1. Premessa
L’interesse per questa nota scrittrice svizzera è nato grazie a un mio ormai lontano lavoro di ricerca. È stato infatti negli anni Ottanta del secolo scorso [1] che ho conosciuto l’opera letteraria di Mireille Kuttel e ho intrecciato con lei, e il suo simbiotico marito Eugène, una lunga amicizia.
La famiglia di Mireille Baudrocco era originaria di Sala, uno dei due villaggi di emigranti oggetto della mia ricerca [2]. Qui i Baudrocco avevano conservato la casa dove le varie generazioni familiari si recavano in occasione delle vacanze estive, come accadeva del resto in molte altre realtà italiane ormai assai studiate grazie a una sedimentata produzione storiografica sulle diverse declinazioni assunte dal “ritorno” al paese dell’origine familiare [3].
Fin dall’infanzia Mireille Kuttel aveva stretto un legame costante con Sala, paese noto e non solo nella zona, sia per la sua attiva partecipazione alla Resistenza [4], sia per il protagonismo assunto dalle tessitrici nelle lotte operaie di fine Ottocento [5]. Il tragico evento ebbe per protagonista anche una tessitrice della famiglia Baudrocco, che offrì a Mireille Kuttel lo spunto per La Péregrine, uno dei suoi romanzi più ispirati alla storia familiare.
Pubblicato in Svizzera nel 1983 e arrivato a mia conoscenza grazie all’immersione “antropologica” nella vita di Sala, e alle testimonianze orali raccolte in paese, il romanzo e la sua autrice suscitarono in me un interesse immediato. La stessa Mireille Kuttel era a sua volta assai presente e molto radicata nella vita sociale di Sala. Ed è stata questa coincidenza che mi ha fatto conoscere il romanzo e contribuire anche alla pubblicazione della sua versione italiana.
2. Dall’intensa attività di giornalista a scrittrice di romanzi
Nella produzione letteraria del Cantone del Vaud Mireille Kuttel è stata una prolifica e apprezzata scrittrice a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta fino ai primi del 2000. Le sue origini italiane non sono leggibili nel cognome “di penna”, ottenuto in seguito al suo lungo e felice matrimonio con Eugène Kuttel, con il quale aveva anche avuto accesso alla cittadinanza svizzera. L’origine italiana risalta invece nel suo citato cognome da nubile, trasmesso dal padre Amleto, la seconda generazione di una famiglia piemontese emigrata nel Vaud [6].
Nata nel 1928 a Renens e scomparsa nel 2018 a Losanna, Mireille Kuttel è quindi una rappresentante della terza generazione. La sua formazione scolastica si è infatti realizzata in Svizzera, come tutto il suo percorso professionale che, coniugando giornalismo e scrittura letteraria, inizia con la collaborazione al Service de presse suisse e alla radio del Vaud. Già nel 1956 pubblica la prima raccolta di racconti [7].
Membro dell’Association vaudoise des écrivains et de la Société suisse des écrivains, Mireille Kuttel ha ricevuto molti premi: nel 1958, per La parenthèse ottiene il “Premier prix du Service de presse suisse”; nel 1979 il “prix Schiller” le viene assegnato per il romanzo La malvivante; nel 1991, infine, riceve il “prix Lipp-Genève” per Un balcon sur la mer. Il costante impegno civile per il riconoscimento dei diritti degli immigrati, delle donne e dei ceti socialmente più disagiati, ricorrente nella sua narrazione, sarà esercitato dalla scrittrice anche con la sua attiva partecipazione alla vita politica della Svizzera a partire dagli anni più bui della discriminazione xenofoba [8].
Tra i suoi numerosi romanzi, nelle pagine seguenti si prenderanno in esame quelli che sembrano mettere maggiormente in luce il rapporto della scrittrice con il paese d’origine familiare e con l’Italia nonché la sua lettura letteraria della condizione femminile nelle migrazioni. I testi prescelti permettono inoltre di seguire il mutamento che nel corso degli anni caratterizza l’atteggiamento della scrittrice nei confronti delle sue protagoniste, non più soltanto vittime o comunque sconfitte, come nelle prime opere, ma soggetti capaci di una propria decisionalità. Pubblicati tra il 1960 e la fine del Novecento, nella sequenza temporale di questi romanzi si colgono i segnali del mutamento della condizione degli immigrati e delle immigrate nel Paese d’Oltralpe, favorito dallo sviluppo delle associazioni laiche e religiose degli italiani, dagli organismi di tutela sindacale e dall’affermazione delle battaglie femminili [9]. Allo stesso tempo, nella trasformazione del suo rapporto con il paese d’origine e l’Italia, questi romanzi mettono anche in luce il passaggio progressivo di questa autrice-terza generazione dall’iniziale lettura del ritorno, più vicina alle corde della precedente “letteratura dell’emigrazione” alle più recenti letture che ne sottolineano il carattere di turismo, e non solo personale, di turismo delle radici [10].
