Donne e letteratura dell’emigrazione italiana nella Svizzera del secondo dopoguerra

1. La letteratura dell’emigrazione italiana in svizzera e le donne
Nel 1991, Jean-Jacques Marchand curò gli atti del convegno La letteratura dell’emigrazione di lingua italiana nel Mondo, nel quale la Svizzera ebbe grandissimo spazio, visto che ad autori e a questioni riconducibili alla stessa erano dedicati tre saggi dei nove di inquadramento del fenomeno in prospettiva globale e nove dei trentacinque monografici [1]. Il convegno, del resto, si era tenuto tra la fine di maggio e i primi di giugno del 1990 presso l’Università di Losanna, dove lo stesso Marchand stava aprendo un cantiere di studi a cui si sarebbe dedicato nel corso di tutta la sua carriera [2] e che prendeva le mosse proprio dalla individuazione e dalla catalogazione delle opere in lingua italiana realizzate da persone con un retroterra migratorio. Il fatto che tutto ciò accadesse in Svizzera non era casuale, ma dipendeva in primo luogo da un dato numerico, ovvero dalla grande quantità di testi realizzati in quel paese da persone che avessero conosciuto l’esperienza della migrazione. Inoltre, nella Confederazione Elvetica l’italiano è lingua nazionale, parlata ufficialmente nel Canton Ticino e in alcune vallate del Cantone dei Grigioni, con la conseguenza che esiste una variante elvetica dell’“italianità”, oggetto di attenzione da parte degli studiosi locali [3]. Ancora, nel secondo dopoguerra, la Svizzera è stata raggiunta da centinaia di migliaia di lavoratrici e di lavoratori provenienti dalla Penisola: erano i cosiddetti gastarbeiter – lavoratori ospiti – spesso soggetti a soggiorni temporanei ma, con i loro continui andirivieni, capaci di mantenere per diversi anni la quota di italiani in terra elvetica stabilmente prossima al 10% [4], tanto che, nel 1970, l’Ufficio Federale di Statistica registrava una presenza nel di italofoni nel paese superiore all’11%, comprensiva di cittadini delle due nazionalità [5]. Insomma, tanto complessa e plurale è la questione dell’italianità in Svizzera che gli organizzatori del convegno ritennero opportuno includere nella loro riflessione sulla letteratura migrante di lingua italiana anche gli espatriati ticinesi o grigionesi [6].
Alla conferenza losannese assistettero tra il pubblico numerosi autori e autrici italiani migranti: proprio in quell’occasione, decisero di costituire l’Associazione Scrittori Italiani in Svizzera che, fondata a Berna due mesi più tardi, avrebbe raggiunto in poco tempo i 73 iscritti [7]. Tale esperienza associativa appare particolarmente interessante perché aiuta a mettere in evidenza i legami che sussistevano tra le vicende degli scrittori emigrati e i caratteri dell’associazionismo italiano nella Confederazione: un fenomeno, quest’ultimo, molto consistente ed evoluto in ragione delle condizioni a cui dovevano sottostare le lavoratrici e i lavoratori stranieri in Svizzera. La politica dei gastarbeiter, infatti, da un lato generava marginalizzazione ed esclusione sociale, dall’altro consolidava le contrapposizioni identitarie e alimentava le attività volte alla tutela e all’autotutela dei migranti [8]. Le Colonie Libere, le Missioni Cattoliche, le associazioni sportive, regionali, per il tempo libero raggrupparono massicciamente, tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta, emigrati che condividessero visioni politiche, valori, interessi, facendoli sentire parte di una comunità specifica, in un ambiente nel quale, a lungo, continuarono a essere percepiti e raccontati come “ospiti” – termine con cui, di fatto, si assegnava eufemisticamente a quelle persone un carattere di estraneità. Quegli ambienti di aggregazione e militanza diventavano così anche ambienti di identità, di rivendicazione, di lavoro culturale, di presa di parola e, in qualche caso, di messa della propria parola in forma scritta. Non è quindi un caso che le autrici e gli autori dell’emigrazione italiana nella Confederazione fossero in buona parte anche animatori, quando non organizzatori apicali [9], del mondo associativo italiano [10].
