La pubblicazione di questo numero di ASEI punta innanzi tutto a colmare l’evidente carenza di studi e ricerche sulla letteratura di origine italiana in Europa. È infatti noto che la maggior parte delle indagini sull’argomento si è precocemente sviluppata negli Stati Uniti [1]. La scelta di concentrarsi sulle scrittrici risponde inoltre all’altra non meno importante considerazione riguardante la scarsità degli studi di letteratura al femminile, osservabile in quasi tutti i contesti dell’immigrazione italiana [2].
Si tratta del resto di una carenza che, per quanto riguarda l’Europa, rispecchia le stesse indagini sull’emigrazione delle donne italiane che, per la non meno precoce applicazione della categoria del genere ai fenomeni migratori realizzata negli stessi Stati Uniti, hanno avuto maggiore crescita in questo paese [3].
Eppure, come è stato opportunamente ricordato in una riflessione di alcuni anni fa [4], già in uno scritto ottocentesco di Ravenstein, il noto geografo tedesco emigrato nel Regno Unito, si sottolineava proprio che “Woman is a greater migrant than Man”. È un’osservazione dalla quale occorre prendere le mosse perché consente di superare la convinzione che nella grande emigrazione italiana la presenza delle donne fosse l’indicazione dell’emigrazione familiare. Una lettura che, come si cercherà di mostrare qui con una rapida ricognizione del lavoro femminile migrante tra Ottocento e secondo dopoguerra, ha impedito di cogliere l’importanza del precoce e autonomo contributo femminile in differenti aree europee.
1. La mobilitá del lavoro femminile in europa dall’ottocento, agli accordi bilaterali postbellici, alle recenti mobilitá
L’entrata delle donne nel mercato del lavoro esterno alla comunità di appartenenza risale all’età preindustriale, soprattutto nel settore del servizio domestico, del commercio e della manifattura [5].
Tra le attività specificamente femminili il baliatico, tradizionalmente esercitato nelle più vicine città italiane, nel corso dell’Ottocento trovò sbocco, oltre che in Egitto e in altre aree extraeuropee, nei più battuti itinerari transalpini [6]. Dall’Italia settentrionale e dalla Lucchesia, lungo il XIX e il XX secolo, le “balie da latte” si dirigevano soprattutto in Francia, Svizzera e Austria. Ben remunerate, e trattate con grande attenzione nelle ricche case di destinazione, queste lavoratrici si distinguevano nettamente da quante venivano occupate nel servizio domestico e diventarono anche i simboli di un’emancipazione femminile dal legame domestico e maritale [7].
Le donne si dirigevano del resto anche verso i lavori in agricoltura, come accadeva tradizionalmente nelle aree del confine alpino occidentale e orientale [8] e verso le industrie frequentate dagli emigranti di sesso maschile. Sta di fatto che alla fine dell’Ottocento la manodopera femminile italiana era registrata in vari settori dell’industria francese e di quella svizzera. E negli stessi anni, uomini e donne delle provincie di Como, Varese e Lecco erano occupati nel settore primario, nel tessile e nell’edilizia del Canton Ticino. Nel Ticino, inoltre, le donne erano assunte nella manifattura del tabacco, attività sviluppatasi nella seconda metà dell’Ottocento nelle zone di confine [9]. In questo periodo, e ancor più nel corso del primo decennio del Novecento, manodopera femminile friulana e trentina era ampiamente utilizzata nell’agricoltura e nelle fornaci di molte località tedesche e austriache.
Il settore in cui si registrava la più alta presenza di movimenti migratori femminili, dopo quello dei servizi domestici, tuttavia, era quello tessile. Nella estesa mobilità territoriale interna, che caratterizzava il lavoro nelle filande seriche di molte vallate dell’arco alpino occidentale e orientale, queste correnti di lavoro femminile, già presenti in età moderna, durante la seconda metà dell’Ottocento si orientarono verso le attività industriali delle vicine aree transalpine, a causa della crisi attraversata dalla sericoltura italiana. Rientrano in questo tipo di mobilità sia i movimenti delle donne che, a partire dal 1875, muovendosi dai setifici della Valsugana vennero occupate nei cotonifici austriaci del Voralberg [10], sia quelli che lungo le “vie della seta” collegavano i settori della sericoltura piemontese e lombarda a quelli di Lione e Marsiglia, con una rigida organizzazione che rispecchiava il più noto lavoro maschile nell’edilizia [11]. E non vanno infine dimenticate, seppure in aree più lontane dai confini, le operaie che, in squadre organizzate, all’inizio del Novecento si allontanavano dalle filande delle Marche per recarsi presso gli opifici tessili di Lione, Marsiglia, Avignone [12].
Con lo scoppio del conflitto, quando la manodopera femminile sostituì ovunque il lavoro degli uomini al fronte, le donne italiane furono reclutate, tra l’altro, nelle miniere della Lorena e in altre zone minerarie francesi dove erano già presenti gli italiani [13].
Negli anni tra le due guerre il caso tedesco mostra come anche nei reclutamenti previsti dalla Germania nazista rientrasse, in modo consistente, la stessa manodopera femminile. Del resto fin dall’Ottocento le donne italiane avevano dato il loro contributo al settore tessile del Baden Wüttemberg, erano state assunte come operaie nelle fornaci bavaresi e, (come era accaduto anche in altre sedi, soprattutto in Francia), erano state venditrici, artiste, modelle e, laddove erano accompagnate dai mariti, come in altre sedi, avevano offerto la pensione agli uomini soli che erano occupati nelle miniere della Ruhr [14]. Tra il 1937 e il 1938, nell’ambito dei noti trattati con l’Italia fascista, la richiesta di manodopera femminile per l’agricoltura attirò un numero sempre più consistente di italiane, provenienti soprattutto dall’Emilia-Romagna, dalla bassa Lombardia e dal Veneto [15]. Le donne furono occupate nelle squadre dei lavoratori emigranti anche come cuoche e interpreti. Nel solo 1938 si stimava che fossero partite 5.719 lavoratrici.
