Scrittrici di origini italiane nella Francia di oggi

In questo saggio prendiamo in considerazioni un gruppo di autrici nate o vissute in Francia, accomunate dall’età, essendo nate tra il 1963 e il 1986, e dalla forte specializzazione culturale. Aurélie Filippetti, Laura Ulonati, Michela Marzano, Ilaria Gaspari e Rossana Campo sono tutte laureate, anzi tre hanno conseguito il dottorato (Filippetti, Marzano, Gaspari) e hanno frequentato l’École Normale/Scuola Normale dei rispettivi Paesi, mentre una ha conseguito l’agrégation in storia e geografia (Ulonati) e l’ultima (Campo) ricorda come fondante della propria riflessione lo studio con Edoardo Sanguineti, poeta e ordinario di letteratura italiana. Le prime due sono docenti universitarie e la quarta insegna alle superiori. Tutte e cinque hanno una notevole presenza pubblica: per i premi e i riconoscimenti vinti, nonché per la presenza su vari media, per i quali alcune di loro lavorano con continuità. Inoltre due hanno un notevole profilo politico: Marzano è stata deputata in Italia (2013-2018) e Filippetti deputata (2007-2017) e ministro della cultura e della comunicazione (2012-2014) in Francia, inoltre dal 2022 è responsabile della Cultura a Parigi.
I loro percorsi individuali, soprattutto sul versante migratorio, sono altrettanto complessi e ricchi. Filippetti, con nonni in Friuli e Umbria, si è mossa dalla Lorena a Parigi per studio e lavoro. Ulonati è nata in Italia, ma è giunta infante in Francia. Ha nonni piemontesi e umbri e si è mossa da Nizza ad Angoulême. Marzano è nata a Roma da una famiglia di origine pugliese e dal 1999 vive a Parigi, prima come ricercatrice del CNRS e poi come docente all’Università Paris-Descartes. Gaspari, milanese, ha studiato a Pisa e Parigi e vive fra quest’ultima e Roma. Infine Campo, genovese di origini meridionali, si è trasferita a Parigi e poi a Roma, da cui, però, torna spesso alla Ville Lumière. Le prime due hanno esperito dalla nascita la condizione di figlie di immigrati, mentre Marzano, giunta in Francia da grande, ha impiegato una dozzina d’anni a ritenersi immigrata. Gaspari e Campo riflettono infine la nuova mobilità intellettuale e si muovono a cavallo di più nazioni, più lingue e più città.
Filippetti non è la più anziana, ma è quella che ha attirato per prima gli studiosi delle migrazioni grazie all’autobiografico Les derniers jours de la classe ouvrière (Paris, Stock, 2003; Gli ultimi giorni della classe operaia, Milano, Marco Tropea, 2004). In questo romanzo/memoir ricostruisce un ambiente regionale e lavorativo d’immigrazione proletaria. Al centro del suo racconto è la miniera, dove lavoravano il nonno e il padre, ma anche la società che vi si è strutturata attorno, prima della definitiva chiusura. Il montaggio dei capitoli e i vocaboli italiani e tedeschi inseriti nel testo francese, nonché il recupero di documenti e volantini del Ministero degli interni e del Partito comunista francesi dipingono un melting pot nel quale si incrociano operai di vari settori, in particolare quello minerario e quello siderurgico, nonché di varie origini e lingua. Per giunta questi lavoratori e le loro famiglie si muovono in una regione di natura bilingue, perché il patois è forte, articolato e influenzato dai vicini dialetti germanofoni [1].
La storia raccontata da Filippetti non è soltanto sociale, ma anche familiare. Al centro campeggia un padre gigantesco, operaio comunista che ha rifiutato ogni promozione sociale per non abbandonare i propri compagni e ha portato il proprio partito a dominare il comune di Audun-le-Tiche, nonostante la consapevolezza di tutti i limiti e gli orrori dello stalinismo e di quanto lo ha seguito. A fianco si stagliano donne resilienti che affrontano migrazioni, lotte sociali e politiche, guerre, oppure, come la narratrice, riescono ad affermarsi con gli studi, pur temendo di tradire le proprie origini. Sullo sfondo non è mai dimenticato uno stratificato pantheon familiare con tanto di nonno e prozio deportati dai tedeschi e finiti nei lager [2].
