“L’EMIGRATO ITALIANO IN AMERICA” LA CONGREGAZIONE SCALABRINIANA E LA GRANDE GUERRA

Il primo luglio 1903 appare a Piacenza il mensile “Congregazione dei missionari di S. Carlo per gli italiani emigrati nelle Americhe” dell’Istituto Cristoforo Colombo, fondato nel 1887 dal vescovo Giovanni Battista Scalabrini per formare e inviare missionari nelle Americhe . Il periodico ha otto pagine ed è distribuito gratuitamente tra il clero e i laici interessati a far sì che “nelle colonie” del Nuovo Mondo, cioè nelle comunità di emigrati, “la religione e la coltura italiana” siano preservate . La vita della pubblicazione è presto difficile: la morte di Scalabrini nel 1905 provoca gravi difficoltà nella congregazione missionaria e dirada le uscite del bollettino. Nel luglio 1905 appare un numero speciale sulla scomparsa del fondatore, ma poi si deve attendere il febbraio 1906 per la ripresa delle pubblicazioni.
Al momento del rilancio il bollettino è ribattezzato “L’emigrato italiano in America” e, come spiega l’articolo di apertura, vuole continuare ad illustrare il movimento migratorio verso le Americhe e “l’opera provvidenziale esercitata dalla San Raffaele nei porti di arrivo”, l’attività cioè della associazione fondata dagli scalabriniani per soccorrere spiritualmente e materialmente gli italiani emigrati oltre oceano . Nel primo numero del nuovo corso all’appena citato editoriale segue un estratto di Scalabrini, nel quale si evidenzia quanto le istanze missionarie siano in sintonia con quelle nazionali: “Religione e patria, queste due supreme aspirazioni di ogni cuore bennato, si intrecciano, si completano in quest’opera d’amore, che è la protezione dei deboli, e si fondono in un mirabile accordo” . I missionari dunque devono impedire che gli emigrati perdano la fede, la lingua materna e l’appartenenza nazionale originaria. Sino alla prima guerra mondiale questo programma è sostanzialmente rispettato sia dalla congregazione, sia dal periodico , nonostante che le persistenti difficoltà economiche spingano quest’ultimo a trasformarsi da mensile in trimestrale, aumentando, però, la paginazione.
Negli anni che precedono la grande guerra la posizione cattolico-nazionalista del bollettino diviene più netta, come comprovano i suoi commenti alla guerra libica . Nel gennaio del 1912 in un articolo siglato “c.f.” si dichiara che “pur non essendo di quelli che vogliono la guerra ad ogni costo possiamo prendere atto e rallegrarci di quest’onda di patrio entusiasmo che è esploso magnifico dai cuori degli Italiani al primo contatto, al primo urto della guerra, come un indice di educazione e di disciplina nazionale” . Secondo l’autore, l’emigrazione ha contribuito a questa rinascita dello spirito nazionale grazie all’oscuro, ma fondamentale lavoro dei missionari, che tanto hanno fatto per salvaguardare e rafforzare la fede religiosa e politica dei connazionali. Il Notiziario alla fine dello stesso numero riporta come nelle parrocchie scalabriniane per gli emigrati italiani negli Stati Uniti (S. Gioacchino a New York, S. Cuore a Boston e S. Michele a New Haven) siano state celebrate le esequie dei caduti italiani nella battaglia di Sciara Sciatt . A tali celebrazioni, riporta il testo, hanno partecipato le autorità diplomatiche, mentre i maggiorenti della comunità immigrata hanno raccolto fondi per le famiglie dei caduti.
Nel 1912 si stanno avvicinando in Italia i primi accordi informali (il cosiddetto “patto Gentiloni”) fra il mondo cattolico e i liberali di Giovanni Giolitti, allora al governo. Negli Stati Uniti gli scalabriniani anticipano tale riavvicinamento e collaborano apertamente con le autorità governative, nonché con i maggiorenti “coloniali” sino ad allora accusati di essere troppo anticlericali. Stanno in sostanza realizzando, quanto si proponevano di fare sin dagli inizi e quanto era loro rimproverato dai cattolici intransigenti e da altri ordini e congregazioni religiose, in particolare da salesiani e cappuccini, in aperta concorrenza per assistere gli italiani all’estero .
