Intervista a María Josefina Cerutti

María Josefina Cerutti, argentina ma pronipote di emigranti provenienti dal Piemonte, è nata a Mendoza. Si è laureata in Sociologia con una tesi sul ruolo degli immigrati italiani nel mondo del vino e da allora si è dedicata a studiare l’emigrazione italiana nel suo paese. Rientrata in Argentina, dopo aver vissuto sette anni in Italia (dove ha fondato l’Archivio Storico dell’Emigrazione di Cuneo), ha lavorato nella multinazionale italiana Techint, collaborando a “Techint News”, il bollettino dei dirigenti. È passata poi all’ANSA dando vita al portale Italianos.it, oggi estinto. Dal 2002 svolge l’attività di giornalista occupandosi prevalentemente di enogastronomia e di cultura dell’alimentazione. Il suo primo libro, pubblicato in Argentina e molto apprezzato dalla critica, nel 2014 ha ottenuto il secondo premio nel Gourmand Awards, in Cina (Ni ebrias ni dormidas, las mujeres en la ruta del vino, Buenos Aires, Ed. Planeta, 2012). In questo libro ha intervistato molte imprenditrici del settore vitivinicolo comprese donne italiane che non si dedicano solo alla produzione del vino ma alla storia e alla comunicazione del prodotto. Il suo ultimo libro, che è l’oggetto di questa intervista, è Casita robada, Buenos Aires, Random House/ Sudamericana, 2016. Si tratta di una lunga cronaca che narra la vita della sua grande famiglia: i Cerutti, piemontesi/pavesi/genovesi di origine e produttori di vino, a Mendoza, dagli inizi del secolo XX.

Il titolo Casita Robada prende spunto da un gioco di carte (il nostro “ruba mazzetto”) che Maria J. Cerutti giocava con sua nonna Josefina. Ma ben più drammaticamente si ispira anche alla Casa di famiglia che, dopo il rapimento, la scomparsa e l’uccisione di suo nonno Victorio e di uno zio, fu sottratta, assieme a tutti i vigneti, da uno dei generali della dittatura argentina del 1976-1983. La storia, giudicata molto positivamente dal punto di vista letterario (secondo le varie recensioni che ci arrivano dall’Argentina), è raccontata in prima persona con gli occhi di una testimone della tragedia collettiva della dittatura di Massera, ma è anche una storia italiana. Nel libro si racconta chi erano e come vivevano i nostri emigrati, quelli che hanno fondato l’ancora fiorente industria del Malbec.

Oggi Maria Josefina Cerutti scrive sul giornale “Clarin” e insegna yoga all’Università Nazionale delle Arti di Buenos Aires (UNA)

Prima di entrare nel cuore di Casita robada, vorrei chiederti qual è stato il percorso che ti ha condotto a questo primo scritto di taglio letterario. Quello che si nota subito, leggendo i tuoi libri, o le tue collaborazioni ai giornali, è la presenza costante della viticoltura e della presenza italiana in questo settore produttivo nell’area di Mendoza. Quanto si lega questo tema alla tua vicenda personale e familiare?

Sicuramente la mia famiglia più che di persone è composta di personaggi. Anche prima della tragedia che ci avrebbe colpito negli anni Settanta, volevo scrivere nel futuro perché avevo soltanto otto anni: volevo raccontare una famiglia che per me era abbastanza particolare. Mio nonno Victorio, il desaparecido, era un donnaiolo da romanzo; suo figlio era un giocatore di fama, che non poteva nemmeno entrare al Casino perché faceva saltare “il banco”, come si dice qui da noi; sua moglie, figlia di danesi ed ex ballerina, mentre spazzava la casa ballava i valzer di Strauss; e mio padre, un uomo diventato violento dopo l’alcolismo, era anche affettuoso e delicato allo stesso tempo.

Certo, tutta la mia famiglia è strettamente legata al vino e alla sua produzione. Emanuele, il mio bisnonno, nato a Borgomanero nel 1864, é stato il fondatore dell’impero Cerutti. Ma era un contadino. Al suo arrivo in Argentina ha lavorato prima in una fabbrica di birra, poi ha fatto l’operaio nella costruzione delle ferrovie sia in Argentina che in Perù e infine si è sposato con una pavese, a sua volta immigrata, dalla quale ha avuto dieci figli. E infine ha fondato l’industria vitivinicola. Manuel come si é fatto chiamare in Argentina, da contadino è diventato imprenditore: ha avuto due aziende vinicole e quasi duecento ettari di vigneti, sempre a Mendoza. Il mio bisnonno si è anche dedicato molto alla collettività italiana.