Nel dopoguerra, quando la politica del governo italiano (anche per le note motivazioni di stabilità interna e per la mancanza di controllo sugli espatri [16]) puntò a siglare rapporti bilaterali che consentissero di esportare manodopera, talora in cambio di materie prime, in certi casi la presenza delle donne assunse dimensioni numeriche di rilievo, come si può osservare in alcuni degli stati europei raggiunti dagli emigranti italiani in virtù di tali accordi [17]: la Svizzera, la Gran Bretagna, la Germania, la Francia e il Belgio, i paesi che prenderemo in esame in queste pagine introduttive, nei quali la presenza delle lavoratrici italiane aveva talora un passato di mobilità.
Per la Svizzera [18], in uno studio quantitativo mirato sulle lavoratrici italiane nel periodo postbellico [19], è stato calcolato che già nei primi anni Cinquanta le donne costituivano più della metà dell’immigrazione italiana; nel 1970 la percentuale femminile si attestava al 42%, mentre nel decennio tra il 1945 e il 1955 le cifre femminili superarono costantemente quelle maschili [20]. Le motivazioni di tale preponderanza sono attribuibili alle carenze interne al mercato del lavoro svizzero, e in particolare del Canton Ticino, come si è già accennato, caratterizzato dalla presenza di industrie tessili, dell’abbigliamento e del tabacco, nelle quali era occupata prevalentemente manodopera femminile [21]. Sta di fatto che in questo Cantone, tra il 1950 e il 1970, le italiane rappresentavano tra l’80 e il 90 % delle straniere residenti nel territorio elvetico [22]. Gli arrivi delle donne in Svizzera furono comunque diversi: più donne sole, settentrionali, prima del 1955, più meridionali e per ricongiungimenti familiari dopo il 1965 [23].
In Gran Bretagna la presenza femminile, in gran parte autonoma, diventa rilevante tra la fine degli anni Quaranta e l’intero decennio dei Cinquanta [24]. Nel censimento del 1951, “per la prima e sola volta”, le donne erano più numerose degli uomini: 21.000 rispetto all’intera comunità italiana di 34.000 anime e pari al 61% [25]. Il primo nucleo, nel 1948, era costituito da gruppi di operaie selezionate per il lavoro nel comparto tessile, al quale seguirono poi lavoratrici nei settori della gomma e della ceramica. Tra queste, i gruppi delle operaie del tessile rappresentano un caso di studio interessante, come è stato sottolineato, perché il governo italiano, nell’ambito dell’accordo con la Gran Bretagna, cercò, in modo non diverso da quanto era accaduto tra Otto e Novecento in altri e più studiati contesti [26], di gestire “paternalisticamente” gli arrivi di queste operaie mediante la presenza di accompagnatrici-sorveglianti e il legame con la chiesa cattolica [27]. Nel corso degli anni Settanta, con la stabilizzazione di intere famiglie, seguita all’esodo prevalentemente temporaneo favorito dagli accordi bilaterali postbellici, anche tra le donne si registrò un’elevata occupazione, sia negli ospedali, sia nel tradizionale lavoro domestico, nei servizi e nell’industria [28].
Nella Germania postbellica la manodopera femminile fu ancora più richiesta di quella maschile anche per il risparmio consentito dai più bassi salari corrisposti alle donne [29]. Tra il 1956 e il 1958 l’occupazione femminile delle italiane era concentrata in prevalenza nei lavori stagionali in agricoltura, nell’industria dolciaria e del tabacco, ma già dalla fine degli anni Cinquanta la Germania promosse misure mirate ad attrarre ancora manodopera femminile. Nel 1962 le italiane rappresentavano il gruppo più numeroso delle straniere, e così nel 1968. È stato inoltre calcolato che dalla cifra delle 7.819 immigrate dal nostro paese, registrate nel 1960, si passò a quella di 101.328 riscontrate nel 1973, quando finirono i reclutamenti [30]. Non va infine trascurato il lavoro delle italiane persino in alcune note comunità con un’alta presenza soprattutto maschile, come a Wolsburg, la città fabbrica della Volskwagen. Alla fine degli anni Settanta l’arrivo delle donne nella città fu infatti favorito sia dalla realizzazione di palazzine per lavoratori stranieri in sostituzione delle baracche di soli uomini, sia dalla revoca della politica occupazionale restrittiva della nota fabbrica automobilistica, che fino al 1978 non assumeva personale femminile [31].
In Francia i movimenti delle lavoratrici italiane nel secondo dopoguerra si orientarono sulla base degli accordi del 1947. E anche qui, come in altri paesi europei, seguirono le vicissitudini dovute alle situazioni lavorative inaccettabili per la manodopera italiana nel suo complesso [32]. Questo accadde nonostante la lunga esperienza dell’esodo delle donne in questo paese, che già tra Ottocento e Novecento, e poi nel corso di tutto il secolo Ventesimo, aveva accolto un’ingente emigrazione femminile dall’Italia [33]. Si tratta di un’esperienza ormai nota grazie a un’attenzione storiografica che, nel pur difficile reperimento delle fonti sui soggetti femminili, è risalita all’esperienza settecentesca e ottocentesca delle modelle nella Parigi degli artisti, ne ha colto le devianze, le violenze subite dalle giovani e la connessa piaga della prostituzione [34]. Non solo, ma studi mirati sulle aree più frequentate dei confini, come si è già osservato, hanno permesso anche di risalire alle già citate tradizionali attività esercitate dalle donne nel sud-est e nell’area lionese ma anche presso la fabbrica dei profumi nella città di Grasse [35]. Già in un censimento del 1900, del resto, si registrava la presenza di 14.000 domestiche occupate nelle case e negli alberghi della Costa Azzurra [36].