Filippetti ha avuto un notevole successo, perché ha saputo esprimere i dubbi e le paure della sinistra francese agli inizi del millennio e ha testimoniato in prima persona un ambiente da tutti ritenuto in piena dissoluzione, pur essendo ancora robusto: lei stessa ricorda, che mentre scrive, in Francia lavorano oltre sei milioni di operai, circa quindi il 10% della popolazione nazionale di allora. I francesi erano infatti 61.984.000 al primo gennaio 2004. Venti anni dopo il suo libro è un po’ invecchiato e i suoi successivi romanzi hanno svelato i limiti strutturali della scrittrice, ovvero l’eccessivo autobiografismo. Però, alla sua uscita, Gli ultimi giorni della classe operaia è stata l’opera giusta al momento giusto, anche perché ratificava l’avvenuta accettazione degli immigrati italiani, oramai inquadrati in Francia come i bravi migranti del bel tempo andato [3].
Proprio sul confronto con i nuovi arrivati riflette il secondo romanzo di Laura Ulonati Dans tout le bleu (Arles, Actes sud, 2021). Il titolo è una citazione da Volare di Domenico Modugno, la canzone cantata dalla madre dell’autrice trasferitasi a Nizza assieme al marito piemontese. Qui abbiamo un elemento autobiografico, ma l’io narrante si distacca rapidamente dall’esperienza dell’autrice. Inoltre sa osservare spassionatamente i propri comprimari: la madre, progressivamente in preda dell’Alzheimer, malattia che, però, non fa che accentuare disfunzioni già in atto; la comunità immigrata che non ha saputo trasformarsi. La genitrice, arrivando a Nizza, si è trovata in “[u]n vallon rempli d’Italiens. Plus de dialecte du Nord ou du Mezzogiorno: pour la première fois, ils parlaient tous la même langue. Celle de l’exil” (p. 17). In un quartiere cresciuto disordinatamente gli italiani hanno inventato “[u]ne Petite Italie à l’américaine” (p. 18) e poi l’hanno abbandonata, o meglio i loro figli l’hanno lasciata per trasferirsi in luoghi più comodi. Ora quella conurbazione è popolata di nuovi immigrati, definiti dalla madre “les mauvais étrangers” (p. 20). Anche qui l’Alzheimer amplifica un sentimento comune ai resti della vecchia comunità, nella quale e con la quale la protagonista, diventata curatrice museale, si trova a disagio.
Il romanzo evolve verso la canonica accettazione del proprio passato alla morte della madre e termina con un viaggio in Italia non alla scoperta di nuovi musei archeologici, ma del natio paese materno. L’andamento è a tratti scontato, ma l’autrice rivela una innegabile capacità di guardare i suoi dal di fuori. Del resto tale abilità era evidente nel suo primo romanzo, Une histoire italienne (Paris, Gallimard, 2019), storia di un fascistissimo orfano di Prato, che diviene pennivendolo del regime e poi decide di arruolarsi quale ufficiale in Abissinia. Qui scopre alla fine la repulsività degli uomini di Mussolini (e forse di tutti gli italiani). Il colonialismo di questi ultimi è infatti più tardo di quello francese, ma non ha niente da invidiargli in quanto a cinismo e cattiveria e sa come farne pagare le spese alle donne indigene.