Questi aspetti della sua letteratura fanno capire perché Mireille Kuttel sia pressoché assente da volumi e saggi dedicati alla “letteratura dell’emigrazione” riguardanti la Svizzera[11]. È infatti noto che in queste pubblicazioni sono presenti in prevalenza gli scrittori in lingua italiana [12]. Inoltre, benché terza generazione di immigrati, grazie alla notorietà e al successo ottenuto oltralpe, è stata considerata come un’autrice svizzera tout-court. Tuttavia, se oggi trova spazio in questo numero di ASEI è anche perché, come accade per molte scrittrici oggetto degli altri saggi, dopo oltre un secolo di esodo di massa, vi sono almeno due ragioni dell’inclusione. In primo luogo la mutata configurazione della presenza italiana all’estero consente oggi di prendere in considerazione generazioni escluse in passato dagli studi che, a differenza delle precedenti, si esprimono per lo più nella lingua parlata e studiata nel paese di arrivo [13]. Tanto è vero che anziché di letteratura dell’emigrazione, in questo numero si parla più opportunamente delle “origini italiane” delle autrici che scrivono all’estero. In secondo luogo la possibile realizzazione di un volume collettaneo sulle scrittrici, soggetti più trascurati nella letteratura dell’emigrazione, appare oggi realizzabile anche per la crescita che da diversi anni ha investito le indagini di genere negli studi sulle migrazioni [14].
3. L’universo femminile nel “paese di emigranti” dell’origine familiare
Au bout du compte [15], primo dei romanzi prescelti, è un’immersione totale di Mireille Kuttel nella natura e nella vita sociale di Salena – nome di finzione di Sala Biellese – negli anni del dopoguerra. Il ritratto del mondo femminile di questo paese, dove gli uomini emigravano, è narrato dalla scrittrice proprio a partire dalle vicende di differenti protagoniste.
Emilia, la Tante, nella trama del romanzo è la depositaria di una memoria collettiva che annovera anche i tradimenti e i non sopiti rancori accumulati durante le vicende vissute dalla comunità negli anni della Resistenza e del dopoguerra. In questo ritratto corale al femminile, tuttavia, le storie narrate si intrecciano in gran parte con l’emigrazione.
È questo, infatti, l’evento che avvolge anche il personaggio apparentemente al di fuori di questo mondo comunitario: il mitico, arricchito “americano”, Matteo Gher, l’eroe negativo sul quale la scrittrice riversa il suo duro giudizio nei confronti dell’emigrazione. Dedito alle droghe, oltre che a loschi affari, Matteo Gher è impegnato anche a collezionare avventure femminili. E proprio per l’aura leggendaria che circonda la sua figura, diventa “l’oscuro oggetto del desiderio” di molte donne del romanzo.
Tra queste Gioia, altra centrale protagonista, in quanto Nipote di Emilia, sarà quella che subirà la più nefasta influenza dell’“americano”. La giovane donna, pur appartenendo all’universo del paese, divide la sua vita tra Salena e Milano dove, in netta contraddizione con il suo nome, è infelicemente sposata con Gregorio, l’altro eroe negativo del romanzo.
Nella tragica galleria delle figure femminili disegnate dalla scrittrice in molti suoi romanzi, Gioia è tra le prime che arrivano al suicidio. All’infelicità della vita coniugale in questo caso si aggiungono la repulsione e lo sdegno che Gioia proverà nei confronti del marito dopo la scoperta del suo ruolo in un delitto politico commesso durante la Resistenza e della sua connivenza con i loschi affari del corrotto Matteo Gher che, con il suo ambiguo comportamento nei confronti di Gioia, contribuirà a sua volta alla scelta suicida della giovane donna.
In questo lontano romanzo, come poi accadrà nei successivi, si può forse trovare la risposta a quanto già si chiedeva Gabriella Madrassi nel 1991 sia riguardo al ruolo della terza generazione nel futuro della scrittura migrante, sia sulla possibilità della sopravvivenza della letteratura dell’emigrazione. Scritto nel 1960 proprio da una rappresentante della terza generazione, e così mirato sul luogo d’origine della famiglia, il romanzo sembra infatti caratterizzarsi come antesignano, metaforico “ritorno” al paese attraverso lo strumento della scrittura. E, mediante la narrazione della vita delle donne “sole” di Salena, Au bout du compte anziché una fine, come stigmatizza il triste destino della sua protagonista, costituisce l’inizio della lunga avventura letteraria di Mireille Kuttel.