In alcune aree urbane più distanti dai confini, invece, come a Nogent-sur-Marne (comune a sud-est di Parigi e con una consolidata presenza di italiani provenienti dalla Val Nure, in Provincia di Parma e Piacenza), dopo il censimento realizzato nel 1911, il tasso di attività delle donne risultava poco superiore al 30%. Il lavoro femminile era ancora quello sotto-qualificato delle giornaliere e delle operaie (nella confezione, o con lavoro distribuito a domicilio). Le donne erano anche sarte, stiratrici, imballatrici, ed erano inoltre assunte nelle piccole botteghe, come le panetterie o le drogherie di proprietà francese [37]. Non mancavano tuttavia quante, negli anni seguenti, riuscirono a esercitare “in proprio” l’attività di sarta.
Ancora nel periodo postbellico, del resto, nonostante i mutamenti dei modelli femminili rispetto al passato, le tipologie del lavoro femminile restarono invariate anche in altre realtà urbane. A Grenoble, zona di confine, dove la presenza italiana si era stratificata attraverso differenti ondate migratorie, le donne arrivate dopo la seconda guerra mondiale, soprattutto dall’Italia meridionale, non ebbero un ruolo rilevante nei lavori extradomestici e, sul piano numerico, l’occupazione femminile si rivelò nettamente inferiore a quella maschile [38]. Stando ai dati del censimento del 1954, infatti, solo il 19% delle immigrate italiane aveva un lavoro, e nella maggior parte dei casi si trattava di attività dequalificate: il 61% erano operaie, circa il 20% apparteneva al personale di servizio, e il 5% erano impiegate [39].
In una città del Nord francese, regione dove la presenza femminile era assai scarsa, l’attività delle donne era altrettanto limitata. A Roubaix, tra gli anni Cinquanta e i Sessanta, il tasso di attività delle italiane era passato dal 20 al 30% [40]. La fascia di età dove si concentrava il 60% delle donne occupate era quella compresa tra i 16 e 24 anni. E la maggior parte di queste lavorava nell’industria tessile della città, in notevole espansione nel dopoguerra: nel 1962, il 90% delle italiane occupate si dedicava a questa attività. E nel 1975, nonostante la crescita della terziarizzazione del lavoro femminile e la crisi del tessile, ancora il 70% delle donne lavorava in questo settore [41].
Al di là dei dati quantitativi, tuttavia, quel che appare più rilevante, nel segnare le sorti dell’inserzione femminile nel mondo del lavoro (non diversamente da quanto osservato per quello maschile) è “l’anzianità” dell’esperienza migratoria e il sistema di reti sociali messe in moto nel progetto di migrare. Nella Marsiglia postbellica, infatti, la comparazione tra i percorsi delle immigrate piemontesi e delle siciliane ha permesso di verificare come le piemontesi, con una più consolidata tradizione migratoria nella città del Midi francese, potessero più facilmente radicarsi sul territorio urbano rispetto alle siciliane, che avevano una più recente esperienza di mobilità nello stesso contesto [42].
In Belgio, infine, dove la presenza di comunità italiane risaliva all’Ottocento [43], il noto accordo del 23 giugno 1946 [44] puntava a promuovere la forte emigrazione maschile nelle miniere [45]. L’esperienza degli uomini soli, assiepati nelle baracche in prossimità delle zone carbonifere, è stata forse la più nota emigrazione postbellica italiana, anche perché rappresentata attraverso gli scatti di noti fotografi e persino in documenti filmici. Ma tra il 1946 e il 1966 giunsero in Belgio anche 17 mila donne con più di tremila bambini. Le famiglie furono sistemate nei campi intorno alle miniere “in condizioni di vita difficili persino da immaginare” [46]. Inizialmente dedite solo ai lavori domestici, in una realtà dove la cenere e la sporcizia impedivano la più elementare pulizia, in seguito le donne finirono anche per sostituire il lavoro maschile nelle miniere [47]. Quando molti degli uomini occupati si ammalarono, o morirono, sia per i veleni respirati sia per le ripetute e note tragedie del lavoro, oltre che nelle miniere, le donne trovarono occupazione anche come domestiche o cameriere [48].
Nella storia (ancora tutta da scrivere) dell’emigrazione del lavoro femminile delle italiane in Europa, come è accaduto del resto in altri contesti migratori e per entrambi i sessi, un certo mutamento dei ruoli professionali delle donne si è realizzato, seppure in modo non lineare, e anche differenziato tra i paesi europei, attraverso i percorsi generazionali dell’integrazione nelle famiglie immigrate [49] e soprattutto nelle più recenti mobilità del nuovo secolo [50].
Nei movimenti che hanno avuto come meta prevalente l’Europa, nel quindicennio 2006-2018 si vede crescere del 78,4% la classe, sia maschile che femminile, compresa tra i 19 e i 40 anni. Ma sul piano professionale non si osservano mutamenti significativi. Infatti, nel 2006, tra il 68, 4% di quanti erano complessivamente registrati in Europa, il 31,6% aveva un diploma o una laurea, dopo quindici anni, nel 2018, il 29,4% era laureato o dottorato, il 29,5% diplomato. Tuttavia, nello stesso anno, ancora il 41,5% aveva un basso titolo di studio, o nessuno. Quindi, quella che ha continuato ad aumentare nel suo complesso, è stata la cifra dei diplomati che cercavano all’estero lavori generici [51].
