STORIA E MEMORIA DELL’ABRUZZO MIGRANTE NELLA SECONDA META’ DEL XX SECOLO

di Piero Berardi

Emigrazione e politica nell’Abruzzo del secondo dopoguerra

Dopo la seconda guerra mondiale le migrazioni dalla penisola ripresero interessando sia mete interne all’Italia, sia mete esterne in direzione di paesi transoceanici ed europei[1]. Rispetto agli inizi del secolo, quando si sviluppò un articolato dibattito sul tema migratorio che divise il mondo politico tra favorevoli e contrari sui vantaggi che il paese poteva ricavare dal lavoro all’estero degli italiani, l’intervento della politica i questo fenomeno si era ormai realizzato e radicato. Diverse forze politiche ritenevano necessario che lo Stato divenisse promotore di una politica nazionale sull’emigrazione. Lo scoppio della guerra impose un ridimensionamento dell’emigrazione italiana e segnò anche il ritorno in patria di numerosi emigranti. Flussi di partenza ripresero appena terminato il conflitto, anche se la chiusura degli sbocchi migratori verso le Americhe e la successiva crisi del 1929 indirizzarono il fenomeno verso nuove direzioni.

Durante il fascismo si privilegiò la migrazione interna[2]. La bonifica delle zone paludose e lo spostamento coatto verso le terre bonificate, determinò una migrazione interna grazie anche alla nascita di nuovi insediamenti urbani e all’aumento di popolazione di città come Roma. Inoltre vi furono i programmi di emigrazione coloniale e il rilevante fuoriuscitismo politico che finiva con il mescolarsi con l’emigrazione economica[3]. Bruno Buozzi nel 1929 arrivò ad individuare tre tipologie di emigranti tra gli italiani

 

L’emigrazione italiana si può dividere in tre grandi gruppi. In essa c’è chi va in giro per il mondo in cerca di un salario indipendentemente da ogni ragione politica e spirituale. C’è chi, senza esservi costretto, e senza essere un combattente politico, va in cerca di un minimum di libertà e tranquillità che la sua patria gli nega. E c’è chi – vero profugo politico – è costretto all’esilio dalle persecuzioni e dal boicottaggio fascista[4].

 

Dopo la seconda guerra mondiale, le rinnovate forze politiche dell’Italia repubblicana si interessarono del problema dell’occupazione e delle modalità per risolverlo. In campo economico i principali problemi del paese quali la disoccupazione, lo squilibrio Nord-Sud, l’arretratezza dell’agricoltura non potevano avere una soluzione semplice ed immediata, per questo era necessario sviluppare una politica attiva che permettesse sia di esportare la forza lavoro sia di inserire l’Italia nei circuiti finanziari internazionali. I nuovi governi favorirono la ripresa dell’emigrazione organizzando due ministeri che negli anni seguenti avranno le maggiori competenze in materia di emigrazione, il ministero degli Affari esteri e il ministero del Lavoro e Previdenza sociale, ed avviando trattative con vari paesi europei per la definizione di accordi bilaterali riguardanti il reclutamento di manodopera.

Con il Belgio, gli accordi furono stabiliti con chiarezza nel novembre 1945 e ufficializzati con l’accordo del 23 giugno 1946[5]. Gli accordi tra il governo italiano e quello francese tendevano a scoraggiare il rimpatrio dei prigionieri di guerra italiani, privilegiando le esigenze economiche e politiche (presenza di manodopera nella ricostruzione per i francesi, riduzione dell’impatto sociale del ritorno dei reduci per gli italiani) e favorendo quindi la loro ricollocazione al lavoro all’estero[6]. L’esperienza del lavoro di guerra venne utilizzata anche nel settore agricolo stabilendo rapporti con Svizzera, Germania e Gran Bretagna. I contadini costituirono in alcuni anni un terzo dell’emigrazione verso tali stati[7].

 

I flussi diretti dall’Italia verso i paesi europei andarono a sovrapporsi con quello dei paesi coloniali che avevano da poco raggiunto l’indipendenza. Francia e Gran Bretagna attuarono politiche migratorie che privilegiarono «i percorsi giuridici degli italiani da quelli degli altri immigrati»[8] e le classi dirigenti francesi favorirono gli italiani rispetto ai coloniali per una supposta maggiore facilità di assimilazione[9].

Secondo alcuni studi recenti, gli accordi bilaterali firmati dall’Italia a partire dal 1946 avevano di mira anche la prospettiva di una nascente integrazione europea[10], che se nell’immediato dopoguerra appariva un progetto utopistico, nel decennio successivo cominciò a diventare qualcosa di più concreto. In particolar modo Federico Romero nei suoi studi ha osservato che la tendenza dei governi italiani a porre in evidenza la questione dell’emigrazione negli accordi sottoscritti con gli Stati europei era dettata dalla consapevolezza che la libera circolazione della manodopera sarebbe stata un elemento centrale nel processo di integrazione europea[11]. Fondamentali restarono nell’ambito della ripresa di una politica sull’emigrazione gli accordi bilaterali che l’Italia siglò tra il 1946 e 1948 con Francia, Belgio, Gran Bretagna, Svizzera, Olanda, Lussemburgo, Svezia, Cecoslovacchia, Argentina e che successivamente furono anche modificati [12].

In questo nuovo contesto, anche la popolazione abruzzese tornò ad uscire fuori dai confini. Ora il fenomeno non era più limitato all’emigrazione rurale, ma interessava anche quella professionale ed intellettuale. La provincia che maggiormente subì il fenomeno migratorio fu quella aquilana che tra il 1951 ed 1971 vide partire il 19,6% dei propri residenti; mentre quella chietina interessò il 12,8% della popolazione, quella di Teramo il 5,7%. Pescara invece vide addirittura aumentare la propria popolazione del 9,3%[13], in quanto stava divenendo un centro urbano di forte attrazione economica per l’intera regione[14]. Se la prima ondata era stata caratterizzata dalla necessità di migliorare la propria condizione economica, di acquistare beni immobili in particolare la casa ed i terreni da coltivare, quella seguita al secondo conflitto mondiale fu determinata dalla volontà di fare fortuna. L’esperienza della guerra e della prigionia nei paesi stranieri aveva aperto le prospettive agli abruzzesi tornati nei paesi alla fine del conflitto[15].

Alla fine degli anni Quaranta e gli inizi degli anni Cinquanta l’Abruzzo era ancora una regione povera ed arretrata; nel secondo dopoguerra essa aveva registrato numerosi e gravi danni a seguito del passaggio degli eserciti e della guerra sul proprio territorio tra la fine del 1943 ed i primi mesi del 1944; si era verificato infatti il danneggiamento delle infrastrutture di comunicazioni, del patrimonio abitativo e dell’iniziale tessuto industriale. La situazione non era dissimile a quella del resto d’Italia.

Un ruolo positivo nella regione venne svolto dall’intervento straordinario della Cassa del Mezzogiorno, i cui provvedimenti cercarono di contenere la disoccupazione promuovendo la ripresa della produzione industriale e lo sviluppo dell’agricoltura; né può essere dimenticato nel processo di crescita il ruolo svolto ancora una volta dalle rimesse degli emigranti[16]. Tutto ciò ha consentito all’Abruzzo, complice lo sviluppo economico nazionale[17], di diventare nei decenni seguenti una regione “cerniera tra l’Italia del Nord ed il Mezzogiorno”[18].