4. La trilogia dell’emigrazione: la péregrine, la malvivante, la maraude
In questi tre romanzi i personaggi femminili descritti rimandano ai ruoli assai diversi svolti dalle donne nell’esperienza migratoria e tratteggiano in modo esemplare sia il differente rapporto con le origini familiari delle diverse generazioni sia il non scontato esito di queste nel contesto dell’immigrazione. Al recupero e alla totale identificazione della terza generazione della “nipote” Flora, protagonista de La Péregrine [16] con l’originaria, piemontese [17] Sala, fa infatti da contrappeso la tragica sconfitta di Tosca, la seconda generazione al centro della narrazione de La Malvivante, e l’ancora diversa e speranzosa conclusione della tergiversata vita di Cora, l’altra eroina positiva della trilogia.
La trama de La Péregrine rimanda ancora alla Sala delle origini, ma la narrazione, incentrata sull’emigrazione della propria famiglia nel Vaud, si sdoppia nel racconto autobiografico delle due protagoniste-narranti, la nonna Bella e la nipote Flora. Sottolineato dal corsivo riservato al ricordo della nipote, e il tondo a quello della nonna, l’intreccio narrativo rende più marcato il confronto tra la prima e la terza generazione di una famiglia immigrata [18].
Il nonno Mau, il vincente e indiscusso patriarca, benché appagato dal successo economico raggiunto in Svizzera, deve però subire l’amarezza per gli affronti dei figli che insidiano la sua direzione dell’impresa. Lo zio Beppe, il “soccombente” della prima generazione, già sopraffatto dalla supremazia del fratello-padrone e dedito all’alcool, soffre della struggente nostalgia per un amore abbandonato in Italia. E, nella sua fissità tipologica di “vinto” Beppe troverà la tragica soluzione soltanto nel suicidio. In modo non dissimile, del resto, sarà travolta anche la cognata di Mau, altra vittima della prima generazione, finita a sua volta nel dramma della follia [19].
Ma questi personaggi, quasi di maniera, sono più un richiamo letterario dell’autrice a tutti i deracinés dell’emigrazione anziché un realistico riferimento autobiografico [20]. La peculiarità del romanzo, rispetto ai moduli ormai lontani e codificati di una certa letteratura dell’emigrazione, deriva piuttosto dalla scelta di intrecciare il racconto autobiografico delle due protagoniste per dipanare i nodi di una storia che la nipote scoprirà soltanto dopo la morte della nonna, durante il funerale celebrato nel paese d’origine.
Bella, chiamata talvolta Ribella dal marito Mau, è infatti la trasposizione letteraria del personaggio di Cristina Baudrocco, una delle sorelle di Dante-Mau, e protagonista della citata rivolta ottocentesca contro l’introduzione di una tassa iniqua sulla tessitura [21]. Proprio in quanto partecipe di questo evento Cristina, in realtà mai emigrata da Sala, ne La Péregrine diventa Bella-Ribella, ossia l’immaginario archetipo di una fiera antenata costruito dalla scrittrice per attribuire all’emigrazione della nonna l’utopico connotato della protesta sociale.
Affidando a La Péregrine il ruolo di una delle lavoratrici che animarono la rivolta, la scrittrice sposta l’asse della finzione narrativa dalla dimensione soggettiva del suo ricordo a quella collettiva di un’“epica” memoria comunitaria. Il romanzo e la sua scrittrice (alla quale il comune di Sala aveva conferito la cittadinanza onoraria quando “la Mireille” era ancora in vita, e alla quale ha rivolto un ricordo anche assai di recente) [22], sono la testimonianza del singolare ritorno – reale e letterario – di una scrittrice della terza generazione che è ormai entrata a far parte dello stesso immaginario collettivo della comunità.
Ben lontana dall’esperienza vissuta ne La Péregrine è quella de La Malvivante [23], il premiato scritto pubblicato solo dopo un anno dal precedente. Sulla protagonista, con il suo rievocativo nome di Tosca, oltre all’emarginazione, subita in quanto figlia di un operaio italiano in una Svizzera xenofoba, si riversa anche la condanna morale dovuta alla condizione di ragazza-madre e al libero rapporto della giovane con l’altro sesso.
