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Nazionalismo da esportazione: la guerra di Libia sulla stampa italiana in Argentina e Brasile

 

Di preparare l’opinione pubblica nella Penisola si erano incaricati in particolare i nazionalisti, che nel dicembre precedente avevano costituito l’Associazione nazionalista italiana, proclamando che era giunta “l’ora di Tripoli”3. Essi avevano avviato una martellante campagna sui loro giornali e attraverso le opere letterarie e gli scritti dei vari Enrico Corradini, Giuseppe Bevione, Gualtiero Castellini4. La conquista della Libia vi era descritta come una necessità per l’Italia e le caratteristiche del territorio come le più adatte per lo sviluppo dell’agricoltura e l’insediamento di coloni.

A rassicurare il governo Giolitti sul favore di cui avrebbe goduto una ripresa dell’espansione in Africa a quindici anni dalla disastrosa sconfitta di Adua avevano contribuito anche altri segnali. Nel giugno 1911 si era celebrato il secondo Congresso degli italiani all’estero, organizzato dall’Istituto coloniale italiano nell’ambito delle celebrazioni per il cinquantesimo del Regno d’Italia5 e i delegati convenuti a Roma da ventidue paesi in rappresentanza dei milioni di emigrati all’epoca residenti in Africa, in Europa e nelle Americhe avevano approvato all’unanimità una mozione del leader nazionalista Luigi Federzoni, che chiedeva un energico intervento militare per affermare i diritti italiani in Tripolitania6. Tenuto conto della composizione delle delegazioni, di cui facevano parte notabili a diverso titolo e, soprattutto, figure di imprenditori di successo nei vari paesi, il voto poteva considerarsi molto indicativo degli orientamenti dei maggiorenti delle comunità italiane nel mondo, assai meno di quelli delle masse degli emigrati.

Per saggiare con quali umori questi ultimi vissero il conflitto italo-turco in due delle più importanti destinazioni dell’esodo dalla Penisola – Argentina e Brasile – analizzeremo come fu presentata la guerra di Libia dai maggiori quotidiani delle rispettive collettività: “La Patria degli italiani” di Buenos Aires7 e “Il Fanfulla” di San Paolo. Siamo consapevoli che si tratta di uno strumento imperfetto e indiretto, essendo le testate dell’emigrazione prodotto esse stesse nella maggior parte dei casi delle élite (l’eccezione era costituita dai fogli anarchici e socialisti), ma restiamo altresì convinti che questi giornali ebbero un ruolo fondamentale nel plasmare un’opinione pubblica italiana nei decenni a cavallo tra Ottocento e Novecento8.

Nel 1911 “La Patria degli italiani” e “Il Fanfulla” erano i quotidiani italiani più diffusi e autorevoli in Argentina e Brasile9, e stavano vivendo la loro stagione migliore, come le collettività di cui erano espressione.

Raggiunta fin dalla metà dell’Ottocento dalle prime avanguardie di liguri ed esuli risorgimentali, l’Argentina a partire dagli anni settanta divenne meta di flussi di massa dall’Italia, provenienti dapprima prevalentemente dalle regioni settentrionali (in particolare, oltre alla Liguria, il Piemonte e la Lombardia) e in seguito anche da quelle meridionali, con in testa la Campania e la Calabria. Intorno agli anni dieci del Novecento gli italiani nel paese erano quasi un milione, rappresentavano il 12,5% del totale della popolazione e raggiungevano il 20% nella capitale Buenos Aires10.

Pur con un’incidenza sul totale degli abitanti nettamente inferiore, intorno al 3%, anche in Brasile gli italiani avevano un peso demografico notevole: secondo le stime più attendibili, infatti, negli stessi anni erano oltre 600.000, frutto di un’immigrazione racchiusa in larga parte nel quindicennio compreso tra il 1888, anno di abolizione della schiavitù nel paese, e il 1902, quando lo Stato italiano decise di vietare le partenze sovvenzionate dal governo brasiliano, a causa delle pessime condizioni di vita e di lavoro nelle fazendas dello Stato di San Paolo, che assieme all’omonima capitale avevano accolto all’incirca il 70% degli italiani arrivati nel paese11.

Sia in Argentina che in Brasile gli immigrati avevano creato dalla metà dell’Ottocento in avanti centinaia di istituzioni etniche, soprattutto associazioni mutualistiche e giornali. “La Patria degli italiani” fu fondata a Buenos Aires nel 1876 da Basilio Cittadini12, che ne fece il miglior giornale mai stampato dagli italiani all’estero. Pur provenendo dal repubblicanesimo e operando in una collettività in cui la matrice ideologica mazziniana conservò anche dopo la conclusione del Risorgimento un forte peso13, Cittadini diede da subito al quotidiano un’impostazione liberalmoderata e non ostile alla monarchia sabauda. Oltre a diventare una vera e propria istituzione per gli italiani in Argentina14, la “Patria” ebbe grande influenza anche fuori della collettività: nei primi anni del Novecento era il terzo giornale del paese per tiratura, con una media di circa 40.000 copie vendute al giorno.

Un analogo primato fu raggiunto in Brasile dal “Fanfulla”: nello stesso periodo era infatti la seconda testata più letta di San Paolo, dove si concentravano i due terzi della produzione pubblicistica nazionale. Fondato dall’ex anarchico Vitaliano Rotellini nel 1893 come settimanale, quotidiano dall’anno seguente, dopo aver tenuto per circa un decennio un orientamento repubblicano e anticlericale, schierandosi sistematicamente dalla parte dei lavoratori, il “Fanfulla” aveva attenuato di molto le sue critiche al governo di Roma e alle élite della collettività paulista, aumentando progressivamente la sua diffusione fino a raggiungere le 20.000 copie nel 1915.