Tuttavia nel dopoguerra l’emigrazione abruzzese è presente in tutte le principali direzione del flusso di lavoro italiano all’estero. Non è possibile in queste pagine riprendere il tema in generale. Si farà cenno all’emigrazione verso il Belgio perché si tratta di un’esperienza che, anche a causa della tragedia di Marcinelle (8 agosto 1952), è rimasta nella memoria, ricordandoci come questa fase sia stata superata non senza pagare un forte dazio in vite umane.

 

Per gli italiani la tragedia di Marcinelle fu uno schiaffo, per gli abruzzesi un colpo al cuore. Troppi i cognomi tragicamente familiari dei minatori: Iezzi, Di Donato, Di Pomponio, Zinni, Di Rocco, Travaglini, Di Pietrantonio, Petaccia, Rulli, Di Berardino, Ferrante, Martinelli. Cognomi di uomini partiti da Casoli, Roccascalegna, Sant’Eusanio del Sangro, Castel del Monte, Castelvecchio Subequo, Ovindoli, Alanno, Elice, Farindola, Lettomanoppello, Rosciano, Turrivalignani, Isola del Gran Sasso e soprattutto Manoppello, dove il drammatico rito dell’annuncio alle famiglie dei minatori morti ebbe inizio già il 9 agosto[19].

 

Il giorno 8 agosto 1956 morirono nelle miniere di Marcinelle 262 minatori, tra questi 136 lavoratori italiani, 60 dei quali erano abruzzesi[20]. Erano rimasti imprigionati nel pozzo di Saint Charles della miniera di Bois du Cazier, a pochi passi dal sobborgo operaio di Marcinelle, nel bacino minerario di Charleroi.

 

Alle ore 8.10 dell’8 agosto 1956, a causa di una errata manovra la gabbia messasi in moto bruscamente trascinò con sé uno dei due vagoncini. Una putrella del sistema d’invio tranciò i fili telefonici, due cavi elettrici ad alta tensione (nudi e senza protezione!!), la condotta dell’olio sotto pressione della bilancia idraulica, la condotta dell’aria compressa che alimentava gli utensili posti sul fondo. Fatale catena di eventi […] Quello che in origine era un semplice incidente di carico, si trasformò in una catastrofe immane[21].

 

I minatori lavoravano senza la protezione delle maschere antigas, ma furono soprattutto le condizioni generali di scarsa sicurezza della miniera a provocare la tragedia[22].

Non era il primo episodio che si verificava in Belgio, gli incidenti nelle miniere si ripetevano con una certa frequenza. Nel bacino di Charleroi il 19 gennaio 1954 erano morti tre minatori italiani, mentre si stava svolgendo la visita di una commissione italo-belga per verificare le condizioni di lavoro dei minatori[23].

 

La situazione, tra il 1952 e il 1954, era però precipitata. L’«Unità», in un articolo dell’8 marzo 1953, fornì un dato allarmante: nel 1952 nelle miniere belghe erano avvenuti circa 150000 incidenti. Il ministero del Lavoro italiano – dopo aver letto l’articolo – chiese spiegazioni all’Ambasciata a Bruxelles, che si attivò per ottenere i dati e fornì un quadro non rassicurante. Nel solo 1952 c’erano stati nelle miniere belghe 152 infortuni mortali, 75 dei quali avevano riguardato emigrati italiani. Gli infortuni non mortali erano stati circa 122000, di cui circa 7000 avevano provocato assenze dal lavoro superiori a un mese. I dati dell’«Unità», insomma, erano eccessivi ma fotografavano una situazione reale: nelle miniere belghe si moriva e ci si feriva con una frequenza eccezionale, sensibilmente superiore a quanto succedeva in Francia e nel resto d’Europa[24].

 

Cesare Zappulli sul quotidiano Il Giorno in un articolo di denuncia sulla tragedia mineraria riteneva che poco si potesse fare, date le misere condizioni che attanagliavano tante regioni italiane.

 

Ci vogliono i titoli sulla prima pagina dei quotidiani perché l’Italia si chieda dove sia Manoppello, e perché la gente di questo paese è così povera, e cosa si può fare per sollevarla dalla miseria senza mandarla a morire in Belgio […] Diciamo subito che non si può fare niente, perché il tessuto sociale di Manoppello, il connettivo che tiene insieme 200 case del paese intorno alla parrocchia – qui, come in migliaia di altri comuni dell’Abruzzo, della Basilicata, della Sicilia – è proprio la miseria[25].

 

Il sindaco democristiano di Manoppello, convinto anch’egli che la spinta propulsiva a partire fosse la povertà, criticò la politica governativa di quegli anni che aveva incentivato l’emigrazione nei paesi europei, piuttosto che trovare soluzioni all’occupazione in Italia.

 

Furono quindi anche gli effetti della ristrutturazione della Sama [Società Abruzzese Miniere Asfaltiche] a spingere centinaia di uomini del pescarese a emigrare in Belgio […] All’indomani della tragedia, l’allora sindaco di Manoppello, Giuseppe Di Martino, primo cittadino sin dal 1946, ricostruì questo passaggio cruciale della vita economica abruzzese: «Nel novembre del 1946 ci furono le prime richieste per le miniere belghe. Subito tre minatori, di cui due sepolti nel pozzo di Bois du Cazier, partirono da Manoppello dando l’esempio, attirati dalla speranza di un salario ben più alto di quello pagato dalla Sama e dall’Italstrade nelle tre miniere d’asfalto in funzione a quell’epoca. Ma l’esempio non fu seguito subito. La disoccupazione, allora, non era così alta come oggi. L’esodo vero e proprio cominciò dopo il 18 aprile quando le due società licenziarono quasi mille operai. Ci fu allora una lotta per ottenere l’apertura di un cementificio. Andammo in delegazione dall’onorevole Amintore Fanfani, a quell’epoca ministro del Lavoro. Fanfani promise un finanziamento, ma aggiunse: «Non fatevi illusioni. Incrementate l’emigrazione; se avete molti minatori disoccupati mandateli in Belgio nelle miniere di carbone»[26].

 

 

La modernizzazione: da paese di emigranti a paese di immigrati

La “modernizzazione” del territorio abruzzese è stata così dirompente negli ultimi decenni del ventesimo secolo da vedere la regione crescere sotto il profilo delle organizzazioni economiche e produttive. Queste hanno consentito all’Abruzzo di compararsi con le aree più progredite del Centro-Nord[27].

Alla fine dell’Ottocento il rinnovato sistema economico aveva offerto nuove opportunità: l’unificazione dei mercati se da un lato contribuì a togliere alle piccole unità produttive locali i tradizionali mercati delle microaree in cui operavano ed attraverso le quali viaggiavano le merci, connotando l’area abruzzese per determinate specificità, di contro rappresentò un potente fattore di crescita per gli imprenditori più audaci, che ebbero la possibilità di sfruttare per le loro attività un più ampio mercato che superasse gli angusti limiti della regione e dello Stato preunitario di appartenenza.