Il romanzo, tuttavia, come è frequente nella intensa scrittura di Mireille Kuttel, sempre intrecciata di presente e passato, oscillante tra il vissuto, i ricordi, le aspirazioni, e le cocenti delusioni, si apre con un presente ‘tranquillo’ nel quale Tosca ripercorre la sua vita coniugale.
Nella casa dove vive con il marito, lo svizzero-tedesco Victor, nella sua riflessione Tosca si compiace perfino del salto sociale realizzato dai suoi due figli. La “bastarda” Colette, amorevolmente accettata da Victor, è infatti residente a Lucerna, impiegata, felicemente sposata, e con uno stipendio superiore a quello del coniuge; mentre Matthieu, figlio di entrambi, è il pilota di una piccola compagnia aerea africana.
Ma questa “moglie”, apparentemente soddisfatta, cede subito il posto, nella narrazione, alla autentica e tormentata Tosca che, a chiusura del romanzo, finirà in una clinica psichiatrica visitata più volte nel corso della sua vita. È, insomma, la travagliata condizione psicologica femminile prodotta dall’emigrazione che la scrittrice disegna in questo romanzo, nel quale esplicita inoltre, in modo molto più netto che ne La Péregrine, anche i distanti percorsi delle tre generazioni di una famiglia immigrata. Il padre Severino non solo rifiuta di tornare al paese di origine ma, già duramente provato dalla sua partecipazione al massacro della grande guerra, arriva addirittura a uccidersi in modo brutale e plateale durante il matrimonio della figlia; mentre Tosca, la seconda generazione, finisce nel vortice della malattia mentale; solo Colette e Matthieu, la terza generazione, riescono a trovare uno spazio adeguato nel nuovo Paese.
In questo romanzo, insomma, la scrittrice delinea quasi in maniera didascalica la già citata sequenza generazionale schematizzata dai primi sociologi delle migrazioni: alla sconfitta, in questo caso tragica della prima generazione, alla drammatica fine della seconda, si accompagna la riuscita dei due rappresentanti della terza.
Nell’ultima prova letteraria della “trilogia”, La Maraude [24], la protagonista Cora è disegnata ancora una volta mediante il ricorso alterno al presente e al passato, all’intreccio tra la memoria individuale e quella familiare, al sovrapporsi delle tante fasi della vita della protagonista. Con un padre piemontese, fuggito in Svizzera perché disertore della grande guerra, Cora vive tutte le ambizioni, e le inevitabili frustrazioni, di una giovane della seconda generazione dotata di grande intelligenza e talento ma cresciuta in una famiglia operaia, con il pesante stigma dell’emigrazione nell’ambiente ancora xenofobo del Vaud.
L’esperienza descritta ne La Maraude è quella di una giovane che ha conosciuto il paese piemontese dell’origine familiare solo attraverso i racconti paterni. Ma, pur condividendo gli stessi percorsi delle compagne di scuola, delle amiche e delle colleghe di differente estrazione sociale, avverte l’emarginazione dovuta all’estraneità dell’origine. E neppure il matrimonio con un notabile borghese aprirà alla protagonista un riscatto sociale. Conosciuto nell’inferiorità di dipendente, in quanto governante dei suoi figli, e poi devota infermiera della prima moglie, il notaio Bernard Steiner, dopo la morte di quest’ultima, “contratterà” con Cora un matrimonio del tutto asettico e di dichiarato interesse. Una finta onorabilità borghese, questa, che dopo pochi anni sarà orgogliosamente rifiutata e troncata con il divorzio, richiesto dalla stessa Cora.
La novità de la Maraude, nel percorso letterario di Mireile Kuttel, è proprio questa. Con la descrizione della crescente affermazione personale della protagonista si apre anche una nuova fase nella narrativa dell’impegnata scrittrice, che riflette i mutamenti impressi alla condizione delle donne dopo un decennio di affermazione dei movimenti femministi [25]. Il riscatto finale, negato alla Malvivante Tosca, sarà infatti conquistato dalla ben più determinata protagonista di questo terzo romanzo della trilogia.