La terza scrittrice, Michela Marzano, ha molto chiaro quanto le donne, tutte le donne, soffrano del peso di una società maschile e maschilista. D’altronde debutta in Francia con una serie di riflessioni sulla pornografia e lo sfruttamento del corpo femminile [4]. La discussione della propria scelta migratoria tarda invece una decina d’anni e compare nell’autobiografico Volevo essere una farfalla (Milano, Mondadori, 2011), dove affronta il proprio disagio psicologico e la conseguente anoressia. Partire l’ha aiutata, ma è stata anche una scelta troppo radicale: “Quando emigri veramente, si apre un baratro nel cuore da cui non puoi uscire del tutto indenne. A meno di non accettare di vivere in uno stato di compromesso emotivo. Che però non è mai del tutto autentico. […] È difficile partire e tornare. Chiudere a chiave un pezzo di vita e aprirne in fretta un altro. Cambiare lingua come fosse una camicia”. Partendo e tornando si ha sempre la sensazione di essere al posto sbagliato, ma il ritorno ha la sua importanza: “Allora sì, il cuore impazzisce ogni volta che torno a casa. Batte forte di fronte ai colori e agli odori. Si intenerisce anche di fronte ai ritardi e alle imprecisioni… Perché c’è qualcosa di mio in tutto quel baccano e quel casino. C’è uno strascico di passato che non mi lascia mai”. Tuttavia andarsene ha influenzato durevolmente l’autrice: “perché, quando mi sveglio, penso in francese? Perché, quando mi rivolgo a me stessa, lo faccio in francese? Perché ho la sensazione che è proprio in italiano che mi mancano intere regioni della mia vita affettiva?”.
Nella sua riflessione torna spesso la difficoltà di relazionarsi agli altri, in parte superata grazie alla partenza, che le ha permesso di comprendere dove era il problema. Come scrive in un altro volume: “Non posso raccontarvi in dettaglio tutto quel che ho dovuto fare per uscirne a poco a poco. Per ricominciare a vivere dopo aver attraversato l’inferno. Per diventare quella che sono adesso, qui, nel momento in cui scrivo… Nel frattempo ho lasciato il mio Paese, sono andata a stabilirmi in Francia, ho imparato una lingua straniera, mi sono sottoposta a una lunghissima psicoanalisi… Per scoprire a poco a poco che, dietro l’immagine della mia infanzia idilliaca che tante volte era stata indicata come un modello, vi erano in realtà relazioni complesse, alimentate dall’ansia dei miei genitori” (Cosa fare delle nostre ferite? La fiducia e l’accettazione dell’altro, Trento, Erickson, 2012, p. 14).
A fianco della riflessione filosofica, che qui non prendiamo in considerazione pur essendo una parte notevole della sua opera, e di quella autobiografica, Marzano è autrice di veri e propri romanzi, nei quali riemergono gli stessi temi. In Idda (Torino, Einaudi, 2019), la protagonista lavora a Parigi, dove si è sposata. L’anziana suocera finisce in clinica perché sta perdendo la memoria e, svuotandone la casa, ne scopre la vita e si interroga sulla propria. Arriva così a capire che è emigrata dopo e a causa della morte della madre in un incidente automobilistico provocato dal padre. L’emigrazione è stata dunque una fuga, una cancellazione del passato (e del padre), al punto che non ha voluto mai parlare in italiano con il proprio compagno o con la suocera.