La compartecipazione ideologica alle imprese belliche italiane abbozzata nel contesto della guerra libica diviene più sistematica nel corso della grande guerra . In tale occasione la rivista sottolinea a più riprese l’afflato nazionalista delle comunità emigrate e dei missionari in esse impegnate; inoltre evidenzia il ruolo giocato nelle trincee dagli allievi dell’Istituto Cristoforo Colombo.
A proposito di questi ultimi un articolo del dicembre 1915 ricorda: “In questi tempi di mobilitazione generale pur troppo alcuni dei nostri allievi missionari, che, sino a pochi mesi fa, godevano il privilegio dell’esenzione dal servizio militare, han dovuto cambiare dimora e divisa, e passare dal silenzio degli studi al rumore delle armi, dalla pace dell’istituto ai disagi ed ai pericoli della guerra” . Il notiziario dello stesso numero spiega come i missionari scalabriniani siano invece esentati dal servizio militare, purché attivi nelle missioni all’estero . Di quando in quando, negli anni successivi, il bollettino menziona gli scalabriniani al fronte: per esempio, nella primavera del 1916, in quella del 1917 e nell’estate del 1918 . Tuttavia queste segnalazioni sono i genere fugaci, mentre, se ritorniamo all’articolo del dicembre 1915, notiamo come esso sia ben più strutturato. Si compone infatti di estratti delle prime lettere dal fronte di allievi scalabriniani e di una meditata conclusione redazionale. I primi descrivono l’attività dei cappellani nel raccogliere e accudire i feriti e nel cancellare “la bestemmia e il turpiloquio” dalle caserme. Inoltre sottolineano la ferocia degli austriaci che tirano sui religiosi e sulla Croce Rossa, mentre soccorrono i feriti. La redazione conclude congratulandosi “con i nostri bravi confratelli soldati” e pregando il Signore per la loro incolumità. Inoltre aggiunge: “una parola di conforto, un augurio di salvezza e coraggio, mandiamo anche a tutti i militari parenti e conoscenti dei nostri missionari, agli emigrati reduci dalle Americhe, agli amici nostri che spesso ci scrivono”.
In effetti il bollettino segue con grandissima attenzione i rapporti tra guerra ed emigrazione. Da un lato, mette in risalto come anche le comunità emigrate più lontane siano materialmente coinvolte nel conflitto. Come spiega il Notiziario del 1917, persino il Brasile soffre i danni per la diminuita navigazione ed il ritorno (e talvolta la morte) degli emigrati che hanno deciso di combattere per l’Italia, mentre sono forti le tensioni tra comunità appartenenti a fronti avversi come gli italiani e i tedeschi del Rio Grande del Sud . Dall’altro, ribadisce il prezzo di sangue pagato dagli emigrati rientrati in difesa della patria di origine .
Nell’elaborare la posizione nazionalista del periodico questo fenomeno diventa cruciale ed è continuamente messo in risalto. Già nel giugno 1915 la redazione saluta con veri e propri squilli di tromba coloro che stanno rientrando da oltre oceano:

La nostra guerra è cominciata … con i più lieti auspicii e le migliori speranze i violenti confini politici sono ormai oltrepassati e presto non saranno più che un ricordo.
Noi mentre seguiamo fervidamente con il pensiero, l’augurio e la preghiera i nostri soldati già al posto sugli spalti d’Italia, mandiamo anche il saluto ai giovani emigrati, che rispondendo alla voce della Patria hanno subito lasciate le Americhe e i loro più cari, desiderosi di offrire alla causa nazionale il braccio sicuro e il cuore impavido.
Giungete presto, o cari emigrati, e vi conducano salvi e magnanimi ai porti di Genova e di Napoli i veloci piroscafi, sospinti dal vostro desiderio vivissimo, attratti dalle sollecite impazienze della Patria in armi!
