoriale questi lavoratori riportassero periodicamente nelle campagne da cui erano originari.
È importante rilevare che la regione si colloca in quella terza Italia i cui equilibri economici e sociali – in modo crescente dal XIX secolo – si reggono su un sistema di pluriattività agricola di cui l’emigrazione stagionale diventa presto parte strettamente integrante6. Utili risultano perciò le comparazioni tra le realtà sociali di diverse micro-regioni dell’Italia centro-settentrionale, soprattutto guardando a come tendano a riequilibrarsi reciprocamente i sistemi micro-regionali di bassa e media pianura, collinari e di montagna e alta montagna, man mano che in uno di questi diversi ambienti – soprattutto in quelli dove attività agricole, commerciali e industriali sono più prospere – avvengono significative trasformazioni economiche. Inoltre – attraverso confronti nell’ambito dell’area medio-alto adriatica dal Veneto alle Marche, ma pure con Umbria e Toscana – diventa utile valutare quanto la presenza nella società di consistenti strati mezzadrili interagisca coi flussi migratori.
Nella pianura, alla crisi della tradizionale conduzione colonica delle campagne e alla sovrappopolazione bracciantile si combina una precoce organizzazione politico-sindacale, capace di far valere rivendicazioni collettive verso possidenza agraria, autorità locali, prefetti e ministeri. Dalla fine del XIX secolo agli anni cinquanta del XX, il proletariato che abita le campagne della pianura e pedecollina è molto differenziato al proprio interno, ma riesce a promuovere ugualmente strategie conflittuali di ampia e durevole portata. Questo proletariato rurale della pianura e prima collina “non conosce realmente – sino a questo dopoguerra – non solo prospettive occupazionali alternative ma neppure forme significative di accesso alla piccola proprietà.”7. Evita però di dissanguarsi in grandi ondate migratorie, che toccano aree limitate della regione, o prevedono migrazioni solo pendolari, tali comunque da alimentare loro volta i contrasti col notabilato locale e attizzare il conflitto sociale. La mobilità dei lavoratori di pianura presto si orienta prevalentemente nell’area padana, puntando a regolamentare i flussi di manodopera con strumenti sindacali, sviluppando un’omogeneità tra il proletariato nel rivendicare maggiore occupazione e precise tariffe salariali. Se nel Veneto o in diverse aree dell’Italia centrale le diverse stratificazioni dei lavoratori rurali restano incomunicanti tra loro, nella pianura emiliano-romagnola tensioni e contrasti d’interesse non impediscono al bracciantato e in un secondo tempo ai mezzadri di sviluppare un protagonismo socio-economico e politico, che finisce per imprimere una caratteristica e durevole impronta alla regione. Come avviene in Germania o in altre aree europee sviluppate, in pianura l’emigrazione promuove forme di modernizzazione – non necessariamente coincidenti con l’industrializzazione – che portano a un riequilibrio nell’economia rurale trasformata dai nuovi rapporti di produzione capitalistici. In montagna l’emigrazione permette una resistenza sul territorio della famiglia in una conduzione di microproprietà parcellare della terra, senza che ne consegua uno sviluppo significativo dei paesi, né sul piano economico, né su quello civile: permane un sottosviluppo, che rende endemica la necessità di migrare, analogamente a quanto avviene in Irlanda8. Nella montagna, quindi, a lungo andare i flussi producono spopolamento, appena il modello di vita del paese d’accoglienza acquista più senso, rispetto a quello d’origine, o il lavoro richiede una permanenza stabile.
Prima dell’unificazione nazionale, a spostarsi tra i confini dei ducati emiliani e delle legazioni settentrionali dello stato pontificio sono essenzialmente pastori transumanti, o gruppi di montanari che compiono migrazioni stagionali per fornire specifiche prestazioni lavorative nelle città e campagne delle regioni circostanti, e infine le squadre di braccianti che cominciano a spostarsi per le prime grandi costruzioni di ferrovie, strade e moderne fortificazioni militari. Dall’Appennino, segantini e falciatori scendono stagionalmente in cerca di lavoro verso le pianure. Fino al primo decennio dopo l’unità nazionale i passaporti per l’estero sono rilasciati prevalentemente a commercianti, oltre che a suonatori, addomesticatori d’animali o artisti ambulanti che si esibiscono sulle piazze. Di questi ultimi ne partono da diversi centri della regione, prevalentemente dall’alto Appennino, con alcuni paesi specializzati nel fornire simili forme d’intrattenimento, preferibilmente dirette verso l’Europa e il Mediterraneo, come i commedianti delle valli del Taro, Ceno, Nure e Aveto, nell’Emilia occidentale9. Ma appena si manifesta la crisi agraria, dopo il 1875, sempre più spesso migrano anche braccianti e operai che vanno a lavorare in campagne e industrie, in Francia. Si tratta comunque, essenzialmente, di uomini, o tutt’al più ragazzi, maschi. Dalla montagna, e più ancora dalla pianura partono muratori e artigiani, soprattutto artigiani ambulanti privi di bottega. Parmigiani e piacentini cominciano precocemente a migrare in massa negli anni settanta, seguiti circa dal 1888 da masse di lavoratori dalle province di Modena, Ferrara e Reggio. La parte orientale della regione – forse più sedentaria per un’ipotizzabile maggiore funzione equilibratrice, o semplicemente ritardante, della mezzadria – comincia ad espatriare massicciamente solo dal 1895, quando la crisi agraria sta per terminare. Gli espatri dalla montagna hanno una forte e ulteriore crescita e trasformazione subito dall’inizio del XX secolo, quando la sindacalizzazione dei lavoratori della pianura padana preclude a quelli dell’Appennino molti sbocchi stagionali come manovalanza a bassissimo prezzo. Meno precluse risultano invece le tradizionali peregrinazioni stagionali dei montanari emiliani in cerca d’occupazione nelle Maremme – verso cui da secoli praticavano la transumanza – cambiando però notevolmente il genere di prestazioni lavorative fornite e spingendosi ora anche in Liguria, Provenza, Corsica e Sardegna, specie dov’è in espansione la cantieristica portuale e navale.