In concreto, tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta, ovvero prima che giungesse a compimento un radicale cambio di status per gli italiani in Svizzera [11], vennero scritte circa 250 opere da migranti di prima e di seconda generazione che avessero sperimentato in una fase della loro vita la condizione di gastarbeiter [12]. Giampiero Montana diede alle stampe il primo testo di questo genere nel 1961, Io sono un cinq, riprendendo nel titolo uno dei termini spregiativi usati per indicare i lavoratori italiani, l’autore anticipava gli umori di un racconto dal quale emergevano le difficoltà, i conflitti sociali e interiori, le contraddizioni dell’esperienza emigratoria nella Confederazione. Negli anni successivi apparvero testi che si differenziavano notevolmente non solo per la loro qualità letteraria – non è competenza di chi scrive indugiare su questi aspetti, ma buona parte delle riflessioni dedicate dagli studiosi alle scritture dei migranti vertono su di essi [13] – ma pure per le scelte tematiche e di contenuto. I racconti dedicati alle problematiche dell’emigrazione furono solo una tipologia, a cui se ne aggiungevano molte altre come, per esempio, “le opere che presentano una lezione di vita; gli scritti memoriali; la poesia di analisi introspettiva e di espressione lirica; i racconti di argomento psicologico e di avventura” [14].
In tale quadro, le scritture delle donne risultavano numericamente minoritarie ma, comunque, significative anche dal punto di vista quantitativo. Il volume antologico dato alle stampe da Marchand nel 1991 non era certo sensibile alla variabile di genere, se si tiene conto che solo tre dei trentacinque saggi monografici erano dedicati all’opera di scrittrici, eppure nelle sezioni dedicate al contesto elvetico veniva dato significativo spazio a undici uomini – ovvero Franco Aste, Fabrizio Maria Colonnelli, Franco Enna, Arturo Fornaro, Elio Giancotti, Saro Marretta, Giampiero Montana, Marco Patruno, Salvatore Smedile, Carlo Stasi e Leonardo Zanier – e a sette donne – Alida Airaghi, Paola Gallo Jarre, Silvana Lattmann, Lella Nucci, Daniela Severo, Maria Pia Tissot Fedele e Attilia Fiorenza Venturini [15]. Cinque anni più tardi, Giovanna Meyer Sabino proponeva una sua antologia nella quale, a fronte di diciannove autori, si trovavano dieci autrici: oltre ad Airaghi, Fedele Tissot, Lattmann e Venturini già antologizzate nel 1991, veniva dato spazio a Rosanna Ambrosi, Carla Rossi Bellotto, Soledad Berardi Arroyo, Germana Carbognani, Franca Felber e Luisa Moraschinelli [16]. Nel saggio di Raffaele De Nuccio del 2008, invece, gli autori e le autrici messe sotto esame critico erano addirittura in equilibrio: tra gli uomini Franco Aste, Arturo Fornaro, Saro Marretta e Leonardo Zanier; tra le donne Alida Airaghi, Silvana Lattmann, Maddalena Stabile Perrenoud e Attilia Fiorenza Venturini [17]. Una presenza femminile così rilevante riflette in una certa misura la notevole dimensione che ebbe la componente femminile nei flussi migratori diretti dall’Italia alla Svizzera: all’inizio degli anni Cinquanta le donne furono in molte località maggioritarie nelle comunità migranti italiane, per ragioni riconducibili alla tipologia di settori di impiego e di catene migratorie che legavano i due paesi [18]. Si aggiunga a questo che, a causa della politica migratoria elvetica, moltissime donne raggiunsero, almeno fino all’inizio degli anni Sessanta, la Svizzera sole e per motivi di lavoro, quindi non per ricongiungimento familiare. Più spesso di quanto sia accaduto alle donne dirette in altri paesi, ebbero una storia autonoma da raccontare, magari con intenti pedagogici o moraleggianti, fatta di scelte personali, decisioni prese, sfide affrontate, difficoltà di inserimento in contesti nuovi e spesso ostili.
Tutte e tre le antologie prese in considerazione davano spazio ad Alida Airaghi, Silvana Lattman e Attilia Fiorenza Venturini. Le prime due si erano messe in evidenza a partire dagli anni Ottanta grazie soprattutto alle loro raccolte poetiche. Silvana Lattmann, studiosa di scienze naturali per formazione, si era rivelata scrittrice colta, più volte insignita di premi letterari, dotata di una poetica orientata alla ricerca linguistica e a un’indagine intima nella quale prevalevano i toni individuali, la sensazione di solitudine esistenziale, dove l’orizzonte della salvezza umana si inscriveva in percorsi di ricerca interiori e soggettivi [19]. Per certi versi affine era la produzione della Airaghi, una poetessa che, con un linguaggio personale, creativo e assai ricercato, ragionava soprattutto sulla condizione femminile, sulle sue opportunità e possibilità, sui suoi limiti e le sue frustrazioni. A differenza di Lattmann, la Airaghi partecipò all’attività associativa dei lavoratori italiani in Svizzera, insegnando nei corsi di lingua e cultura italiana [20].
Molto diverso, invece, era il profilo di Attilia Fiorenza Venturini che, giunta in Svizzera nel 1946, iniziò nel 1955 l’elaborazione della sua opera fondamentale, ovvero Nudi con il passaporto. La verità sull’emigrazione italiana in Svizzera, che venne terminata e pubblicata nel 1969. La prima parte del libro ricostruiva il viaggio in treno di un gruppo di emigranti. Mentre lasciava che ne emergessero angosce e timori, conflitti e desideri, Venturini denunciava le condizioni disastrose in cui si trovavano a vivere a causa delle scelte politiche del governo italiano e di quello svizzero:

