Memoria familiare e regione nelle migrazioni italiane al Brasile: appunti sul caso”padano-veneto” (1

1. Che le analisi di storia regionale presentino a priori un gran varietà di problemi, e non tutti semplici da risolvere, è un fatto da tempo assodato1 non solo in via generale, ma anche – cosa a noi preme di più – proprio nel settore specialistico dei cosiddetti “migration studies”2. In essi la sensibilità ritrovata o, meglio, rinnovata, per le decisive peculiarità di scala3, deve fare i conti, però, con i modi e con le forme della comunicazione oggi prevalenti nel campo della divulgazione giornalistica le quali di norma prediligono proprio una dimensione grezzamente localistica del racconto e sempre più spesso cercano di ancorarla, con dubbie rivendicazioni di superiore attendibilità della “memoria” familiare, a contesti territoriali assai più angusti di quello nazionale.
Vale la pena di ricordarlo, in via preliminare, nel momento in cui si vogliano introdurre i primi risultati della ricostruzione, provvisoria e parziale va da sé, d’uno dei tanti passati emigratori “euroamericani” e della sua percezione media nel corso del tempo, fra memoria regionale e memoria familiare, da parte di soggetti in esso direttamente coinvolti o da esso “generati”, in Italia e in Brasile, durante oltre cent’anni. Questa ricostruzione è stata concepita e realizzata in un’ottica deliberatamente bilaterale, quella cioè di alcuni odierni Stati brasiliani da un lato e quella, dall’altro, del Veneto e di alcune ampie porzioni, in prevalenza o “in partenza” rurali, del massiccio alpino e della pianura padana ovvero, tolte poche eccezioni, di larghe parti del Nord dell’Italia e delle principali zone interessate dalla “grande emigrazione” peninsulare in Brasile a fine ottocento nonché dalle sue molte propaggini novecentesche. L’esistenza di una gerarchizzazione regionale e delle sue conseguenze o dei suoi contraccolpi all’interno dei flussi immigratori in America Latina, naturalmente, non è mai sfuggita a nessuno non foss’altro che per motivi banalmente quantitativi riflessi solo in parte, però, dalle statistiche ufficiali dei movimenti d’ingresso nei paesi di arrivo. L’esperienza immigratoria e i percorsi di adattamento degli italiani in Brasile risultano ciò nondimeno legati, quasi indissolubilmente, all’imponente retaggio veneto e settentrionale delle prime leve di emigranti rurali affluiti in massa dalla penisola in alcune zone bene individuate del grande paese sudamericano grosso modo fra il 1875 e il 1902.
Dall’incrocio niente affatto casuale tra le politiche pubbliche d’incoraggiamento dell’immigrazione contadina sia d’età imperiale che repubblicana – anche mediante una intensa promozione pubblicitaria con iniziative mirate di trasporto marittimo sovvenzionato – e la progressiva “specializzazione regionale” nei confronti della meta brasiliana di quasi tutto il “Triveneto” e di alcune sue più caduche appendici padane (mantovane, cremonesi, bergamasche ecc.), nel giro di tre decadi (1870- 1890) vennero in effetti poste le basi, sul finire dell’ottocento, per una “fertilizzazione demografica” italiana di poche zone piuttosto spopolate del Brasile come, al centro nord, fra le prime, l’Espirito Santo raggiunto già nel 1873 dai primi emigranti trentini. Anche nell’estremo sud del paese, in tre importanti province imperiali corrispondenti agli odierni Stati di Paraná, Santa Catarina e Rio Grande do Sul, l’impulso maggiore al popolamento e poi alla stessa crescita economica locale – integrando e a tratti addirittura superando l’apporto offerto dalla preesistente immigrazione tedesca – provenne, dopo il 1875, dalla colonizzazione agricola dei contadini veneti (e di nuovo, come direbbe Renzo Grosselli, trentini, lombardi, ecc.) attratti da realistiche prospettive di rapido acquisto di discreti possessi fondiari e quasi tutti trasformatisi, man mano, in teste di ponte di tante piccole ma durevoli catene emigratorie capaci alle volte d’inoltrarsi ben dentro al novecento. In posizione intermedia, sia cronologicamente che geograficamente parlando, ancora al Veneto e in particolare alle sue aree in assoluto più povere, come il Polesine, tra l’inizio degli anni ottanta e la metà degli anni novanta, si rivolsero e attinsero analogamente, ma se possibile in modo ancor più massiccio, perché all’affannosa ricerca di braccia sostitutive di quelle degli schiavi di colore, i potenti fazendeiros di Minas Geraes e soprattutto di São Paulo.
Qui, tuttavia, quello che si affermò fu un modello generalizzato d’impiego bracciantile della manodopera in larghissima prevalenza veneta con successivi abbandoni o vere e proprie fughe dalle fazendas e conseguenti inurbamenti d’intere famiglie coloniche, preludio all’inevitabile occupazione di molti dei loro membri in fabbrica e nel terzario cittadino. Dal punto di vista del “successo” arriso nel centro mondiale del caffè di allora a vari self-made-men italiani, ma spesso in realtà veneti come l’imprenditore opitergino Geremia Lunardelli, e non solo dunque perché l’emigrazione veneta a São Paulo e in Brasile ha sempre goduto di “buona stampa” storiografica, è successo che se ne sia sempre parlato come se essa dovesse o potesse legittimamente riassumere in sé i caratteri generali dell’esodo secolare in direzione del Brasile dall’intera l’Italia così da avvalorare l’idea ribadita di recente da Devoto, accennando appunto all’esperienza del Veneto, “that in many cases national types are simply a projection of a regional case that may be numerically dominant”4. Ciò non fu senza conseguenze sul piano dell’immaginario immigratorio e della sua memoria benché la trama portante di entrambi scaturisse, poi, anche da un intenso ed annoso lavorìo di costruzioni, ricostruzioni e restauri affidati all’intraprendenza mitopoietica di vari soggetti solo in minima parte “compromessi” con (o comunque legati a) São Paulo.
Ad onta dell’evidente divario numerico che collocava le schiere dei veneto paulisti di gran lunga alla testa dei vari gruppi o ceppi italobrasiliani (ovvero dei brasiliani di ascendenza italiana) di cui vorremmo qui occuparci, ma forse proprio per la ragione delle preponderanti dimensioni che esso sin dall’inizio ebbe (su oltre un milione di emigranti affluiti in cent’anni dalla penisola al Brasile, segnalava Giorgio Mortara nel 19505, circa tre quinti erano originari del Triveneto mentre due terzi di quel totale, sempre rispettando grosso modo tale proporzione, finirono per fissarsi a São Paulo) a mantenere più vivo – o meno confuso – il ricordo della propria provenienza regionale – e non solo nazionale – furono per lo più, con gli italo-capixabas di Espirito Santo e gli italo-mineri di località relativamente periferiche quali Juiz de Fora o Poços de Caldas, gli italo-gaúchos del Rio Grande do Sul (e, per gemmazione abbastanza precoce, di Santa Catarina). In parte per via di un iniziale, ma anche assai protratto e “massiccio” isolamento geografico, in parte a causa della longeva compattezza etnica della compagine sociale e civile che ne era derivata, costoro, pur senza vantare una particolare continuità di rapporti con le terre di origine o legami con esse di entità e qualità superiore a quella degli italo-paulisti, sin dalla metà degli anni venti si erano distinti per la regolarità con cui avevano cercato, intanto, di provvedere periodicamente (sino a tempi recentissimi, anzi, ogni venticinque anni secondo un piccolo e rudimentale “commemogramma” per dirla con l’espressione di Eviatar Zerubavel6) a un’opera pubblica di commemorazione del proprio passato “coloniale” in cui più di uno spazio veniva riservato alle matrici regionali del processo immigratorio dal quale esso era dipeso e scaturito.