Con la crisi agraria, inizia un grande esodo di durata quasi ventennale. Si mettono in moto quote più consistenti di montanari, che già conoscevano lunghe migrazioni interne e all’estero, e ora incontrano ben maggiori difficoltà a reperire lavori stagionali nella pianura padana. Ma si mettono in moto anche numerosi lavoratori della pianura: sia i braccianti – già abituati a una continua mobilità di breve o medio raggio di squadre in cerca di lavori agricoli o industriali, o di facchinaggi lungo le vie alzaie dei fiumi – sia le famiglie coloniche escomiate o impoverite10. Queste ultime, affiancate in minima parte di montanari, migrano ora – con una scelta tendenzialmente permanente – alla ricerca affannosa di una nuova terra da coltivare, reperibile solo, per i più fortunati, nell’America del Sud, e più tardi nelle colonie. L’emigrazione all’estero dei braccianti ha invece una genesi e degli scopi differenti, tendendo ad andare alla ricerca di lavori temporanei, soprattutto in cantieri di grandi costruzioni; oppure trasferendo la tradizionale abilità coi movimenti industriali di terra (l’attività dei carriolanti) nei movimenti di minerali, in miniera. Pure i manovali montanari attratti dai centri di questa attività estrattiva che il grande sviluppo della siderurgia espande in Europa ed America, vi trasferiscono in diversi casi l’esperienza acquisita nel trasporto di pietre, o nei cantieri per le nuove strade e ferrovie transappenniniche. Se in Emilia-Romagna le attività estrattive sono quasi sconosciute – a parte quelle di sabbia fluviale, ghiaia e gesso per l’edilizia, o dell’argilla per le fornaci – questi manovali hanno comunque buona pratica di abilità affini. A parte gli anni finali della grande depressione agraria – quando prevalgono temporaneamente le migrazioni transoceaniche, anche di interi nuclei familiari colonici – l’emigrazione in Europa e nel bacino mediterraneo è tendenzialmente quella nettamente prevalente per gli emiliano-romagnoli11.
L’emigrazione transoceanica, diretta innanzitutto in Brasile, prevale – negli espatri – solo in alcune annate della grande depressione agraria, dal 1888 al 1897. Ancora meno rilevante, e in genere non caratterizzato da espatri definitivi, il flusso transoceanico per gli Stati Uniti, preferito invece dai migranti dell’Italia meridionale, cui conviene scegliere direttamente lunghe rotte marittime per gli spostamenti. Tra i flussi secondari di manovalanza pendolare dalla regione, anche quelli diretti in Africa e in particolare nella colonia algerina della Francia. Gli studi più metodici rilevano nettamente come, normalmente, gli espatri dall’Emilia-Romagna si orientino verso i paesi oltralpe, piuttosto che oltremare e oltreoceano. Più che nelle fabbriche, e molto più che in campagna, questi lavoratori – quasi tutti maschi – cercavano occupazione nei cantieri di grandi costruzioni, nell’edilizia, nelle miniere, e in misura molto minore in lavori indipendenti.
A confronto con altre regioni italiane, l’Emilia-Romagna ha una tradizione di resistenza sul territorio, sebbene i suoi centri urbani mantengano a lungo una debole capacità attrattiva: dato – quest’ultimo – che comincia sensibilmente a mutare dalla fine degli anni venti del XX secolo, e in modo decisivo negli anni cinquanta. Fino al secondo dopoguerra, è decisamente limitata l’emigrazione stabile di interi nuclei familiari12. Molto più tipica è la migrazione stagionale o ciclica di manovalanza alla ricerca di un’occupazione temporanea: quella femminile entro i confini nazionali, a breve e medio raggio; quella maschile – nettamente prevalente – anche molto lontano. Nella regione l’intensità dei flussi decresce da ovest a est. Più complessa e molto mutevole invece la sua articolazione da nord a sud, cioè dal Po al crinale appenninico; tanto più che i flussi migratori della pianura e dell’area montana appaiono notevolmente diversificati tra loro, e anche sfasati da una provincia all’altra. A questo proposito si tenga conto che le province occidentali di Parma e soprattutto di Piacenza sono prevalentemente montuose, e perciò più interessate da consuete e antiche migrazioni stagionali, in progressiva ma regolare crescita, senza picchi improvvisi; per la stessa ragione, i flussi in uscita dalla Romagna sono invece numericamente esigui anche durante la grande crisi agraria, fino circa al 1895, avendo poi una quota di espatri decisamente abbondante, soprattutto dal Forlivese, fino agli anni venti. Di qui l’importanza del prendere in considerazione stratificazioni di esperienze subregionali, che non rientrino in un unico modello territoriale corrispondente alla regione. Sarebbe una forzatura generalizzare le caratteristiche di un’emigrazione emiliano-romagnola, che di fatto mantiene caratteristiche molto disomogenee secondo gli ambienti di provenienza. Nel 1876 il Comizio agrario di Modena, consultato da prefetti lombardi sull’ondata di richieste di passaporti verificatasi tra la popolazione urbana e rurale padana, stila una relazione tracciandovi una tripartizione della geografia sociale e migratoria della provincia, secondo l’altimetria e le relative diversificazioni nei sistemi colturali, o nel differente grado di coinvolgimento della manovalanza in attività extra-agricole13. Si tratta di una mappatura della provincia che implica essenzialmente valutazioni morali sulle varie tipologie di lavoratori prevalenti in ogni diversa area: quelli di montagna migrano stagionalmente per antica costumanza, ma senza creare problemi; quelli della medio-alta pianura, prevalentemente colonica, a parte qualche centro abitato sulla Via Emilia, non paiono propendere all’espatrio, né suscitano allarmi sociali; sono invece giudicati inquietanti quelli della bassa pianura – nei circondari di Carpi e Mirandola dove abbondano braccianti, truciolai e piccoli artigiani – inclini ai furti e a dissipare denaro in vizi e in generi voluttuari, oltre che mancanti di attaccamento al lavoro e al padrone, perciò facili da convincere a mettersi in viaggio per cercare occupazione dove non siano conosciuti come indisciplinati e scialacquatori. Questa pare la situazione al momento della svolta storica, quando attorno al 1876 cominciano a verificarsi partenze di gruppi cospicui e con caratteristiche devianti dalle consuete forme di mobilità. Ritengo che – pregiudizi sociali a parte – l’estensore di questa relazione colga dei dati molto significativi sulle aperture mentali all’emigrazione da parte della popolazione dei diversi circondari, e sugli atteggiamenti che la possono guidare nell’abbandonare per un tempo più o meno lungo il proprio paese.