[il vagone era] pieno di emigrati, uomini che dormivano con la testa arrovesciata all’indietro, donne spettinate e stanche, una con il bambino stretto al seno. Sulle rastrelliere erano ammucchiati cesti, fagotti, bottiglie, grosse valigie di fibra legate con corde perché non si spaccassero per il peso, gli altri scompartimenti avevano le porte chiuse e le tendine abbassate. Era gente che viaggiava da dieci, venti, da trenta ore venivano da parti d’Italia, dalla punta estrema dello stivale, dalle isole, moltissime erano meridionali, calabresi, pugliesi e siciliani che andavano al Nord come la conquista di una terra vergine. I viaggiatori stranieri arricciano il naso, dicevano che il treno, in quelle carrozze che venivano dal sud, puzzava maledettamente di umanità [21].

La xenofobia e l’odio provati dai cittadini svizzeri nei confronti degli italiani appariva sovente nel racconto che, del resto, venne dato alle stampe negli stessi mesi in cui l’Azione nazionale contro l’inforestierimento e le componenti xenofobe della società elvetica depositavano la prima iniziativa referendaria volta a dimezzare la presenza di stranieri nel paese, provocando polarizzazione e mobilitazione politica [22]. Un’analisi di questi aspetti veniva ripresa anche nella seconda parte del libro che si presentava come un’inchiesta sulla condizione degli italiani in Svizzera, sulle loro difficoltà di “integrazione”, sui problemi legati agli infortuni e all’assistenza sociale, sul rapporto complicato con la polizia degli stranieri.
Nudi col passaporto, significativamente definito da Jean-Jacques Marchand l’incunabolo della letteratura dell’emigrazione italiana in Svizzera, venne seguito, nel 1976, da Stagionali e rami secchi, nel quale ancora si mettevano a tema le difficoltà, il dolore, la voglia di ribellione e di costruzione di una vita diversa da parte dei migranti [23]. Tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, inoltre, Venturini si occupò dell’emigrazione italiana in Svizzera attraverso centinaia di articoli apparsi su diversi organi di stampa italiani ed elvetici, come il “Gazzettino di Venezia” o “La tribuna degli italiani in Svizzera”, giornale quest’ultimo che diresse nel corso degli anni Settanta [24]. Per la Venturini, insomma, la scrittura si accompagnava a un lavoro politico culturale più ampio, che la manteneva in contatto con esponenti del mondo associativo e militante italiano in Svizzera.
Solo nel volume di Giovanna Meyer Sabino erano invece presenti riferimenti alle opere di Luisa Moraschinelli e di Rosanna Ambrosi, la cui produzione più significativa era, del resto, successiva al 1991. Entrambe, infatti, si dedicarono alla scrittura tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta senza tuttavia ottenere rilevante attenzione e solida collocazione editoriale almeno fino al decennio successivo. Le pagine che seguono verranno dedicate a queste due autrici poiché appaiono particolarmente rilevanti nell’ambito della letteratura migrante italiana, essendo rappresentative di due modi opposti di essere donne, migranti e autrici italiane nella Svizzera degli anni Sessanta e Settanta. Le loro storie personali e la loro produzione letteraria forniscono alcune fondamentali tessere che è necessario possedere per comporre il complesso quadro della stagione migratoria e autoriale di cui sono state parte attiva.