Tutto ciò, peraltro, si verificava di norma nel contesto d’un elogio indifferenziato e pressoché obbligato dell’“italianità” ufficiale che, interagendo con esso, si rispecchiava poi negli equilibri dell’associazionismo etnico formalmente più ossequioso dei nessi con lo Stato nazione e con i suoi emblemi storici, politici e dinastici. A differenza di quanto capitava a New York e negli USA dove la proliferazione dei sodalizi mutualistici a base regionale e delle società “chiuse”, addirittura provinciali o di villaggio, prima di una tarda evoluzione novecentesca, era intervenuta a segnalare in maniera addirittura vistosa la natura stratificata e “sfacciatamente” o programmaticamente campanilistica dei numerosissimi circoli “italiani” esistenti, in Brasile, a parità di spirito localista ma in presenza di massicce concentrazioni di paesani e di comprovinciali veneti o padani, la rete associativa degli immigrati, che era lì alquanto più esile che non altrove, solo a stento e in modo saltuario sembrava volerne richiamare l’identità o la provenienza dal nord della penisola. A giudicare almeno dalle intitolazioni e dagli emblemi onomastici ordinariamente esibiti (con espliciti riferimenti alla epopea risorgimentale, ai suoi “eroi” e ai suoi schieramenti oppure ai regnanti e ai membri di Casa Savoia, ai personaggi della vita politica e parlamentare postunitaria e così via), ben di rado, infatti, essa appariva volta a segnalare o a enfatizzare le prevalenti radici regionali della maggioranza dei soci, tolti appena alcuni casi come quello della “Unione Veneta San Marco (1888) e della potente “Lega Lombarda” di São Paulo (1897) o di poche altre società riograndensile quali, con il proprio nome, intendevano alludere, per lo più, agli antichi fasti della Repubblica di Venezia (San Marco, la Serenissima ecc.) nel mentre, in proporzione alle presenze e agli arrivi dal sud dell’Italia, erano relativamente numerosi i sodalizi che evocavano nel nome le proprie radici meridionali. Del tutto all’opposto di quanto sarebbe successo cento e più anni dopo, quando nel corso della decade 1990 sarebbe giunta all’apice la moda dell’intitolazione a “cose venete” di club e circoli culturali o ricreativi destinati a collegare il Brasile alle terre effettive di partenza, quello a cui fu dato di assistere per tutto il periodo compreso tra la fine del secolo XIX e la metà almeno del secolo successivo altro non fu, per quanto riguardava i simboli e i nomi, se non la convalida di un’attitudine diffusa e riscontrabile in tutto il mondo dell’emigrazione italiana rispetto all’associazionismo etnico, sempre attento a non guastare e a non rescindere i rapporti “con Roma” o quanto meno con Consoli e Consolati7: una costante nota alle cui regole si sottraevano appena – ma nel Brasile immigratorio ciò accadeva quasi solo a São Paulo – le più radicali fra le società dotate di forte connotazione politica della sinistra di classe (anarchiche, socialiste, ecc.)
In qualche caso la risolutezza e la tempestività dei rinvii alla tradizione nazionale o monarchica, come a Porto Alegre con la Società Vittorio Emanuele II (1877), potevano anche star a significare qualcosa di diverso e ricollegarsi ad esempio all’estrazione urbana e al maggior lealismo o dinamismo nazionalista dei fondatori meridionali ossia, in questa fattispecie, moranesi di Calabria, ma in realtà l’equazione, qui fondatissima, non reggeva, altrove, alla prova dei fatti. E nemmeno reggeva a un’eventuale altro tipo di verifica e di generalizzazione se già prima della fine del secolo XIX – senza essere magari registrate negli elenchi consolari o del MAE – fiorivano un poco ovunque, anche nella zona serrana, piccole associazioni dagli inequivocabili nomi “nazionali” e minuscoli club integralmente formati da veneti o da lombardi (ma alle volte anche dagli stessi italofoni trentini i quali, sebbene sudditi dell’Imperatore d’Austria, non si peritavano di presiedere società “italiane” di Mutuo Soccorso come quella di Bento Gonçalves intitolata alla Regina Margherita da uno dei suoi fondatori Domenico/Domingo Loss “Remesor” ).
Ciò accadeva, si noti, persino nelle aree più periferiche e appartate come, sempre nel Rio Grande do Sul, la “Regione Centrale” in cui era sorta per ultima, nel 1877, la cosiddetta “Quarta Colonia”. In quello che ne era stato il nucleo iniziale e cioè nella località poi marginalizzata e “caboclizzata” di Silveira Martins dove pure i limiti del “patriottismo” italico a tutto vantaggio del regionalismo veneto erano evidenti e deprecati dai consoli del Regno, a neanche sette anni dal suo impianto, l’“Associazione di Mutuo Soccorso fra gli Operai Italiani” s’era chiamata, nascendo nel 1885, col nome del nuovo Re d’Italia Umberto I° mentre una decina d’anni più tardi, nel 1896, anche un’altra Sociedade Italiana, quella del vicino centro di São Marcos, s’intitolava, al proprio sorgere, a un principe del sangue ossia a Luigi Amedeo di Savoia Duca degli Abruzzi. Nella terna provvisoria dei suoi primi amministratori, assieme a un Battista Beltrame sicuramente veneto e a un Massimiliano Danesi, probabilmente mantovano, sedeva Andrea Pozzobon nato a Carpenedo in provincia di Treviso nel 1863 ed emigrato in Brasile assieme a tutta la famiglia contadina nel 1885. Egli si sarebbe distinto più tardi come leader intellettuale italo-gaúcho e come autobiografo popolare memore sì del natìo Veneto rurale ma anche assertore ispirato di un acceso nazionalismo8. Nei dintorni di São Marcos, di Arroio Grande, di Santa Maria ecc. esso riuscì a propiziare l’erezione di retorici monumenti ai soldati “cattolici” periti nella Guerra di Libia (in un diffuso slancio di entusiasmo patriottico ch’era giunto a contagiare anche molti trentini e, stavolta però senza il consenso della maggioranza di questi cosiddetti “tirolesi”, a suggerire, dopo il 1918, lo scoprimento di lapidi in memoria dei caduti italiani nel primo conflitto mondiale. Simili manufatti furono poi naturalmente distrutti o fatti sparire dalle autorità dell’Estado Novo che procedettero anche, nel contempo, alla “bonifica onomastica” delle società italiane (o italiane molto “sulla carta” se, ad esempio, come racconta Thales de Azevedo9, quella di esse trasformata allora in Duque de Caxias e originariamente intitolata al Duca d’Aosta veniva familiarmente definita dai suoi stessi aderenti, venetizzando e celiando, la “Duca dall’Ostia”). Sulla “questione dei nomi”, ad ogni buon conto, occorre serbare una certa prudenza e non dimenticare mai che dietro alle loro apparenze possono celarsi anche (se non soltanto) motivazioni e scenari assai difficili da decifrare di prima intenzione e alcune volte, anzi, abbastanza imprevedibili e inattesi come dimostra ad abundantiam la storia dei nomi imposti a quella o a questa località del Rio Grande do Sul (la Nova Trento sulina, a differenza di quella santacatarinense, si chiamò così, ad esempio, non perché vi fossero dominanti o numerosi i trentini, bensì per mediare fra veneti e mantovani, che costituivano la quasi totalità dei coloni originari, scesi in lite fra loro volendo battezzare il luogo ciascuno in maniera tale che ricordasse i luoghi di casa propria; Val di Buia nei pressi di Arroio Grande non rinvia a una presenza massiccia di friulani, ma dipende come nome da una decisione di don Francesco Comoretto, sacerdote appunto della Val di Buia udinese giunto in Brasile addirittura nel 1866 e rimasto a farvi il parroco sino al 1896; Vale Veronês, sempre nella zona di S.Maria vicino a Cachoeira do Sul, era stata fondata in origine da un gruppo di emigranti vicentini, divenuti solo poi in minoranza e così via ).