E questo accadrà a Cora anche grazie a un altro dei comportamenti sottolineati dalle solidali battaglie femminili, il rapporto di amicizia con un’altra donna, l’anziana proprietaria de La Maraude, la grande casa nel bosco, che Cora acquisterà con molta ostinazione. Per la determinazione mostrata nel faticoso acquisto della casa, e per le prospettive che essa aprirà a Cora nel finale del romanzo, questo oggetto-simbolo dell’autonomia della protagonista viene scelto, non casualmente, come titolo del romanzo. Dopo la morte dell’anziana signora – intensa, solare e non meno simbolica figura femminile – Cora proseguirà, infatti, nella Maraude, l’itinerario verso una nuova, possibile, serenità, proprio alla fine di una cena offerta alle vicine e ai vicini nella sua casa-simbolo. Nelle pagine conclusive del romanzo Cora si troverà di fronte a una nuova e più incoraggiante svolta: un giovane ospite, “un misterioso eremita”, lasciando la casa, offre all’anziana donna l’invito a raggiungerlo, in qualsiasi momento, nel suo lontano eremo: ultimo luogo di speranza – forse non meno simbolico della Maraude – per l’anziana Cora.
4. Il ritorno letterario del turismo in italia: un balcon sur la mer, la rizière, la conversation
In questi tre romanzi, pubblicati tra il 1991 e il 1996, si leggono le descrizioni di luoghi, ambienti e personaggi che si possono considerare come il frutto del già sottolineato “turismo” della scrittrice al di fuori dell’originario paese del Biellese. Ma nelle protagoniste femminili disegnate in questi nuovi scritti, alla speranza quasi metastorica che conclude la Maraude si sovrappongono altri elementi che rimandano alla storia e alla memoria di significativi luoghi dell’Italia del secondo dopoguerra e affidano al luogo d’origine dell’ultima protagonista un ruolo ancor più lontano dalla realtà concreta. Dalla condizione del Mezzogiorno, descritto in Un balcon sur la mer [26], alle lotte sociali delle lavoratrici delle risaie narrato ne La riziére [27], la scrittrice arriva infine a disegnare, nell’ultima anziana protagonista de La conversation [28], la straordinaria capacità di coinvolgere, nel suo ritorno definitivo all’originaria ligure Manarola (rifiutata dai suoi genitori), anche un gruppo di giovani svizzeri.
La Puglia dei trulli è il luogo della narrazione di Un balcon sur la mer [29]. Attraverso la storia del suo nuovo personaggio femminile – Luisa Gallia, chiamata familiarmente Lu – Mireille Kuttel coglie l’occasione per raccontare il percorso di vita di tante giovani pugliesi che, negli anni postbellici, passarono dal lavoro domestico presso le famiglie della vicina Bari a quello negli alberghi e nei ristoranti della Svizzera [30]. Sono infatti i ricordi dell’ormai anziana Luisa (che ripercorre il suo passato dal pugliese, originario, “balcone sul mare”), a descrivere le trascorse migrazioni di tanti ragazzi e ragazze meridionali verso la Svizzera del dopoguerra e i loro differenti esiti sociali.
Ma nelle pagine di questo romanzo si legge anche la storia corale di un paese dell’area dei trulli, quella realtà territoriale diventata oggi una delle attrazioni turistiche della Puglia ma assai meno attraente, in passato, per le famiglie che vivevano nelle anguste e anti-igieniche abitazioni, quasi prive di aereazione. Nella storia di Lu, e della sua famiglia, la scrittrice restituisce infatti un vivido affresco dell’Italia meridionale durante il passaggio dalla povertà postbellica al successivo sviluppo economico, descrivendolo attraverso le stupite percezioni della povera e analfabeta Lu, entrata in contatto, come domestica-quasi bambina, con il lusso e gli agi di una ricca casa barese.
E proprio grazie all’acuta e sensibile descrizione letteraria sia delle migrazioni in Svizzera di questi anni, sia della realtà sociale del Mezzogiorno [31], per questo libro la scrittrice ha ottenuto, nel 1991, uno dei suoi importanti e citati premi.
Ne La riziére l’ottica della scrittrice si sposta in un nuovo scenario italiano, la risaia vercellese, ossia uno dei luoghi-simbolo del combattivo protagonismo femminile e delle pionieristiche conquiste sindacali delle lavoratrici italiane. E anche in questa nuova prova letteraria l’impegno femminista e sociale della scrittrice emergono solo attraverso una finzione narrativa che prende le mosse dalle vicende di una protagonista femminile: una giovane donna svizzera, Zoe, nella quale si può leggere una nuova forma di ritorno letterario della Kuttel al Piemonte delle origini.
Zoe è una studiosa di ornitologia che decide di partire alla ricerca del ricco patrimonio di uccelli presente nella risaia. E nella Guarniera – la residenza immersa nella risaia, dove Zoe viene ospitata da un amico vercellese e dalla sua zia-madre – prende l’avvio una ricerca scientifica e fotografica diventata subito un’immersione totale della giovane studiosa nelle relazioni sociali del mondo della risaia.