Seppur diverse per ispirazione, entrambe le testate erano state concepite con un obiettivo di fondo: dotare gli emigrati, legati quasi esclusivamente a lealtà localistiche, di un’identità nazionale italiana; ed entrambe l’avevano perseguito con strategie simili: sostenendo ogni iniziativa e istituzione che potesse contribuire a dare coesione alle collettività, dalle scuole alle associazioni italiane; intervenendo in difesa di singoli connazionali vittime di soprusi e ingiustizie; e chiamandoli a raccolta sia per celebrare le date del calendario patriottico del Regno che per soccorrere finanziariamente le popolazioni colpite da sciagure naturali, come i terremoti del 1905 in Calabria15 e del 1908 in Sicilia. La nomina di Basilio Cittadini a vicepresidente del Comitato italiano dell’Argentina che partecipò ai lavori del citato secondo Congresso degli italiani all’estero, nel giugno 1911, sancì la sua leadership nella collettività italiana in Argentina16.

Date queste premesse, era pressoché inevitabile che la “Patria” e il “Fanfulla” appoggiassero un’impresa coloniale dell’Italia, che, aumentandone il prestigio a livello internazionale, sarebbe servita a rafforzare il senso di appartenenza degli emigrati al paese di origine.

Il sostegno delle due testate alla campagna di Libia decisa da Giolitti fu immediato e incondizionato17. Dall’inizio del settembre 1911 sia la “Patria” che il “Fanfulla” cominciarono a pubblicare cronache e commenti sulla “questione di Tripoli” e sui preparativi della spedizione militare in Italia, sottolineando che il momento politico non poteva essere più propizio: tutti i partiti, eccetto i socialisti, erano pronti ad appoggiare il governo; e in ambito internazionale nessuno contestava il diritto dell’Italia a difendere i suoi interessi nel Mediterraneo, al punto che era lecito attendersi una sorta di accettazione del fatto compiuto da parte della Turchia18.

Se da un lato l’occupazione di Tripoli veniva descritta come del tutto legittima, perché l’Italia non poteva rimanere esclusa dalla corsa alla ricerca di sbocchi per i propri commerci e i propri uomini che coinvolgeva le altre nazioni europee, da subito fu marcata la distinzione tra un colonialismo, quello italiano, che puntava a sviluppare il territorio occupato, e in particolare l’agricoltura, per inviare lì i propri lavoratori, e l’espansionismo di grandi potenze come l’Inghilterra, che avevano colonie ma non coloni da inviarvi.

La guerra che la “Patria” e il “Fanfulla” raccontarono agli italiani in Argentina e in Brasile non era diversa da quella che la propaganda presentava all’opinione pubblica in Italia19. Era, in prima battuta, “un’impresa civile” contro la barbarie. “L’unica ragione che giustifichi il dominio coloniale – scriveva per esempio una delle principali collaboratrici della “Patria”, Cesarina Lupati20 – l’Italia l’ha ampiamente raggiunta: bisogno di espansione e missione di incivilimento”, mentre un editoriale del foglio di San Paolo notava che l’Italia avrebbe portato “la civiltà laddove essi [i turchi] non seppero e non vollero che mantenere la barbarie”21.

Con il ricorso all’armamentario retorico dell’azione civilizzatrice i due quotidiani cercavano in qualche modo anche di sanare la stridente contraddizione che esisteva tra l’appoggio dato ad una guerra di conquista e la propria stessa storia: la testata paulista, infatti, nei suoi primi anni era stata su posizioni progressiste vicine al radicalismo democratico e tutt’altro che favorevoli alle avventure africane22. Quanto alla “Patria”, non si era schierata contro l’iniziativa crispina rovinosamente conclusasi ad Adua23, ma gli ideali mazziniani in cui da sempre il quotidiano aveva dichiarato di riconoscersi erano ben poco compatibili con aspirazioni colonialiste.

Quando iniziarono le operazioni militari, il concetto della missione di civiltà fu continuamente ribadito, anche contrapponendo la presunta condotta irreprensibile delle truppe italiane24 alla ferocia dei soldati turchi e libici. Dopo gli scontri di Sciara Sciat e El Messri, in cui alla fine di ottobre 1911 morirono circa 600 soldati italiani, furono pubblicati truculenti resoconti dell’orribile trattamento riservato ai corpi degli uccisi. I titoli sulla crudeltà degli arabi si sprecarono, così come le notizie su questo o quell’episodio di ostilità o aperta violenza ai danni degli italiani residenti nell’impero ottomano; anche sfruttando le immagini e le vignette, si cercò di dimostrare che le terre occupate dall’Italia erano ad un livello inferiore di civiltà.

Uno strumento formidabile, utilizzato soprattutto dalla “Patria”, fu costituito dalle numerosissime lettere inviate da soldati e ufficiali al fronte a propri familiari e parenti residenti in Argentina (la divisione dei nuclei familiari tra i due lati dell’oceano era più comune al Plata per l’alto numero di golondrinas, emigranti temporanei che si spostavano per le stagioni – sfasate – dei raccolti). Opportunamente selezionate fra altre di tono diverso o del tutto inventate che fossero, le missive furono sapientemente sfruttate per far sentire gli emigrati partecipi del conflitto ma anche per dare credibilità al racconto delle battaglie dei corrispondenti.

In generale, da un punto di vista giornalistico, la “Patria” era meglio attrezzata del “Fanfulla”. Oltre a contare su collaboratori del calibro di Folco Testena25 e Nella Pasini, il quotidiano nel novembre 1911 “sbarcò” a Tripoli: incaricò infatti l’onorevole Emilio Faelli di curare un servizio telegrafico ed epistolare speciale, potendo a quel punto vantare di essere “l’unico giornale del Sud-America che ha un servizio particolare di telegrammi dal teatro della guerra italo-turca”26. Il “Fanfulla” rispose con le corrispondenze dall’Italia di Raffaele Lucente e dell’allora direttore Luigi Vincenzo Giovannetti27, che con le “Lettere dall’Italia” per tutta la durata della campagna fece il punto sulla situazione politica e sullo stato dell’opinione pubblica.