A tutto questo concorse anche la creazione delle strutture viarie, in alcuni casi si trattava di un rafforzamento delle vie di comunicazioni preesistenti, in altri della creazione ex novo di un sistema viario quale la ferrovia adriatica[28], che oltre a rendere agevole il collegamento tra le aree settentrionali con quelle meridionali del nuovo Stato unitario, favorì l’allargamento di alcuni centri abruzzesi dalla collina alla costa[29], fino a quel momento scarsamente abitata a causa della presenza di zone paludose e malariche.

Come sostiene Costantino Felice, il massiccio fenomeno migratorio dei decenni compresi tra i due secoli costituì un importante volano di mutamento e modernizzazione per l’Abruzzo, proseguito poi nel corso della seconda metà del Novecento[30]. Con l’emigrazione si verificarono processi economico-sociali articolati: la frantumazione della grande proprietà permise la formazione del ceto dei piccoli proprietari, causò la perdita delle rendite di cui godevano i latifondisti grazie all’affitto delle  terre, inoltre con l’emigrazione venne meno l’eccesso di manodopera e si favorì l’aumento dei salari[31].

La parcellizzazione del latifondo e la creazione di un cospicuo numero di piccoli proprietari terrieri[32], i quali coltivando la terra in modo intensivo contribuirono ad aumentare la produzione, immettendo sul mercato una certa varietà di prodotti, determinò la spinta propulsiva verso una nuova forma di benessere.

Sia pure in ritardo rispetto al resto del paese nel secondo dopoguerra, in particolare tra gli anni Cinquanta e Sessanta anche in Abruzzo si verificò il processo di industrializzazione favorito dall’intervento della Cassa per il Mezzogiorno e dalle rimesse degli emigranti. Proseguendo nel trend positivo di crescita economica, l’Abruzzo[33] tra gli anni Ottanta e Novanta, così come tutta l’Italia, da paese di emigranti è diventato una terra che attira immigrati lavoratori provenienti dall’Asia, dall’Africa e dall’Europa dell’Est.

 

 

Galleria dei ricordi

Il fenomeno migratorio dell’Abruzzo dalla fine dell’Ottocento fino all’avvento del fascismo e nel trentennio successivo al secondo conflitto mondiale io ho avuto l’avventura di osservarlo da un angolo di attenzione e di visuale privilegiata determinata dalle figure di mio nonno paterno e di mio padre ed anche dalla mia funzione politico-amministrativa svolta negli anni Sessanta e Settanta del secolo passato.

La storia non è soltanto sequenza di avvenimenti politici, diplomatici e militari, ma è anche l’insieme dei fatti della quotidianità, che formano l’humus politico, economico e sociale, da cui discendono e derivano le grandi scelte istituzionali e di sistema: oggi, come ieri, i reggitori del bene pubblico non hanno gli apparati visivi ed uditivi molto attenti e sensibili per comprendere le trasformazioni che nascono all’interno della società civile.

La microstoria è oggetto approfondito dell’indagine storiografica.

In questa visuale ho ritenuto opportuno  presentare, in riferimento al complesso problema migratorio abruzzese, uno spaccato socio-economico riguardante il microcosmo di una zona limitata del sud della Provincia di Chieti, formata da paesi e contrade nei quali fortissima si è sviluppata la “partenza” di tanti giovani vero le Americhe, prima, e l’Europa, dopo.

Vi racconto il perché della mia visuale privilegiata.

Mio nonno paterno esercitò la professione di Maestro elementare nei paesi del medio vastese dal 1886 fino al 1931, in una zona in cui era quasi totale l’analfabetismo, specie di genere femminile.

Inoltre, essendo di origine napoletana, (il padre era stato un Ufficiale borbonico superiore, considerato come  “brigante” dai nuovi padroni piemontesi) entrò in rapporto con una società di navigazione partenopea e, quindi, seguì tutte le vicende riguardanti l’emigrazione tra fine Ottocento e primo ventennio del nuovo secolo.

Il mio papà medico condotto (Renato Fucini: quanta nostalgia di quella professione) in molti paesi della nostra zona vastese, iniziò la professione-missione dal 1924 fino al 1966, visse il fascismo, partecipò alla guerra su una nave ospedale a Taranto e nel dopoguerra rappresentò un punto di riferimento per tutti coloro che volevano emigrare, chi verso le Americhe, chi verso l’Europa (spiegherò poi i motivi).

Chi scrive, memore dei racconti e delle testimonianze del nonno, interessato politicamente al complesso fenomeno migratorio, esercitò le funzioni di giovanissimo sindaco dal 1962 al 1965 nel suo paese d’origine e nel 1965 venne eletto consigliere provinciale fino al 1970 ed in questo periodo fu testimone attento e vigile protagonista in favore di tanti, giovani e meno giovani, che emigravano verso Germania, Francia, Svizzera, Belgio e Nord America.

Descritte e specificate le motivazioni della privilegiata visuale riguardante l’emigrazione abruzzese, mi permetto ora di entrare con levità nel merito di fatti, avvenimenti, persone e problemi con lo spirito di offrire con semplicità la storia dell’emigrazione dal mio territorio, simile a quella riferita da Silone nella Marsica, storia minima piena di povertà, di illusioni, di inizio di benessere, di nostalgia per ciò che poteva essere e spesso non fu.

Negli anni precedenti l’avvento del fascismo e negli anni successivi al secondo conflitto mondiale, gli abruzzesi conoscevano l’unico modo “facile”, seppur mortificante, per tentare di uscire dalla crisi e certamente da condizioni sociali ed umane di povertà: l’emigrazione.

Il giovane contadino o bracciante agricolo precario sapeva che ad un certo punto della vita avrebbe dovuto prendere la vecchia valigia del nonno e del padre, fatta di cartone e legata con uno spago ed andarsene dal proprio paese per trovare “altrove” un lavoro, amaro, faticoso e duro, che gli consentisse di guadagnare  “un pezzo di pane” per sé e per la famiglia, con rimesse di denaro, inviate prima al padre, pater familias, poi pian piano alla moglie già col primo figlio, il che favorì il riscatto della condizione femminile anche economico: da una vita ancillare nel sistema patriarcale a quella di padrona di una casa, bene ordinata e preparata per il ritorno del moroso “necessitato” ad aumentare la prole idonea un giorno ad accrescere l’estensione del primo “pezzo di terra” acquistato con i dollari sudati dal proprio genitore.

L’“altrove” generalmente, dalla fine del XIX secolo al primo ventennio del nuovo, era l’America, favoleggiata, raccontata, trasmessa dai vecchi emigranti, ormai di ritorno ai nipoti, seduti con gli occhi della meraviglia ed il morso della fame attenuata, vicino all’antico ed annerito focolare.

Di questo cambiamento socioeconomico e sociologico riguardante direttamente le rimesse dei dollari alle mogli, non più e non del tutto ai genitori, mi parlava mio nonno Felice, il quale, oltre a preoccuparsi di preparare i documenti per l’espatrio con le società di navigazione da Napoli verso gli Usa, essendo l’unica persona in grado di scrivere e leggere una lettera, svolgeva il compito di redigere, sotto dettatura dialettale delle mogli, una lettera diretta ai mariti, e leggere la missiva di risposta.