Grazie alle amichevoli confidenze ricevute nella grande casa agricola, Zoe entra infatti in contatto con gli amori, gli intrighi, gli odi, i tradimenti e le vendette dell’oscuro passato contadino di questa ormai tecnologicamente avanzata area risicola. E, sempre dopo questa immersione totale, la protagonista conosce anche l’altro più noto passato della risaia, quello delle mondine, del loro duro quotidiano raccolto, della malaria, dei figli portati nel mefitico ambiente di lavoro, dei loro canti, delle lotte sindacali. Zoe scopre perfino una delle mitiche protagoniste di queste battaglie, Maria Giudice, la “Rossa”, e le pagine di Maria Giusta Catella, la nota scrittrice delle mondine [32].
Il viaggio di Zoe, diventato la scoperta di quanto i lettori italiani conoscono attraverso una lunga stagione di studi e di ricerche folkloriche, si conclude significativamente dopo un concerto tenuto a Vercelli da una delle più attive ricercatrici di questo passato, la recentemente scomparsa Giovanna Marini. E proprio con l’ascolto dei canti delle mondine, divulgati dalla nota protagonista del Nuovo Canzoniere Italiano, Mireille Kuttel termina il suo romanzo, prima di far rientrare Zoe in Svizzera.
Nella finzione letteraria de la Rizière, in definitiva, la scrittrice realizza un nuovo e più originale turismo di ritorno: non ripercorre solo le migrazioni interne delle donne dell’originaria Sala ma, attraverso il personale itinerario, raggiunge anche l’obiettivo di far conoscere ai lettori svizzeri del suo romanzo sia il vissuto e la storia del mondo della risaia, sia la sua memoria.
L’ultimo dei tre romanzi nati dai viaggi in Italia e dedicato alle Cinque terre (frequentate spesso dalla scrittrice nelle vacanze estive con il marito) non casualmente conclude questo scritto. Ne La conversation Mireille Kuttel descrive infatti nel modo più compiuto un’altra delle sue eroine positive, capace di superare le esperienze avverse della vita e, come si è accennato, disegna uno dei suoi finali più denso di significati.
Bea, la protagonista, è la figlia unica di immigrati in Svizzera dalla ligure Manarola [33] e non ha quasi sentito parlare dell’Italia dai genitori, che hanno rimosso la loro provenienza. Questa nuova rappresentante di una seconda generazione italiana il lettore la incontra però quando è ormai settantacinquenne, ha appeno perso il marito Urs, e in quanto brutalmente sfrattata, è costretta a lasciare la sua abitazione e a trasferirsi in una casa di riposo, Bel-Automne. Ed è proprio a partire da quella che sembra la triste fine in un mondo doloroso di anziani, che la protagonista de La conversation troverà invece l’occasione per trasformare radicalmente la sua esistenza.
Innanzi tutto, nelle sue passeggiate fuori di Bel-Automne conosce Dan, un giovane architetto giramondo, amante dei mari orientali e circondato da un affettuoso gruppo di altri giovani uomini e donne. E, grazie a questi rapporti, Bea uscirà dalla sua solitudine. Non solo, ma quando Dan cadrà malato per una grave forma di linfoma, e avrà al suo fianco l’amorevole cura di questi amici, la stessa Bea svolgerà un ruolo decisivo all’interno del gruppo.
In secondo luogo, durante le sue lunghe meditazioni nella casa di riposo, Bea riesce a superare il rifiuto dei genitori verso l’Italia e arriva a realizzare il progetto di conoscere l’originario paese delle Cinque Terre, dove vive un suo nipote prete. Qui conosce lontani parenti, e abitanti del luogo, che diventeranno solide amicizie anche per l’anziana donna. Tanto è vero che, dopo essere tornata più volte a Manarola, Bea arriverà a progettare di finire gli ultimi giorni della sua vita proprio qui, di fronte al magnifico mare ligure.
L’aspetto più inaspettato di questa scelta, tuttavia, si scopre solo alla fine del romanzo e va ben oltre il “ritorno” della nuova generazione al paese dei padri. Grazie al filo stabilito tra Manarola e la Svizzera, l’anziana donna riuscirà a condurre nel suo ‘turismo delle radici’ anche i giovani amici svizzeri e lo stesso Dan, giunto ormai alla fine di ogni tentativo di cura, e desideroso solo di rivedere il mare. A Manarola, che nonostante il tragico destino di Dan, diventerà sede di una gioiosa compagnia composta di liguri e di svizzeri, il giovane ammalato incontrerà persino un nuovo, impossibile amore. Appagato nel suo ultimo desiderio di rivedere il mare, Dan si lascerà andare alla deriva, per morire nelle acque liguri.