Marzano scopre che le eredità familiari e la sua in particolare sono avvelenate e velenose. Nel pluripremiato Stirpe e vergogna (Milano, Rizzoli, 2021) rientra dalla Francia in Italia per far ricerche sulla propria famiglia e ne scopre l’ossequio al regime durante il Ventennio e la capacità di far carriera grazie a tale scelta, più tardi accuratamente nascosta [5]. Siamo in linea con la condanna del retaggio italiano comune ad altri interventi di questa autrice. Basti menzionare la condanna del patriarcato peninsulare (e del suo ritorno in auge in questo millennio) in Sii bella e stai zitta (Milano, Mondadori, 2010) e quello delle molestie alle donne e alle bambine in Sto ancora aspettando che qualcuno mi chieda scusa (Milano, Rizzoli, 2023). Tuttavia Stirpe e vergogna riapre anche il capitolo sull’emigrare. La Francia non è più solo il luogo della propria salvezza, ma una cultura con molti problemi, come rivelano la stupidità dei viaggiatori francesi negli aeroporti o l’ignoranza degli studenti: “In Francia, ormai, quasi nessun ragazzo conosce Sofocle; pochi sanno chi sia Antigone; e anche quei pochi cui il nome di Antigone evoca qualcosa non ricordano poi bene perché questa donna si sia opposta al sovrano”. Alla perdita di fiducia nel paese di adozione corrisponde il dubbio sulle proprie scelte: “Quando ho cambiato Paese, ho cambiato lingua. Ho messo un punto e sono andata a capo”; “Lavoravo in francese, scrivevo in francese, amavo in francese”. Ora, però, è confusa e s’interroga sull’avere due lingue e sul non essere del tutto a proprio agio in nessuna.
Le ultime due autrici non considerano particolarmente il lato migrazione, né sembrano a disagio nel passare da una lingua all’altra. In genere Gaspari non accenna neppure ai suoi soggiorni francesi, preferendo indugiare su quelli in altri paesi. Per esempio in Etica dell’acquario (Roma, Voland, 2015), suo primo romanzo, descrive soprattutto il lavoro e la permanenza in Svizzera. Tuttavia la Francia appare alle pp. 87-88, quando asserisce di sentirsi ormai “solo una turista” in Svizzera a causa del tedesco arrugginito e inserisce una peculiare annotazione: “ed è come un cane che mi abbai dal giardino di una casa dove ho abitato, come un portone di Parigi di cui ricordavo il codice d’accesso, ma quando ho provato a comporlo, stupita della memoria muscolare della mia mano che ritrovava i tasti come allora – ecco, lì ho scoperto che il codice lo avevano cambiato, e chissà da quanto tempo, e davvero quella non era più casa mia”.
Spesso questa scrittrice si riferisce ai propri studi in Germania (A Berlino, con filosofia, Roma, Giulio Perrone Editore, 2022, ma anche Vita segreta delle emozioni, Torino, Einaudi, 2021). In quest’ultimo (p. 16) menziona la residenza parigina di Ungaretti e la rue des Carmes, che avrebbe “riconosciuto nel Quartiere Latino, fra negozi di fiori e di dischi, librerie, cinema e brasseries, e naturalmente coiffeurs, poco distante dalla statua di Montaigne …”. Rapide citazioni, analoghe a questa, appaiono anche in Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita (Torino, Einaudi, 2019): a p. 15, a proposito di un’illustrazione con Babar e Celeste comprata da un bouquiniste, alle pp. 112-113 a proposito di “un volumetto comprato a Parigi in un pomeriggio pigro”, quando era a liceo (si tratta di Épicure et ses dieux di A-J. Festugière, Paris, PUF, 1946). Il periodo francese torna a galla soprattutto nel podcast Chez Proust del 2022, quattordici episodi di una mezz’oretta ciascuno alla scoperta di À la recherche du temps perdu (https://emonsaudiolibri.it/audioserie-e-podcast/chez-proust).
L’ultima scrittrice qui presa in considerazione ha fatto di Parigi il centro di tantissimi romanzi, essendovisi trasferita per seguire il compagno, dopo aver raggiunto il successo in Italia sin dal suo primo libro. Per lei vivere all’estero taglia qualche radice, ma costringe a fare i conti con sé stessi, a scoprire le proprie debolezze e a porvi rimedio. La narratrice di ciascuno dei suoi romanzi è italiana e incontra molti connazionali al di là del confine, tutti impegnati a capire meglio cosa siano e cosa vogliano (L’uomo che non ho sposato, Milano, Feltrinelli 2003, e Più forte di me, Milano, Feltrinelli, 2007). Curiosamente, dopo la nativa Genova e la Parigi a cavallo dei due secoli, comparate e descritte a capitoli alterni in Lezioni di arabo (Milano, Feltrinelli, 2010), la città che le pare veramente esotica è Roma. In Fare l’amore (Milano, Ponte alle Grazie, 2014) la capitale italiana è calda e quasi africana, mentre quella francese è la normalità, dove si passeggia in luoghi noti, si va in bar e caffè ben conosciuti, si comprano capi di biancheria e si cura la propria bellezza. Parigi è casa: il capitolo 5 inizia così: “La notte faccio sogni agitati, sogno che preparo una grande cena a casa mia, a Parigi”. Però, buona parte delle amicizie parigine sono di altre immigrate (africane o orientali) ed esuli (iraniane), mentre a Roma incontra strani autoctoni di cui si innamora per breve tempo.