Tra la manovalanza agricola emigrata, sono le famiglie coloniche – dotate di scarsa propensione alla mobilità – a rassegnarsi per necessità e per mancanza d’esperienza alle condizioni peggiori; tra la manovalanza industriale, ad adattarsi a situazioni molto disagiate e rischiose di lavoro e ad incorrere più facilmente in disgrazie sono i montanari. Di immani proporzioni nel novembre 1909 la tragedia della miniera di Cherry, nell’Illinois: tra le oltre duecento vittime della catastrofe, si contano 66 italiani, in prevalenza uomini e ragazzi dell’Appennino emiliano: 37 del circondario modenese di Pavullo, e 7 della montagna bolognese, assieme a montanari piemontesi e comaschi14. A Dawson, New Mexico, in un’altra esplosione in miniera, nel 1913 periscono 290 italiani, tra cui 38 montanari modenesi. Sul Col de Verde, a Cozzano, in Corsica, nel febbraio 1927 viene travolta da una valanga un’intera squadra di boscaioli di Piandelagotti (Alto Appennino modenese), che lascia 13 dei suoi nella neve. Dalla pianura – specialmente reggiana e del basso mantovano – provengono invece diversi quadri politico-sindacali che nelle miniere come nelle fabbriche incrementano la presenza di operai italiani nelle organizzazioni dei lavoratori del paese ospitante, o in strutture autonome degli immigrati italiani, in Svizzera, Francia, Belgio e Stati Uniti15. Per difendere il proprio lavoro all’estero, i nuclei coesi di migranti dall’Appennino, invece, tendono talvolta a impratichirsi collettivamente in professioni indipendenti di cui tendono a monopolizzare il controllo, come gli scaldini o i gessini a Parigi16. Dalle vallate dell’Appennino piacentino e parmense provengono abitualmente tali categorie di lavoratori, che nell’area parigina riforniscono di carbone le caldaie, nella stagione da metà ottobre a metà maggio: un gruppo molto coeso, grazie anche alla specializzazione in un particolare mestiere. Per diverse generazioni si caratterizzano per una spiccata visceralità dei loro legami coi villaggi e casolari d’origine, a cui fanno solitamente ritorno nella bella stagione, o definitivamente nella vecchiaia. Dall’estero, gli emigranti della montagna sognano di irrobustire con le proprie rimesse le famiglie e i loro piccoli appezzamenti di terra povera, o il prestigio dei propri paesi e delle minuscole parrocchie; quelli di pianura non mancano invece di mandare sostanziose sottoscrizioni alle organizzazioni di classe, sognando di vederle umiliare la prepotenza degli agrari e orientare al socialismo i ceti colonici17.
Nella pianura la cultura e la strutturazione delle migrazioni, e le loro catene di richiamo, vengono facilmente improvvisate, senza dar vita a solide tradizioni, in ambienti di braccianti o artigiani di borgo e campagna, abituati alla mobilità nel proprio mestiere, spinti da una disoccupazione regolarmente ricorrente. Per attivare pratiche solidaristiche e fiducia nelle relazioni di gruppo, non necessitano di stretti rapporti di parentela o comparaggio che invece caratterizzano più facilmente i gruppi di montanari, né tanto meno di una assidua assistenza del clero come garante di tali rapporti. Per le squadre di migranti temporanei della pianura, poi, i periodici ritorni ai propri paesi sono in numerose situazioni l’occasione per politicizzare il proprio ambiente, cercando di introdurre forme di autotutela nel locale mercato del lavoro e avviando per tali ragioni insistenti polemiche col notabilato municipale. Tale politicizzazione, fino agli ultimi anni del XIX secolo esaspera conflitti e – in momenti di eccezionale tensione come il 1894 e il 1898 – dà forti incentivi a fughe per sfuggire alla repressione; migrazioni con motivazioni economiche o politiche sono frequentemente intrecciate, nei flussi di espatrio provenienti dalla pianura. Tuttavia, le migrazioni organizzate non diventano tipiche neppure del proletariato politicizzato di pianura. Quella celebre gestita nel 1884 dall’Associazione generale degli operai braccianti di Ravenna per bonificare i lidi di Ostia, è stata causata dalla mancanza di occasioni di lavoro alternative cui accedere collettivamente, dopo un precedente tentativo malriuscito di migrazione per impiegarsi in opere pubbliche in Grecia. L’episodio rimarrà a lungo nella memoria nazionale e del movimento operaio, circondato da un epos che scorge nelle squadre di braccianti romagnoli i pionieri di una moderna razionale migrazione18: motivo retorico poi ripreso dal fascismo – con risultati economici e conseguenze sociali decisamente controversi, ma con assordante propaganda – nel promuovere spostamenti di interi nuclei familiari veneti nell’agro pontino e maremmano, che rimane così quasi precluso alle transumanze dei pastori emiliani. Questa esperienza della cooperazione bracciantile rimarrà episodica e nella regione non verrà ripetuta per decenni, preferendo i braccianti impegnarsi in imprese collettive nelle proprie province19.
Dopo la grande crisi agraria, le grandi migrazioni dalla pianura restano episodiche e di durata limitata, legate a cicli particolarmente sfavorevoli dell’economia o anche dei conflitti sociali, mentre la crescita di una forte organizzazione di classe dei lavoratori interviene sistematicamente per regolare il mercato del lavoro. Il controllo del collocamento e l’imponibile di manodopera divengono l’alternativa all’emigrazione. Diverse camere del lavoro emiliano-romagnole, che da allora hanno nel bracciantato il proprio elemento di forza, dichiarano espressamente di essere sorte o cresciute proprio per ovviare alla necessità dei disoccupati di emigrare20. Nella montagna, invece, da allora i flussi di grande rilievo restano endemici, e ad assisterli c’è principalmente il clero cattolico, in particolare quello organizzato nell’azione missionaria tra i migranti oltreoceano da Giovanni Battista Scalabrini, vescovo della diocesi di Piacenza dal 1876 al 190521. Un radicalismo ancora poco studiato è quello della minoranza politicizzata dei migranti dall’Appennino tosco-emiliano-romagnolo, dove c’è una lunga tradizione di ribellismo e laicismo per tutto il XIX secolo, che viene però ad affievolirsi dall’inizio del XX secolo, man mano che si fa generale la migrazione degli uomini di queste montagne all’estero e molto consistente quella delle giovani celibi nelle città padane, liguri e toscane. Una parte dei migranti della montagna, facendo esperienze di lavoro salariato, si familiarizza con la lotta di classe e il radicalismo politico; ma nel proprio paese si sofferma poco tempo, conducendovi poi essenzialmente vita familiare in casolari isolati; così non riesce a farsi veicolo efficace della diffusione delle nuove idee socialiste o anarchiche. Le parrocchie 22 diventano il riferimento più solido di particolari rapporti fiduciari fortemente improntati al localismo e al familismo nella comunità migrante dalla montagna, che per parecchie generazioni cerca con incrollabile spirito di sacrificio di non trasformare le partenze stagionali in una irrimediabile diaspora. Col crescere massiccio delle partenze, le reti relazionali del clero fanno dei patronati cattolici e delle clientele di un nuovo notabilato legato all’Azione cattolica i referenti politico-organizzativi di queste comunità, per molti mesi all’anno spopolate di giovani d’ambo i sessi e di uomini. Non riesce ad affermarsi invece – se non in pochi centri del medio Appennino, o in gruppi marginali – l’organizzazione politico-sindacale del movimento operaio, nonostante i ripetuti tentativi in tal senso, costati molti sforzi ad alcune camere del lavoro emiliane23.