Come il Missionario vi benedisse alla partenza, ricordandovi che a voi è affidato l’onore delle colonie italiane che vi vogliono eroi nella pugna ed esempio nella virtù; così noi, Confratelli del Missionario emigrato, vi benediciamo al vostro arrivo e con tutta l’anima vi auguriamo valore, salvezza e vittoria .

Il coinvolgimento degli immigrati è quindi un elemento ricorrente della riflessione sulla guerra de “L’emigrato italiano” e la sua importanza è confermata anche da alcuni contributi inviati dagli stessi italiani nelle Americhe . Tuttavia non è l’unico perno della posizione scalabriniana. I numeri “natalizi” del 1916 e del 1917 mostrano come questa sia non solo più complessa, ma anche nutrita da un nazionalismo non sempre in sintonia con i suggerimenti della Santa Sede. Nel dicembre 1916 è ripresa l’invocazione pontificia della pace e si domanda di pregare il Signore “perché doni ai nostri confratelli soldati forza e incolumità nella loro grave e pericolosa vita militare, in cui han già dato prove non dubbie di grande amore patrio, anzi, e lo ricordiamo con legittimo orgoglio, di vero eroismo” . Nell’autunno dell’anno successivo l’articolo di fondo enuncia lo strazio di prepararsi a un nuovo Natale di guerra e invoca la pace . Però, subito dopo, suggerisce di implorare Dio che “il piede straniero [non] calpesti il sacro suolo della patria”. Il testo prosegue invocando sì la pace, ma una pace vittoriosa. Lo stesso patriottismo risalta nell’articolo immediatamente seguente, dove l’elogio di Benedetto XV alle attività missionarie scalabriniane è letto come una lode all’operosità “pro patria” della congregazione .
Nell’articolo sono inoltre più volte menzionate le raccolte dei migranti per la patria in guerra, “prove di cristiana e patria carità”. A rafforzare l’importanza di queste ultime sono poi pubblicate una lettera del capitano G. Rinaldi, addetto ai rifornimenti dei cappellani militari, e una del principe Luigi Boncompagni, presidente dell’Opera nazionale per l’assistenza civile e religiosa degli orfani dei morti in guerra. Entrambi ringraziano per le offerte trasmesse da Domenico Vicentini, successore di Scalabrini alla testa dei missionari scalabriniani .
Le sottoscrizioni degli emigrati sono un altro elemento ricorrente dei Notiziari sul bollettino. Nel marzo 1916 sono enumerate le raccolte fondi newyorchesi . I donatori sono indicati uno per uno ed è inoltre specificato se hanno donato denaro per le famiglie dei richiamati in patria (il periodico specifica che nella sola New York 600 giovani, alcuni già sposati, sono stati chiamati alle armi dalle autorità italiane), oppure se hanno donato vestiario di lana per i soldati impegnati “nelle giogaie alpine”. Infine si segnala che, in collaborazione con Gherardo Ferrante, vicario generale della diocesi newyorchese per gli italiani, sono state raccolte donazioni per i funerali di chi è caduto difendendo la patria.
Ai ritornati in patria per combattere, richiamati o volontari, è dedicato un lungo articolo del giugno 1916, firmato dal tenente cappellano B. Capoduro . Questi descrive come l’esercito in-ghiotta sia i giovani che tradizionalmente emigravano in America, sia quelli che già erano oltre oceano. A proposito di quelli già rientrati sottolinea il fervore patriottico, che li ha spinti a tal gesto, e se ne serve per affrontare il tema che gli sta veramente a cuore: come gli emigrati non rinunciano alla patria lontana e la difendono, così i cattolici non difettano di spirito patriottico e sono pronti a sacrificare tutto per l’Italia. A suo dire, anche il clero offre “bella prova di sé” nel conflitto e mostra come il senso di appartenenza nazionale non sia proprio dei soli anticlericali. Capoduro evidenzia quanti sacerdoti siano in prima linea al fronte e come persino quelli lontani da quest’ultimo, ad esempio gli scalabriniani nelle Americhe, si impegnino allo spasimo per la nazione. L’azione dei missionari nel Nuovo Mondo infatti “non è solo religiosa, ma multiforme e complessa: con essa è tenuta desta nei nostri connazionali lontani la fiamma della fede antica, e l’amore alla madre patria”.