Sia la “Patria” che il “Fanfulla” offrirono ai propri lettori una completa copertura della guerra anche grazie ai molti articoli ripresi dalla stampa italiana, secondo una prassi tradizionalmente usuale per le testate dell’emigrazione. Largo spazio fu dato alle perorazioni nazionaliste di Enrico Corradini e ai reportage dei principali inviati italiani in Africa, Luigi Barzini (“Il Corriere della sera”) e Giuseppe Bevione (“La Stampa”) su tutti, ma anche Arnaldo Fraccaroli (sempre del “Corriere”) e i corrispondenti della “Tribuna” di Roma (Giovanni Bonacci e Vincenzo Morello, alias “Rastignac”)28.

Lo stato di esaltazione patriottica registrato nelle collettività italiane in Argentina e Brasile sembrava giustificare un simile spiegamento di forze29. Già il 1° ottobre la “Patria” segnalò che nelle associazioni italiane si preparavano i festeggiamenti per il momento in cui sarebbe stata annunciata la presa di Tripoli, e che presso i suoi uffici si erano presentati numerosi giovani “in cerca di un Comitato di arruolamento per la guerra contro la Turchia”. Il “Fanfulla” dopo aver comunicato il giorno precedente che i primi volontari erano in partenza da San Paolo, a metà ottobre parlò di entusiasmo “giunto al parossismo”: in una piccola località all’interno dello stato erano state raccolte in poche ore 200 firme di italiani pronti a imbarcarsi e ad andare combattere “per l’amata patria”30.

Nei mesi successivi i lettori furono invitati ad aderire alle iniziative delle associazioni, che per alimentare il patriottismo nelle collettività organizzarono conferenze e misero al servizio della propaganda anche il nuovo mezzo cinematografico, allestendo nelle loro sedi proiezioni di filmati di argomento militare in grado di evocare la guerra in corso.

Nel solco di una tradizione che, come detto, aveva visto le due testate protagoniste nell’organizzare la mobilitazione dei connazionali ogniqualvolta si erano verificati disastri naturali nella Penisola, anche in occasione della guerra di Libia sia la “Patria” che il “Fanfulla” promossero sottoscrizioni a favore dei feriti e degli italiani espulsi dalla Turchia, e per l’acquisto di una flotta aerea, richiamando le precedenti dimostrazioni di solidarietà, e la necessità di riaffermare il primato di generosità delle rispettive collettività tra gli italiani all’estero31.

L’appello fu raccolto da notabili come Antonio Devoto in Argentina, e Giovanni Briccola in Brasile32, che donarono somme considerevoli, ma le testate enfatizzarono soprattutto la prova di “italianità” offerta da connazionali privi di mezzi, come l’anziano immigrato che scrisse alla “Patria”: “Sono un povero vecchio di 83 anni, figlio del forte Piemonte. Mi vanto di aver fatto la campagna di Crimea come Bersagliere […] sono povero e non posso mandare quanto il mio cuore desidererebbe. Evviva il nostro esercito e la nostra Marina. Gloria alla grande nostra Patria”33. Folco Testena elevò un vero e proprio inno al patriottismo di un gruppo di lustrascarpe che si erano uniti per fare una donazione alla Croce Rossa:

essi, i paria che ignoravano tutto della patria, videro grandeggiare ai loro occhi la maestosa figura dell’Italia […]. Lustrascarpe? Nettastrade? E sia! Ma, per Iddio! noi siamo orgogliosi di riconoscere in questi umili i nostri fratelli. Sì, o “gringos”, sì, o “tani”34; voi siete profondamente italiani: siete il lavoro, siete la genialità, siete la bontà […]35.

Nel maggio 1912 la “Patria” si compiacque di constatare che, se gli italiani si erano mostrati uniti come non mai nel corso della campagna di Libia, ancora più ammirazione doveva suscitare il comportamento degli emigrati, per i quali la lontananza era stata nella circostanza un vero peso: dei quattro milioni di lire donati, uno e mezzo era stato raccolto nelle collettività all’estero, con in testa come sempre Argentina e Brasile36.

Ad accrescerne lo slancio di solidarietà aveva concorso indubbiamente il forte interesse degli emigrati per le prospettive di colonizzazione in Libia. In Brasile qualcuno ne approfittò subito per imbastire truffe ai danni di chi intendeva partire37. In Argentina, anche a causa della congiuntura economica negativa, che nel giugno 1912 sarebbe sfociata tra l’altro in un grave conflitto tra proprietari e coloni affittuari nella provincia di Santa Fe38, molti si rivolsero alla “Patria” chiedendo delucidazioni sui modi e sui tempi con cui sarebbe stata organizzata la distribuzione delle nuove terre; altri si dissero disposti a pagare a proprie spese il viaggio pur di trasferirvisi; altri ancora dichiararono di voler un domani morire sotto la bandiera italiana.

La “Patria” aveva inizialmente smorzato queste manifestazioni di patriottismo, invitando i connazionali a non avanzare proposte irrealizzabili o comunque premature: quando un lettore tramite le sue colonne chiese ai più facoltosi membri della collettività di Buenos Aires di costituire un fondo “Pro colonizzazione tripolina” per promuovere il trasferimento dei lavoratori residenti in Argentina nei nuovi possedimenti, si fece intendere che simili eccessi non erano degni di una grande potenza qual era ora l’Italia39.