Di questi particolari e dettagli che costituiscono comunque le spie d’una situazione come minimo contraddittoria e complessa recano notizia molte delle memorie familiari italo-gaúche e in genere italo-brasiliane da noi scrutinate10. A riprova della loro scarsa inclinazione a distinguere o a discriminare i diversi gradi del senso di appartenenza per come almeno vengono percepiti e rammemorati, stanno, del resto, i ricordi, sostanzialmente condivisi ancor qui, delle feste “patrie” italiane di più netta ascendenza politica e civile.
Al loro centro, sin dai tempi di Julio Lorenzoni, oratore ufficiale della ricorrenza a Bento Gonçalves nel 1886 e insidiato per l’occasione da un immigrato spagnolo“hostil a todo elemento italiano”, si ritrova quasi sempre la data laica e “nazionale” per antonomasia del XX Settembre: una data di cui non potevano certo sfuggire le valenze polemiche ed anticlericali anche prima del 1895 e tuttavia fatidica e “a doppio uso” in Rio Grande do Sul dove ogni anno essa soleva celebrare anche o, meglio, in primo luogo, la famosa Rivoluzione dei Farrapos a cui aveva preso parte Giuseppe Garibaldi, compagno d’arme di Bento Gonçalves, eroe massimo dell’indipendentismo gaúcho. L’assenza di attriti ed anzi la singolare coincidenza giovarono, con ogni probabilità, agli immigranti italiani sino alle soglie del secondo conflitto mondiale diversamente da quanto era successo ad esempio in Argentina per altri appuntamenti calendariali altamente evocativi dopo le polemiche indotte, nel 1917, dalla introduzione dell’ispanizzante “Dia de la Raza”, il 12 di ottobre, a scapito d’una possibile versione platense del “Columbus Day”, indarno vagheggiata dagli italiani di Buenos Aires e da tutta la loro stampa: nel Rio Grande do Sul, tutto al contrario, riuscì ad avere corso, seppur effimero, solo un “Dia do Colono” lusinghiero soprattutto per i tedeschi e voluto dal manovriero governatore Flores da Cunha che lo aveva fissato al 25 di luglio nel 1934, pochi anni prima, cioè, dell’avvio della famosa stagione restrizionista, a livello nazionale, di Getulio Vargas. Pio Vitorio Galeazzi, memorialista di famiglia vicentina di Poiana Maggiore e uomo religiosamente osservante, già “pioniere” ad Alfredo Chaves, ma stabilitosi negli anni venti, ormai “notabile etnico”, a Santo Angelo – dove nel 1931 aveva pure collaborato alla fondazione della locale Sociedade Italiana “Giuseppe Garibaldi” di cui fu il primo segretario – in questa cittadina tenne, per l’occasione, un eloquente discorso ufficiale in nome e per conto della comunità italiana. In esso si ripercorrevano con orgoglio le fasi del processo colonizzatore secondo il noto schema o cliché lavorista, pionieristico e civilizzatore, non senza rendere omaggio, però, anche alla tradizione nazionalstatuale della madrepatria tuttora fatta culminare nelle celebrazioni del XX Settembre e senza, soprattutto, che tutto ciò stridesse con le intime convinzioni cattoliche e con le evidenti lealtà localistiche (sc. provinciali, paesane ecc.) dell’autore. Ad ogni buon conto per il periodo precedente la stipula dei Patti Lateranensi, anche molte altre memorie familiari segnalano come la festività destinata in Italia al ricordo di un evento assai poco gradito ai clericali come la “breccia” di Porta Pia e la fine del dominio temporale del Papa venisse osservata spontaneamente e un po’ dappertutto in Brasile ove vi fosse traccia, ancorché minima, d’insediamenti italiani ovvero, per meglio dire, veneti di cui erano d’altro canto maggioritarie, arcinote e pressoché fuori discussione le simpatie spiccate per l’intransigentismo, l’assoluta fedeltà alla causa del Pontefice “prigioniero” in Roma e la non lieve diffidenza, in definitiva, nei confronti di massoni e atei militanti sul tipo proprio di Giuseppe Garibaldi. Sicché sino alla fine degli anni venti da Rio Grande do Sul a Espirito Santo, dove pure l’anniversario offriva il pretesto per affollate cerimonie e per altrettanto affollati banchetti popolari, sembrava non dare per niente scandalo e nemmeno avrebbe ingenerato più tardi ripensamenti o perplessità il fatto che ad ogni tornar di settembre, al venti di quel mese, i veneti si radunassero puntualmente “come italiani” salvo poi fare festa alla presenza del Console parlando e vociando nel proprio dialetto, sfruttando l’occasione per bere e mangiare i vini e i cibi tipici della loro tradizione ostinatamente riprodotti, dal vino alla polenta, in Brasile, giocando alla morra e a tressette e persino magari intonando, assieme a quelli popolari e alquanto irriverenti in sé, molti canti religiosi o, per meglio dire, “di chiesa”.
Una qualche deformazione interpretativa su questo argomento potrebbe derivare dal fatto che quasi tutti i primi diaristi e redattori di memorie originari del Nord della penisola, pionieri o figli di pionieri su alcuni dei quali si riaccende in modo intermittente la curiosità degli studiosi come si evince dagli ultimi lavori di Camilla Cattarulla11, amavano combinare consapevolmente, nel sud del Brasile, i ricordi della propria estrazione regionale e paesana (rurale, clericale ecc.) con l’affermazione di una identità nazionale comunque condivisa e persino di un orgoglio “razziale” italiano ideologicamente motivato. Al riguardo si potrebbe anche dire, in effetti, che l’assenza di altri “competitori regionali” in seno o vicino alle varie località immigratorie facilitava non poco le cose in tema di appropriazione automatica dell’italianità ovvero affermare, più restrittivamente, che a leggerle in tal modo e a comportarsi di conseguenza fosse solo una esigua minoranza di “intellettuali” e di notabili. Di tale minoranza, tuttavia, facevano parte, con il citato Pozzobon, il bellunese Giuseppe Dall’Acqua, il bergamasco Ludovico Maestri, il veronese Orestes Bissoli, il vicentino Julio Lorenzoni ecc. ossia coloro che, assieme a pochissimi altri, nelle rispettive comunità “coloniali” e rurali di residenza e in forza d’una modesta acculturazione, si erano trovati a ricoprire, almeno sino alla svolta (anagrafica e politica) degli anni quaranta del novecento, ruoli d’una certa rilevanza civile nelle istituzioni scolastiche e amministrative locali risultando determinanti anche nell’orientare le descrizioni di prima mano della epopea immigratoria e delle sue “vere” matrici.