Con questa conclusione, Mireille Kuttel assegna nuovi ruoli al ritorno, e al turismo delle origini, ancora non presenti nei precedenti scritti. Al ritorno definitivo della protagonista che, in questo ultimo turismo delle origini a Manarola coinvolge a sua volta Dan e gli altri amici svizzeri del giovane, si aggiunge infatti l’attesa e liberatoria scomparsa dello stesso Dan, che decide di porre fine alla sua vita proprio nelle liguri acque marine. Con la simbolica morte del giovane, insomma, la scrittrice sembra affidare al luogo di origine della protagonista, così lungamente rimosso dai genitori, persino un metaforico e trascendente ruolo salvifico.
[1] Facevo infatti parte dell’indagine collettiva confluita poi nei volumi Biellesi nel mondo, a cura di Valerio Castronovo, Milano, Electa-Fondazione Sella, 1986-2000.
[2] Paola Corti, Paesi d’emigranti, Mestieri, itinerari, identità collettive, Milano, Franco Angeli, 1990.
[3] Nella folta produzione sul tema una recentissima raccolta di saggi fa il punto sulle recenti trasformazioni dei viaggi di “ritorno”: Maddalena Tirabassi, Turisti per caso. Migrazioni e viaggi delle radici, Torino, Accademia University Press, 2024.
[4] Tra le prime ricostruzioni storiche cfr. Anello Poma e Gianni Perona, La Resistenza nel Biellese, Biella, Libreria Vittorio Giovannacci, 1978.
[5] Sul tragico evento di Sala cfr. il volume commemorativo del 1976 con la prefazione di Franco Ramella, Sala Biellese. 4 febbraio 1896 – 4 febbraio 1976, Sala Biellese, Comune di Sala Biellese, 1976.
[6] La famiglia aveva fondato, a Renens, un’impresa di costruzione passata nelle mani di Amleto Baudrocco, padre della scrittrice.
[7] Mireile Kuttel, Jeu d’ombre. Nouvelles, Lausanne, La Tramontane, 1956.
[8] Emmanuelle Burri, Français dans le monde,“Recherches et applications”, 36 (2004), dedicato a Altérités et identités dans les littératures de langue française, pp. 153-163.
[9] Su questi temi cfr., tra gli altri, Angela Alaimo, Les associations d’immigrés italiens à Lausanne, Lausanne, Université de Lausanne, 2001; Paolo Barcella, Emigrati italiani e missioni cattoliche in Svizzera (1945-l975), Genova, Egic, 2012; Toni Ricciardi, Associazionismo ed emigrazione. Storia delle colonie libere e degli italiani in Svizzera, Roma-Bari, Laterza, 2013; Paolo Barcella e Valerio Furneri, Una vita migrante. Leonardo Zanier sindacalista e poeta (1935-2017), Roma, Carocci, 2020; Sandro Cattacin, Irene Pellegrini e Toni Ricciardi, Dalla valigia di cartone al web. La rete sociale degli italiani in Svizzera, Roma, Donzelli, 2022.
[10] Cfr. M. Tirabassi, Turisti per caso. Migrazioni,
[11] Si rimanda, tra le prime ricostruzioni: La letteratura dell’emigrazione. Gli scrittori di lingua italiana nel mondo, a cura di Jean-Jacques Marchand, Torino, Edizioni della Fondazione Agnelli, 1991; Giovanna Meyer Sabino, Scrittori allo specchio, Trent’anni di testimonianze letterarie in Svizzera: un approccio sociologico, Vibo Valentia, Monteleone, 1996. Per una più recente raccolta di saggi: Letteratura, gastarbeiter, migrazioni tra Italia e Svizzera, a cura di Paolo Barcella, “Studi Emigrazione”, 214, (2019).
[12] Per una puntuale riflessione sulla definizione e i differenti significati attribuibili alla letteratura migrante, e non solo, cfr. Maria Giacobina Vanini, Dis-locazioni. Letteratura de-centrata e scrittori ec-centrici: due etichette a confronto, “Studi Emigrazione”, 214 (2019), pp. 209-228.
[13] Non è infatti da trascurare che, a conclusione del suo saggio del 1991, riguardante le problematiche letterarie e linguistiche relative proprio al caso della Svizzera postbellica e al successivo trentennio, Gabriella Madrassi poneva l’interrogativo sulla possibile sopravvivenza di una letteratura migrante negli anni successivi: Riflessi e immagini quotidiane nella narrativa degli emigrati italiani in Svizzera nell’ultimo trentennio, in La letteratura dell’emigrazione, pp. 39-49.