Anche nei primi anni dieci, quando la disoccupazione torna a farsi sentire con forza, le migrazioni dalla pianura sono relativamente contenute. Tra il 1921 e il 1922, invece, gli equilibri civili della regione vengono disgregati dalla violenta reazione fascista, rendendovi massiccia l’emigrazione politica, sia interna che per l’estero. Questa va a sommarsi e mescolarsi24 coi ciclici espatri che tornano a crescere in una congiuntura economica i cui effetti sulla disoccupazione sono particolarmente pesanti perché non attenuati – come avveniva nel precedente ventennio – da leghe sindacali e cooperative, costrette a rimanere inoperanti, o subalterne ai fascisti e al padronato. I primi partono perché direttamente minacciati nella propria dignità e integrità fisica dalla repressione fascista, mentre i secondi espatriano non perché direttamente colpiti dalla repressione, ma per motivazioni economiche inestricabili da quelle politiche25. Anche quando si comporta ambiguamente verso le autorità fasciste in Italia e all’estero, la maggioranza di questi migranti porta rancore al fascismo, causa della distruzione delle organizzazioni sindacali e politiche che in buona parte della regione di provenienza costituivano l’elemento equilibratore del mercato del lavoro e della redistribuzione sociale della ricchezza attraverso l’assistenza erogata dalle amministrazioni locali. La maggior parte di loro sa di dovere innanzitutto all’evento traumatico della cancellazione violenta delle proprie leghe e cooperative la necessità di andarsene dal proprio paese, rinunciando a consuetudini consolidate ormai da un quarto di secolo, che nella pianura avevano limitato sostanzialmente la necessità di migrare. Le due tipologie di fuorusciti politici o migranti politico-economici emiliano-romagnoli rappresentano però scarsamente i montanari espatriati, che possono appartenere in qualche caso alla seconda categoria, e molto raramente alla prima. Soprattutto nell’ospitale Francia, ma anche in Svizzera e Belgio, l’associazionismo spontaneo dei migranti emiliano-romagnoli – almeno per quelli della pianura – tende in quel periodo a darsi una caratterizzazione antifascista, o afascista, in gran parte ostile o diffidente verso le rappresentanze ufficiali dei Fasci italiani all’estero, che pure funzionano da referenti per una parte di immigrati, come pure le reti associative cattoliche, che agiscono in discreta sintonia con le autorità fasciste26. Quando non organizzano proprie associazioni particolari e trovano all’estero strutture recettive, i lavoratori della pianura tendono ad aderire senza riserve all’associazionismo sindacale e classista del paese d’accoglienza, e a farsene tranquillamente assimilare, com’è avvenuto per alcune generazioni nella Lorena mineraria. In Francia gli immigrati dalla pianura emiliana e romagnola – pur avendo proprie catene di richiamo e rapporti sociali che privilegiano contatti coi compaesani o conterranei di aree micro-regionali – non tendono a costituire le comunità endogamiche che caratterizzano invece gli immigrati dall’Appennino parmense e piacentino27. I primi tendono inoltre a privilegiare una sociabilità laico-edonistica, che in diversi casi valorizza l’impegno collettivo in strutture politico sindacali, mentre per i secondi prevalgono l’individualismo e viscerali attaccamenti al culto del villaggio o casolare d’origine e delle tradizioni, in genere abbinate ai rituali cattolici nell’ambito della parrocchia di provenienza, da celebrarvi – e talvolta animarvi direttamente – quando periodicamente vi tornano. Questi ultimi dagli anni trenta cominciano a chiamare in Francia le mogli e le famiglie dal paese, lentamente spopolandolo, scegliendolo da allora come località dove trascorrere stagionalmente le vacanze: per analoghi fenomeni verificatisi anche in altri nuclei di migranti dalla montagna, le vallate appenniniche dell’Emilia occidentale dagli anni trenta hanno un declino demografico molto più accentuato che quelle del resto della regione. In Francia, le associazioni degli emiliano-romagnoli, siano di gente di pianura o di montagna, si notano per l’intenso attivismo delle loro rappresentanze, che rimarcano contemporaneamente un’autonomia culturale verso il paese d’accoglienza e, talora, intraprendenza nell’inserirsi con proprie strutture nei reticoli politici francesi. Grazie a ciò, alcuni gruppi di emiliani – o in altri casi i discendenti di questi immigrati28 – hanno elaborato con forza riflessioni sulle proprie radici nazionali e contemporaneamente sul vivace livello di integrazione nel tessuto civile e culturale della Francia.