In un romanzo recente (Conversazioni amorose, Firenze-Milano, Bompiani, 2022) Parigi è percorsa via per via, perché in ogni quartiere le strade rivelano qualcosa di affascinante. A volte tutto cambia nel giro di cento metri e ci si può mescolare agli africani, ai cinesi, ai giovani arabi barbuti con la djellaba, ai turisti, alle donne eleganti e ai ragazzini che escono da scuola. Anche qui, come nel precedente Così allegre senza nessun motivo (Milano, Bompiani 2019) è rivissuta l’affermazione di Gertrude Stein “Parigi è la mia città”. La capitale francese è la residenza prescelta, anche quando fa vivere tragedie improvvise e impreviste come nel primo vero racconto parigino Mentre la mia bella dorme (Milano, Feltrinelli, 1999).
Le posizioni espresse dalle nostre cinque autrici sono contrastanti e non tutte o non sempre riconducibili a specifiche realtà migratorie. Forse suggeriscono soprattutto che l’emigrazione tradizionale è ormai una componente di un più vasto quadro della mobilità e quest’ultimo è in grado di suscitare sentimenti diversi grazie alle proprie molteplici sfumature. Le nostre autrici, pur rivelando molti tratti comuni, sembrano anche esemplificare fasi diverse di un universo europeo nel quale muoversi dentro e fuori le proprie frontiere è divenuto molto più usuale di quanto fosse prima degli anni Ottanta. Tuttavia mostrano al contempo come esista sempre una sorta di geolocalizzazione primaria, che soltanto casualmente e per brevi periodi si può superare.

[1] Roselyne Waller, “La mine comme horizon magique”: Les Derniers Jours de la classe ouvrière (Aurélie Filippetti), in Les Formes du politique, a cura di Corinne Grenouillet e Éléonore Reverzy, Strasbourg, Presses universitaires de Strasbourg, 2010, pp. 89-105.

[2] La vicenda è realmente accaduta: Olga Lucchi, Li presero ovunque. Storie di deportati umbri, Roma, Mimesis, 2010.

[3] Ciao Italia!: Un siècle d’immigration et de culture italiennes en France, a cura di Stéphane Mourlane e Dominique Païni, Paris, La Martinière, 2017, e Stéphane Mourlane e Matteo Sanfilippo, Mémoires de migrations entre Italie et France, “Hommes & migrations”, 1317-1318 (2017), pp. 25-36.

[4] Penser le corps, Paris, PUF, 2002; La pornographie ou L’épuisement du désir, Paris, Buchet-Chastel, 2003; con Claude Rozier, Alice au pays du porno, Paris, Ramsay, 2005; Malaise dans la sexualité, Paris, JC Lattès, 2006; Philosophie du corps e Dictionnaire du corps, entrambi Paris, PUF, 2007.

[5] Sui rapporti fra Italia, fascismo e violenza (sociale e familiare) vedi il suo Le fascisme: un encombrant retour?, Paris, Larousse, 2009, e il Dictionnaire de la violence, Paris, PUF, 2011, da lei curato, nonché la versione italiana del primo Gli assassini del pensiero. Manipolazioni fasciste di ieri e di oggi, Trento, Erickson, 2012.