Nello stesso tempo però sia la “Patria” che il “Fanfulla” mantennero una linea non priva di ambiguità riguardo alle possibilità di emigrazione in Libia. Da un lato infatti per i due quotidiani la conquista era legittimata, oltre che dalla contrapposizione civiltà-barbarie, come s’è visto, proprio dal suo essere finalizzata alla colonizzazione: per sostenere questa interpretazione, fu evocato ripetutamente il modello agricolo-militare dell’impero romano40, e furono interpellati tecnici ed esperti per dimostrare che in Tripolitania c’erano terre fertili adatte all’agricoltura41. Benché di fronte alle riserve avanzate dalla stampa locale si ammettesse (e sarebbe stato ben arduo non farlo) che gran parte della Libia era formata da deserti, e che sarebbe servito molto tempo per la messa a coltura dei terreni sfruttabili, si immaginava che il contadino italiano avrebbe trasformato questi ultimi in orti e giardini42. La “Patria” azzardò anche improbabili confronti tra Tripolitania e Argentina, suscitando le ovvie critiche dei giornali platensi. Per il quotidiano di Cittadini peraltro queste reazioni non facevano che confermare quanto affermato sulle sue pagine a proposito dei limiti del sistema di colonizzazione argentino (le terre pubbliche rimaste erano di scarsa qualità e lontane dalle vie di comunicazione; quelle migliori erano andate a imprese private e venivano ora affittate o vendute a prezzi insostenibili) e delle insormontabili difficoltà che i coloni italiani incontravano al Plata.

D’altro canto, però, filtravano, neanche tanto tra le righe, opinioni diverse, che giudicavano le prospettive di colonizzazione in Libia poco realistiche nel breve periodo, e attribuivano piuttosto alla conquista un’importanza “morale” e politica. Così, il “Fanfulla” sottolineò che grazie alla campagna africana gli emigrati avevano riscoperto il senso della propria appartenenza nazionale, con benefiche ricadute sul loro status nei paesi di insediamento. In un’intervista resa alla testata durante il viaggio che l’aveva portato in Brasile dopo una tappa in Argentina, Romolo Murri precisò che quasi tutta l’emigrazione avrebbe continuato a dirigersi nei luoghi di sempre ma con una nuova “qualità”:

Non si tratta tanto della guerra quanto di questa nuova coscienza nazionale che la guerra ha rivelato. Dovunque, oramai, gli italiani saranno più fieri della loro origine, legati da più frequenti e più saldi rapporti fra sé e con la patria, più tenaci nel conservare la loro lingua43.

In Argentina espresse lo stesso concetto il redattore viaggiante della “Patria”, spiegando da una delle navi che in quei mesi ripartivano alla volta della Penisola cariche di immigrati le ragioni del loro esodo:

i nostri sanno benissimo che l’immigrazione nella Tripolitania e nella Cirenaica è vietata. Ha dato una spinta immensa facendo sorgere o avvivando in questa gente oppressa e avvilita il sentimento della nazionalità, l’orgoglio di essere italiani. Corrono alla penisola per coerenza patriottica, dirò così […] Chi sapeva di costoro, prima della guerra, che l’Italia fosse un paese grande e forte? Vessati, sprezzati, si sentivano dire che l’Inghilterra, la Germania, la Francia erano possenti nazioni. Ma loro, italiani, cos’erano? “Gringos de m…”! E taluni, e non pochi, dovevano lasciarselo dire […]. Ma un anno d’eroismo dei loro fratelli […] un anno di gloria […] ha rialzato la fibra dei nostri connazionali emigrati. E più non tollerano ingiurie; e se ne vanno, pieni di fierezza e di rancore insieme44.

Nei toni esacerbati della “Patria” si sentiva l’eco delle tensioni esistenti in quella fase tra la collettività italiana e il paese ospite. A provocarle erano da un lato le politiche sempre più attive adottate dall’Argentina per assimilare una massa di stranieri senza paragone negli altri paesi di immigrazione americani45: poche settimane prima dell’inizio delle operazioni militari in Libia il governo aveva stabilito l’obbligo di naturalizzazione per i dipendenti della pubblica amministrazione, suscitando il sarcasmo del giornale, che parlò di un’istituzione “nuova di zecca” donata dall’Argentina all’America: la cittadinanza forzata46.

In luglio inoltre il cosiddetto “conflitto sanitario” aveva provocato la prima grave rottura nella storia delle relazioni tra Argentina e Italia, inducendo il ministro degli Esteri Antonino di San Giuliano a decretare il 30 dello stesso mese il blocco dell’emigrazione al Plata47. La drastica misura era stata adottata in risposta alla decisione del governo argentino, che dopo la scoperta di nuovi casi di colera nelle regioni meridionali della Penisola (un’epidemia si era registrata già l’anno precedente) aveva preteso di imbarcare sulle navi italiane propri medici per verificare lo stato di salute degli emigranti; ed aveva stabilito un periodo di quarantena nel porto di Buenos Aires per i piroscafi che non si fossero adeguati. L’irrigidimento italiano e la mancata soluzione della vertenza si spiegavano anche col clima di accensione nazionalista in cui si trovavano i due paesi, con l’Argentina reduce dalla celebrazione, nel maggio 1910, del Centenario della dichiarazione di indipendenza e l’Italia immersa nei festeggiamenti per il cinquantenario dell’unità. La “Patria” si schierò senza riserve a favore del provvedimento del governo Giolitti, plaudendo “al patrio governo per l’energia colla quale si è opposto a invadenze intollerabili ed ha affermato il proprio diritto di fronte all’Argentina nella questione sanitaria”48.