La manodopera femminile è l’elemento più flessibile nel mercato del lavoro agricolo padano, ma a lungo mantiene una mobilità limitata, anche in famiglie e ambienti di braccianti. Un salario indipendente e un’autonomia dalla famiglia la acquisiscono però le squadre di mondarisi. Fino agli ultimi decenni del XIX secolo, i loro spostamenti stagionali primaverili avvengono in un breve raggio: in prevalenza dalla pianura, ma in qualche misura anche dall’Appennino, verso le basse terre vallive della padana secca, che dall’epoca napoleonica sono in diversi casi sfruttate a risaia stabile. Questo tipo di coltura necessita di grossi apporti di manodopera rispetto a tutte le altre e alla risaia avvicendata irrigua; tanto più perché praticata in terreni per disposizioni sanitarie lasciati prive di poderi, quindi spopolati29. In questi brevi spostamenti le donne spesso recano a lavorare anche i loro figli non adulti, per quanto conoscano il pericolo di contrarre febbri malariche e tifoidee nell’ambiente palustre. Lo sgradevole e mal retribuito lavoro di pulitura delle piantine ancora immerse nell’acqua non è il solo ad attrarre lavoro avventizio, richiesto in autunno anche per mietitura e battitura del riso, in cui però donne e ragazzi sono meno numerosi. È comunque una coltura con un ciclo stagionale che si armonizza molto bene con altri lavori stagionali, concentrati invece nell’estate. La grande depressione agraria toglie perciò un’enorme risorsa al mercato del lavoro avventizio femminile, quando, dopo il 1880 – per razionalizzazioni agricole e bonifiche, per combattere la malaria e pure per reazione all’infestazione di brusone – la superficie a risaia stabile viene notevolmente ridotta nelle valli emiliano-romagnole. Le squadre di avventizie – ora ampiamente disoccupate, in precedenza abituate alle migrazioni brevi, a piedi e con mezzi di fortuna – diventano disponibili a migrazioni stagionali a lungo raggio, usando i treni. Fino al secondo dopoguerra, tutta l’area tra l’Appennino e il Po diventa così un grande serbatoio di manovalanza stagionale per la Lomellina e il Vercellese. Verso le zone risicole irrigue di Mortara e del Piemonte già in passato si recavano le montanare dell’Emilia occidentale; mentre le montanare della parte centro-orientale della regione andavano più facilmente nelle valli delle rispettive province, o appena oltre Po. Sul finire della crisi agraria, l’ultimo decennio del XIX secolo è il periodo in cui le squadre che lavorano nelle risaie locali cominciano a darsi forme associative di resistenza o cooperazione che permettano di contrattare con efficacia i salari, dando vita anche a scioperi che diventano leggendari nella storia del movimento operaio; pratica ampiamente imitata dalla primavera 1900 – pur con maggiori difficoltà, data la difficoltà a rendersi indipendenti dagli incettatori – anche dalle migranti in Lomellina e Piemonte. Vedendovi un epicentro del reclutamento di manodopera, ma soprattutto dello sviluppo delle leghe, la Federterra fissa presso la Camera del Lavoro di Guastalla il segretariato nazionale per l’emigrazione delle mondarisi, di cui è responsabile il gualtierese Nico Gasparini, impegnato nel difficile compito di mediare sia con gli agrari che con le Camere del lavoro piemontesi e lombarde le quote di migranti e i loro salari. Nel novembre 1902 si tiene lì il primo congresso sindacale nazionale delle risaiole; dalla sola provincia reggiana quell’anno sono stati 4.208 i risaioli – per nove decimi donne – migrati attraverso la Federterra. È probabile che la capacità stessa delle braccianti avventizie di dotare la propria migrazione collettiva di una simile organizzazione di autotutela abbia facilitato un così precoce e abbondante flusso di manodopera essenzialmente femminile, rispetto a quelli minimi riscontrabili, inizialmente, da altre regioni.
Per i contingenti di mondarisi che salgono sui treni diretti a ovest nella pianura padana, l’abituale ricorso alla mediazione sindacale per il collocamento e per contrattare le condizioni di lavoro non viene meno neppure durante il fascismo e la guerra, né a maggior ragione dopo la Liberazione30. Nel secondo dopoguerra diventa poi subito prassi corrente che le strutture sindacali e cooperative diano modo alle migranti di incrementare e poter far autogestire da persone di propria fiducia servizi assistenziali per sé e le famiglie, soprattutto asili gestiti da CLN e UDI per accudire i bambini durante la stagione migratoria: servizi inizialmente provvisori, presto resi stabili e rafforzati, fino a costituire la base delle capillari strutture educative per cui la regione diverrà nota dopo il boom economico, col pieno realizzarsi dello stato sociale. Dagli anni cinquanta, però, i grandi flussi di mondine emiliane diretti stagionalmente ai distretti risicoli cominciano ad assottigliarsi rapidamente, fino a estinguersi, sostituiti da contingenti di donne venete e poi del Sud. Se a lungo nel sistema di pluriattività erano stati molto rilevanti per le donne di pianura i lavori a domicilio – diffusissimo quello delle trecce in truciolo e paglia, in una vasta area tra Carpi, Boretto e Poggio Rusco – o certe lavorazioni della canapa e l’allevamento dei bachi da seta, dagli anni cinquanta tali occupazioni sono affiancate e progressivamente sostituite dalla produzione di maglieria con macchinari elettrici a domicilio: un’attività che ristabilizza la società emiliana e toglie alle donne la necessità di migrazioni collettive per i duri lavori in risaia.
Per le ragazze e donne nubili dell’Appennino, invece, una migrazione frequentissima è quella durante la stagione fredda, per far ritorno a casa al tempo dei grandi raccolti, che porta a servizio presso famiglie borghesi: fino a metà del XIX secolo è diretta nelle città toscane, poi in modo crescente a Genova e Spezia, e nei centri della pianura padana31. Di portata decisamente limitata invece è la migrazione delle donne maritate per fungere da balie. Queste partenze di donne sole verso città della Toscana o dell’Italia settentrionale sono favorite talvolta da nuclei di compaesane già presenti in quei centri urbani, assistiti talvolta dalla Società Umanitaria e molto più spesso dal clero cattolico.
Caratteristiche per vari aspetti simili alla consueta migrazione dei mondarisi, negli anni 1938-1941, con contingenti sia maschili che femminili, ha per tutta l’area padana meridionale – al pari del Triveneto – la prima fase della migrazione stagionale di braccianti organizzata dai sindacati fascisti a sostegno dell’agricoltura tedesca, impegnata a supportare la politica bellica nazista con manovalanza disoccupata o sottoccupata, prima che questi posti di lavoro vengano occupati dai soldati prigionieri e dai deportati dei paesi vinti; dal 1942, l’ulteriore fase di questo espatrio organizzato riguarderà essenzialmente lavoratori industriali, coinvolgendo meno l’Emilia-Romagna, che si limiterà prevalentemente a fornire contingenti di muratori32.
In Romagna, va assumendo un’attrattiva considerevole sulla mobilità della popolazione il lavoro stagionale nel settore turistico balneare in espansione, con tutte le numerose attività economiche connesse: l’industria del forestiero dagli anni venti offre crescenti sbocchi occupazionali anche per le popolazioni dell’interno. Ma guardando al quadro regionale, è un altro il fenomeno di spicco in quel periodo: dalla fine degli anni venti i flussi migratori dall’Appennino cambiano caratteristiche, divenendo facilmente partenze definitive, con la progressiva cessazione delle pratiche endogamiche, e il trasferimento delle popolazioni isolate più a valle, in centri dotati di servizi e buone vie di comunicazione, o direttamente in pianura – specialmente verso i capoluoghi provinciali e i centri industriali e del terziario – oltre che all’estero33. Dagli anni trenta, mutando sensibilmente i modi di vivere ed abitare, i migranti montanari cominciano a diradare i rientri dai luoghi d’emigrazione e a richiamare piuttosto presso di sé i familiari; tendenza che si generalizza nel secondo dopoguerra, portando nel corso di uno o due decenni allo spopolamento delle vallate appenniniche, tanto più vistoso nelle province occidentali della regione. Si può dire che l’emigrazione dall’Appennino riesca ancora a mantenere fino al 1945-1950 una prevalente funzione di preservare la società tradizionale montanara; poi finisce invece per determinarne una radicale destrutturazione, producendone in breve tempo il traumatico spopolamento, negli anni del boom economico.
