Renata Ada-Ruata, Battista revenait au printemps, La Tour d’Aigues, Editions de l’aube, 2014, 351 pp.

Questo romanzo di Renata Ada-Ruata rientra nell’ampio novero delle scritture scaturite da un percorso di emigrazione. La scrittrice parigina è nata infatti vicino ad Alba ed è emigrata da bambina a Parigi, la città dove tuttora vive gran parte dell’anno e dove ha pubblicato diversi romanzi e racconti nel corso di una fertile attività letteraria iniziata nel 1985. Renata Ada-Ruata divide la sua vita e la sua attività tra Parigi e il Piemonte e rappresenta così un esempio tangibile di come il bilocalismo venga recuperato anche da una rappresentante della cosiddetta generazione uno e mezzo, nata in Italia ma scolarizzata, cresciuta, e in questo caso anche ampiamente inserita nel contesto culturale francese

L’esperienza dell’emigrazione familiare era già presente nel lavoro teatrale Itineranze/Itinerance, pubblicato dall’autrice nel 2007 in forma bilingue per le edizioni della Fondazione Adriano Olivetti. In quel caso l’impronta autobiografica era ben riconoscibile nel personaggio di Dominique, vero alter ego della scrittrice. Nella figura della nipote, curiosa di conoscere la storia della famiglia attraverso i racconti della nonna (ma anche nei suoi reiterati itinerari tra Francia e Canavese) si potevano individuare molti dei tratti esistenziali della scrittrice. Attraverso questa incessante “itineranza” Dominique non solo scopriva il cammino tracciato dai suoi antenati e, lungo questi, le tante storie individuali dei protagonisti. Ma nel suo camminare Dominique-Ada scopriva anche come i movimenti territoriali fossero la metafora di quell’itineranza interiore che è la stessa condizione esistenziale della vita dei migranti: ossia, per dirlo con le parole della scrittrice, “un camminar verso se stessi”. E in questo modo, infine, Dominique scopriva la grande Storia, quella dei rapporti internazionali tra Francia e Italia, dello scontro tra democrazia e totalitarismo, dell’impegno civile e dell’antifascismo.

Questi tratti inconfondibili del bagaglio culturale della scrittrice “che nella pièce teatrale erano segmentati nei brevi dialoghi tra i personaggi e nella presentazione delle varie scene” nelle nuova prova letteraria sono ugualmente presenti e arricchiti ancor più dalla narrazione piena e coinvolgente del romanzo. L’ambientazione, agli inizi degli anni venti, introduce infatti i protagonisti, ambulanti piemontesi, nel pieno delle grandi trasformazioni postbelliche e della nascita del fascismo. Attraverso i loro occhi, posati prima nelle città del Piemonte, poi nelle località della Francia e della Svizzera toccate nelle traiettorie consuete degli stagionali, il lettore entra ancora una volta nella Storia del ventennio e nell’oscuro teatro dell’autoritarismo. Ma in questo caso la Storia si incontra nel romanzo anche attraverso una scelta mirata dell’autrice per porre l’accento su una temporalità diversa da quella vissuta dai suoi personaggi. Attraverso alcuni brani tratti dal giornale “La Stampa” (e pubblicati talora con i loro titoli all’inizio dei capitoli), la scrittrice scadenza i ritmi ben più foschi dell’inasprimento della dittatura e delle sue scelte funeste. E, proprio per questo, nel corso del romanzo gli articoli scelti si fanno sempre più politici: si parte della cronaca della morte di un piccolo pastore per arrivare alla tragica vigilia della seconda guerra mondiale.

Nelle vicende del protagonista, tuttavia, assieme alla vita degli uomini e delle donne, che tenevano in piedi quella particolare economia dell’emigrazione delle vallate piemontesi, si leggono ancora una volta alcuni dei tratti autobiografici dell’autrice. Il protagonista in questo caso è Titto (diminutivo di Battista), un giovane che ha imparato il lavoro nei suoi ricorrenti viaggi con il padre e con lo zio e ad ogni ritorno racconta le sue esperienze sia al maestro sia al cugino Neto, partito a sua volta per altre mete. Titto, però, così come ha appreso il mestiere dal padre, impara ancor più esperienze di vita dai racconti della nonna e dagli stimoli educativi del proprio maestro: un maestro così particolare che regalava a ogni giovane ambulante un libro; un maestro che spingeva il giovane Titto a scrivere le proprie scoperte e i propri incontri.

Storia di apprendimento e di crescita, il romanzo è costruito come una lunga lettera nella quale Titto, ormai adulto, racconta i suoi riti di passaggio al maestro che gli ha fatto scoprire il senso delle parole e gli ha trasmesso il dono della scrittura. Una scrittura, quella di Titto-Ada, che ha la capacità di coinvolgere il lettore (anche il più esperto in tema di emigrazione) nel gusto di leggere una densa storia di emigranti.  Questo “vrai plaisir de lecture”, esaltato da Michelle Perrot nella fascia di copertura del libro, rappresenta il miglior traguardo raggiunto dalla nuova prova letteraria di questa scrittrice. Una prova che, già tradotta in italiano dall’autrice con la collaborazione di Brunella Piras, meriterebbe di essere pubblicata anche nel nostro paese per il suo interesse storico e letterario.