In un contesto meno conflittuale come era in quel momento quello brasiliano, il “Fanfulla”, pur senza contrapporre esplicitamente alla fazenda paulista la soluzione africana, aveva presentato quest’ultima come valida alternativa per i lavoratori italiani, che fino ad allora avevano arricchito colonie altrui49. Per il direttore Giovannetti non era più il tempo della “penetrazione pacifica” dell’Italia all’estero invocata nella Penisola da repubblicani e socialisti, per cui “una collettività straniera si stabilisce, crea industrie e commerci, acquista terre, conquista per numero e per somma di interessi una posizione dominante”. I vantaggi che essa arrecava erano infatti solo transitori, come dimostravano gli esempi di Tunisi, dove gli italiani erano al servizio dei francesi, e della stessa America meridionale: “Noi siamo ‘pacificamente’ penetrati nell’Uruguay, nell’Argentina e nel Brasile e abbiamo fatto gli interessi di quei paesi, ma non creato delle ‘nuove Italie’ […]. La verità è che la penetrazione pacifica è solo il primo passo d’una politica coloniale”50.

Sia in Argentina che in Brasile si assistette durante la guerra di Libia ad un completo rovesciamento della visione sino a non molto tempo prima prevalente tra le élite delle collettività italiane. Fin dagli anni settanta dell’Ottocento, di fronte alle proporzioni assunte dall’esodo dalla Penisola, si era sviluppato in Italia un intenso dibattito tra due visioni contrapposte del fenomeno: quella liberale, di chi sosteneva essere l’emigrazione che spontaneamente si dirigeva verso le Americhe non solo una forma di colonizzazione ma, nella fattispecie, la più vantaggiosa per l’Italia; e quella di chi, al contrario, riteneva la colonizzazione, intesa come conquista di colonie di diretto dominio, l’unica forma di incanalare utilmente flussi di persone che altrimenti avrebbero arricchito col loro lavoro altri paesi. Era decisamente nella prima opzione, di cui divenne emblema proprio la collettività al Plata attraverso l’einaudiano “principe mercante”51, che si erano riconosciute le élite italiane in Argentina e Brasile52.

La presa in questi ambiti del nazionalismo e del mito delle colonie africane come sbocco per l’emigrazione era un esito alquanto paradossale, a maggior ragione ove si consideri che i massimi cantori della sua versione tripolina, gli Enrico Corradini, i Luigi Barzini e Giuseppe Bevione, di cui tra l’altro la “Patria” e il “Fanfulla” ospitavano le corrispondenze dal fronte, l’avevano concepito rovesciando quello della “più grande Italia al Plata”, e presentando la collettività in Argentina come massimo esempio negativo di snazionalizzazione quale effetto dell’emigrazione53.

Per altri versi, la piena sintonia tra gli umori delle collettività italiane in Argentina e Brasile e quelli esistenti in patria rispetto al revival coloniale africano, quale emerge dalle pagine della “Patria degli italiani” e del “Fanfulla”, offre alcune indicazioni relative ai modi e ai tempi in cui tra gli emigrati italiani maturò un senso di identità nazionale.

Come è stato segnalato già molti anni fa dalla storiografia, in Italia l’esodo di massa si produsse in concomitanza con il ritardato processo di nation-building. Gli emigrati, che al momento della partenza erano legati alle piccole patrie locali di origine e sprovvisti di un sentimento di “italianità”, lo svilupparono all’estero, in forma non meno intensa rispetto ai connazionali rimasti in Italia54. Ciò dipese da una serie di fattori. In primo luogo, nei paesi di insediamento essi furono identificati e spesso discriminati proprio in quanto italiani, e questo li indusse ad autoriconoscersi come tali. Inoltre, come è stato ribadito ancora di recente55, soprattutto a partire dai primi anni del Novecento lo Stato compì notevoli sforzi per nazionalizzare le collettività all’estero, con iniziative che, dal finanziamento diretto di scuole al supporto a istituzioni private e religiose impegnate nell’insegnamento della lingua italiana, miravano a tenere vivi i legami degli emigrati e dei loro discendenti con la madrepatria.

Certo, come emerge da resoconti di funzionari e diplomatici e reportage di giornalisti e pubblicisti di passaggio, erano in molti a nutrire dubbi sui risultati raggiunti nei paesi americani, dove una percentuale più elevata di emigrati si radicava in forma permanente; e dove, per altri versi, essi erano sottoposti alle politiche assimilatrici di Stati che puntavano a popolare territori sconfinati attraverso l’immigrazione europea. Le stesse élite delle comunità italiane oltreoceano avevano segnalato i rischi di una loro “snazionalizzazione”, lamentando l’esiguità delle risorse messe in campo per la salvaguardia dell’italianità.

Nondimeno, il forte entusiasmo sollevato dalla guerra di Libia tra gli emigrati in Argentina e Brasile sembrò sancire già a questa data, come ha osservato Emilio Franzina, la piena “riuscita [dello] sforzo semisecolare di nazionalizzazione delle masse”56 compiuto dalle classi dirigenti italiane e induce a credere che il momento di massima affermazione del nazionalismo nelle collettività all’estero preceda l’ascesa del fascismo e coincida piuttosto con gli anni del primo conflitto mondiale, che scatenò una vera e propria ondata di esaltazione patriottica in entrambi i paesi57.

Il fatto che nei contesti sudamericani gli italiani fossero stati vittime di discriminazioni e pregiudizi in misura molto inferiore rispetto ad altre mete dell’esodo dalla Penisola, e vi pesassero quindi di meno, in confronto in particolare agli Stati Uniti, le note ragioni “difensive” addotte per spiegare il patriottismo degli emigrati, rafforza e contrario questa ipotesi.