Dopo aver subito danni bellici rilevantissimi nell’ultimo anno di guerra, soprattutto nella zona appenninica e romagnola, dalla fine degli anni quaranta la regione è soggetta a una drastica deindustrializzazione – anche per punitive scelte governative – e fruisce solo di scarsi apporti finanziari dal piano Marshall. Così, se dagli anni trenta va crescendo il trasferimento di singoli lavoratori e soprattutto di nuclei familiari verso il Milanese, negli anni cinquanta la tendenza diviene rilevante, durando fino a buona parte degli anni sessanta. Si tratta appunto prevalentemente di trasferimenti, non di spostamenti temporanei. Ma Milano e il suo hinterland sono raggiungibili in poche ore sia col treno che con automezzi, consentendo di mantenere rapporti con l’ambiente d’origine, che sarebbero invece ardui a Torino, verso cui sostanzialmente non ci sono trasferimenti. Dall’Appennino emiliano c’è anche una discreta quota di trasferimenti a Spezia e soprattutto Genova, continuando legami consolidati da diverse generazioni. L’esodo dall’Emilia-Romagna è quantitativamente ben più contenuto e culturalmente meno traumatico rispetto ad altre aree italiane dentro e fuori dal triangolo industriale, perché ci si sposta anche parecchio dalle campagne e dalla montagna ai centri urbani delle rispettive province, o di quelle limitrofe. Verosimilmente, a determinare tale parziale stabilità in una popolazione che pure sta subendo una forte disoccupazione, contribuisce il fatto che in Emilia-Romagna la débacle sindacale delle organizzazioni contadine alla fine degli anni quaranta risulta meno netta che altrove, come più sfumati sono il senso di sconfitta epocale per la classe operaia e la perdita del senso di solidarietà collettiva34. La drastica riduzione del bracciantato e dei mezzadri, come della maggior parte degli artigiani di campagna, o la fuga dalla montagna, porta soprattutto a fenomeni di inurbamento in ambito regionale, senza effetti devastanti sul tessuto socio-professionale. In questa fase possono essere considerate di importanza secondaria le migrazioni all’estero – verso Svizzera, Belgio e Argentina – prima che negli anni sessanta la regione divenga meta di una tenue ma crescente immigrazione dal basso Veneto e dal Sud.
Dalla fine degli anni sessanta le catene migratorie esauriscono il loro richiamo. Le più intense migrazioni allora avvengono in ambito provinciale, con ricongiunzioni dei nuclei familiari ai migranti – donne e uomini – che già avevano preparato l’inurbamento dei parenti, e permettono così un’integrazione morbida, in tutta la regione. Il trasferimento nei capoluoghi di provincia diviene particolarmente intenso negli anni del boom economico; in generale dalle campagne emiliano-romagnole, ma in particolare da quelle appenniniche. Tali flussi hanno un picco tra fine anni quaranta e anni cinquanta; poi si vanno assestando. Negli anni sessanta, lo spopolamento rurale e soprattutto montano è ormai tale da chiudere il ciclo massiccio dell’emigrazione, stagionale o definitiva che sia. Dal 1972 il saldo migratorio è positivo: allora da alcuni anni la regione – soprattutto il Modenese – è terra d’immigrazione dal Meridione, ed entro la fine degli anni settanta lo diventa da Africa e Asia.

 

Note

 

1 John Stuart McDonald, Agricultural Organization, Migration and Labour Militancy in Rural Italy, “The Economic History Review”, 16 n.s., 1 (1963), pp. 61-75; Ercole Sori, L’emigrazione italiana dall’Unità alla seconda guerra mondiale, Bologna, Il Mulino, 1979, pp. 222-226.
2 Cfr. Emilio Franzina, Introduzione, in Gli emiliano romagnoli e l’emigrazione italiana in America latina. Il caso modenese, Modena, Amministrazione provinciale, 2003, pp. 11-17; Marco Porcella, L’emigrazione dall’Appennino ligure-emiliano nel periodo prestatistico, ibid., pp. 70-78; Matteo Sanfilippo, Emigrazioni emiliane nell’Otto-Novecento, “Giornale di Storia Contemporanea”, 7, 2 (2004), pp. 252-259.
3 Giuseppe Boselli, Lettere di emigranti della Val Taro, Parma, Banca Popolare di Modena, 1979; Roland Sarti, Long Live the Strong. A History of Rural Society in the Appennine Mountains, Amherst, University of Massachussets Press, 1985; Marco Porcella, La fatica e la Merica, Genova, Sagep, 1986; Manuela Martini, L’habitude de migrer. Variations dans le parcours migratoire depuis les montagnes de l’Apennin émilien (Ferriere di Piacenza), XIXe-XXe siècles, mémoire de DEA, Paris, EHESS, 1992; Ead., Percorsi migratori dalle montagne piacentine alla banlieue parigina: Il caso di Ferriere in Val di Nure, “La Trace”, 6 (1992), pp. 46-60; Ead., Variazioni dei tragitti migratori, mobilità professionale e strutture familiari nelle montagne dell’Appennino piacentino (XIX-inizio XX secolo), in SIDES, Disuguaglianze: stratificazione e mobilità sociale nelle popolazioni italiane, Bologna, CLUEB, 1997, pp. 213-243; Caroline Douki, Le territoire discontinu de l’économie d’une région migrante: campagnes et montagnes lucquoises du milieu du XIXe siècle à 1914, “Revue d’histoire moderne et contemporaine”, 48, 2/3 (2001), pp. 192-244.
4 Maurizio Mariani, Giovanna Martelli, Giuliano Muzzioli, Cent’anni di emigrazione da Pavullo e dal Frignano (1860-1960), Pavullo, Amministrazione comunale, 1993; Gli emiliano romagnoli e l’emigrazione italiana in America latina, cit.; Altri modenesi. Temi e rappresentazioni per un atlante dell’emigrazione in provincia di Modena, a cura di Nora Sigman e Antonio Canovi, Torino, Gruppo Abele, 2005 (ringrazio vivamente i curatori per avermi fornito una copia delle bozze, prima della redazione definitiva e della stampa).