Queste lettere iniziavano sempre così: “caro marito” o “cara moglie” e terminavano entrambe con: “vi saluto e sono vostra moglie” o “vi saluto e sono vostro marito”.

Nonno Felice mi raccontava di una lettera di una signora al marito, nella quale con pudore gli comunicava la prossima nascita di un baby, gli chiedeva perdono per la debolezza femminile e gli citava il nome del futuro padre naturale; questi rispose con benevolenza e con spirito pratico acquisito così: “quando dovevi farlo con un contadino mio pari, è stato bene che tu l’abbia fatto con l’avvocato…” (miglioramento della razza!).

A nessuno interessa sapere che l’avvocato era lo zio di mio nonno!

Queste lettere erano intrise di tanta malinconia e di profonda nostalgia, l’emigrante chiedeva alla sposa lontana notizie su figli,  parenti, amici e compari, sul raccolto del grano, della vigna, dell’ulivo, ma innanzitutto in un dialetto americanizzato chiedeva notizie delle feste natalizie, il focolare acceso, le festività di san Rocco celebrato sette volte l’anno in paese, raccontava la processione americana per il santo patrono, il duro sistema di vita americano, il desiderio del ritorno per stare seduto in piazza, senza spirito da pionieri.

Giovanni, partito nel 1905 con il vapore “Perseo”, tornato in Italia nel nostro paese dopo 30 anni di duro lavoro a Pittsburg, disse a mio padre medico, alla vigilia dell’emigrazione di suo nipote Giovanni per la Germania: “Dottore, quanti sacrifici vani, mio nipote non ha voluto studiare ed ora per lavoro fa l’emigrante e riprende la mia valigia di cartone legata con lo spago!”.

Nonno Felice mi raccontò l’episodio di un emigrante della nostra zona verso le Americhe che, venuto a conoscenza del rapporto incestuoso tra suo padre e la nuora con la nascita di un bimbo, tornò, uccise il genitore, fu condannato a pochi anni di carcere per motivo d’onore e quando fu rimesso in libertà i compaesani gli fecero festa con la banda.

Dopo aver esaminato i problemi e le problematiche della emigrazione abruzzese di fine Ottocento e del secondo dopoguerra sotto il profilo sociale, economico e statistico e nella dimensione sociologica del fenomeno, sto cercando di riscoprire (non so se ci riuscirò), sulla base dei ricordi trasmessimi e delle personali esperienze vissute da un particolare osservatorio, l’emigrante persona, l’uomo costretto a partire dalle condizioni di sottosviluppo della sua terra d’origine, portando con sé nella terra straniera il suo dialetto chiuso ed incomprensibile, che lo obbligava a vivere isolato in un mondo nuovo, come un esule, un altro da sé, non nel cuore, ma nel profondo dell’anima, quasi socio di un’anima mundi formata da una o cento croci di cenere, la nostalgia, la piazza, il campanile, il dialetto americanizzato che non ti lascia mai, solo un rapporto quasi quotidiano di lettere spedite alla moglie con il bambino, una ricerca di notizie e la speranza che quelle lettere possano attutire il tarlo corrosivo dello sbandamento muliebre.

La lettera dell’emigrante, mi raccontava nonno Felice, insieme alle carenze ortografiche e sintattiche, rappresentava lo specchio dei pensieri, dei ricordi, della speranza un giorno di ritornare alla piccola nuova casa e con la terra da arare e seminare, frutto del suo essere vissuto “Là”.

Gli americani di ritorno, con il cappello a tesa larga, la camicia a scacchi ed i larghi pantaloni, quando narravano gli anni giovanili trascorsi all’estero, non pronunciavano mai il nome del  paese straniero, ma dicevano con pudore “Là”, quasi a voler conservare nello scrigno dei ricordi le venti o trenta stagioni della propria vita, con ombre e luci, passate fuori dal proprio mondo paesano.

Nominavano Pittsburg, Hamilton, Rosario solo per raccontare la processione del Patrono (S. Rocco, S. Michele, la Madonna) nella nuova terra, che veniva organizzata più volte in un anno dalle varie associazioni di cui ognuno di loro faceva parte.

Un vecchio emigrante di ritorno dagli Usa mi disse un giorno sulla piazza del paese, mentre usciva dalla chiesa la statua di San  Rocco: “Signor Sindaco, solo chi è stato ‘Là’ può capire il sentimento di portare in processione il nostro Santo; per voi è una gioia, per noi era un orgoglioso legame con i ricordi e le speranze!”.

Partivano, raccontava mio nonno, da Vasto diretti a Napoli (accompagnati, se era d’estate da don Felice, per doverosa necessità), si imbarcavano in dignitoso silenzio sul vapore o sul piroscafo, con pochi soldi, la valigia di cartone ed una “mandricchia” (grande tovagliolo) nella quale la madre e la giovane sposa avevano preparato una frittata e le “pallotte” cacio ed uova, come a voler lasciare i sapori di ciò che finiva, mentre un disco suonava la canzone “Partono i bastimenti per terre assai lontane…”.

Quando tornavano per un breve periodo o definitivamente, i paesani organizzavano una festicciola e mio nonno intonava con la sua bella voce “Partono i bastimenti…, cantano a bordo e sono i  paesani!”. Grande e caro mio nonno, maestro elementare, per decenni in tutta la zona del Vastese veniva chiamato “lu maestre di li mirricani!”: nella mia casa paterna ancora è presente un vecchio grammofono di un metro e mezzo di altezza, spedito nel 1924 dallo Stato della Virginia (Usa), come regalo degli emigranti al figlio del loro maestro che si era laureato in Medicina e Chirurgia e conteneva una raccolta di canzoni e romanze, oltre ai discorsi di Mussolini agli Italiani d’America, presso i quali il Duce era apprezzato per la difesa dell’italianità nel mondo.

 

Il “grido” del papa Benedetto XV sulla “inutile strage”, rimase nel 1914 inascoltato dai governanti delle Nazioni. Venne la guerra, la “grande guerra” del 1915-18, che costò all’Italia seicentomila morti per le terre irridente di Trento e Trieste e per il compimento del Risorgimento. Ma la guerra divide, seleziona, separa, unisce e torna a dividere: la guerra, secondo l’espressione di Benedetto Croce, è un dramma morale.

Dopo gli eventi bellici, nello spirito dei popoli ex belligeranti si avvertì un sentimento di liberazione e di sollievo, si fecero strada un partito della pace ed una aspettativa messianica, la speranza delle nuove generazioni senza guerre, la forza che cede al diritto nella convivenza tra i popoli della terra per giuste relazioni internazionali e nello spirito evangelico del povero di Galilea.

Ma l’utopia ha due accezioni semantiche: eu topos ed ou topos.

Purtroppo!