Per altri versi, il caso della collettività italiana in Argentina, accesamente nazionalista negli anni compresi tra la campagna di Libia e la Grande Guerra, e durante il ventennio invece la meno incline nelle Americhe ad appoggiare un regime che, per ottenere consensi all’estero, aveva puntato molto proprio sul rafforzamento dell’italianità degli emigrati, conferma che, benché più attive e sorrette da dotazioni finanziarie più robuste rispetto al passato, le politiche dell’Italia non potevano arrestare il processo di definitiva integrazione dei medesimi emigrati nei paesi di insediamento.

Note al testo:

1 Ringrazio Emilio Franzina e Angelo Trento per le molte indicazioni e i materiali che mi hanno generosamente messo a disposizione durante la stesura di questo saggio.

2 Sulla guerra di Libia si vedano Sergio Romano, La quarta sponda. La guerra di Libia 1911/1912, Milano, Bompiani, 1977; Angelo Del Boca, Gli italiani in Libia, 2 voll., I, Tripoli bel suol d’amore, Milano, Mondadori, 1997; Nicola Labanca, Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, Bologna, il Mulino, 2002, pp. 108-122.

3 Enrico Corradini, L’ora di Tripoli, Milano, Treves, 1911.

4 Marcella Pincherle, La preparazione dell’opinione pubblica all’impresa di Libia, “Rassegna storica del Risorgimento”, 53, 3 (1969), pp. 450-482. Cfr. anche Giancarlo Monina, Il consenso coloniale. Le Società geografiche e l’Istituto coloniale italiano (1896-1914), Roma, Carocci, 2002.

5 Istituto coloniale italiano, Atti del secondo congresso degli italiani all’estero, 11-20 giugno 1911, Roma, Tipografia nazionale, 1911, 3 voll.

6 Il voto causò in realtà anche qualche imbarazzo al governo, impegnato in quella fase a gettare le basi dell’operazione nelle cancellerie europee: Mark I. Choate, Emigrant Nation. The Making of Italy Abroad, Cambridge MA, Cambridge University Press, 2008, p. 168.

7 Federica Bertagna, Muestras de nacionalismo entre los italianos de Argentina: “La Patria degli italiani” y la guerra de Libia (1911-1912), “Estudios migratorios latinoamericanos”, 21, 64 (2007), pp. 435-456.

8 Cfr. Pantaleone Sergi, Funzioni pedagogiche, etniche e politiche della stampa italiana in Brasile, in Italiani in Brasile. Rotte migratorie e percorsi culturali, a cura di Vittorio Cappelli e Alexandre Hecker, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2010, pp. 9-30.

9 Sulla “Patria” e il giornalismo italiano in Argentina è di prossima pubblicazione una monografia di Pantaleone Sergi, intitolata provvisoriamente “La Patria di carta”: si possono vedere intanto il saggio dello stesso Sergi, Fascismo e antifascismo nella stampa italiana in Argentina: così fu spenta “La Patria degli italiani”, “Altreitalie”, 35 (2007), pp. 4-43 e Federica Bertagna, La stampa italiana in Argentina, Roma, Donzelli, 2009; sul “Fanfulla” cfr. Angelo Trento, L’identità dell’emigrato italiano in Brasile attraverso la stampa etnica: il caso del Fanfulla, 1893-1940, in Europe, Its Borders and the Others, a cura di Luciano Tosi, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2000, pp. 419-437 e Id., La costruzione di un’identità collettiva. Storia del giornalismo in lingua italiana in Brasile, Viterbo, Sette Città, 2010 (Quaderni dell’“Archivio storico dell’emigrazione italiana”).

10 Fernando J. Devoto, Storia degli italiani in Argentina, Roma, Donzelli, 2007, p. 164 e ss.

11 Per i dati e la loro problematicità cfr. Angelo Trento, Là dov’è la raccolta del caffè. L’emigrazione italiana in Brasile 1875-1940, Padova, Editrice Antenore, 1984, p. 97 e ss.

12 Basilio Cittadini (1843-1921) approdò a Buenos Aires nel 1869 come inviato del “Secolo” di Milano. Dopo aver lavorato nella redazione della “Nazione italiana” e diretto “L’Operaio italiano” e un effimero “L’Italiano” fondò nel 1876 la “Patria”, ribattezzata nel 1893 “La Patria degli italiani”. Oltre ad avere un ruolo di grande rilievo nel giornalismo, italiano e non solo, al Plata, nell’ambito della collettività ricoprì cariche in diverse istituzioni: dalla presidenza dell’associazione di mutuo soccorso Unione operai italiani a quella della Dante Alighieri, che conservò per undici anni.

13 Grazia Dore, La democrazia italiana e l’emigrazione in America, Brescia, Morcelliana, 1964.

14 È il giudizio di Emilio Zuccarini, del tutto condivisibile anche se egli, come collaboratore del giornale, era decisamente parte in causa, cfr. Il lavoro degli italiani nella repubblica Argentina dal 1516 al 1910. Studi, leggende e ricerche, Buenos Aires, Edizione speciale de “La Patria degli italiani”, 1910, p. 419.

15 Nella circostanza il successo della campagna della “Patria” per inviare aiuti alla popolazione aveva indotto il Parlamento italiano a tributare un plauso a Cittadini: cfr. Giuseppe Fumagalli, La stampa periodica italiana all’estero. Indice dei periodici, tutti o in parte in lingua italiana, che si stampavano all’estero, cioè fuori dei confini politici del Regno, negli anni 1905-1907, Milano, Tip. Capriolo e Massimino, 1909, pp. 148-150.

16 Cfr. Istituto coloniale italiano, Atti del Secondo congresso, cit.

17 Anche perché le ragioni del patriottismo si coniugavano con considerazioni di ordine più pragmatico: un’Italia in guerra si profilava come un’ottima occasione per incrementare le vendite, visto l’interesse che avrebbe risvegliato tra gli emigrati per le notizie provenienti dalla Penisola. Si vedano le considerazioni in privato di Cittadini riportate da P. Sergi, La Patria di carta, cit.