Già nel 2017, tuttavia, osservando nello specifico la differenza dell’istruzione maschile e femminile tra gli emigrati in Europa, si avvertono i segnali di un certo mutamento tra i due sessi, soprattutto esaminando le occupazioni a seconda dell’età. A questo proposito è stato infatti rilevato che, se è vero che le donne in possesso di un diploma, o di un titolo superiore, costituivano il 45% rispetto al 55% della componente maschile, tale percentuale cambiava tra le più giovani. Tra queste, la componente femminile in possesso di una laurea era del 32% rispetto al 25,1% di quella maschile. E questa superiorità numerica mostra di fatto la “dinamicità” delle laureate italiane che, di fronte alle difficoltà incontrate nel mercato del lavoro interno, cercavano le maggiori opportunità di carriera offerte nei paesi “con minore gender gap” [52]. Più difficilmente rilevabile sul piano statistico, la presenza femminile in occupazioni di alto livello, come tra le accademiche e le scienziate, è stata riscontrata soprattutto attraverso il ricorso alle interviste. Proprio i colloqui con alcune protagoniste di rilievo operanti in vari paesi hanno permesso di concludere che le italiane con alti livelli professionali hanno trovato maggiori opportunità di lavoro attraverso la mobilità verso l’estero [53].
2. Dalla “letteratura dell’emigrazione” alle scrittrici di origine italiana: i contenuti del presente fascicolo
In un’intervista a Jean-Jacques Marchand, realizzata nel 1994, un anno dopo l’aperura, a Losanna, del Centro di documentazione sugli scrittori di lingua italiana all’estero, lo studioso metteva bene a fuoco molti dei problemi che investono il tema della scrittura letteraria degli emigranti [54]. E, in considerazione della profonda trasformazione che già allora si registrava nell’emigrazione italiana (non più quella della “valigia di cartone”, ma anche quella dei tecnici, dei professionisti, degli intellettuali, nonché delle nuove generazioni nate o cresciute all’estero), Marchand invitava innanzi tutto a non identificare ancora la letteratura dell’emigrazione con le sole opere centrate su questa esperienza. Occorreva, insomma, tenere conto del fatto che gran parte delle scritture “degli emigrati” non affrontavano questa tematica perché “l’esperienza migratoria e(ra) ormai interiorizzata, venendo ad arricchire qualsiasi argomento”[55].
Secondo Marchand, inoltre, l’identificazione tra testi letterari scritti sul tema dell’emigrazione e opere degli “emigrati” o “dei residenti all’estero” aveva portato a sua volta a far coincidere la letteratura dell’emigrazione con i moduli romantici e “lamentosi” che avevano ispirato le note pagine di De Amicis e di Pascoli, determinando un’evidente sfasatura non solo rispetto alle trasformazioni economico-sociali intervenute in Italia nel corso del Novecento, ma anche rispetto a quelle riguardanti la produzione italiana in prosa e in poesia [56]. Tali pregiudizi, tuttavia, erano superati anche alla luce di quanto era accaduto nelle varie aree dell’immigrazione italiana caratterizzate da comunità ormai sedimentate nel corso delle ripetute ondate migratorie dalla penisola. La presenza delle nuove generazioni aveva infatti favorito una produzione letteraria colta che, a seconda dei contesti e delle politiche d’integrazione presenti nei vari paesi, oltre che delle scelte individuali, si esprimeva in italiano o nella lingua appresa all’estero [57].
In un successivo intervento, scritto dopo oltre un ventennio dal precedente, e basandosi sul caso della Svizzera, lo stesso Marchand sosteneva che, con l’affacciarsi della nuova generazione dei nati nel Paese negli anni Sessanta e Settanta, l’espressione linguistica prevalente tra gli scrittori era quella del luogo di emigrazione, il tedesco o il francese. Una scelta che, a suo giudizio, era dettata sia dalla volontà di mostrare l’integrazione nel Paese, sia dal desiderio di raggiungere un maggior numero di lettori [58].
I problemi sollevati dallo studioso (che si è maggiormente occupato delle scritture migranti, anche in una prospettiva comparata), costituiscono un buon punto di avvio per introdurre quanto si è scelto di pubblicare nella declinazione al femminile, e nelle realtà di immigrazione prese in esame nel presente numero di Asei. Nei saggi qui raccolti, nei quali si prendono prevalentemente in esame le scrittrici degli anni postbellici [59], la narrativa al femminile mette a fuoco aspetti che confermano in gran parte quanto rilevato da Marchand. Autrici e autori sono infatti unanimi nel rilevare tanto la trasformazione dei contenuti legata ai mutamenti storici, quanto le differenze riscontrabili nelle opere redatte da generazioni diverse. Nella eterogeneità dei contesti analizzati, e nei differenti approcci adottati nei saggi qui pubblicati, tuttavia, si osservano altre peculiarità. Si tratta di aspetti riconducibili alle caratteristiche teorico-metodologiche degli studi sulla letteratura degli italiani esistente nei singoli paesi, alla prospettiva prescelta da autrici e autori nei loro scritti, ai diversi mezzi comunicativi utilizzati nelle opere prese in esame [60].
Il saggio di Matteo Sanfilippo sul caso francese, che apre il numero monografico, è centrato su cinque autrici vicine per l’età, per l’alta qualificazione e per la presenza pubblica (due hanno avuto accesso persino a cariche politiche di rilievo in Italia o in Francia). In questo caso l’ottica assunta dall’autore – l’acuta ricostruzione-comparazione dei loro scritti e la puntuale analisi delle singole tematiche letterarie – permette di cogliere la trasformazione assunta dalle forme della mobilità italiana nel vicino Paese. Superata l’emigrazione tradizionale, le cinque scrittrici mettono infatti a fuoco una mobilità ormai molto più abituale anche rispetto a quella degli anni Ottanta del Novecento, pur conservando “una sorta di geolocalizzazione primaria”, superata solo “casualmente e per brevi periodi”.