Nel 1920 lasciarono l’Abruzzo 50.000 persone, quasi tutte dirette verso gli Stati Uniti d’America. Negli anni seguenti il numero dei migranti diminuì notevolmente, non tanto perché il disagio socioeconomico andasse alleviandosi, quanto perché le leggi fasciste, al fine di potenziare lo sviluppo demografico della Nazione, avevano posto forti limiti all’emigrazione. Inoltre è statisticamente accertato che la maggior parte dell’emigrazione abruzzese avesse riguardato le zone montane e pedemontane del territorio, per cui con l’istituzione nel 1927 della Provincia di Pescara si determinò lo spostamento migratorio interno dalla parte montana a quella litoranea, con forte decremento delle popolazioni delle provincie di Chieti e L’Aquila, per ricercare nel “piano” condizioni di vita migliori e più produttive, che non fossero sempre quelle di una sottomissione alla miseria e alla umiliazione.

Le cause di tale fenomeno vanno  ricercate anche nell’eccessivo frazionamento delle proprietà, nella pressione tributaria a fronte della scarsa redditività agricola e nella crisi della pastorizia transumante dell’Abruzzo verso l’agro romano e il tavoliere dauno in Puglia.

Questi dati endogeni dell’economia abruzzese saranno la causa della grande migrazione del secondo dopoguerra dalle montagne e colline regionali verso i paesi dell’Europa occidentale e degli stati nordamericani, fenomeno che si ridusse solo con l’industrializzazione diffusa degli anni  settanta e seguenti e con lo sviluppo del sistema terziario e dei servizi.

Intorno agli anni trenta l’Abruzzo era una regione tra le più povere del Mezzogiorno d’Italia: decremento della natalità, aumento del sistema agricolo mezzadrile e latifondistico, impoverimento del tessuto economico complessivo regionale, considerato anche il fallimento della politica granaria di Mussolini, un Abruzzo impoverito senza libertà di parola e di associazione e senza speranza per i giovani.

Ricorda Silone nel romanzo Fontamara quale fosse in quegli anni la posizione dei giovani rispetto al regime fascista:

 

Veramente da noi non si era mai vista tanta gioventù inoperosa. Un tempo i giovani cominciavano a partire in cerca di lavoro appena oltrepassati i sedici anni. Chi andava nel Lazio, chi nelle  Puglie e chi, ardimentoso, in America. Molti lasciavano la fidanzata per quattro, sei, persino dieci anni, la ragazza giurava fedeltà ed essi la sposavano al ritorno. Alcuni si sposavano il giorno prima di partire e, dopo la prima notte d’amore, restavano lontani quattro, sei e persino dieci anni, e al ritorno trovavano i figli già grandi, e anche accadeva che ne trovassero parecchi di diversa età. Ma la proibizione dell’emigrazione aveva interrotto la partenza dei giovani, i quali erano costretti a restare a Fontamara, e così il lavoro era diventato scarso per tutti. L’impossibilità di emigrare significava l’impossibilità di guadagnare e risparmiare quel tanto che permettesse di conservare il piccolo fondo paterno corroso dai debiti e dalle ipoteche, che permettesse di apportarvi il necessario miglioramento, che permettesse di sostituire l’asino morto o vecchio con un asino giovane, di acquistare un letto per potersi ammogliare. Ma essendo giovani, essi non sfogavano il loro malcontento con lamentele e querimonie, e neppure mostravano di darsi conto della durezza del destino; perciò nelle frequenti giornate di ozio si ritrovavano assieme e sotto l’influenza di quello che aveva maggiore età e minore saggezza, facilmente commettevano azioni e architettavano imprese senza giudizio[34].

 

Si è riportato per intero il passo di Silone per mettere in risalto il “modus vivendi” della gioventù abruzzese negli anni del regime, quando la mancanza anche di allenamento alla vita consociativa e alla partecipazione attiva alla dialettica politica, riduceva la parte migliore della società di Fontamara, simbolo di tutte le comunità regionali, ad una vita apatica, lenta, senza significati e stimoli ideali.

Un posto al sole – la quarta sponda sul cavallo bianco ad Alessandria d’Egitto – i colli fatali di Roma – in Spagna a tot lire al giorno – le morti per sedere al tavolo della pace – le leggi contro gli Ebrei (mia madre era di origine sefardita) – spezzeremo i reni alla Grecia – poveri ragazzi nella sacca di Leningrado – 25 luglio- 8 settembre – Salò – Piazzale Loreto: dagli anni del consenso alla parabola tragica con Claretta, ma questa politica da puparo sulla scena, alleato con un pazzo, ha procurato al mio paese nel medio vastese 12 giovani vite spezzate e 4 ragazzi dispersi nel gelo di Russia ed uno Stato da ricostruire nel tessuto sociale, economico e civile, ma prima ancora nell’appartenenza e nelle coscienze desolate.

Mi raccontava Valentino, il postino del mio paese, in Africa orientale, prigioniero, poi in Spagna, Jugoslavia, prigioniero in Inghilterra fino al 1947, che il giorno dell’imbarco in un porto inglese sulla nave insieme agli altri prigionieri ascoltava la canzone “Mamma” e  tutti piansero, loro che non avevano più lacrime.

Si diceva di altri due giovani in guerra dal ’35 al ’45 che, tornati nel proprio paese dopo 11 anni, prestarono particolari attenzioni alle proprie figlie lasciate bambine e riviste signorine. Che tempi amari!

Così va segnalato il fenomeno bellico di Chieti città aperta, che si ritrovò nel 1944 con centomila sfollati, migranti forzosi e disperati.

Il corso della vita riprende con la società abruzzese povera e desolata come descritta da Silone, appena 30 anni dopo “la inutile strage”.

È l’ora che entrino in scena mio padre medico e poi chi scrive per raccontare fatti, avvenimenti, situazioni e per descrivere gli attori della nuova ondata migratoria, i giovani del secondo Novecento, fino al problema evidenziato dagli Atenei abruzzesi e dalla Confindustria regionale in un articolo del Messaggero del 23 agosto 2009:  “Il fatto che dopo gli studi si cerchi un’esperienza professionale fuori dall’Abruzzo è positivo. Il problema arriva nel medio e lungo periodo, perché la potenziale governance economica ed istituzionale della nostra Regione non rientra. Tra 15 o 20 anni, con questi ritmi, subiremo uno svilimento. Confindustria cerca di fare la sua parte per assicurarsi i migliori talenti dei settori economico e dei servizi con il progetto siglato insieme alla Luiss. Ma la questione politica resta: all’estero si trova  lavoro più facilmente ed i giovani abruzzesi oggi ripercorrono i viaggi dei nonni in Europa e in America. All’estero l’approccio con il mondo del lavoro è più semplice. Penso a Francia, Belgio, Olanda, Austria e Svizzera. In Europa c’è un utilizzo più frequente del part-time, e c’è flessibilità. Ancora di più in America. Da noi le cose sono migliorate con l’entrata in vigore della legge Biagi; basti pensare che nel 2008 il 70% dei contratti a tempo determinato delle aziende abruzzesi è stato  trasformato in contratti a tempo indeterminato. A dimostrazione che la flessibilità non è sinonimo di precariato ma di opportunità”.