18 Vittorio Vecchi, L’Italia in Tripolitania, “Il Fanfulla”, 18 settembre 1911; Ora o non più, “Il Fanfulla”, 2 ottobre 1911.

19 Cfr. Mare nostrum. Percezione ottomana e mito mediterraneo in Italia all’alba del ’900, a cura di Stefano Trinchese, Milano, Guerini & Associati, 2005.

20 Autrice di libri per ragazzi, Cesarina Lupati dopo aver visitato nel 1910 l’Argentina del Centenario scrisse il reportage Vita argentina. Argentini e Italiani al Plata, osservati da una donna italiana, Milano, Treves, 1910.

21 Cesarina Lupati, Civiltà, “La Patria degli italiani”, 9 ottobre 1911; Il buon cominciamento, “Il Fanfulla”, 25 settembre 1911. Cfr. anche La causa della civiltà, ibid., 5 novembre 1911.

22 A. Trento, La costruzione di un’identità, cit.

23 P. Sergi, La Patria di carta, cit.

24 La decisione della Marina italiana di non bloccare la squadra turca, per non abusare della propria superiorità navale, fu elogiata per esempio come segno della “sentimentalità latina”: In nome della civiltà, “La Patria degli italiani”, 6 ottobre 1911.

25 Pseudonimo di Comunardo Braccialarghe (1875-1951), una delle figure centrali del giornalismo italiano in Argentina. Giunto a Buenos Aires nel 1910, lavorò dapprima alla “Patria”, che lasciò nel 1917 per dirigere il neonato “L’Italia del popolo”; fu quindi collaboratore e, dal 1934, direttore di un altro quotidiano, il “Giornale d’Italia”. Scrittore prolifico, Testena si ritagliò uno spazio di rilievo anche nel panorama culturale platense, grazie all’assidua collaborazione con una delle principali riviste letterarie del paese, “Nosotros”. Con le sue traduzioni in italiano di opere fondanti della letteratura argentina, infine, svolse un fondamentale ruolo di mediazione culturale tra la sua patria di origine e quella di adozione.

26 Si veda l’annuncio del nuovo servizio pubblicato il 10 novembre.

27 Giovannetti aveva assunto la direzione del “Fanfulla” l’anno precedente, quando Rotellini decise di vendere le sue quote del giornale per rientrare in Italia. Cfr. A. Trento, La costruzione di un’identità, cit.

28 Alcuni titoli: Luigi Barzini, L’agonia e la fine di Tripoli turca, “Il Fanfulla”, 2 novembre 1911; Giuseppe Bevione, Come fu fatta saltare la fortezza Hamidié, “La Patria degli italiani”, 9 novembre 1911; Rastignac, La Turchia al bando, ibid., 20 giugno 1912.

29 Come ha segnalato Angelo Trento (La costruzione di un’identità, cit.) per il Brasile, il fatto che tutta la stampa borghese avesse abbracciato la causa tripolina non implica ovviamente che le collettività italiane fossero compattamente a favore della guerra, anche perché tra gli stessi giornali c’erano voci discordanti: nella fattispecie, per esempio, il diffuso settimanale anarchico “La Battaglia”, su cui è da vedere il saggio dello stesso Angelo Trento, Italiani immigrati, mondo operaio e stampa anarchica a São Paulo tra Otto e Novecento, “Scritture di storia”, 3 (2003), pp. 77-114. In Argentina peraltro il movimento anarchico era stato completamente disarticolato nel 1910 dalla Ley de Defensa social, che per contrastare la conflittualità sociale permise l’espulsione dei presunti “sovversivi” dal paese: molti dei suoi giornali di riferimento erano perciò scomparsi. Cfr. Pantaleone Sergi, Tra coscienza etnica e coscienza di classe. Giornali anarco-comunisti in Argentina (1885-1935), “Giornale di storia contemporanea”, 1 (2008), pp. 101-126.

30 Dall’interno dello stato, “Il Fanfulla”, 13 ottobre 1911.

31 L’appello dell’italianità, ibid., 2 novembre 1911.

32 Per la flotta aerea italiana, “La Patria degli italiani”, 3 aprile 1912; Il nobile atto di un nostro connazionale, “Il Fanfulla”, 31 ottobre 1911. Giovanni Briccola era cugino del generale Ottavio, nominato governatore della Cirenaica.

33 L’italianità degli umili, “La Patria degli italiani”, 25 novembre 1911.

34 I termini “gringo”, straniero, e “tano”, diminutivo di “napolitano”, erano usati in Argentina in senso spregiativo nei confronti degli immigrati italiani.

35 Vir, Veinte pesos, ibid., 8 novembre 1911.

36 Giuseppe Borghetti, Gli italiani all’estero durante la guerra, “La Patria degli italiani”, 21 maggio 1912. Non sfuggiva, oltreoceano come in Italia, il significato di fondo di tali attestati di solidarietà: si veda la nota con la quale “Il Fanfulla” riassunse una circolare in cui il ministro degli Esteri Antonino di San Giuliano invitava gli agenti diplomatici e consolari a raccogliere dati e produrre statistiche sul contributo delle istituzioni italiane all’estero, in quello che doveva essere un “censimento non solo numerico, ma politico” (I soldati dell’altra Italia, 2 febbraio 1912).

37 Il “Fanfulla” riferì che al Braz, quartiere popolare di San Paolo abitato soprattutto da italiani, un’agenzia denominata “Tripoli italiana” spacciava presunti passaggi gratuiti a chi voleva raggiungere la colonia: cfr. Un’emigrazione gratuita per la Tripolitania?, 3 febbraio 1912.