Due saggi – complementari per la diversità dei contenuti e della scelta metodologica – sono dedicati al caso svizzero, l’altra meta europea più frequentata dai flussi migratori italiani nel secondo dopoguerra.
Nel primo Paolo Barcella approfondisce quanto lungamente e puntualmente analizzato dall’autore sull’emigrazione dei gastarbeiter e sulle scritture dei migranti. Concentrandosi sul folto e qualificato universo letterario femminile del Paese d’Oltralpe, l’autore ne offre innanzi tutto un efficace quadro introduttivo. Esamina inoltre cinque scrittrici, accomunate dall’impegno politico e dall’attiva partecipazione all’associazionismo esercitati in tutti i cantoni elvetici, ma ben distanti per la qualità della scrittura riconosciuta loro dalla critica. Due tra queste, inoltre, rappresentano rispettivamente le più importanti, e a lungo antitetiche, “comunità” politiche degli italiani in Svizzera: la cattolica e la comunista. Tutte le autrici analizzate, seppure nella eterogeneità contenutistica e stilistica dei loro romanzi, forniscono importanti contributi alla conoscenza della realtà dell’immigrazione italiana nella Svizzera postbellica e alla condizione delle donne.
Nel secondo saggio chi scrive si concentra invece su una singola scrittrice, un’apprezzata e premiata scrittrice di lingua francese nata nel 1928 e scomparsa nel 2018. Terza generazione di una famiglia di origini piemontesi emigrata nel Vaud (e con un cognome acquisito grazie al matrimonio con un cittadino svizzero), nel contesto sociopolitico e letterario svizzero Mireille Kuttel si distingue soprattutto per l’attivo impegno in difesa degli immigrati e delle donne. Della sua ricca produzione, pubblicata tra il 1960 e l’inizio del nuovo millennio, nel saggio si prendono in esame sette romanzi. Si tratta delle opere che consentono di ricostruire al meglio, attraverso le figure femminili (sempre protagoniste delle opere di Mireile Kuttel), le trasformazioni subite nel corso del tempo dal “ritorno” letterario della scrittrice al paese d’origine, dal suo “turismo delle radici” in Italia, dalla sua rappresentazione della condizione femminile nell’emigrazione.
Con un nuovo approccio, che fa ricorso anche alle interviste, dopo trent’anni dalla pubblicazione della sua Anthologie de la littérature des Italiens de Belgique Anne-Marie Morelli si sofferma in modo mirato sulle scrittrici italo-belghe, che ammontano a 17 su un totale di 70 autori di origine italiana e pari, quindi, a un non trascurabile 25%. L’obiettivo della nuova ricerca è di scoprire come sono “diventate” oggi le autrici già esaminate nel suo volume, nonché di prendere in considerazione le “nuove”, che rivendicano tuttora “radici” italiane o traggono ispirazione da queste stesse origini. Di molte delle prime si sono perse le tracce; tra queste, tuttavia, Morelli trova ancora alcune di quelle che sono “riuscite”. Attraverso le nuove interviste, e cercando anche di capire le ragioni del successo di alcune, l’autrice conclude che la riuscita non sia attribuibile soltanto al talento ma anche alle relazioni sociali e ai contatti stabiliti dalle stesse scrittrici.
Nel saggio sul Lussemburgo Maria Luisa Caldognetto propone una lettura storico-letteraria. Prima di concentrarsi sull’universo letterario femminile tiene infatti conto di quanto è stato scritto sulla presenza italiana nel Paese e sulla letteratura su questo tema. Realizza inoltre una ricognizione cronologica delle autrici e delle loro opere, che prende le mosse dal denso ventennio 2009-2019 per soffermarsi poi sul 2024, anno nel quale la stessa Caldognetto ha realizzato una “foto di gruppo con signore” nella quale sono rappresentate ventuno autrici in lingua italiana. Di queste vengono fornite (anche con un dettagliato elenco in appendice) la regione di provenienza, le date di arrivo in Lussemburgo, il tipo di scrittura prescelto e le tematiche affrontate. Ne emerge un ritratto articolato, che delinea i differenti rapporti con l’identità originaria e con l’Italia delle diverse generazioni delle autrici nonché la varietà dei settori professionali attualmente più frequentati. Lo scritto si conclude infine con alcuni interrogativi che indicano altre possibili piste d’indagine sul tema.
Nel saggio sulla Germania Benedetta Mannino si distingue per il suo rigoroso ricorso alla metodologia della critica inter-letteraria. E, dopo aver brevemente inquadrato la storia dell’emigrazione femminile in questo paese, l’autrice analizza le opere di due scrittrici di origine italiana stabilitesi da molti anni in Germania: le apprezzate Marisa Fenoglio e Lisa Mazzi-Spielberg. “Emancipazione e rinuncia, affermazione e vulnerabilità, fuga e viaggio” sono i lapidari connotati con i quali l’autrice riassume questa esperienza e la stessa traduzione di tale vissuto nella scrittura.
Articolato su diverse realtà del Regno Unito e centrato su dieci autrici, tre delle quali operanti in Inghilterra, due nel Galles e cinque definite come “italo-scozzesi”, il saggio di Manuela D’Amore è tra quelli che fanno più ricorso ai diversi strumenti comunicativi delle sue autrici. Numericamente al di sotto degli scrittori di prima e seconda generazione nello stesso paese, la produzione di queste autrici non è meno significativa sul piano tematico e stilistico; essa si distingue inoltre per la maggior attenzione femminile verso un contesto socioculturale scomparso. Scritte in versi, in prosa ma anche reperibili nel mondo dei mass-media, queste opere descrivono il “personale”, “doloroso” percorso verso la propria duplice identità, la originaria e la nuova, il distacco dal mondo rurale di origine e la progressiva acquisizione di un “impegno civile e letterario” nel nuovo Paese.