Nel 1918 aumentano i richiami alle manifestazioni patriottiche. Il primo numero dell’anno ne enumera due a Boston, una nella missione di Orient Heights e l’altra nel North End, vicino alla chiesa del S. Cuore. In entrambi i casi si è trattato di cerimonie patriottico-religiose nelle quali hanno coabitato la Croce e la bandiera italiana. Nella seconda manifestazione sono stati ricordati i 360 “giovani della parrocchia che hanno raggiunto parte le file dell’esercito italiano e parte quelle americane” . A questo punto si va infatti verso l’esaltazione di un doppio nazionalismo, facilitato dalla posizione sullo stesso fronte. Il commentatore sottolinea infatti come sia “uno spettacolo commovente vedere tutto un popolo, rappresentato da tutte le varie età della vita, da tutte le condizioni sociali, raccolto nel tempio santo di Dio per impetrare una pace gloriosa, sia in favore della diletta madre patria, l’Italia, sia a vantaggio della cara patria adottiva, l’America”.
Su questa linea il numero estivo dello stesso anno segnala una manifestazione il 30 giugno a Somerville, nel Massachusetts, in onore dei 150 giovani italiani “che hanno lasciato la città per prendere servizio militare nell’esercito americano” . Nel medesimo numero il Notiziario riporta che 130 parrocchiani italiani di Chicago sono sotto le armi nell’esercito americano e che “molti altri ritornati da tempo in Italia vi compiono il loro dovere militare” . Sempre a Chicago è organizzata dal governo italiano una conferenza del tenente Roberto De Violini del sesto Reggimento Alpini. In tale occasione i sacerdoti scalabriniani hanno organizzato una colletta per l’Opera italiana dei mutilati di guerra . Nel numero successivo si ricorda invece come altri alpini italiani siano giunti a Somerville “per aiutare la vendita delle cartelle del quarto prestito nazionale [italiano]” . L’estensore del breve testo sottolinea come la cittadina abbia oltrepassato la propria quota nella vendita delle cartelle. Poi si dilunga sul fatto che gli alpini in visita abbiano esplicitato la volontà di tornare in America non appena finita la guerra. Gli appare dunque necessario prepararsi a tale eventualità “riallacciando” alla madrepatria “le nostra già numerose colonie transoceaniche”.
Il numero autunnale del 1918 è tutto incentrato sulla fine della guerra, come rivela il successivo articolo . In esso sono descritte le feste per la vittoria a New Haven, a Boston e a New York e gli italiani degli Stati Uniti sono invitati a ringraziare il Cielo “nella gioia indicibile di questi fulgidissimi momenti”. Il tema del rapporto finalmente sancito appieno tra fede e patriottismo è d’altronde evidenziato già dal primo articolo, nel quale si dichiara compiuto il voto nazionale. Di seguito si rivendica la profetica parola di monsignor Scalabrini, la gloria italiana, il “Sommo Pontefice, vindice dei diritti conculcati, principe della pace” e la saggezza del presidente Thomas Woodrow Wilson, mescolando le varie linee di pensiero sin qui ricordate. In tale occasione si ringraziano nuovamente gli italiani d’oltreoceano, che non solo hanno preso le armi, ma hanno contribuito a finanziare le opere di soccorso americane e italiane “per i danneggiati della guerra” . Il tema della vittoria risuona anche nel primo numero del 1919, in cui si ritraggono i festeggiamenti in Italia, negli Stati Uniti (soprattutto a Chicago) e in Brasile (Rio Grande del Sud), nonché le raccolte di offerte per le popolazioni colpite dal conflitto .
Complessivamente dunque il bollettino conferma quanto anche risulta dall’Archivio Generale Scalabriniano di Roma, cioè l’impegno della congregazione nello sforzo bellico e la sua capacità di fare da tramite fra il Nuovo e il Vecchio mondo. Nell’archivio scalabriniano troviamo infatti le notizie che gli allievi dell’Istituto Colombo inviano dal fronte, in parte riportate sul periodico, e i dati relativi alla trasmissione dei fondi raccolti all’estero . Inoltre vediamo come in almeno un caso proprio le sottoscrizioni abbiano un valore “politico”: nel 1917 in Italia e all’estero è raccolto denaro per dimostrare al “Popolo d’Italia”, che le sue considerazioni negative su emigranti e cattolici sono vere e proprie “bestemmie” .