[14] Cfr. nota 3 dell’Introduzione.
[15] Mireille Kuttel, Au bout du compte, Lausanne, Edition Spes, 1960.
[16] Mireille Kuttel, La Péregrine, Lausanne, L’Age d’Homme, 1983 (trad. italiana Come sa di sale, Cavallermaggiore, Gribaudo editore, 1992).
[17] Per la storia del Piemonte, tra i numerosi scritti sulla regione del recentemente scomparso autore, si rimanda al primo volume della Storia delle regioni dall’Unità ad oggi, Il Piemonte, a cura di Valerio Castronovo, Torino, Einaudi, 1977.
[18] Si rimanda alla nota 47 dell’Introduzione.
[19] Uno dei primi approcci al tema è quello di Augusta Molinari, Emigrazione e follia nel primo Novecento. Una storia poco nota dell’emigrazione italiana, “Rivista sperimentale di freniatria”, 3 (2010), pp. 47-65.
[20] È quanto la scrittrice ha dichiarato a suo tempo in un dibattito tenuto all’Università di Torino e registrato poi nella undicesima trasmissione di Partono i piemontesi, andata in onda su “Radio uno” il 9 giugno 1991.
[21] L’evento si concluse con tre vittime provocate dalla repressione poliziesca, con l’ingiusta condanna e la prigionia di trentatré persone, imputate ma poi assolte nel processo.
[22] Si rimanda al ricordo di Ivano Maffei, segnalato nel citato La saga famigliare dei Baudrocco e la tragica rivolta delle tessitrici del 1896.
[23] Mireille Kuttel, La Malvivante, Lausanne, L’Age d’Homme, 1984.
[24] Mireille Kuttel, La Maraude, Lausanne, L’Age d’Homme, 1986.
[25] La letteratura sul tema è molto nutrita soprattutto negli Stati Uniti, come si è citato nell’Introduzione. Per una lettura filosofica al maschile, che cita e si ispira a questa letteratura, cfr. Lorenzo Gasparrini, Perché il femminismo serve anche agli uomini, Torino, Eris, 2020.
[26] Mireille Kuttel, Un balcon sur la mer, Lausanne, L’Age d’Homme, 1990.
[27] Mireille Kuttel, La rizière, Lausanne, L’Age d’Homme, 1993 (trad. italiana La Risaia, Vercelli, Società Operaia di mutuo soccorso di Villata, 1999).
[28] Mireille Kuttel, La conversation, Lausanne, L’Age d’Homme, 1996.
[29] Tra le prime opere collettanee sulla storia della Puglia si rimanda al volume Storia delle regioni dall’Unità ad oggi, La Puglia, a cura di Luigi Musella e Biagio Salvemini, Torino, Einaudi, 1989.
[30] Per gli studi su questa esperienza migratoria cfr. tra gli altri la bibliografia in P. Barcella, Per cercare lavoro.
[31] Illustrata soprattutto dagli studi di noti antropologi, a partire dalle pionieristiche ricerche sul campo e gli scritti di Ernesto De Martino e di Amalia Signorelli (dal Sud e Magia di De Martino, pubblicato del 1951, ai numerosi studi successivi). Per la ricostruzione del metodo e del pensiero del noto studioso cfr., tra gli altri, la stessa Amalia Signorelli, Ernesto De Martino. Teoria antropologica e metodologia della ricerca, Torino, L’asino d’oro, 2016. Una breve ed efficace sintesi storica sul Mezzogiorno è quella di Piero Bevilacqua, Breve storia dell’Italia meridionale dall’ Ottocento ad oggi, Roma, Donzelli, 1993.
[32] Tra i molti scritti esistenti si rimanda qui all’analisi mirata su questa zona risicola: Annarella Quasi, Le mondine delle risaie vercellesi, in Società rurale ruoli femminili in Italia tra 800 e 900, a cura di Paola Corti, “Annali dell’Istituto Alcide Cervi”, 12 (1990), pp. 165-180.
[33] Amministrazione provinciale della Spezia – Comune della Spezia, Dal Golfo al mondo. Immagini dell’emigrazione spezzina, La Spezia, Provincia della Spezia, 1993. Sulla Liguria si incentra un altro dei volumi collettanei einaudiani: Storia delle regioni dall’Unità ad oggi, La Liguria, a cura di Antonio Gibelli e Paride Rugafiori, Torino, Einaudi, 1994.