Unico autoritratto di una scrittrice italiana, giunta a Maiorca dodici anni fa, quello di Lucia Pietrelli è stato proposto in questa sede perché a candidarla sono stati alcuni dei critici contattati per scrivere il saggio su di lei, dopo averla indiscutibilmente definita come autrice di notevole rilievo nel contesto iberico. Nelle poche righe richiestele per questo scritto si colgono appieno i tratti della poesia, sua scrittura originaria, ben presente anche nei successivi romanzi. Nei contenuti del breve autoritratto si coglie inoltre come la duplicità dell’appartenenza identitaria catalano-italiana si manifesti sia sul piano esistenziale sia su quello linguistico-culturale, ma con una particolare sfumatura dell’identità originaria, definita come l’“ombra italiana”.
Nel saggio sui Paesi scandinavi, Monica Miscali effettua una ricerca attraverso interviste a scrittrici dei diversi contesti. Dopo il “dovuto” ricordo della nota e recentemente scomparsa Maria Giacobbe, la “Grazia Deledda scandinava”, l’autrice delinea il quadro della folta presenza delle donne e delle scrittrici nei rispettivi stati della penisola nord-europea. Sono tutte contraddistinte dall’alta qualificazione negli studi e dall’indipendenza esistenziale, concretizzatasi quasi sempre nella libera scelta di emigrare da adulte. Non inseribili in una categoria unitaria, Miscali “conversa” con cinque di queste protagoniste per tracciarne il profilo artistico-esistenziale individuale e per reperirne i tratti comuni, riassumibili non solo nella scelta di esprimersi in italiano ma anche per l’importanza assegnata al rapporto identitario con la lingua originaria. Pur nell’inequivocabile transnazionalismo di tali esperienze di vita, in questa relazione si coglie infatti il non completo distacco dall’Italia.
Centrato sulla figura di Clelia Bruzzesi, traduttrice di rilievo nella vita culturale della Bucarest dell’Ottocento, quello di Aurora Firţa-Marin non è casualmente l’ultimo dei saggi qui raccolti. Si tratta infatti dell’unico contributo che, oltre a non focalizzarsi sul secondo dopoguerra, prende in esame un Paese dell’est Europa ritenuto poco frequentato dagli italiani a fine Ottocento e dove invece, già prima di questo secolo, esisteva una “colonia” proveniente dall’Italia. Ben accolta, tale comunità annoverava diverse figure di intellettuali operanti nelle istituzioni culturali, nelle Università e nelle scuole dove si insegnava l’italiano. Clelia Bruzzesi fu tra le prime donne ad avere una cattedra. Già nota per la traduzione de Le mie Prigioni di Silvio Pellico, la scrittrice raggiunse l’acme del prestigio dopo la traduzione del libro Cuore di De Amicis e dopo la rapida ed estesa diffusione del testo nell’editoria.
[1] Si rimanda, tra gli altri, alla prima organica raccolta di Francesco Durante, Italoamericana. Storia e letteratura degli italiani negli Stati Uniti, Milano, Mondadori 2001-2005; alle ricerche di Emilio Franzina dal primo L’immaginario degli emigranti. Miti e raffigurazioni dell’esperienza italiana tra i due secoli, Treviso, Pagus edizioni, 1992 agli altri noti e più recenti volumi, o saggi, più puntati sull’America Latina; e agli studi di Sebastiano Martelli, dal suo più lontano: Letteratura contaminata. Storia, parole e immagini tra Ottocento e Novecento, Salerno, Pietro Laveglia Editore,1994 alla sintesi Id., Letteratura delle migrazioni in Storia d’Italia. Annali 24. Migrazioni, a cura di Paola Corti e Matteo Sanfilippo, Torino, Einaudi, 2009, pp. 725-742.
[2] Tanto è vero che il prossimo numero di ASEI, previsto per il 2025, sarà dedicato alle scrittrici di origine italiana nelle Americhe.
[3] Tra le prime raccolte di studi che coniugano i due temi si rimanda a: Women, Gender, and Transnational Lives. Italian Workers of the World, a cura di Donna Gabaccia e Franca Iacovetta, Toronto, University of Toronto Press, 2002; per una riflessione storiografica successiva cfr. Nancy L. Green, Gender and migration: history and historiography, in Lontane da casa. Donne italiane e diaspora globale nel XXI Secolo, a cura di Stefano Luconi e Mario Varricchio, Torino, Accademia University Press, 2015, pp. 3-17; per una prima rassegna degli studi cfr. Maddalena Tirabassi, Trent’anni di studi sulle migrazioni di genere in Italia: un bilancio storiografico, ibid., pp. 19-39.
[4] Matteo Sanfilippo, Nuovi problemi di storia delle migrazioni italiane, Viterbo, Sette Città, 2015, p. 123.
[5] Noti studi, mirati su singole realtà italiane o sull’Italia nel suo complesso, così come analisi comparative di differenti realtà migratorie europee, mettono in risalto questi aspetti. Per una sintesi sull’argomento cfr. Adriana Dadà, Balie, serve, tessitrici, in Migrazioni, a cura di P. Corti e M. Sanfilippo, pp. 107-121.
[6] Ibid., pp. 111-114.
[7] Oltre alla citata sintesi di Adriana Dadà e le osservazioni sul baliatico in Delfina Licata, L’emigrazione femminile: spunti storici e situazione attuale, in Fondazione Migrantes Rapporto italiani nel mondo 2012, Roma, Idos, 2012, pp.100-101, cfr. Antonio Cortese, Il baliatico nell’emigrazione italiana tra Ottocento e Novecento, “Altreitalie”, 53 (2016), pp. 80-91.