Insomma il vino è forse la mia vita, non solo perché è la mia cultura di appartenenza (e qui parlo di immigrati italiani che arrivavano da un Piemonte di vini), ma anche perché è la prima bevanda che ho avuto modo di conoscere, oltre il latte e l’acqua. Anche l’alcolismo di mio padre o l’essere astemio, benché imprenditore del vino, di mio nonno Victorio, sono tutti aspetti, seppur estremi o paradossali, che mi legano in modo quasi ancestrale a questa bevanda. Dallo stesso legame è nato anche il mio libro sul rapporto delle donne con il vino dai greci finora. Insomma, il vino inteso sia come sangue e dolore e come mancanza di un mondo, sia come un mondo da conoscere attraverso i sapori.

Nei tuoi scritti di taglio saggistico il legame costante con la tua famiglia di pionieri dell’immigrazione italiana in Argentina non è mai esplicitato: i Cerutti sono solo uno dei tanti casi imprenditoriali dei piemontesi a Mendoza. La famiglia Cerutti diventa invece la protagonista della tua prima prova narrativa Quanto ha inciso su questa scelta la tragicità degli eventi che hanno colpito la tua famiglia negli anni della dittatura?

Sicuramente molto. Victorio è stato sequestrato durante l’alba del 12 gennaio del 1977 giusto a casa sua, quella che aveva ereditato da suo padre. Poco tempo dopo, tutte le sue terre sono state registrate a nome di altri, che hanno continuato il progetto di Victorio: costruire un quartiere lì dove c’erano i vigneti e gli uliveti. Victorio è ancora un desaparecido. Volevo tanto bene a Victorio. È stato per me un nonno molto presente e affettuoso, a differenza di quanto sia stato come padre, stando a quanto ci hanno raccontato i suoi figli.

Scrivere, in definitiva, è stata la necessità di oltrepassare – forse – un dolore enorme: scrivere un passato nei due sensi del passare e del passato. Anche se, comunque, ci sono dei dolori, delle sofferenze che non passano, ma che si trasformano forse in un libro, o già nell’atto stesso di fare un libro. Quindi non penso che la tragedia familiare sia stata “la” ragione ma sì una delle ragioni per scrivere questa cronaca.

È stato il voler scrivere su un’esperienza che appartiene a una delle più dolorose memorie del Novecento a spingerti ad andare oltre la pura documentazione scientifica dei fatti e a scegliere una forma narrativa? L’impossibilità di descrivere l’indescrivibile, come si è tanto spesso detto riferendosi alla tragedia dell’Olocausto, può essere superabile, secondo te, mediante un’operazione come le tua, che muova dalla memoria dei protagonisti?

Forse non ho neanche pensato che dovevo andare oltre. Forse dovevo passare da qui se volevo scrivere. Non so se descrivendo l’indescrivibile sia possibile superare il dolore, ma credo sia possibile dire qualcosa di nuovo con il vuoto che ci è rimasto. Adesso la sfida è continuare a scrivere. Non riuscivo a scrivere altro: dovevo assolutamente far conoscere l’orrore di cui era stata vittima tutta la mia famiglia. Forse dopo aver attraversato questa, potrò continuare a scrivere altre storie.

Il tuo libro è sicuramente una storia di emigrazione che mette a fuoco diverse generazioni di una stessa famiglia di italiani all’estero. In questa tua scelta di narrare la saga dei Cerutti ti senti vicina (e come?) a quei non pochi rappresentanti delle nuove generazioni delle famiglie immigrate che hanno imboccato la strada della narrativa ?

Certamente mi sento vicina a quelle nuove generazioni. Ma mi sento vicina anche a chi ha scritto storie di famiglie dalle quali si può capire un mondo: una cosmovisione. Casita robada è un racconto di emigrazione e vorrei che venisse letto anche come una delle tante storie di emigrazione. Ho voluto raccontare cosa volesse dire essere italiani all’estero, questo farsi e fare l’America. Ho voluto descrivere la violenza di emigrare e di costruire un mondo in un posto più che sconosciuto. Mi sono sempre chiesta cosa fosse successo nella testa e nei corpi degli immigrati quando si trovarono di fronte agli indiani, a paesaggi quasi selvatici, a persone che parlavano un’altra lingua, a spazi completamente diversi, Certamente in questo mi ha aiutato l’aver condotto ricerche sull’emigrazione italiana e aver usato le fonti orali, le lettere e le corrispondenze familiari : tutte fonti che mi hanno fatto conoscere individualmente le persone e la loro cultura. Per me essere italiano, o italiana, è un modo di guardare il mondo, di educare i figli, di amare. La violenza a cui mi riferivo prima non era solo quella collettiva dell’emigrare. Penso anche alla violenza del maschilismo, un tema a me molto caro. Questo comportamento era spesso promosso dalle stesse donne. Quello che nel libro racconto di mia nonna, che in un certo senso promuoveva l’uscita dei suoi figli, regolarmente sposati, con altre donne, fa capire come il maschilismo, in Italia, fosse causato talora dalle madri. In questo credo che sia molto valido quanto sostiene Pascal Quignard nel suo libro Le Sexe et l’Effroi, pubblicato nel 1994 da Gallimard, quando spiega l’origine di certi comportamenti collegati al familismo.