 

2. Volendo provvisoriamente mettere fra parentesi l’apporto decisivo alla nascita del mito ruralista coloniale (e “nordista”) fornito dal clero italiano in cura d’anime come del resto da quello missionario scalabriniano, francescano, pallottino ecc., con una forza d’urto senza pari – un po’ per il prestigio di cui godevano i “padri” presso popolazioni religiosissime in partenza ed ancor più all’arrivo, ma soprattutto per merito delle macchine giornalistico-editoriali cattoliche in funzione dai primi del novecento con fogli periodici e con best seller anni venti sul tipo di Nanetto Pipetta di padre Aquiles Bernardi – è dunque in voci come queste che si possono scorgere gli incunaboli di una qualche dialettica fra regione e nazione narrata pubblicamente per decenni senza speciali “retropensieri” ed esplosa solo molto tempo più tardi in termini alquanto conflittuali a causa di congiunture mutevoli e mutate ovvero in ragione di ben altri cambiamenti e sia pure di notevolissima portata verificatisi dopo il 1970 tanto in Brasile quanto, e forse anche di più, in Italia.
Nel Rio Grande do Sul, meglio che non a Minas Geraes o in Espirito Santo – dove addirittura le relazioni con la madrepatria si erano interrotte, in buona sostanza, già sul finire del secolo XIX benché l’immigrazione peninsulare stesse per propiziarvi la più ampia e durevole crescita demografica su basi immigratorie di tutto il paese (dove infatti ancor oggi Espirito Santo vanta, unico caso in Brasile, più del 60% della propria popolazione con origini in un modo o nell’altro italiane) – i discendenti degli emigranti ovvero i figli e i nipoti dei “pionieri” già aggregati, sino al 1942, in club e società formalmente “nazionali” del tipo sopra ricordato, si trovarono quindi a dover riarticolare più e più volte il proprio discorso “in pubblico” sui trascorsi italiani e/o regionali dei genitori e degli avi (detti “par taliàn” i “noni”) quasi subito dopo il venir meno – pubblicistico ed esistenziale – di costoro e cioè in un momento particolarmente controverso e delicato della storia mondiale.
Tutto cominciava a prendere nuova forma, infatti, proprio mentre timidamente ripigliavano slancio alcune correnti effimere o terminali d’emigrazione per l’America Latina da un’Italia postbellica profondamente cambiata rispetto a quella di fine ottocento e sulla quale vent’anni di fascismo non erano passati invano sotto il profilo dell’omogeneizzazione nazionalista (tanto da dar vita alla migliore copertura ideologica delle inedite contrapposizioni culturali in atto qua e là fra “italiani d’Italia” e “taliani do Brasil” ovvero fra “contadini” e “cittadini” dell’immigrazione, ma anche quando si era appena usciti, in Brasile, dalla fase forse più dura della politica statalista e livellatrice di Getulio Vargas (per non parlare del fascismo autoctono dell’AIB di Plinio Salgado a cui proprio i coloni veneti, da Espirito Santo a Rio Grande do Sul – passando per São Paulo – avevano offerto, assieme ai tedeschi filonazisti, un entusiastico appoggio). La legislazione nazionalizzatrice e “trabalhista” di Vargas, per molti versi a lungo rimpianta proprio dagli immigrati e dai coloni europei, era la stessa che da un altro punto di vista tanto negativamente avrebbe inciso e influito, con le sue interdizioni culturali e linguistiche (divieto dell’uso di lingue e dialetti stranieri, messa al bando di scuole e istituti d’insegnamento etnici, brasilianizzazione coatta dei giornali e delle società sportive, ricreative, di mutuo soccorso ecc.), sugli equilibri tradizionali delle antiche zone di presenza italiana e germanica.
Ai promotori già contigui al fascismo delle celebrazioni semisecolari del 1925, ma un po’ anche ai tedeschi che li avevano preceduti in un’opera di tal fatta sino a pochissimo tempo addietro e agli stessi seguaci di Getulio, è assai probabile che ancora guardassero dunque, nella decade del 1950 e dintorni, gli “astri nascenti” della prima leva erudita locale molto intrisa di memorialismo irriflesso e d’ingenuo divulgativismo giornalistico, ma non ancora troppo forte di nomi, tolti appena alcuni esempi: dallo “storico volontario” di Caxias João Spadari Adami (un trentino-gaúcho che di mestiere faceva il sarto) e dal giovane pubblicista Mario Gardelin al più maturo padre Felix F. Busatta o alla maestra Alice Gasperini seguiti a ruota, poco più in là, dai vari Pio Busenello (un altro prete), Fidélis Dalcin Barbosa, Antonio Ducati Netto ecc. Senz’altro vi avevano guardato, nell’Anno Santo di un altro Giubileo, anche i compilatori dell’Album commemorativo per il 75° anniversario dell’arrivo dei primi coloni settentrionali a Campo dos Bugres, la futura Caxias do Sul. Si trattava di un testo meno ambizioso e ben più asciutto di quello redatto nel 1925 in cui, tra le altre cose, la compresenza di italiani di diversa origine regionale inegualmente distribuiti fra la montagna gaúcha, “regno” incontrastato e numericamente egemone dei veneti, e la città di Porto Alegre, sede di un’ormai folta comunità di immigrati provenienti da Morano e da poche altre zone della Calabria, risultava in un certo modo sfumata e poco in linea con il senso di profonda estraneità manifestato dagli abitanti dell’Encosta Superior da Serra do Nordeste nei confronti dei loro connazionali del sud della penisola.
Così almeno annotava nei suoi quaderni, più o meno in quegli anni, il futuro esegeta più acuto e attendibile della zona coloniale italiana, l’insigne antropologo bahiano Thales de Azevedo e così avrebbero continuato a pensare e a scrivere saltuariamente nelle loro memorie i discendenti dei veneti. La comune “italianità”, a loro giudizio, non era sufficiente infatti a colmare le distanze, sentite ora come più grandi se non proprio come incolmabili, fra sé e i meridionali stabilitisi nella capitale ovvero, più sporadicamente, negli altri centri urbani dello Stato. Per molti di costoro, d’altronde, vigeva un’ovvia clausola di reciprocità visibile nella scarsa propensione a socializzare con i veneti, su base teoricamente “etnico-nazionale”, giusta una renitenza che, nel caso appartenessero agli strati borghesi e più abbienti della colonia portoalegrense, si colorava anche di tinte sociali marcate se non proprio classiste.
La tipica contrapposizione fra città e campagna o fra cittadini e “miseri coloni”, anche ove questi ultimi non fossero per nulla (o non fossero più) dei poveri contadini o dei contadini poveri, bensì prosperi agricoltori, imprenditori e artigiani di successo ovvero anche, e magari da decenni, albergatori e hoteleiros, contribuiva senza dubbio ad acuire l’aleatorietà del rapporto, aggravata, come se non bastasse, dalle difficoltà di una comunicazione linguistica fra “lombardo-veneti” e calabresi insoddisfacente in partenza per via dei diversi dialetti da essi parlati.
Un risoluto venetista gaúcho dei giorni nostri, seguace di Giovanni Meo Zilio e dalle trasparenti convinzioni politiche leghiste di Darcy Loss Luzzatto (l’autore/editore dell’eloquente libretto Noantri semo taliani grássie a Dio), avendo fatto in tempo ad esserne testimone al proprio paese – Pinto Bandiera, detto affettuosamente la Pinta – dove i suoi tenevano a pensione all’estate per più di un mese – ormai negli anni cinquanta e sessanta del novecento – qualche decina di villeggianti (veranistas) di Porto Alegre, racconta come essi fossero quasi tutti moranesi e di famiglie facoltose a cominciare dai parenti e dalla madre (Maria) del grande studioso del folklore riograndense Dante de Laytano: “Os veranistas – però – falavam uma mistura do seu dialetto com o português, um morano-português. que os colonos não entendiam, una vez que falavam exclusivamente o nosso vêneto…” Nelle loro escursioni “in volta par le colonie”, i moranesi di Porto Alegre avevano dunque bisogno di essere accompagnati e accuditi da una guida, il padre del memorialista, in veste di traduttore supplito alle volte, se necessario, dal piccolo Darcy come questi stesso ricorda mettendo in scena il seguente dialogo fra una “colona”, Anna Rubbo, padrona di un albero carico di fichi appetitosi, e Dona Maria Laytano che ne era evidentemente ghiotta: “La D.a Maria la savea che no i la capiva mia e alora, vardando el figher, la me gà dit: – Darciù, bregunt prel guando góstano u fic! – Anna, i vol saver quanto che i costa i fighi! – Dighe che mi vui 200 réis al chilo, parchè i ze proprio bei! – Ela quer 200 réis ao quilo porque diz serem muito bons…”.
Darcy Luzzatto, nipote del già citato Domingo Loss “Remesor”, aggiunge peraltro che le sue doti d’interprete erano limitate (ed imperniate non a caso sulla buona conoscenza del portoghese che i moranesi, quantunque anziani e tuttavia cittadini, padroneggiavano meglio di lui ) perché ciò che gli sfuggiva e suonava irrimediabilmente ostico a tutti i suoi compaesani veneti era il calabrese di Morano (“Entre eles falavam elusivamente o moranês e então eu não entendia quase nada, embora me esforçasse para compreender. La gente de la Pinta la disea che i nostri veronisti i parlea arbo”)12.
Differenze, ma anche diffidenze di questo tipo, sebbene rilevate senza speciale enfasi nelle memorie familiari, fanno la loro comparsa nelle scritture autobiografiche e nelle rimembranze dei “protagonisti” veneto-riograndensi e, in genere, italo-brasiliani (come, a São Paulo, quelli interpellati ormai molti anni fa da Ecléa Bosi e poi, a Rio, dai collaboratori di Angela De Castro Gomes13) dando conferma a “la tribu de los historiadores”14 del valore che hanno, se ben concepite, le testimonianze delle persone comuni e, contemporaneamente, del peso mantenuto all’estero, fra queste, da un forte campanilismo italico (“bairrismo”). Alle volte, occorre dire, esso finiva per emergere e per farsi notare anche fra meridionali o fra settentrionali di regioni diverse. Una discriminante decisiva, in tali casi, era fornita di nuovo dal linguaggio e dalle peculiarità vernacolari che a lungo tennero separati in certi agglomerati urbani, ad esempio nei vasti quartieri etnici della metropoli paulista denominati Bras e Bela Vista (poi Bexiga), i calabresi non tanto dai veneti o dagli immigrati del Nord Italia quanto appunto da altri meridionali come gli ex abitanti delle Puglie. Questi ultimi, viceversa, ad onta delle divisioni provinciali, bene o male riuscivano a comunicare tra di loro:

 

Aqui na Bela Vista – ricorda il senhor Antonio intervistato da Bosi e pur capacissimo di ritrarre i connazionali calabresi distinguendoli per costumanze, aspetto, abbigliamento corrente ecc. – havia festas de italianos: a de Nossa Senhora Aqueiropita, dos calabreses, e outra de Nossa Senhora Ripalda, da região dos meus parentes, padroeira da grande província de Foggia. Falavam todos quase o mesmo dialetto: os bareses, os foggianos, os cerignolanos, os ortanuovenses, mas não entendiam o dialetto dos calabreses15.