[8] Cfr. tra gli altri, Renata Allio, Da Roccabruna a Grasse. Contributo per una storia dell’emigrazione cuneese nel Sud-Est della Francia, Roma, Bonacci, 1988; Casimira Grandi, Donne fuori posto. L’emigrazione femminile dell’Italia postunitaria, Roma, Carocci, 2007.
[9] Paolo Barcella e Matteo Sanfilippo, Introduzione, “Studi Emigrazione”, 202 (2016), p. 32.
[10] Casimira Grandi, Dalla Valsugana al Voralberg. Una storia di donne (1870-1915), in La migrazione artigianale nelle Alpi, Bolzano, Arthesia, 1994 pp. 293-313.
[11] Cfr. Silvia Corazza, Itinerari professionali femminili: le setaiole di una comunità manifatturiera nella Francia meridionale, in L’esodo frontaliero: gli italiani nella Francia meridionale/L’émigration transfrontalière: les italiens dans la France meridionale, a cura di Paola Corti e Ralph Schor, “Recherches régionales”, 3ème trimestre 1995, pp. 107-135; Karole Lambert e Valerie Pietri, La route de la soie: un siècle de migrations féminines piémontaises vers les filatures de Trans-en-Provence. (1830-1930), “Cahiers de la Mediterranée”, 58 (1999), pp. 97-118.
[12] Il quadro d’insieme fin qui ricostruito è stato tracciato più ampiamente in Paola Corti. L’emigrazione temporanea in Europa, in Africa e nel Levante, in Storia dell’emigrazione italiana, I, Partenze, a cura di Piero Bevilacqua, Andreina De Clementi, Emilio Franzina, Roma, Donzelli, 2001, pp. 213-236.
[13] Salvatore Coletti, Condizioni di vita e di lavoro in alcuni bacini carboniferi francesi, “Bollettino dell’emigrazione”, 1 (1916), p. 21.
[14] Lisa Mazzi, Donne mobili. L’emigrazione femminile dall’Italia alla Germania (1890-2010), Isernia, Cosmo Iannone, 2012, e Oltre un secolo di emigrazione femminile in Germania, in Fondazione Migrantes Rapporto italiani nel mondo 2012, Roma, IDOS, 2012, pp. 80-88.
[15] Ibid., p. 85.
[16] Sandro Rinauro, Il cammino della speranza. L’emigrazione clandestina degli italiani nel secondo dopo guerra, Torino, Einaudi, 2009
[17] Michele Colucci, Lavoro in movimento. L’emigrazione italiana in Europa, 1945-1957, Roma, Donzelli, 2008, pp. 135-223.
[18] Oltre agli scritti di Paolo Barcella, citati nel suo contributo qui pubblicato.
[19] Sonia Castro, Le lavoratrici italiane in Svizzera nel secondo dopoguerra: uno sguardo statistico, in Migrazioni femminili attraverso le Alpi. Lavoro, famiglia, trasformazioni culturali nel secondo dopoguerra, a cura di Anna Badino e Silvia Inaudi, Milano, Franco Angeli, 2013, pp. 57-71.
[20] Ibid., pp. 60-61.
[21] Ibid., p. 62
[22] Ibid., pp. 64 e ss.
[23] Paolo Barcella, Per cercare lavoro. Donne e uomini dell’emigrazione italiana in Svizzera, Roma, Donzelli, 2018, p.13. Nel volume, attraverso le testimonianze orali raccolte, si tracciano i vari passaggi del lungo percorso delle donne nel paese transalpino.
[24] Nonostante i lunghi rapporti intercorsi già in ancien régime tra le élites culturali ed economiche di questo paese e degli stati italiani, un’emigrazione di lavoro, soprattutto maschile, si sviluppa tra XVIII e XIX secolo. Cfr. Lucio Sponza, Gli italiani in Gran Bretagna. Profilo storico, “Altreitalie”, 30 (2005), pp. 4-22.
[25] Ibid., p. 15.
[26] Si rimanda a quanto citato nella nota 11.
[27] M. Colucci, Lavoro in movimento, pp.184-185. Un accordo fu stabilito anche con la Cecoslovacchia.
[28] Alessio D’Angelo, Britalians. Le migrazioni italiane in Gran Bretagna, in Fondazione Migrantes Rapporto italiani nel mondo 2007, Roma, Idos, 2007, p. 324.
[29] Per la politica del governo tedesco cfr. Elia Morandi, Governare l’emigrazione. Lavoratori italiani verso la Germania nel secondo dopoguerra, Torino, Rosenberg & Sellier, 2011.
[30] L. Mazzi, Oltre un secolo di emigrazione femminile in Germania, p. 86.
[31] Grazia Prontera, Partire, tornare, restare. L’esperienza migratoria dei lavoratori italiani nella Repubblica Federale tedesca nel secondo dopoguerra, Milano, Guerini Associati, 2009, pp.171-172, Edith Pichler, Presenza italiana a Wolfsburg e Berlino: scambi, confluenze, ibridità, in Fondazione Migrantes, Rapporto italiani nel mondo 2016, Roma, Idos, 2016, p. 263.
[32] Michele Colucci, Lavoro in movimento, pp. 153-168.
[33] Cfr., tra gli altri, Catherine Withol de Wenden, L’attitude des femmes italiennes en France et Belgique à l’égard de l’emploi et de la formation et leurs formes de mobilité socioprofessionnelle entre génération, “Studi Emigrazione”, 70 (1983), pp. 143-146.