38 I coloni erano in grande maggioranza immigrati italiani e la “Patria” svolse un ruolo non indifferente a sostegno della loro protesta: cfr. Eugenia Scarzanella, Italiani d’Argentina. Storie di contadini, industriali e missionari italiani in Argentina, 1850-1912, Venezia, Marsilio, 1983, pp. 126-136.

39 La voce del pubblico, “La Patria degli italiani”, 20 ottobre 1911.

40 Descrivendo i primi tentativi di colonizzazione in Libia il “Fanfulla” sottolineava per esempio che i “giovani soldati d’Italia hanno ereditato non solo il valore delle antiche legioni romane ma anche i metodi di conquista [e] rinnovano l’opera degli avi lontani […] combattenti e coloni”: cfr. Raffaele Lucente, I soldati agricoltori, “Il Fanfulla”, 5 febbraio 1912.

41 Si veda per esempio l’intervista di Francesco Bianco ripresa dalla “Tribuna” di Roma, Il meraviglioso avvenire della Tripolitania e della Cirenaica descritto dal comm. ing. Luiggi, “Il Fanfulla”, 4 febbraio 1912.

42 Raimondo Guardione, La conquista agricola della Libia e della Cirenaica. Un colloquio con Filippo Lo Vetere, “La Patria degli italiani”, 8 marzo 1912; L’avvenire agricolo della Tripolitania. Un colloquio con l’on. Bignami, “Il Fanfulla”, 6 gennaio 1912.

43 Un colloquio con l’on. Murri, 1 settembre 1912.

44 Dream, Note di bordo, “La Patria degli italiani”, 1 settembre 1912.

45 Gli stranieri in Argentina intorno al 1910 erano circa il 30% della popolazione residente, contro il 14,5% negli Stati Uniti.

46 Istituzione nuova di zecca, “La Patria degli italiani”, 18 settembre 1911.

47 Gianfausto Rosoli, Il “conflitto sanitario” tra Italia e Argentina del 1911, in L’Italia nella società argentina. Contributi sull’emigrazione italiana in Argentina, a cura di Fernando J. Devoto e Gianfausto Rosoli, Roma, Centro Studi Emigrazione, 1988, pp. 288-310. Sul significato del conflitto sanitario come prova di forza nazionalista cfr. M. Choate, Emigrant Nation cit., pp. 191-199.

48 Note del giorno, “La Patria degli italiani”, 4 settembre 1911.

49 Raffaele Lucente, Emigrazione in Africa, “Il Fanfulla” 5 dicembre 1911.

50 Luigi Vincenzo Giovannetti, La penetrazione pacifica, “Il Fanfulla”, 15 ottobre 1911.

51 Luigi Einaudi, Un principe mercante: studio sull’espansione coloniale italiana, Torino, Bocca, 1900.

52 Andrea Carnicci, Élites e associazioni italiane a Buenos Aires (1858-1914). La comunità italiana fra stampa e mutualismo, tesi di dottorato in Studi storici per l’età moderna e contemporanea, ciclo XIX, Università degli Studi di Firenze, 2003-2006; e A. Trento, La costruzione di un’identità, cit.

53 Cfr. Enrico Corradini, Le vie dell’oceano: dramma in tre atti, Milano, Treves, 1913; Id., Scritti e discorsi, 1901-1914, a cura di Lucia Strappini, Torino, Einaudi, 1980; Luigi Barzini, L’Argentina vista come è, Milano, Tipografia del Corriere della Sera, 1902; Giuseppe Bevione, L’Argentina, Torino, Bocca, 1911.

54 Emilio Franzina, Gli italiani al Nuovo Mondo. L’emigrazione italiana in America, 1492-1942, Milano, Mondadori, 1995.

55 M. Choate, Emigrant Nation, cit.

56 Emilio Franzina, Diaspore e “colonie” tra immaginazione e realtà: il caso italobrasiliano, in Itinera. Paradigmi delle migrazioni italiane, a cura di Maddalena Tirabassi, Torino, Edizioni della Fondazione Agnelli, 2005, pp. 101-140.

57 Seguiamo ancora Emilio Franzina nel ritenere che la risposta degli emigrati, e in particolare di quelli residenti oltreoceano, alla mobilitazione generale decisa dall’Italia nel 1915 fu affatto significativa: cfr., per l’Argentina, La guerra lontana: il primo conflitto mondiale e gli italiani d´Argentina, “Estudios Migratorios Latinoamericanos”, 44 (2000), pp. 57-85, e La guerra lontana. Il primo conflitto mondiale e gli Italiani d’Argentina, in Al di qua e al di là del Piave. L’ultimo anno della Grande Guerra, a cura di Gian Piero Berti e Piero Del Negro, Milano, Franco Angeli, 2001, pp. 91-122; e, per il Brasile, Un fronte d’oltreoceano: italiani del Brasile e italo-brasiliani durante il primo conflitto mondiale (1914-1918), in 1916 – La Strafexpedition. Gli Altipiani vicentini nella tragedia della Grande Guerra, a cura di Vittorio Corà e Paolo Pezzato, prefazione di Mario Rigoni Stern, introduzione di Mario Isnenghi, Udine, Gaspari, 2003, pp. 226-247; è di diverso avviso Caroline Douki, Les emigrés face a la mobilisation militaire de l’Italie, “14-18 Aujourd’hui”, 5 (2002), pp. 159-180. Sull’importanza dei conflitti che videro impegnata l’Italia nel favorire la nazionalizzazione degli emigrati sono validissime le notazioni relative agli Stati Uniti di Stefano Luconi, The impact of Italy’s Twentieth-Century Wars on Italian Americans’ Ethnic Identity, “Nationalism and Ethnic Politics”, 13 (2007), pp. 465-491.