 

Nelle zone coloniali di Santa Catarina e del Rio Grande do Sul, dove la presenza meridionale era assai meno intensa, il problema, con rare eccezioni rappresentate peròda pochi friulani e bergamaschi, non si poneva negli stessi termini e, pur venendo intesi, appena s’intravedevano nel fondo e nel corso del processo che avrebbe condotto più tardi alla formazione del “taliàn”, la koinè veneta (o per meglio dire vicentino/feltrina) sopravissuta sino ai giorni nostri ai lasciti delle diverse parlate provinciali mantovana, cremonese, trentina ecc. Ciò detto resta che anche laggiù a risultare preminente e qualificante fu sempre la contrapposizione fra genti del Nord e genti del Sud della antica “madrepatria”.
Pur non raggiungendo i vertici d’incomprensione e di preconcetta ostilità toccati altrove, le prevenzioni e i sospetti di neghittosità o d’inclinazione mafiosa al malaffare e al crimine organizzato nutriti nei riguardi dei meridionali anche da parte dei veneto-gaúchos emergono con particolare nettezza a far data, in modo significativo, dai primi anni cinquanta del novecento sebbene si fossero incrociati già da prima con forme più e meno striscianti di idiosincrasia interetnica (ad esempio con quelle, all’inizio ampiamente ricambiate, verso gli altezzosi e troppo “rigidi” tedeschi o con le altre ben più razziste, ma quasi scontate, nei confronti della gente di colore).
Tali sospetti si sovrappongono, per lo più, alla preoccupazione di poter essere a torto diffamati in virtù d’uno stereotipo genericamente anti italiano da quegli stessi lusobrasiliani che gli emigrati veneti e i loro discendenti sbrigativamente e spregiativamente erano usi tacciar loro d’indolenza anche ove non fossero miserabili sertanejos o poveri caboclos; di tutto ciò le memorie familiari portano sempre una forte impronta e, qualche volta, il tardivo rammarico:

 

Infelizmente – scrive Amelia Tozzetti Nogueira16 – havia grande preconceito contra os caboclos, negros, turcos, nativos e também italianos do sul. Entre as famílias italianas, o mais forte preconceito era com relação ao brasilian (brasileiro) e que perdurou por gerações e, com certezza, deve estar ainda presente por aí a fora. Não escapava o mulato, porque eram todos negraci (negros)….

 