[34] Delfina Licata, L’emigrazione femminile, pp. 99-100. Per l’inquadramento storico del fenomeno, oltre al numero monografico di ASEI, 19 (2023), a cura di Emilio Franzina e Matteo Sanfilippo, cfr. Laura Schettini, Turpi traffici. Prostituzione e migrazioni globali.1890-1940, Roma, Viella, 2023.
[35] Paola Corti e Augusta Molinari, Grasse, un cas d’étude sur les thématiques «migrations», «genre» et «réseaux transnationaux», “Recherches Régionales. Alpes-Maritimes et contrées limitrophes”, 207 (2014), pp. 90-98.
[36] Per una breve sintesi storico-storiografica cfr. Sonia Salsi, L’immigrazione italiana delle donne in Francia, “Dialoghi mediterranei”, 22, novembre 2016, https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/limmigrazione-italiana-delle-donne-in-francia/.
[37] Pierre Milza e Marie-Claude Blanc-Chaléard, Le Nogent des Italiens, Paris, Editions Autrement, 1995, pp. 83-85.
[38] Giulia Fassio, L’Italia non basterebbe. Migrazioni e presenza italiana a Grenoble dal secondo dopoguerra, Roma, Cisu, 2014, p. 105.
[39] Ibid.
[40] Anna Soldano, Les femmes immigrées italiennes installées dans le Nord de la France après 1945, “La Trace”, 14 (2001), pp. 35 e ss.
[41] Ibid., p. 38.
[42] Francesca Sirna, Donne piemontesi e donne siciliane a Marsiglia dal 1945: mobilità, reti sociali e rapporti di genere, in Migrazioni femminili attraverso le Alpi, a cura di A. Badino e S. Inaudi, pp. 113-131.
[43] C. Withol de Wenden, L’attitude des femmes italiennes, pp. 146-149; Anne-Marie Morelli, In Belgio, in Storia dell’emigrazione italiana, II, Arrivi, a cura di Piero Bevilacqua, Andreina De Clementi, Emilio Franzina, Roma, Donzelli editore, 2002, pp.160-170;
[44] M. Colucci, Lavoro in movimento, p. 137.
[45] Sonia Salsi, Storia dell’immigrazione italiana in Belgio. Il caso del Limburgo, Bologna, Pendragon, 2013.
[46] Francesca Massarotto Raouik, Oltre la nostalgia. L’emigrazione trentina la femminile. Parte prima, Belgio e Canada, Trento, Provincia autonoma, 1991, p. 46.
[47] Ibid., pp. 143 e ss.
[48] Ibid., pp. 174-175.
[49] È noto che gli studi sulle generazioni nell’emigrazione si sono sviluppati negli Stati Uniti diversi anni fa e con un dibattito che ha preso le mosse dal molto discusso schema sulle tre generazioni proposto da Hansen. Per una prima sintesi italiana sull’argomento si rimanda a: Anna Maria Martellone, Generazioni e identità, in Storia dell’emigrazione italiana, II, Arrivi, pp. 739-752; per una più recente riflessione sul tema, focalizzato sulla seconda generazione degli italiani all’estero, tra ieri e oggi, cfr. Maddalena Tirabassi, Le seconde generazioni nelle migrazioni italiane del passato e nelle nuove mobilità, “Altreitalie”, 63 (2021), pp. 11-50.
[50] Tra le prime ricostruzioni si rimanda a Maddalena Tirabassi e Alvise del Prà, La meglio Italia. Le mobilità italiane nel secolo XXI, Torino, Accademia University Press, 2014; La nuova emigrazione italiana, a cura di Matteo Sanfilippo e Luigi Maria Vignali, “Studi Emigrazione”, 207 (2017).
[51] Ѐ quanto viene registrato nell’ultimo rapporto del 2020, ossia prima degli anni del Covid: Fondazione Migrantes, Rapporto italiani nel mondo 2020, Todi, Tau, 2020, pp. 13-14.
[52] Le migrazioni qualificate femminili tra passato e presente, a cura di Paola Corti, “Studi Emigrazione”, 219 (2020), pp. 339-455; la citazione viene da Alvise Del Prà e Maddalena Tirabassi, Le donne qualificate nelle odierne mobilità italiane, ibid., p. 395.
[53] Ibid., pp. 401 e ss.
[54] Tre anni dopo il convegno del 1991 e la pubblicazione di La letteratura dell’emigrazione. Gli scrittori di lingua italiana nel mondo, a cura di Jean-Jacques Marchand, Torino, Edizioni della Fondazione Agnelli, 1991, Marchand veniva intervistato da Maddalena Tirabassi: Jean-Jacques Marchand, Il “Centro di documentazione sugli scrittori italiani di lingua italiana all’estero” di Losanna, “Altreitalie”, 11 (1994), pp. 52-59.
[55] Ibid., p. 54.
[56] Ibid., p. 56.
[57] Ibid., p. 57.
[58] Jean-Jacques Marchand, Emigrazione e scrittura degli emigranti in Svizzera: il mutamento negli anni, in Á l’italienne. Narrazioni dell’italianità dagli anni Ottanta a oggi, a cura di Niccolò Scaffai e Nelly Valsangiacomo, Roma, Carocci, 2018, p.65.
[59] Fatta eccezione per l’ultimo, dedicato a una prestigiosa traduttrice italiana vissuta nella Romania dell’Ottocento.
[60] Sul “dispatrio” della letteratura cfr. I Confini della scrittura. Il dispatrio dei testi letterari, a cura di Franca Sinopoli e Silvia Tatti, Isernia, Cosmo Iannone, 2005. Un recente contributo che comprende anche il cinema è quello di Simone Brioni, “L’Italia e l’altrove”. Luoghi, spazi e attraversamenti nel cinema e nella letteratura sulla migrazione, Venezia, Edizioni Cà Foscari, 2022.