Prima di far riemergere dalla memoria le persone e gli avvenimenti di cui sono stato diretto testimone di racconti veri o protagonista di situazioni verificatesi, come un  revival della galleria di ricordi, mi piace riassumere gli stati d’animo dei giovani e meno giovani che partivano migranti dalla fine degli anni Cinquanta a metà del 1970, quando il forte fenomeno migratorio della zona del medio vastese si ridusse notevolmente per la contestuale presenza di insediamenti di grandi e medie industrie lungo le valli del Trigno e del Sangro (Siv, Magneti Marelli,  Fiat, Honda, etc…).

Dalla galleria visiva dei miei ricordi in conseguenza di diretta conoscenza e frequentazioni amicali con gli emigranti della mia zona, ho potuto trarre alcune conclusioni riguardanti tutti i miei “eroi”, personaggi del Pantheon della mia giovinezza.

L’andare e venire, chi, ogni anno a Natale o in agosto, migrante in Europa o quelli che, ogni 5 anni, tornavano dalle Americhe del Nord o del Sud, plasticamente rappresentava da sempre l’Abruzzo girovago (dalla transumanza agli spostamenti intercontinentali), una terra in viaggio. Chi aveva anche un ettaro di terra non partiva, chi non aveva niente doveva emigrare: fare l’emigrante era un mestiere. Solenne e radicato era il sentimento del Noi, l’appartenenza ad una contrada, a costumi del gruppo di provenienza (lingua- dialetto- festività- riti e religione), che si manifestava con le lettere spedite o ricevute e con il far parte in terre lontane di gruppi ed associazioni dove le notizie ricevute da casa significavano che il legame con il microcosmo dei propri affetti resisteva alla lontananza del vivere.

L’etica del sacrificio del lavoro, a volte precario, faticoso, mortificante, era il senso della capacità di resistere ai morsi della nostalgia, sublimata dall’attesa di immaginare la propria casa e la terra comprata, una sacralità da difendere in attesa di ritrovare il piccolo mondo antico perduto, ma sostenuto dalla tradizione  delle ancestrali realtà contadine.

Così, gli Stati Uniti, il Canada, l’America meridionale ed anche l’Europa rappresentavano per ogni emigrante di prima e seconda generazione un mezzo, una parentesi, forse un sogno nostalgico sulla via del ritorno alle proprie radici. Tutti siamo una monade nel caleidoscopio della vita, ben rappresentata dagli splendidi seppur drammatici versi del poeta Giorgio Caproni:

SE NON DOVESSI TORNARE, SAPPIATE CHE NON SONO MAI PARTITO.

IL MIO VIAGGIARE E’ STATO TUTTO UN RESTARE QUA, DOVE NON FUI MAI.

 

La seconda grande migrazione abruzzese agli inizi degli anni Cinquanta iniziò con l’accordo bilaterale tra Stati sia europei che transoceanici con la nuova Repubblica italiana.

Gli accordi prevedevano le richieste contingentate per numero e mansioni da svolgere da parte della manodopera italiana; le richieste venivano trasmesse al Ministero del Lavoro che si serviva per la redazione degli elenchi nominativi delle strutture periferiche (Direzioni provinciali ed Uffici di collocamento dei Comuni). La disoccupazione del dopoguerra era totale e, quindi, le domande erano numerose, spesso gli Uffici di collocamento operavano fuori dalle regole amministrative ed a volte anche di natura penale. Inoltre, per quanto riguarda alcuni Paesi (Germania – Usa – altri), per le vie riservate, si richiedevano lavoratori non comunisti per evidenti motivi di politica internazionale (guerra fredda).

Devo ora ricordare l’impegno sociale e sanitario svolto in quel periodo buio da mio padre e l’azione amministrativa esercitata da chi scrive (Sindaco e Consigliere provinciale), per ridurre le prepotenze, le ingiustizie con tentativi di corruzione e concussione. Specie con gli Stati Uniti si architettò nella nostra zona il matrimonio di ragazze già in America con giovani comunisti disoccupati… e l’amore trionfava.

Dalla galleria della memoria di quegli anni riemergono fatti e persone in un quadro nostalgico, malinconico, a volte farsesco.

Tonino con tessera comunista venne  a ringraziare il mio papà alla vigilia della partenza per gli Usa e disse che il primo mese sarebbe stato in poltrona a fumare sigarette, lui che non aveva una lira per comprarle.

Miliuccio, inviato in Germania insieme ad altri 150.000 lavoratori richiesti da Hitler a Mussolini, dopo l’8 settembre 1943 fu arrestato con i commilitoni e fatto prigioniero, si alimentava con le bucce di patate ed accusò, di ritorno in paese, il fascismo perché sosteneva che quella alimentazione gli aveva procurato per sempre violente emorroidi.

Peppe, in Canadà (Hamilton – Ontario), caposquadra per la costruzione di una linea ferroviaria, mi raccontava che ad ogni cento metri di strada ferrata costruita, gli sembrava che si riducesse la distanza di 100 chilometri tra il Canadà e il suo paese d’origine.

Armando partì da Vasto in treno per il Belgio (scambio carbone-minatori), dopo la prima galleria ferroviaria, discese dal treno e tornò a piedi a casa, e diceva “la morte sì, ma alla luce del sole”.

Rocco, prima del viaggio in Germania (Saar), pensando alla bella moglie che restava in paese, andava dicendo che erano stati fortunati i Crociati per via della cintura di castità: si rabbuiò quando gli dissero che una delle tre chiavi restava di soppiatto al maniscalco.

Nicolino emigrò in Venezuela, divenne ricco come fornitore di divise militari per l’esercito; con la caduta del dittatore Jimenez amico dell’Italia, Nicolino scomparve (lupara) e nessuno in paese chiese di emigrare a Caracas.

Nicola, il miles gloriosus della zona, per emigrare a Rosario in Argentina  [si mangiava la carne – diceva!] ottenne il prestito in denaro dal Medico il quale l’anno successivo dovette spedirgliene altrettanto per tornare.

Gli “americani” tornavano circa ogni 5 anni nei mesi di luglio ed agosto, specie i canadesi, e da maggio nella zona ci si chiedeva: chi tornerà?

Gli europei, dai primi di dicembre a fine gennaio, portavano sigarette e cioccolata, e tutti andavano a salutare il Medico per gratitudine ed affetto: tempi di povertà riscattata, mitici e pieni di nostalgia.

Sembra di rivedere in lenta sequenza il film “Nuovo Mondo” sul viaggio verso l’America a Ellis Island: storie che scompaiono, miti che si sgretolano, ansia di tornare, un giorno, chissà!

Alla emigrazione europea ed americana degli anni postbellici fece da contrappunto una emigrazione regionale in provincia di Pistoia a Quarrata nelle industrie locali: partì il primo nel 1953 e, come acini d’uva, tanti altri si staccarono, tornano insieme [saranno 200] in agosto con le macchine targate PT, si divertono, ballano, organizzano feste in piazza, parlano con la C aspirata, rompono la quiete ed i residenti, non so perché, li chiamano i “Marocchini”, forse per l’abbronzatura estiva.