5 Emigranti persicetani in America tra Ottocento e Novecento, a cura di Mario Gandini, «Strada Maestra», 38-39 (1995), pp. 201-240; Enrico Secchi, Un sogno: la Merica! I miei 56 anni di Brasile, a cura di Emilio Franzina, Finale Emilia, Baraldini, 1998; Amedeo Osti Guerrazzi, Roberta Saccon, Beatriz Volpato Pinto, Dal Secchia al Paraíba. L’emigrazione modenese in Brasile, Verona, Cierre Edizioni, 2002; Lorenza Servetti, Vado nella Merica. È lì di là delle colline. Budrio e la grande emigrazione (1880-1912), Venezia, Marsilio, 2003. Numerosi studi sull’emigrazione dall’Appennino emiliano e dalla pianura bolognese, che qui manca lo spazio per estendersi a citare nel dettaglio, sono ora descritti in un’esaustiva rassegna bibliografica: M. Sanfilippo, Emigrazioni emiliane nell’Otto-Novecento, cit.
6 Franco Cazzola, Storia delle campagne padane dall’Ottocento a oggi, Milano, Bruno Mondadori, pp. 318-323.
7 Guido Crainz, Giacomina Nenci, Il movimento contadino, in Storia dell’agricoltura italiana, a cura di Piero Bevilacqua, Venezia, Marsilio, 1991, III, p. 611.
8 L’emigrazione emiliano-romagnola in Francia. Gli scaldini, i reggiani, i rocchesi, a cura di Giovanna Campani, Bologna, Consulta per l’emigrazione e l’immigrazione nella regione Emilia-Romagna, 1987, p. 17.
9 Marco Porcella, Con arte e con inganno. L’emigrazione girovaga nell’Appennino ligure-emiliano, Genova, Sagep, 1998, pp. 85-137; Francesco Gandolfo, Professioni ambulanti e lavoro minorile degli emigranti della montagna piacentino-parmense nella seconda metà dell’Ottocento, in Scalabrini tra vecchio e nuovo mondo, a cura di Gianfausto Rosoli, Roma, Centro Studi Emigrazioni, 1989, pp. 307-318.
10 Sull’emigrazione dall’Oltrepo mantovano e nelle limitrofe aree della bassa pianura lombarda, emiliana e veneta, che subito tende a politicizzarsi, alimentando il movimento oggi conosciuto come “La boie!”: Marco Gandini, Questione sociale ed emigrazione nel Mantovano, 1873-1896, Mantova, Biblioteca archivio, 1984; Luigi Gualtieri, Pane e lavoro, Mantova, Istituto per la storia del movimento di Liberazione, 1984; Marco Fincardi, La terra disincantata, Milano, Unicopli, 2001, pp. 219-251. Gli scioperi tendono già allora a fissare localmente i salari e soprattutto un controllo della distribuzione del lavoro, precludendo – con mezzi collettivi di coercizione – l’immigrazione a salari non concordati. Più in generale sull’emigrazione romagnola: Così lontano, così vicini. L’emigrazione sammarinese tra storia e memoria, S. Marino, Segreteria di stato per gli affari esteri, 1996; L’emigrazione nella storia sammarinese tra 800 e 900, a cura di Giorgio Pedrocco, San Marino, Il Titano, 1998; Andrea Baravelli, Emigrare quando non si deve. Percorsi personali e fenomeni sociali nella Ravenna postunitaria e prefascista, “L’Almanacco”, 38-39 (2002), pp. 73-87.
11 Commissariato generale dell’emigrazione, Annuario statistico dell’emigrazione italiana dal 1876 al 1925, Roma, 1926, p. 39.
12 In parte lo si può riscontrare anche dalle fotografie dell’emigrazione: Lo sguardo altrove … Immagini di cento anni di emigrazione emiliano romagnola tra storia e memoria, a cura di Renzo Bonoli e Rocchino Mangeri, Bologna, Istituto regionale “F. Santi”, 1998.
13 Documento riprodotto in: Gli emiliano romagnoli e l’emigrazione, cit., pp. 88-90.
14 Antenore Quartaroli, Grande disastro della mina di Cherry, Ills, 13 novembre 1909, Cherry, Spring Valley Gazette, 1909 [ristampa: Brescello, 2001]. Non casualmente, tra i sinistrati emiliani scampati alla disgrazia, a firmarne una polemica memoria pubblicata sull’argomento – probabilmente perché meglio alfabetizzato dei montanari, e legato al sindacalismo rivoluzionario – sarà l’unico minatore proveniente dalla bassa pianura, dalla zona tra Boretto e Gualtieri da cui un decennio prima erano usciti i quadri che avevano costituito le prime associazioni mutualistiche e le prime strutture politico-sindacali degli immigrati italiani negli Stati Uniti, a cominciare dal giornale in lingua italiana «Il Proletario», divenuto organo dell’IWW.
15 Cfr. Pier Paolo D’Attorre, L’evoluzione storica dell’emigrazione italiana attraverso alcune analisi del movimento operaio italiano, “Affari sociali internazionali”, 1-2 (1972), pp. 111-143; Gli italiani fuori d’Italia, a cura di Bruno Bezza, Milano, Angeli, 1983; Grazia Dore, Socialismo italiano negli Stati Uniti, “Rassegna di politica e di storia”, 159 (1968), p. 5; Elisabetta Vezzosi, Il socialismo indifferente. Immigrati italiani e Socialist Party negli Stati Uniti, Roma, Edizioni Lavoro, 1991, p. 25.
16 Maurizio Catani, Les scaldini de Paris, Paris, Ministère de la culture, 1986.
17 Marco Fincardi, Primo Maggio reggiano. Il formarsi della tradizione rossa emiliana, Reggio E., Camera del lavoro, 1990, I, pp. 269-289.
18 Giuseppe e Vito Lattanzi, Paolo Isaja, Pane e lavoro: storia di una colonia cooperativa. I braccianti romagnoli e la colonia di Ostia, Venezia, Marsilio, 1986; Migrazione e lavoro. Storia visiva della campagna romana, Milano, Mazzotta, 1984; Liliana Madeo, Gli scariolanti di Ostia antica, Milano, Camunia, 1989.

 

19 Una simile forma di migrazione temporanea nell’esecuzione di grandi opere pubbliche, prese in appalto dalla cooperazione di lavoro, dopo la seconda guerra mondiale assume una versione più politicizzata e altamente progettuale, con alcune centinaia di giovani operai-militanti, specializzatisi in meccanica agraria, che dalle province di Reggio e Modena in particolare, e in parte da Bologna e Ravenna, si recano presso le cooperative agricole impiantate in Toscana, Lazio, Meridione, Sicilia e Sardegna, a condurre e riparare i macchinari delle cooperative per la gestione delle terre occupate. Per il riflusso del movimento contadini nel Centro-Sud, l’esperienza si esaurisce all’inizio degli anni cinquanta, ma fa da battistrada ad esperienze successive, quando dagli anni sessanta del XX secolo le cooperative emiliano-romagnole – ormai governate più da logiche di mercato che da organismi solidaristici per ovviare alla disoccupazione e rafforzare il tessuto sociale popolare – divengono una fondamentale componente delle imprese per grandi costruzioni edili, idrauliche e di infrastrutture che operino in Italia (dagli anni settanta occupando peraltro anche quote sempre più ampie di manodopera immigrata nella regione dall’Italia meridionale).