Sui “negraci” o come a preferenza si diceva tra i venetofoni del sud sui “negroti”, data la relativa marginalità degli ex schiavi e dei loro discendenti in Rio Grande do Sul e in Santa Catarina, non si contano gli aneddoti compiaciuti e gustosi, ma volti a segnalare l’inevitabile acquisizione da parte loro (ovvero di alcuni di loro) d’una discreta padronanza così del talian come, addirittura, dei suoi sottogeneri provinciali secondo uno schema narrativo che i memorialisti e gli autobiografi della penisola spartiscono con i loro predecessori ed omologhi teuto-riograndensi.
Un’altra linea divisoria essenziale tra nativi e immigrati europei fu a lungo costituita, senza neanche qui distinguere gran che gli italiani dai tedeschi, dalla tendenza dei coloni ad autoattribuirsi in esclusiva le virtù e i meriti di una laboriosità “congenita” per appartenenza regionale o, meglio, della pura “voglia di lavorare” ritenuta scarsa o del tutto assente nei lusobrasiliani per cui, come confidava João Spadari Adami a Thales de Azevedo nel gennaio del 1955 (ma il pregiudizio si sarebbe rivelato benpiù durevole e resistente) a Caxias “quando um ‘brasileiro’ è trabalhador, se diz que parece ‘italiano’ ou ‘alemão’; quando um destes não trabalha, diz-se que parece ‘brasileiro’…”17.
Le affinità e le convergenze con i tedeschi, confermate sul piano politico dalle ricordate simpatie per Salgado e per il suo “integralismo” da parte dei veneti negli anni trenta, dal punto di vista almeno delle conseguenze che avrebbero potuto avere su un processo di “americanizzazione” più lungo e tormentato di altri, finivano però a questo punto. Considerando a parte, nell’ambito di una specie di residualità immigratoria, le presenze italiane in effetti più saltuarie nel Brasile otto e novecentesco, come quelle pur interessanti attestate in Rio de Janeiro o a Salvador de Bahia dove non a caso erano falliti, per motivi non solo climatici, vari tentativi di radicamento da parte di emigranti provenienti proprio dal sud della penisola – l’originaria supremazia numerica dei veneti culturalmente (e linguisticamente) destinata a sfilacciarsi del tutto in São Paulo e a rassodarsi invece in gran parte del Brasile “coloniale”, si convertì man mano in una sbrigativa equazione etnico-nazionale (sommariamente Veneti=Italiani e viceversa ovvero “Taliani”), ma non dovette misurarsi quasi mai con pericoli o con minacce simili a quelle che, a parti rovesciate, avevano avuto corso in Argentina.
Da parte delle classi dirigenti e dei ceti intellettuali nazionalisti del Brasile un vero e proprio timore per eventuali rischi d’“italianizzazione” o di “snazionalizzazione” delle zone del paese in cui gli immigrati veneti e i loro discendenti s’erano insediati con successo non si diede mai o non si diede comunque nella misura in cui, sin dai primi del Novecento, esso s’era cominciato a manifestare astiosamente nei confronti dei tedeschi con tanto di libri, articoli e campagne di stampa tese a denunciare l’incombente “perigo alemão”18. Persino negli anni caldi delle repressione getulista tesa a sradicare i “quistos” etnici generati dall’immigrazione le reazioni “blande e limitate” dei coloni sia tedeschi che italiani “frente a intervenção brutale em suas instituções e vidas mostram o caráter inimaginavelmente pacífico dessas populações!”19. Nel caso dei veneti e di altri discendenti degli immigrati venuti dalla penisola, poi, è assai probabile che alcuni elementi di affinità o di contiguità politica che essi avevano con Vargas e che risalivano più indietro nel tempo (ad esempio ai fatti rivoluzionari del 1930), spesi e giocati senz’altro meglio di quanto non potessero o volessero fare i tedeschi – Gertz parla dubitativamente a tal proposito di un “jogo de cintura” da parte delle élites italiane o di origine italiana – concorsero ad attenuare, almeno in parte, i rigori della nazionalizzazione coatta, come dimostrano anche i comportamenti e le carriere nient’affatto spezzate di molti vereadores e prefeitos “taliani” a cominciare, sottolinea sempre Gertz, da quello di Caxias, Dante Marcucci il quale in effetti da antico supporter di Flores da Cunha si convertì in fervoroso sostenitore dell’Estado Novo e rimase in carica come primo cittadino dell’antica “perla delle colonie” ininterrottamente dal 1937 al 1947, sino cioè a due anni dopo la deposizione di Getulio.
3. Mentre nell’ultima onda immigratoria si mescolavano e si confondevano con i nuovi emigranti in arrivo dall’Italia alcuni professionisti della politica e del giornalismo che si debbono ascrivere a un “fuoriuscitismo” nazionalista e di destra piuttosto inedito, com’è stato opportunamente osservato da Federica Bertagna20 sia per le sue proporzioni e sia per le sue motivazioni, ma anche foriero, per il suo impegno in Brasile, di sviluppi allora del tutto imprevedibili, tra la fine degli anni quaranta e la metà della decade successiva ebbe inizio in Rio Grande do Sul quello che potremmo definire il periodo di rielaborazione delle prime memorie familiari ancora non compromesse (o non del tutto compromesse) con l’incombente saga, già in bilico fra visioni vittimiste e visioni prometeiche, delle origini. Va sottolineato che il grosso del contingente costituito da gerarchi e notabili del fascismo in fuga dall’Italia si stabiliva frattanto, di preferenza, a São Paulo e che, nonostante il successivo rimpatrio di molti di loro – amnistiati o riabilitati a causa d’una epurazione fattasi ben presto inconsistente – quelli rimasti ebbero buon gioco ad inserirsi nelle dinamiche dell’associazionismo etnico e della stampa “italiana” di nuovo in via di trasformazione dopo il provvisorio allontanamento di Vargas dal potere se non man mano ad assumerne addirittura il controllo. L’ipoteca messa, con svariate eccezioni, dai fascisti, per lo più repubblichini, sulle “istituzioni” storiche della collettività italopaulista non poteva non esprimersi in termini ultra nazionalistici, ma, in attesa della crescita in Italia del MSI e della nascita più in là (1970) dei “Fasci Tricolore” all’estero ovvero, ancora più tardi (ma è ormai cosa dei giorni nostri) del ritorno al potere, nell’antica madrepatria, degli eredi di Salò con l’istituzione di un ministero ad hoc per gli “italiani nel mondo” affidato appunto a uno di loro, una simile opera di conquista dall’interno soprattutto di periodici e di giornali divenuti l’estremo rifugio di una sorta d’“italianità allo sbando” e accudita saltuariamente “da lontano”, divenne abbastanza in fretta una questione d’interesse tutto italiano più che non brasiliano o italobrasiliano. A São Paulo, infatti, come faceva notare Mortara, l’autorevole statistico sopra già citato, sulla base del censimento nazionale brasiliano del 1940 ai cui lavori egli stesso aveva posto personalmente mano, da ben prima che il secondo conflitto mondiale si fosse concluso, erano evidenti per un verso l’inarrestabile declino numerico degli italiani (ridottisi a 213.138 unità) e per un altro lo stato avanzato del processo di brasilianizzazione sia di costoro che di gran parte dei loro discendenti (naturalizzati od oriundi), desunto in maniera convincente e significativa dai tassi di acculturazione linguistica dei vari gruppi già immigratori messi a confronto tra di loro. Esclusi, per ovvie ragioni, portoghesi e gallegos, a fronte dei quasi 95 mila stranieri che su 394.363 in totale risultavano incapaci di padroneggiare correttamente il brasiliano ovvero il portoghese del posto, pari dunque ad un 24% netto, si collocavano gli appena 18.445 italiani, su 213.138, sprovvisti di analoghe competenze linguistiche sull’ordine dunque dell’8, 7%: un dato, questo, avvalorato dal fatto che, anche rispetto agli oltre ventimila stranieri d’altra origine, i censiti a São Paulo come non in grado di esprimersi correttamente in portoghese ammontavano a 2.283, ossia all’11, 1%, mentre fra gli oriundi italiani la percentuale (852 su 21.466) scendeva a un quasi ininfluente 4%. Vero è che non possediamo informazioni sufficientemente dettagliate sulla eventuale tenuta, specie in ambito familiare, dell’italiano e soprattutto dei suoi dialetti anche se al solito paiono abbastanza esplicative le cifre fornite da Mortara. Questi nell’avvertire “come la proporzione di quelli che parlavano in casa lingue diverse dalla portoghese «fosse» maggiore della proporzione di quelli che non parlavano correttamente il portoghese, perché molti immigrati che fuori di casa usavano la lingua locale continuavano a parlare in casa la lingua d’origine”, è il primo a sottolineare come questo caso fosse “relativamente raro” fra gli italopaulisti d’ogni “categoria”: coloro che si potevano legittimamente definire italiani per aver mantenuto invariata la cittadinanza, fra le mura domestiche usavano infatti correntemente la loro vecchia lingua nella percentuale del 13, 6% (28.910 sui già detti 213.138), ma analogamente ed anzi in netta flessione costituivano il 5, 9% di tutto l’insieme (ovvero 1.274 su 21.466) gli oriundi i quali dichiaravano di comportarsi alla stessa maniera mentre infine, estendendo l’indagine ai figli, brasiliani per nascita, degli italiani “legittimi”, solo 10.764 di loro, meno cioè del 4%, comunicava in casa con i parenti utilizzando l’idioma dei padri. Dal che si deduce che le stime iperboliche sulla presenza peninsulare in Brasile sino allo scadere degli anni trenta, fatte girare ed enfatizzate ad esempio dal fascismo, dovevano essere alquanto ridimensionate già alla volta del primissimo dopoguerra allorché messo a paragone con l’incidenza massima raggiunta dal gruppo degli italiani nel 1900 – il 15, 8% dell’intera popolazione dello Stato di São Paulo – il loro contingente residuo nella terra del caffè, alla volta del 1945, non superava un magro 2, 5%. Negli altri Stati e nel Distretto Federale le cose non andavano, numericamente parlando, diversamente (anzi!) se in testa alla graduatoria, seguito a breve distanza da Minas Gerais (quasi 19 mila) e più indietro dal Paraná (8 mila), dall’Espirito Santo (meno di 7 mila) e da Santa Catarina (sui 5 mila al pari di Rio de Janeiro), si trovava il Rio Grande do Sul con circa 25 mila componenti. Ma ben altre erano le condizioni dettate qui dall’originale processo di colonizzazione e dalla crescita demografica naturale in regime di relativa, ma resistente endogamia “etnica”. Nonostante poi le frequenti “ri-emigrazioni” interne verso altre parti del Brasile, destinate ad occupare man mano, nel ricordo di famiglia di molti italo-gaúchos, uno spazio d’estremo rilievo, degno d’essere cantato in versi e in vernacolo veneto o “talián” (“I fiui dei migranti”21), tali condizioni prospettavano, senza farla gran che emergere o comparire sulle prime, una situazione assai diversa da quella di São Paulo e cioè la situazione a cui ci siamo spesso riferiti qui sopra con una più elevata percentuale di conservazione dei “costumi” e dei dialetti originari. Ciò che a São Paulo era divenuto da tempo materia per una “leggenda metropolitana”, allusiva alla capillare e “inafferrabile” presenza italiana – qui quasi di tipo porteño – e riecheggiata iperbolicamente sino ai giorni nostri da testimoni non sospetti come il cantante Tom Zé (che, paulista dal 1968, ricordava di recente22 come ancora circolerebbe in città “una voce di popolo” secondo la quale “metà dei paulisti è di origineitaliana e l’altra metà è effettivamente italiana”), costituiva in molte zone del sud del paese un dato di fatto e una realtà a suo modo collaudata, ma anche ridefinita a più riprese da una schiera crescente di interpreti e di memorialisti assai poco nostalgici dell’Italia come Stato nazione e intenzionati piuttosto a ricordare molto di più, in pubblico e in privato, le proprie radici familiari e provinciali. Sicché mentre a São Paulo si svolgeva, con l’occhio rivolto alla madrepatria e avendo per interlocutori ambienti di governo e di sottogoverno nazionali, un’azione tutta politica ma visibilmente ormai di retroguardia per il mantenimento in Brasile dell’“italianità” da parte in specie di giornalisti e di attivisti del neonotabilato fascista e filofascista, in Rio Grande do Sul e poi in Santa Catarina prendeva slancio, dopo il 1970, una iniziativa solo apparentemente simile di “recupero” e di “riscatto” delle radici italiane. Essa infatti prendeva contorni abbastanza precisi soltanto nei pressi del centenario del 1975, ovvero tra il 1973 e il 1976 a breve distanza dal conferimento alle regioni italiane di prerogative e di poteri propri sanciti peraltro dalla Costituzione repubblicana del 1948, condensandosi quasi subito in una vulgata marcatamente venetista che oltre a sconfessare, almeno in parte, i propri presupposti localistici e paesani, finiva per obbedire sempre di più a logiche e a stimoli provenienti anch’essi dall’Italia, ma non più centralisticamente dalla sua capitale, bensì da alcuni governi regionali e da altre amministrazioni periferiche.