Quelli ricordati sono gli eroi della mia memoria, ma lungo è l’elenco di abruzzesi di seconda e terza generazione che piace voler citare per la loro notorietà: Alan Alda attore – Michael Bublé cantante – Fabrizio Bucco costruttore in Ecuador, Dom. Candeloro storico – Nick La Palombara economista – Perry Como cantante (il suo maestro di musica fu Freddie Carlone, zio di mio suocero) – Pascal D’angelo scrittore – Manuel Fangio corridore automobilistico – Mario Lanza tenore – Sergio Marchionne manager Fiat – Rocky Marciano pugile – Dean Martin attore – Giuseppe Rossi calciatore – Madonna cantante – Dominic Salvatore economista – Roberto Triozzi eroe alle Twin Towers – Pierluigi Zappacosta inventore.

Tutti hanno conservato un forte legame con l’Abruzzo dei padri e dei nonni e partecipano alle Associazioni costituite dagli abruzzesi nel mondo per conservare il ricordo di mille storie ascoltate sulla terra di origine degli avi.

Al riguardo, è opportuno segnalare l’attività legislativa ed amministrativa della Regione Abruzzo in favore dei migranti sparsi nel mondo attraverso varie iniziative che riassumo:

– finanziamenti per il rimpatrio;

– scambi culturali e commerciali per mantenere viva l’attenzione, attraverso le Associazioni all’estero, delle tradizioni e dei prodotti della Regione;

– Costituzione del C.R.A.M. (Comitati regionale di Abruzzesi nel mondo) che svolge l’obbligo istituzionale di programmare gli interventi culturali, economici, commerciali e di scambi di varie iniziative;

– la costituzione di un sito web in favore degli abruzzesi nel mondo alla ricerca delle radici via Internet.

Notizie sul folklore, la gastronomia, la religiosità popolare, i propri antenati, testimoniano in larga parte il desiderio e la necessità degli emigranti di terza e  quarta generazione di conoscere le radici della loro vita, di ciò che di quel mondo favellato sia ancora vivo.

I messaggi sono in larga parte espressi nelle varie lingue correnti, alcuni in italiano con vocaboli dialettali, in tutti però si avverte la conoscenza del binomio radici-nostalgia, come una fotografia dell’album familiare che si concretizza nella parola “emigrazione”.

Due considerazioni finali che per me rappresentano il sentimento unitario e più profondo del fenomeno riguardante il distacco dalle proprie radici: la memoria e l’accettazione.

Ogni anno in Abruzzo, variamente articolate, si svolgono due cerimonie: la prima, a Manoppello, per ricordare i minatori abruzzesi morti a Marcinelle in Belgio nel 1956; la seconda, in diverse località, per non dimenticare la “Marcinelle americana”, la tragica esplosione della miniera di Monongah, nel West Virginia, il 6 dicembre 1907, in cui morirono 956 lavoratori giunti dagli angoli più depressi dell’Europa come l’Abruzzo: gli uni e gli altri, nostri fratelli!

Nel 1952 (è un mio ricordo personale) partirono per l’Australia due giovani del mio paese, Dogliola in provincia di Chieti, poveri, orfani di padre scomparso in guerra.

Era di settembre, salutarono amici e parenti, abbracciarono la madre e, senza parole e senza lacrime, partirono e scomparvero oltre la curva, che nasconde alla vista quel ciuffo di case.

Il giorno successivo la madre chiese a mio padre dove fosse l’Australia e quanto fosse distante dal proprio paese. Il Medico fu evasivo, la contadina capì e in dialetto stretto disse: “L’Australia è come morire, io non rivedrò i miei figli, ma so che vivono in Australia”.

Io concordo del tutto su questa verità esistenziale!

Mentre scrivevo queste pagine sulla emigrazione abruzzese, varie volte ho pensato, nel mio microcosmo, di essere stato all’età di 10 anni un piccolo migrante, in collegio a Chieti da ottobre a fine giugno per cinque anni, dopo il ginnasio.

Memoria ed accettazione: nostalgia, ora come allora, di quel ciuffo di case oltre la curva di Aurelio e dell’acre odore di cenere spenta che fu carne!

Anche per questo, amo gli emigranti!

Scriveva Alda Merini, poetessa:

COSÌ SEI MORTO SENZA PAROLA, PERCHÉ NON VOLEVI DIRCI ADDIO.

Nel corso degli anni della mia giovinezza fino ad oggi (e non sono pochi) ho conosciuto tanti migranti, quelli di ritorno dalle Americhe e tanti giovani della mia generazione (compagni a suo tempo della scuola elementare) in partenza negli anni ’50 e ’60 per l’Europa, gli Usa, il Canada, l’Argentina, il Brasile, il Venezuela, l’Australia.

Riascoltando la loro storia, i sentimenti, gli stati d’animo, le loro confidenze ricevute, sono certo di sintetizzare cosa significhi essere emigrante con un acronimo: M. A. N.: memoria, accettazione, nostalgia, che riassume la sintesi del ritorno alle radici.

A Ferragosto ho volutamente incontrato un mio coetaneo emigrato in Canada a 20 anni e tornato  “a casa” nel 2000. Ora vive da pensionato a Vasto. Gli ho chiesto di esprimere un sentimento, una parola, una speranza cullata in 45 anni da un emigrante, mi ha risposto. “riposare per sempre sotto i cipressi nel mio paese”.

Praecisis humilis alis”, diceva Orazio!

Al Pantheon dei miei eroi senza gloria, “per aspera ad astra”, dedico queste pagine, con un sorriso e tanto affetto.

 


[1] Per un quadro dell’emigrazione abruzzese tra Otto e Novecento mi permetto di rimandare a Piero Berardi, L’Abruzzo migrante dall’Unità alla Grande Guerra, “Archivio storico dell’emigrazione italiana” 7 (2010).

[2] Sull’emigrazione abruzzese durante il regime fascista si veda Eide Spedicato Iengo, Un appunto sull’emigrazione abruzzese, in Intellettuali e società in Abruzzo tra le due guerre. Analisi di una mediazione, a cura di Costantino Felice e Luigi Ponziani, Roma, Bulzoni, 1989, pp. 835-848.

[3] Non si trattava di un fenomeno nuovo, le emigrazioni per motivi politici avvenivano anche nelle società di Antico regime, ciò che cambiava era la dimensione che assumevano gli esili politici cfr. Michele Colucci e Matteo Sanfilippo, Le migrazioni. Un’introduzione storica, Roma, Carocci, 2009, p. 69; Patrizia Audenino, Maddalena Tirabassi, Migrazioni italiane. Storia e storie dell’Ancien régime a oggi, Milano, Bruno Mondadori, 2008.

[4] Enzo Collotti, L’antifascismo in Italia e in Europa, 1922-1939, Torino, Loescher, 1975, p. 72.

[5] Michele Colucci, Lavoro in movimento. L’emigrazione italiana in Europa, Roma, Donzelli, 2008, p. 12

[6] Ivi, p. 18.

[7] Ivi, p. 19.

[8] Ivi, p. 23.

[9] Ibidem.

[10] Cfr. Politica ed economia nelle relazioni internazionali dell’Italia del secondo dopoguerra. Studi in ricordo di Sergio Angelini, a cura di Luciano Tosi, Roma, Studium, 2002.

[11] Federico Romero, Emigrazione ed integrazione europea, 1945-73, Roma, Edizioni Lavoro, 1991.

[12] Michele Colucci, Lavoro in movimento. L’emigrazione italiana in Europa, 1945-57, cit., pp. 135-36.