Nell’ultima parte del tuo romanzo descrivi le traiettorie migratorie dei vari componenti della famiglia Cerutti che fuggono dalla dittatura o se ne vanno in cerca di nuove opportunità di vita e di lavoro in varie parti del mondo. Sulle reti sociali dei migranti si è molto scritto e ormai da tanti anni. Il carteggio Sola, pubblicato da Baily e Ramella alla fine degli anni 1980 aveva al centro proprio una famiglia di imprenditori divisa tra Piemonte e Argentina ma con molteplici legami che, con il comune riferimento alla località di origine, già nel primo Novecento si dipanavano in varie parti del mondo, secondo i modelli di un transnazionalismo ante litteram. Anche sulle varie forme del ritorno degli emigranti si è scritto in questi ultimi anni un po’ di più che nel passato e così sulle visits home delle nuove generazioni degli italiani all’estero, dopo la pubblicazione del volume omonimo di Loretta Baldassar. Mi sembra che il tuo libro, riferendosi ai percorsi dei pronipoti dei Cerutti, ai loro rapporti con l’Italia e ai rientri in Argentina, metta in luce qualcosa che in parte riassume queste esperienze ma va anche oltre, mostrando altri risvolti del tanto citato transnazionalismo odierno. Vuoi illustrare questi itinerari?

Ancora oggi i Cerutti discendenti di Victorio e Josefina continuano a spostarsi. Devo dire che dei vecchi scambi con l’Italia dei miei nonni conservo ancora le lettere, delle quali mi sono anche avvalsa per costruire Casita Robada. Oggi, invece, tutto viene inghiottito dalla corrispondenza elettronica, grazie alla quale continuiamo a tenere i contatti tra noi Cerutti nel mondo. Dopo il sequestro di Victorio, tutta la famiglia è esplosa. La maggior parte è andata in esilio verso il Messico, l’Ecuador e poi per qualche periodo in Italia. Altri, come i miei fratelli ed io, dopo il divorzio dei nostri genitori ci siamo spostati a Buenos Aires. E da li in poi è cominciata una lunga marcia di traslochi e spostamenti che forse si è calmata solo negli ultimi anni. Mio fratello, le mie sorelle, e io stessa, siamo andati a vivere in Italia. Prima mi sono spostata io. Volevo conoscere i Cerutti di Borgomanero, e vivere nell’Italia che mi aveva raccontato mio nonno Victorio. Quindi, prima tappa Roma, poi il Piemonte, finché ho conosciuto la mia famiglia italiana. Poi è arrivato mio fratello, poi mia sorella, poi l’altra sorella minore, e infine è arrivata mia madre, per vivere a Cuneo solo alcuni mesi. Dopo il rientro di mia madre a Buenos Aires, dopo un anno è stata la volta della mia sorella minore. Poi sono rientrata anch’io, dopo la separazione dal mio compagno italiano. In Italia ho preso anche la seconda laurea, in Sociologia, all’Università di Trento. In Argentina, sia questa laurea, sia il premio attribuito dalla Fondazione Agnelli alla tesi che avevo discusso a Trento, mi sono molto serviti per lavorare alcuni anni al gruppo Techint come collaboratrice del bollettino dei dirigenti. Nel 2011 è rientrata anche mia sorella, con sua figlia, perché aveva divorziato dal marito italo-britannico. L’anno dopo è arrivato mio fratello, che da Cuneo, dopo aver conosciuto una donna neo zelandese, era andato a vivere in Australia. A sua volta mio fratello è tornato a casa dopo il divorzio dalla moglie neozelandese. Ora vive qui con nostra madre. Insomma, oggi stiamo tutti a Buenos Aires, e forse qualche radice siamo riusciti a mettere. I miei cugini, invece, sono ancora in movimento: Omar, un Cerutti-Masera, vive in Messico ma ogni tanto si sposta dalla famiglia della moglie in Spagna. Diego, suo fratello, ha studiato a Firenze, da lì è andato in Kenia, poi in Costarica. Adesso vive a Vienna, ma ho saputo che vuole spostarsi a vivere per un anno a Chacras de Coria, il suo paese natio, quello dove si trova la Casita robada.

Un’ultima domanda d’obbligo: hai intenzione di ripetere l’esperienza narrativa avviata con Casita robada ? E ritieni di avere ancora altro da raccontare sull’esperienza dell’emigrazione, il tema che al centro degli interessi di tutti i collaboratori e lettori di ASEI ?

Si certo, forse mi piacerebbe scrivere un vero romanzo sulla presenza degli italiani nel mondo del vino di Mendoza. Anzi mi hanno già chiesto di cominciare a pensarlo. Considero necessario raccontare l’immigrazione partendo dalle vicende delle singole persone e non solo ricostruendo il fenomeno a livello storico o sociologico.