 

4. Ancora nel corso degli anni cinquanta le prime timide riprese di contatto fra il Rio Grande do Sul e gli antichi villaggi di partenza degli immigranti, dopo le interruzioni imposte dalla guerra ma ancor più dall’incedere del tempo e dal venir meno dei contatti epistolari diretti, erano state garantite soltanto per tramiti strettamente familiari da un esiguo andirivieni di pochi individui, fra Italia e Brasile, che appariva di natura, per così dire, prototuristica, ben lontano quindi da quello oggi in auge23 e per giunta alimentato, agli inizi, quasi solo da religiosi venuti primariamente in visita alle case madri dei loro ordini oppure a Roma. Alcuni di loro, figli di gente arrivata a fine ottocento e testimoni diretti del primo ciclo di colonizzazione, si sarebbero poi spesi non poco per impostare di nuovo in chiave localista la saga dei ricordi d’immigrazione assecondando un modulo non ancora compiutamente “eroico” e retorico, quanto piuttosto schiettamente paesano e domestico sempre incentrato, s’intende, ieri al pari di oggi, sulle famiglie d’origine come avveniva con le prime opere dei sacerdoti don Pio Busenello e Felix Fortunato Busatta, un prete, questo, nato in Brasile, cresimato bambino nel 1904 da mons. G.B. Scalabrini, ordinato a Porto Alegre e parroco “in colonia” dal 1920. Un modulo simile imperniato sulla sequenza resa assai bene, in Espirito Santo, dall’autore, Venturin Sbardelotti, di “uma polenta historica” ispirata ambiziosamente a Dante (Uma Virginia Comédia nos Marapés do Itapemirim: I “O Inferno italiano” II Um Purgatorio nos Marapés do Itapemirim” III O Paraíso: Varegem Alta de Hoje”)24 era inizialmente teso o limitato al semplice recupero “das histórias familiares com raízes na Europa”25, ma stava anche già compromesso con l’imperativo sotteso alle più fondamentalistiche

 

visioni della famiglia (“Deve ser mantido vivo o sentimento de união e colaboração entre parentes ligados pelo sangue e pelo amor fraterno o qual tem raízes no amor de deus…”26). Esso, ad ogni modo, era anche destinato a reggere senza giustapposizioni ideologiche speciali (sc. regionaliste) solo sino a una certa altezza ovvero sino a quando in vista del primo centenario dell’immigrazione italiana nello Stato fu insediata a Porto Alegre, il 15 agosto 1973, una Commissione governativa per le commemorazioni e i festeggiamenti del caso. Qualche mese più tardi, in novembre, veniva organizzata una visita di gruppo all’Italia d’oltre 100 persone tra sindaci e altre autorità locali, che subito prese il nome di “Volta ao Veneto”, sollecitata e suggerita peraltro dal Presidente della Provincia di Vicenza Bartolomeo Garzia. Questi, assai poco curandosi del regime dittatoriale vigente nel paese sudamericano e rifacendosi agli esempi di moderna “agnizione” già offerti in modo saltuario durante gli anni precedenti, lungo la decade 1960, da altri politici democristiani (Cengarle, Oliva, Pellizzari ecc.) aveva riannodato i rapporti con alcuni municipi sulini e in particolare con quello di Farroupilha (ovviamente ex Nova Vicenza) a cui aveva anche inviato in dono una statua del Leone Alato veneziano. La visita venne dunque ricambiata di lì a poco da folte delegazione di amministratori e uomini di governo del Veneto “bianco”, avanguardie rappresentative di un più robusto flusso prossimo venturo di turismo politico “generalizzato” e teso alla riscoperta delle “radici etniche” comuni. Il centenario vero e proprio, in Brasile, seguiva puntualmente nel 1975 con una serie di celebrazioni coreografiche da allora molte volte ripetute, uguali o simili persino nei dettagli (innalzamento delle bandiere, inni e cori, arrivo di figuranti su carri agricoli e persino a bordo di vascelli simulanti le navi dell’antica emigrazione ecc.) e in tono minore riuscì ad ottenere anche in Veneto, l’anno successivo, echi convegnistici ed espositivi di cui serbo, pour cause, diretto e personale ricordo27. Sta di fatto che a tutto ciò fu poi dovuto il principale “risveglio” della memorialistica regionale suscitando “entre os discendentes”, come scrive uno di loro, “um novo entusiasmo e forte interesse pelo estudo dos movimentos imigratórios, base da ocupação do solo rio-grandense….Ressurgio o interesse pela pátria de origem… A possibilidade de rever o lugar de origem, de reencontrar parentes que lá ficaram, e de reatar velhos laços de amizade, já desapèarecidos, fizeram revíver um mundo novo de sentimentos confusos e contraditórios…”28.
A dare un senso e una forma a tale onda di sentimenti e a sistematizzarli inserendoli in un quadro unitario nei suoi propositi di ricostruzione “storica” coerente con l’assunto etnico, provvidero infine i libri – gli stessi in moltissimi casi che ci sono serviti qui da fonte – che a partire dal 1975 prese ad ospitare una collana ideata e diretta da frei Rovilio Costa e da Luis Alberto De Boni per la Escola Superior de Teologia e Espiridualidade Francescana di Porto Alegre. La Coleção dedicata alla Imigração Italiana nei suoi primi cinque anni di vita riuscì a pubblicare una quarantina di volumi, alcuni dei quali d’un certo valore e tutti di evidente interesse memorialistico/documentario (oggi, fra l’altro, dopo trent’anni, i libri in collana sono ormai divenuti centinaia), trovando il proprio filo conduttore in una comune rivalutazione delle matrici provinciali e familiari ancor più che non regionali dell’emigrazione. Il momento di svolta, come si ricava dalla cronologia e dalla tipologia stessa di tale produzione pubblicistica dominata in maniera crescente, quasi sino ad oggi, dai modelli epici del pionierismo coloniale, era stato però costituito da una serie di avvenimenti o di interventi in larga misura esterni (e relativamente estranei) al processo di costruzione in loco d’una robusta identità italo-gaúcha dove il secondo dei due termini ricorda anche, en passant, il fenomeno solo “a primeira vista …estranho” secondo Alice Gasperin29, del progressivo affermarsi e del concentrarsi, anzi, a far data dai tardi anni quaranta del novecento, nelle zone rurali popolate e civilizzate dagli italiani, del cosiddetto tradizionalismo gauchesco analizzato poi da Ruben George Oliven30. Dal cuore del Rio Grande do Sul a buona parte dello Stato limitrofo di Santa Catarina, dov’è stato riesaminato ancora di recente da Luiz Felipe Falcão31, senza escludere però altre diramazioni ovunque i brasiliani del sud si siano spinti in emigrazione interna, questo proliferare di circoli e di festival consacrati al “Pampa Gaúcho” (un sintagma destinato a intrecciarsi ancora sul finire dello scorso millennio con i noti conati neoseparatistici di Irton Marx) già delimita in effetti i contorni di una cultura della wilderness platense (cavallo, bombachas, poncho, chimarrão amargo, churrasco ecc.) abbracciata di slancio, piuttosto precocemente, dagli immigrati venetofoni: una cultura ch’è ormai ben collaudata quando lungo la decade 1980 prendono a incrementarsi a dismisura, e a livello di solito “ufficiale”, le relazioni fra il Brasile e, ad esempio, la regione Veneto (o alcune sue province) e quando, nel 1979, la Fondazione torinese intitolata a Giovanni Agnelli, il creatore della Fiat, sbarca a Porto Alegre entrando in diretto contatto e finanziando poi gran parte della sua attività sino al 1992, con il gruppo di lavoro di Rovilio Costa secondo ha ricordato autorevolmente Marcello Pacini32. La strada, in un certo senso, era stata spianata e apparentemente risultava del tutto in discesa. Di lì in avanti, in effetti, essa sarebbe stata percorsa, man mano, da nuovi emissari politici, da animatori culturali d’ogni tipo (coreuti, teatranti, conferenzieri ecc.) e più tardi persino da imprenditori e investitori in arrivo dall’Italia con nelle valigie il mito dei distretti dell’italico Nordest, ma tutti intenti a dire la propria in nome di una qualche parte del Veneto o di una qualche ideologia improvvisata e irenizzante (sul genere, ad esempio, del cosiddetto “umanesimo latino” sponsorizzato dal banchiere trevigiano Dino De Poli), intorno alle vere identità locali generate dal processo immigratorio sempre o quasi sempre trovando il prevedibile conforto di riscontri arrendevoli ed incrociati con le plausibili paure dei loro portatori anche più sani in cerca ora di sicurezze e ora, perché no?, di finanziamenti. Da cui un cumulo di nostalgie allegoriche per le antiche (e piccole) “madrepatrie” e un culto un po’ sospetto dell’italianità più generica che si combina però con quello dei regionalismi italiani maggiormente aggressivi specie in zone, quali Rio Grande do Sul e Santa Catarina, dov’è stato recisamente e persuasivamente ammesso, ma si tratta d’opinione ormai comunemente diffusa, che essi risultano quasi sempre “incentivados por órgãos italianos: consulados, centros de cultura, associações. São esse órgãos que definero os elementos da identidade italiana atual”33. Il che, per il Veneto a cavallo di due millenni e terra oramai d’immigrazione, è senz’altro vero, ma non si capisce quanto possa poi essere utile e (storiograficamente) produttivo o, meglio, corretto.