[13] Eide Spedicato Iengo, Il “mestiere” di emigrante fra illusioni e rinascite. Una nota in chiave sociologica, in Emigrazione abruzzese tra Ottocento e Novecento, a cura di Lia Giancristofaro, vol. I, cit., p. 74.

[14] Gianfausto Rosoli, Enrico Todisco, Il fenomeno migratorio in Abruzzo, in Idra 1. Atti del primo incontro demografico della regione adriatica, Pescara 23-25 novembre 1987, Pescara, s. e, 1988, pp. 227-55; Gerardo Massimi, Microdemografia geografica della provincia di Pescara: con particolare riguardo all’emigrazione in Atti del Convegno di studi sui fenomeni migratori in Italia, Piancavallo 28-30 aprile 1978, Pordenone, Grafiche Artistiche Pordenonesi, 1978, pp. 331-38.

[15] Eide Spedicato Iengo, Attori, copioni e regie dell’emigrazione abruzzese nel ‘900, in L’Abruzzo nel Novecento, cit., pp. 196-97.

[16] Giuseppe Bacceli, Emigrazione ed economia in Abruzzo, in Emigrazione abruzzese tra Ottocento e Novecento, a cura di Lia Giancristofaro, vol. I, cit., p. 160. Sugli effetti differenti delle rimesse degli emigranti nei periodi 1890-1911 e 1950-1970 cfr. Gaetano Sabatini, Il denaro che viene da lontano. Circuiti del credito e banche abruzzesi tra Ottocento e Novecento, in Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità ad oggi. L’Abruzzo, a cura di Massimo Costantini, Costantino Felice, cit., pp. 557-630.

[17] Costantino Felice, Il Mezzogiorno operoso. Storia dell’industria in Abruzzo, Roma, Donzelli, 2008.

[18] P. Landini, B. Cardinale, Localismo e nuovi orizzonti dell’industrializzazione diffusa. Il caso abruzzese, in Abruzzo. Un modello di sviluppo regionale, a cura di P. Landini, Roma, Società Geografica Italiana, 1999, pp. 149-62.

[19] Roberto Melchiorre, Marcinelle. Una tragedia italiana, L’Aquila, Textus, 2006, p. 59.

[20] Così suddivisi: 1 Alanno, 6 Farindola, 1 Elice, 22 Manoppello, 7 Lettomanoppello, 1 Rosciano, 9 Turrivalignani, 1 Castelvecchio Subequo, 2 Castel del Monte, 1 Ovindoli, 1 Casoli, 6 Roccascalegna, 1 Sant’Eusanio del Sangro, 1 Isola del Gran Sasso, cfr. Maurilio Di Giangregorio, La catastrofe di Marcinelle. Bois du Cazier 8 agosto 1956. Per non dimenticare, Pescara, Tipografia Brandolini, 2005, pp. 8-9.

[21] Ibidem.

[22] Come altre tragedie anche Marcinelle racchiude i suoi misteri. Sulle cause del disastro vi fu la ricostruzione di colui che svolgeva il ruolo di ingabbiatore nella miniera, Antonio Iannetta di Boiano, che nel 1956 aveva 31 anni. Dopo la tragedia si trasferì improvvisamente in Canada, probabilmente aiutato dai proprietari della miniera, ma  prima di partire fu intervistato dal Corriere della Sera cfr. Un minatore superstite racconta l’accaduto, «Corriere della Sera», 17 agosto 1956. Una ricostruzione particolareggiata sulle cause e sul ruolo di Iannetta si trova nel volume di Di Giangregorio La catastrofe di Marcinelle. Bois du Cazier 8 agosto 1956. Per non dimenticare, cit.

[23] M. Colucci, Lavoro in movimento. L’emigrazione italiana in Europa, 1945-57, cit., p. 136.

[24] Ivi, p. 137; Sandro Rinauro, La geografia italiana e l’emigrazione nel secondo dopoguerra. Rileggendo l’inchiesta di Ferdinando Milone tra i minatori italiani in Belgio, 1947-48, «Rivista geografica italiana», (2004), n. 3, pp. 495-523..

[25] Cesare Zappulli, A Manoppello nessuna ragazza accetta di sposare un contadino, «Il Giorno», 12 agosto 1956.

[26] R. Melchiorre, Marcinelle. Una tragedia italiana, cit., p. 68.

[27] Abruzzo. Economia e territorio nel Nord del Mezzogiorno, a cura di F. Salvatori, P. Landini Libreria dell’Università, Pescara, 1993; Abruzzo. Un modello di sviluppo regionale, a cura di P. Landini, Roma, Società Geografica Italiana, 1999.

[28] Raffaele Colapietra, Le ferrovie medio-adriatiche, in La questione ferroviaria nella storia d’Italia. Problemi economici sociali politici ed urbanistici, a cura di R. Lorenzetti, Roma, Editori Riuniti, 1989, pp. 9-19; La rivoluzione dei trasporti in Italia nel XIX secolo. Temi e materiali sullo sviluppo delle ferrovie tra questione nazionale e storia regionale,  a cura di Gaetano Sabatini, L’Aquila, Amministrazione provinciale, 1996.

[29] Così avvenne ad esempio per Castellammare Adriatico (nel 1927 divenuta comune unificato di Pescara) che dai colli si estese intorno alla stazione nelle adiacenze della costa; simile sorte ebbero tra le altre cittadine Montesilvano, Silvi, Giulianova, Rosburgo divenuta poi Roseto cfr. Lucia Gorgoni Lanzetta, Giovanna Millevolte, Da un nodo ferroviario nascita di una grande città, in La questione ferroviaria nella storia d’Italia. Problemi economici sociali politici ed urbanistici, a cura di Roberto Lorenzetti, cit., pp. 63-94; Marco D’Urbano, L’influsso della ferrovia sulla storia di Montesilvano, in Montesilvano una città tra i binari, Comune di Montesilvano, 2003, pp. 89-103.

[30] Costantino Felice, Da “obliosa contrada” a laboratorio per l’Europa. Industria e agricoltura dall’Unità ai giorni nostri, in Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità ad oggi. L’Abruzzo, a cura di M. Costantini, C. Felice, cit., in particolare pp. 270-80.

[31] Il settimanale di Vasto “Istonio” il 31 ottobre 1903 pubblicava un articolo di Francesco Pisarri, intitolato Il pericolo dell’emigrazione, nel quale l’Autore parlando del fenomeno dell’emigrazione la definiva come la “rovina dei proprietari”. Si restava stupiti delle dimensioni che andava assumendo il fenomeno, nel timore di rimanere senza quella eccedenza di manodopera, sulla quale lucravano i proprietari.

[32] Inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini nelle Province meridionali e nella Sicilia, vol. II Abruzzi e Molise, t. 1, Relazione del delegato tecnico C. Jarach, cit.

[33] Alberto Bazzucchi, Luoghi, caratteri ed evoluzione della presenza straniera in Abruzzo negli anni Novanta, in Studi monografici sulla popolazione abruzzese, L’Aquila, CRESA, 2001, pp. 263-362.

[34] Ignazio Silone, Fontamara, Milano, Mondadori,  1982, p. 53.