20 Manlio Bonaccioli, Amleto Ragazzi, Resistenza, cooperazione, previdenza nella provincia di Reggio Emilia, Ivi, Coop. operai tipografi, 1925, pp. 32-33, 185-187.
21 La società italiana di fronte alle prime emigrazioni di massa. Il contributo di Mons. Scalabrini e dei suoi primi collaboratori alla tutela degli emigranti, a cura di Antonio Perotti, Brescia, Morcelliana, 1968; Mario Francesconi, Giovanni Battista Scalabrini vescovo di Piacenza e degli emigrati, Roma, Città nuova, 1985.
22 Nell’Appennino, a fine XIX secolo, abbracciano ampi territori con sparuti abitati dispersi e contano in media dalle 100 alle 200 anime: un decimo che nelle normali parrocchie della popolosa pianura.
23 Interessante a questo proposito la lettura del settimanale socialista Il Montanaro, che si stampa dal 1905 al 1910 nella tipografia reggiana de La Giustizia, e i cui referenti sono principalmente proprio i lavoratori migranti dell’Appennino reggiano, ideologicamente tendenti a un vistoso ribellismo antipadronale e anticlericale, eppure quasi estranei o insofferenti alla pratica organizzata delle leghe di resistenza (cfr. Dalmazia Notari, Donne da bosco e da riviera.Un secolo di emigrazione femminile dall’alto Appennino reggiano (1860-1960), Felina, Parco del Gigante, 1998, pp. 51, 61-63, 81-84; Adolfo Zavaroni, La linea, la sezione, il circolo, Reggio Emilia, Quorum, 1990, pp. 68-73; M. Fincardi, Primo Maggio reggiano, cit., I, pp. 269-289).
24 Les italiens en France de 1914 à 1940, a cura di Pierre Milza, Rome, École française, 1986; Simonetta Tombaccini, Storia dei fuorusciti italiani in Francia, Milano, Mursia, 1988.
25 L’emigrazione emiliano-romagnola in Francia, cit., p. 13-14.
26 Renzo Barazzoni, La Fratellanza reggiana, Reggio Emilia, Tecnostampa, 1984; Marco Minardi, I cooperatori della Bassa parmense in Francia, in Gli italiani in Francia, 1938-1946, a cura di Gianni Perona, Milano, Angeli, 1994, pp. 171-184; Salvatore Palidda, La Fratellanza Reggiana: une association d’émigrants dans la guerre (1936-1946), ibid., pp. 253-268; Antonio Canovi, Cavriago ad Argenteuil, Cavriago, Istoreco, 1999; Argenteuil. Creuset d’une petite Italie, a cura di Id., Pantin, Les Temps de Cerises, 2000; Id., Roteglia-Paris, Reggio Emilia, Istoreco, 1999. Anche la Fratellanza romagnola (con forte presenza repubblicana, non solo social-comunista) a Parigi nasce all’ombra del Fronte popolare, come spazio in cui espandere o convogliare la militanza: cfr. L’emigrazione socialista nella lotta contro il fascismo (1926-1939), Firenze, Sansoni, 1982; Antifascisti romagnoli in esilio, Firenze, La Nuova Italia, 1983; Luciano Casali, L’emigrazione romagnola all’estero durante il ventennio, “Padania”, 5, 9 (1991), pp. 193-200; Andrea Baravelli, I romagnoli all’estero: tradizione regionale e identità nazionale alla prova dell’emigrazione, “Memoria e ricerca”, 8 (1996), pp. 137-156.

 

27 L’immigration italienne en France dans les années 20, Paris, CEDEI, 1988.
28 Cfr. François Cavanna, Calce e martello, Milano, Bompiani, 1980; Pierre Milza, Voyage en Ritalie, Paris, Plon, 1993; Id., Marie-Claude Blanc-Chaléard, Les Nogents des italiens, Paris, Autrement, 1995. I padri di Cavanna e Milza venivano dall’Appennino parmense il primo, piacentino il secondo.
29 Emilio Sereni, Il capitalismo nelle campagne (1860-1900), Torino, Einaudi, 1947, pp. 327-328, 346; Luigi Faccini, I lavoratori della risaia fra ‘700 e ‘800, “Studi storici”, 15, 3 (1974), pp. 545-588; F. Cazzola, Storia delle campagne padane, cit., pp. 61-70, 209-214, 231-264; Guido Crainz, Padania, Roma, Donzelli, 1994, pp. 31-34, 104; M. Fincardi, La terra disincantata, cit., pp. 108-111; Maura Palazzi, Donne sole, Milano, Bruno Mondadori, 1997, pp. 390-399.
30 Angelo Margini, Nelson Ruini, Tiracòl. Vita e lotta nelle risaie, Cavriago, Bertani, 1981; Quando saremo a Reggio Emilia, Correggio, Istituto «Alcide Cervi», 1987; Angela Verzelli, Paola Zappaterra, La vita, il lavoro, le lotte. Le mondine di Medicina negli anni cinquanta, Bologna, Aspasia, 2001.
31 Studio ricchissimo di spunti, da vari punti di vista: D. Notari, Donne da bosco e da riviera, cit.
32 Rurali di Mussolini nella Germania di Hitler, Ufficio propaganda della Corporazione fascista lavoratori agricoli, Roma, 1939; Brunello Mantelli, “Camerati del lavoro”. I lavoratori italiani emigrati nel Terzo Reich nel periodo dell’Asse, Firenze, La Nuova Italia, 1992, pp. 84-103, 124; Silvia Pastorini, Ricostruzione dell’emigrazione di lavoratori reggiani in Germania (1938-1943), “Ricerche storiche” (Reggio E.), 54-55 (1985), pp. 91-115.
33 D. Notari, Donne da bosco e da riviera, cit, p. 185; L’emigrazione emiliano-romagnola in Francia, cit., p. 13.
34 G. Crainz, Padania, cit., pp. 250-259; cfr. Gilberto Cavicchioli, L’esodo dalle campagne del Mantovano, Mantova, Istituto per la storia del movimento di Liberazione, 1991.