 

Note
* Questo saggio riproduce la parte conclusiva di una relazione ( “Memoria Familiar y Region en las migraciones italianas al Brasil”) presentata al Convegno sulle “Perspectivas Regionales de las Migraciones Españolas e Italianas al Cono Sur (Siglos XVIII a XX)”, Rosario 4 e 5 ottobre 2005, ed elaborata nell’ambito di più vaste ricerche le quali si avvalgono dei finanziamenti concessi dalla Fondazione Cariverona al progetto da me coordinato e tuttora in corso intorno a “L’ultima America – Emigrazione postbellica in Brasile e Argentina: studi provinciali di caso (Verona e Vicenza) su partenze, permanenze e ‘rimpatri’, 1945-2005”.
1 Emilio Franzina, La modernizzazione regolata: identità e localismo nel Veneto contemporaneo, in Id., La transizione dolce. Storie del veneto tra ‘800 e ‘900, Verona, Cierre Edizioni, 1990, pp. I-LXIV, e Matteo Sanfilippo, Nazione, regione e provincia di partenza: un problema di storia delle migrazioni, in AA.VV., Gli emiliano romagnoli e l’emigrazione italiana in America Latina. Il caso modenese, Modena, Istituto storico di Modena, Comune di Concordia e Provincia di Modena, 2003, pp. 18-25.
2 Fernando J. Devoto, A History of Spanish and Italian Migration to the South Atlantic Regions of the Americas, in Mass Migration to Modern Latin America, a cura di Samuel L. Baily ed Eduardo José Miguez, Wilmington, Del., Scholarly Resources, 2003, p. 42.
3 Ercole Sori, Le Marche nell’emigrazione italiana, in Id. (a cura di), Le Marche fuori delle Marche. Migrazioni interne ed emigrazioni all’estero tra XVIII e XX secolo, Ancona, Quaderni di Proposte e Ricerche, 1998, I, pp. 36-44.
4 F. Devoto, A History of Spanish and Italian Migration, cit., p. 42.
5 Giorgio Mortara, Alcuni dati sull’immigrazione italiana in Brasile, Milano, Editrice “L’Industria”, 1950.
6 Eviatar Zerubavel, Mappe del tempo. Memoria collettiva e costruzione sociale del passato, Bologna, Il Mulino, 2005.
7 Federica Bertagna, L’associazionismo in America Latina, in Storia dell’emigrazione italiana, II, Arrivi, a cura di Piero Bevilacqua, Andreina e Clementi ed Emilio Franzina, Roma, Donzelli Editore, 2002, pp. 579-595.
8 Thales De Azevedo, Os Italianos no Rio Grande do Sul. Cadernos de Pesquisa, Caxias do Sul, Educs, 1994, p. 149.
9 Su Pozzobon e sugli altri personaggi citati appresso nel testo (Lorenzoni, Galeazzi, Dall’Acqua ecc.) cfr. Emilio Franzina, L’immaginario degli emigranti. Miti e raffigurazioni dell’esperienza italiana all’estero fra due secoli, Paese (TV), Pagus, 1992, ad nomina.
10 La bibliografia relativa, che comprende alcune centinaia di titoli e che qui occuperebbe troppo spazio, verrà pubblicata, assieme a un più robusto apparato di note, a corredo della stesura definitiva di questo saggio negli atti del convegno in cui esso è stato presentato, previsti in uscita alla fine del 2006
11 Camilla Cattarulla, Autobiografie di emigranti italiani in Argentina e in Brasile, Reggio Emilia, Diabasis, 2003.
12 Darcy Loss Luzzatto, Stórie de la nostra gente, Prefácio de Manlio Cortelazzo – Posfácio de Ulderico Bernardi, Porto Alegre, Sagra Libraria Editora, 1991, p. 77.
13 Velhos Militantes. Depoimentos, a cura di Angela de Castro Gomes, Rio de Janeiro, Jorge Zahar Editor, 1988, pp. 19-72.
14 Fernando J. Devoto, Palabras preliminares, in Memorias de la pampa Gringa. Recuerdos de Primo Rivolta, Luis Bellini y Camilla Cugino de Priamo, a cura di Luis Priamo, Bernal, Universidad Nacional de Quilmes Editorial, 2005, p. 10.
15 Ecléa Bosi, Memória e sociedade. Lembranças de velhos, São Paulo, T.A.Queiroz Editor, 19872, pp. 168-169.
16 Amelia Tozzetti Nogueira, De Norte a Norte: una trajectória de “contadini”, Londrina, s.ed., 2004, p. 26.
17 T. De Azevedo, Os Italianos no Rio Grande do Sul, cit., p. 65.
18 René E. Gertz, O perigo alemão, Porto Alegre, Universidade Federal do Rio Grande do Sul Editora, 1991.
19 René E. Gertz, O Brasil verdadeiro contra o falso Brasil, in Mordaça verdeamarela. Imigrantes e descendentes no Estrado Novo, a cura di Catia Dal Molin, Santa Maria (RS), Pallotti, 2005, p. 49.
20 Federica Bertagna, La patria di riserva. Fascisti e collaborazionisti italiani in Argentina 1945- 1955, Tesi di Dottorato in Storia della società europea (Ciclo XVII), Università di Verona, 2005.
21 João Leonir Ballardin Dall’Alba et al., Pionieri in Brasile. Ballardin – Fameia emblemática, Porto Alegre, Edições Est, 1997, pp. 17-25.
22 Mauro Zanda, Tom Zé, “Alias – Supplemento settimanale del ‘Manifesto’ ”, a. 8, n. 32 (366), 20 agosto 2005, p. 19.
23 Loretta Baldassar, Visits Home: Migration Experiences between Italy and Australia, Melbourne, MUP, 2002.
24 Una rivendicazione della piena traducibilità anche linguistica di Dante in “talián” gaúcho è del resto comune ai fautori della speciale “italianità americana” propria, a loro giudizio, dei discendenti degli emigranti in Rio Grande do Sul, come Mario Gardelin di cui si veda la Apresentação ad Alice Gasperin, Ricordi de la Colonia – Lembranças da Colônia, Porto Alegre, Est, [125° della Immigrazione Italiana 1875-2000], pp. 9-12.
25 Arlene Remk, Etnicidade e itinerários de grupos étnicos no Sul do Brasil, Caxambu GT, Migrações Internacionais, 1998, p. 11.
26 Alvise Antônio Mezzomo, Cem anos em terra brasileira. Descendencia de Antonio Bianchi e Maria Centelega, Porto Alegre e Caxia do Sul, Est Educs, 1983, pp. 30-31.
27 I Veneti in Brasile nel centenario dell’emigrazione (1876-1976), a cura di Emilio Franzina e Mario Sabbatini, Vicenza, Edizioni dell’Accademia Olimpica, 1977.
28 Silvino Santin, A Imingração Esquecida, Porto Alegre, Est Educs, 1986, p. 11.
29 Alice Gasperin, Farroupilha ex Colônia Particolar Sertorina, Caxias do Sul, Ed. do autor, 1989, p. 300.
30 Ruben Gorge Oliven, A parte e o todo: a diversidade cultural do Brasil Nação, Petropolis, Bozes, 1993 e, con nuova introduzione e titolo mutato, in versione spagnola, Id., Nación y Modernidad. La reinvención de la identidad gaúcha en el Brasil, Buenos Aires, Eudeba, 1999.
31 Luiz Felipe Falcão, Entre hontem e amanhã. Diferença cultural, tensões sociais e separatismo em Santa Catarina no seculo XX, Itajaí (SC), Univali, 2001, e Id., Brasiliani e Italianos: reflexões sobre a instituição de uma identidade italiana no Brasil comtemporâneo, in Cultura e identidade italiana no Brasil. Algumas abordagens, a cura di José Carlos Radin, Joaçaba (SC), Unoesc, 2005, pp. 55-74.
32 Marcello Pacini, Una cronaca culturale. Le attività della Fondazione Giovanni Agnelli dal 1976 al 1999, Torino, Fondazione Giovanni Agnelli, 1999 (ora disponibile sul web all’indirizzo http://www.fga.it/1024-1/LG1703.htm), pp. 120-121, e Id., Padre Rovilio e i programmi della Fondazione Giovanni Agnelli in Brasile, in Etnias e carisma. Poliantéia em homenagem ao Frei Rovílio Costa, a cura di Antônio Suliani, Porto Alegre, Edipucrs, 2001, pp. 721-729.
33 Ivone Bigolin Siviero, Reatando o elo com a Itália, Chapecó, Argos Editora Universitaria, 2004, p. 185.