Ne “L’emigrato italiano” il ruolo degli emigranti antichi e recenti nel difendere e sovvenzionare la patria è considerato a più riprese, come abbiamo già visto, ed è più volte discusso nei dettagli. Inoltre ci si inizia a chiedere se si debba riflettere non solo sul passato e sul presente, ma anche sul futuro delle migrazioni, iniziando a valutare le possibili conseguenze migratorie del conflitto. Così nel marzo 1915 l’articolo di fondo verte proprio su tutti gli aspetti dei rapporti fra guerra e fenomeni migratori . L’estensore indica come sia opinione comune che l’immane scontro genererà nel prossimo futuro violenti flussi e come quindi la Chiesa e gli Stati, soprattutto quelli del Nuovo Mondo, devono prepararsi a ricevere ed aiutare nuove diaspore. Contemporaneamente suggerisce che non bisogna trascurare il presente: la guerra ha comunque intaccato la struttura sociale ed economica dei Paesi che ospitano gli emigranti. I missionari devono quindi aiutare i connazionali in difficoltà, consci che la crisi presente rappresenta una manna per le altre denominazioni cristiane: “i ministri protestanti ben forniti di oro e di volontà sanno meravigliosamente sfruttare l’abbandono degli emigrati; e coperti col manto della carità rapiscono ad essi il prezioso tesoro della fede”. La Chiesa cattolica non può abbandonare il proprio posto tra gli emigranti e deve essere chiaro che fra questi opera per sé e per il proprio Paese: “Persuadiamoci una buona volta: dall’assistenza più o meno assidua, diligente, dissinteressata [sic!] dell’emigrazione dipende la conservazione della fede, del buon costume e del sentimento nazionale tra gli emigrati; dipende l’onore e l’interesse del paese”.
Nel settembre del 1915 il bollettino torna sullo stesso tema, declinandolo, però, sulla sola dimensione italiana . In questa prospettiva gli sforzi dei missionari, ormai più che trentennali, sono definiti come già ripagati perché gli emigranti tornano a difendere la madrepatria oppure la assistono con il denaro inviato. A dicembre 1916 buona parte del numero autunnale è dedicata a descrivere la vita nelle trincee di chi è ritornato. In un primo articolo sono pubblicate alcune considerazioni del barnabita Giovanni Semeria, esultante per lo smacco degli anticlericali, visto che i cattolici, che non volevano la guerra, scoccata l’ora del dovere per ogni buon cittadino, obbediscono con spirito di disciplina e di sacrificio che la storia segnerà nei secoli in esempio a tutti”. Un secondo testo, firmato dal già menzionato tenente cappellano Capoduro, consiste in una nuova riflessione su quanto i missionari, la Chiesa e tutti gli italiani dovranno fare per gli emigranti, finita la guerra . Il sacrificio nelle trincee dei ritornati ha guadagnato loro la riconoscenza dei connazionali rimasti in patria e il sostegno futuro della nazione.
In effetti non sarà proprio così e i rapporti tra emigrazione transoceanica e governi italiani resteranno complicati, in particolare durante il Ventennio fascista. Proprio a causa di quest’ultimo, resterà difficile anche il rapporto tra la Chiesa cattolica (e i cattolici) e le autorità governative, ma su questi argomenti esiste un’ampia letteratura, che ci previene dall’affrontarli . Restano invece da valutare le conseguenze dentro la Chiesa e sul campo missionario delle opzioni nazionalistiche messe in luce da “L’emigrato italiano”. Qui ci sarebbe ancora da lavorare, perché la congregazione scalabriniana conosce nell’entre-deux-guerres un periodo prolungato di difficoltà, mentre le alleanze sul campo fra missionari e autorità diplomatiche italiane (nonché, in alcuni casi, organizzazioni fasciste) non danno i frutti sperati dai primi e dalle seconde e portano a un insanabile scontro .