Toni Ricciardi, Morire a Mattmark. L’ultima tragedia dell’emigrazione italiana, Roma, Donzelli editore, 2015, 172 pp

Le immagini che rievocano le tragedie dell’emigrazione italiana sono in massima parte legate al lavoro minerario. I minatori morti a Marcinelle in una delle più gravi catastrofi del se-condo dopoguerra, in particolare, sono tuttora i più presenti nella memoria collettiva del nostro paese. Questo è accaduto in virtù dello sdegno che i giornali di quell’8 agosto del 1956 seppero trasmettere a una generazione di lettori, oggi spesso ancora vivente, attraverso una delle prime celebrazioni di pubblico cordoglio da parte di quella che sarà poi opportunamente definita come la repubblica “del dolore”. In realtà incidenti e morti attraversano la storia dell’emigrazione nazionale in una scansione cronologica e in una estensione territoriale che abbracciano l’intero percorso migratorio degli italiani sia all’interno che al di fuori della penisola e con una dimensione numerica delle vittime altrettanto vasta.
L’autore di Morire a Mattmark ha già in parte disegnato questo lungo itinerario di lutti in un suo precedente scritto. Nel 2014, assieme a Sandro Cattacin, ha curato infatti il numero 196 di “Studi Emigrazione” dedicato a Le catastrofi del fordismo in migrazione. La ricca ricerca condotta ora da Ricciardi sul cantone svizzero del Vallese, nel quale fu costruita la diga dove si consumò la tragedia del 30 agosto 1965, si può quindi considerare una verifica di quanto il legame tra fordismo e catastrofi del lavoro sia stato spesso inevitabile, come era già emerso dai vari saggi pubblicati in quella sede. La ricerca spasmodica di energia, richiesta dall’incalzante sviluppo industriale, favorì infatti il proliferare di cantieri per la costruzione delle infrastrutture e per la realizzazione degli impianti idroelettrici che non solo erano situati a quote di altitudine molto elevate e piene di ostilità climatiche ma, secondo la logica del risparmio dei costi di produzione (non meno fordista della precedente), prevedevano anche pessime condizioni di vita e di lavoro per gli operai impiegati. Il cantiere di Mattmark, costruito a quota 2000 metri alla fine degli anni cinquanta del Novecento, con i suoi alloggi precari, con gli incalzanti ritmi di lavoro e le basse paghe degli operai, è un caso esemplare di questi intrecci.
Nel libro viene innanzi tutto ricostruita la storia del territorio svizzero che accolse il cantiere: una realtà, quella del Vallese, che al pari di analoghe zone montane aveva alle spalle una storia di emigrazione assai lunga ma nella quale già alla fine del secolo precedente molta manodopera italiana era stata attratta dalla ciclopica impresa del traforo del Sempione. E così nel secondo dopoguerra, a partire dal 1956, con i lavori preparatori del cantiere di Mattmark arrivarono molti italiani, in prevalenza dal Sud, anche se fu solo nel 1963, due anni prima delle catastrofe, che il cantiere raggiunse il massimo dell’occupazione di manodopera.
Con un abile intreccio tra documenti pubblici, stampa, testimonianze dei protagonisti, e con il corredo di fotografie private, l’autore disegna la realtà sociale del cantiere facendo ben trapelare le noncuranze che fecero moltiplicare gli effetti di una catastrofe di fatto “annunciata” assai prima dell’arrivo della valanga che spazzò via il cantiere e fece 88 vittime (i cui nomi, con i rispettivi riferimenti anagrafici sono lodevolmente riportati da Ricciardi in fondo al volume). Di questa catastrofe l’autore ricostruisce inoltre una cronaca che riesce a comunicare sia la percezione della quotidianità del pericolo imminente, espressa nettamente nelle testimonianze dei superstiti, che ogni giorno vedevano e commentavano l’incombere minaccioso del ghiacciaio, sia l’immediata condanna dei giornali e della televisione italiani, sia la ben più prudente reazione dei media svizzeri, volti a difendere l’operato dei responsabili dell’impresa e a soddisfare l’opinione pubblica cantonale ancora in gran parte xenofoba.
Questo intreccio tra la cronaca interna ed esterna dell’evento, unito all’esame dei risulta-ti dell’inchiesta aperta dopo l’incidente e delle successive tappe giudiziarie del processo (concluso nel 1972 con l’assoluzione dei responsabili, 17 dei quali ritenuti invece colpevoli di omicidio colposo dalla precedente inchiesta), mette bene a fuoco le estreme conseguenze di quel “lavoro in movimento” che nell’Europa del dopoguerra fu così poco tutelato non solo per l’indubbia responsabilità delle ditte e dei governi coinvolti, ma per l’assenza di una legislazione internazionale di protezione civile. La tragedia di Mattmark − che fu una svolta già sul piano giornalistico perché, come era avvenuto per Marcinelle, venne raccontata dalla stampa italiana con minore cura letteraria e maggiore attenzione alla narrazione dell’intreccio tra storia e cronaca − segnò un mutamento significativo anche sul versante della sicurezza del lavoro migrante. Le sue numerose vittime, le ultime registrate nel corso di oltre un secolo di emigrazione di massa dall’Italia, spinsero infatti a prendere in considerazione la protezione civile in caso di catastrofi mediante l’istituzione “di un corpo permanente specializzato in ambito internazionale”.