2. Le radici e la lotta
Luisa Moraschinelli e Rosanna Ambrosi sono autrici per alcuni aspetti simili, per molti altri opposte e speculari. In quanto autrici, raggiunsero entrambe una certa notorietà nei circuiti culturali e letterari degli italiani in Svizzera nel corso degli anni Novanta, sebbene coltivassero già da tempo la passione per la scrittura. La prima aveva redatto e conservato i diari attraverso i quali registrava le esperienze vissute nella Confederazione, o le riflessioni maturate di fronte alle complessità del lavoro all’estero, come accadde, per esempio, nelle settimane di disoccupazione che dovette affrontare nel 1977 [25]. La seconda coltivava una passione per la poesia che le consentì di comporre una raccolta, Diario discontinuo, già nel 1981 [26].
Nata nel 1930 in Valtellina [27], Moraschinelli aveva conosciuto la vita rurale di montagna in un’Italia non ancora attraversata dai mutamenti economici, sociali e culturali provocati dal miracolo economico. Ambrosi, invece, era nata nel 1944 in una provincia veronese che s’apprestava a fare i conti con la fuga dalle campagne e la grande trasformazione. Entrambe avevano vissuto oltre alla migrazione internazionale anche la migrazione interna che, tuttavia, sperimentarono e raccontarono in termini assai differenti.
Nell’opera della Moraschinelli, infatti, la migrazione interna non era altro che il naturale e periodico movimento al quale aveva dovuto partecipare in anni in cui la necessità imponeva alle figlie del proletariato di spostarsi, sin dalla più tenera età, e su distanze maggiori con il passare degli anni, per conquistare le risorse necessarie per sopravvivere. Ne Le estati di Pia venivano narrate – con un taglio esplicitamente autobiografico – le vicende di una bambinaia (in dialetto valtellinese “pipera”) che, sapendo svolgere bene il suo mestiere, era chiamata a farlo in località via via più distanti. La narrazione oscillava tra il tono epico e la nostalgia nei confronti di un mondo scomparso ma sentito come proprio, perché capace di attivare potenti processi di identificazione. La mobilità da lavoro appariva così come fatto semplicemente necessario nel quadro delle dinamiche sociali della propria comunità d’appartenenza e, quindi, da affrontare con serena rassegnazione, anche quando costringeva al traumatico incontro con realtà del tutto nuove come la grande metropoli milanese:

In quel tempo, ci riferiamo negli anni Quaranta, il primo ufficio di collocamento era la propria famiglia. I fratelli o le sorelle più grandi trovavano il posto ai più piccoli. Fu così che Pia un bel giorno d’autunno, chiamata dalla sorella maggiore in compagnia di una cugina di qualche anno più grande, affrontò l’avventura nella grande metropoli: Milano. Per lei c’era un nuovo posto di lavoro naturalmente a servizio come “pipera”. Che cosa poteva fare una ragazzina che aveva fatto solo le elementari? Partì con il treno da Sondrio; sembrava di affrontare chissà che viaggio andando verso l’infinito! Durante il tragitto aveva lasciato scorrere il suo sguardo su quel paesaggio a lei nuovo. A bocca aperta i suoi occhi roteavano su quei campi immensi; che differenza rispetto ai minuscoli appezzamenti del suo paese di montagna. E poi c’era il lago. Non aveva mai visto altra acqua che quella del “suo” torrente e del fiume Adda che scorreva nella “sua” valle. Il lago non le apparteneva, ma tanta acqua così non l’aveva mai neanche immaginata; era qualcosa di fantastico. Da notare che allora le immagini erano solo quelle che si vedevano coi propri occhi, in quanto non c’era la televisione e i libri ne erano sprovvisti. Alla stazione di Milano si era abbandonata al seguito di sua sorella che l’attendeva e proprio attaccata come una cieca guardava incredula qua e là strabiliata da tutto quanto la circondava [28].

La migrazione in Svizzera, che la Moraschinelli intraprese all’inizio degli anni Cinquanta, venne invece ricostruita ne L’albero che piange (testimonianze d’emigrazione in Svizzera 1953-1976). In un racconto tutto al femminile si narravano le vicende delle operaie della fabbrica di conserve Veron&Cie di Berna, in buona parte residenti presso il convitto a essa collegato e diretto, per alcuni anni, dalla stessa Moraschinelli. Il lavoro di fabbrica diventava il motore di una scalata sociale possibile:

La fabbrica, specialmente per coloro che provenivano dalla montagna, ha sempre avuto un fascino particolare: la salita dalla scala sociale. Come in tante altre cose, il valore dipende se la visuale va dal basso in alto o viceversa. Essere operaio può essere riduttivo per un impiegato, ma allettante per il contadino o la donna di servizio [29].

La vita comunitaria tra le mura del convitto pareva invece generare senso di solidarietà tra le migranti, diffondendo in quel luogo un carico di giovanile vitalità [30]. Tuttavia, le emigrate mantenevano per molti aspetti lo status che nella poetica della Moraschinelli era proprio delle bambine di montagna, ovvero quello di donne mosse dalla ricerca delle risorse necessarie alla sopravvivenza, spesso lavoratrici stagionali per scelta che, alla fine di ogni stagione, valutavano l’opportunità di rientrare definitivamente in patria, allo scopo di ricongiungersi con la propria terra e la propria comunità, secondo dinamiche diffuse negli ambienti alpini [31]. È in questa prospettiva che Moraschinelli risolveva le tensioni e i conflitti provocati dalla migrazione, sciogliendoli in un quadro di senso sempre ricomposto volgendo lo sguardo verso i territori dei propri avi.
Molto diverse sono le impressioni e i sentimenti che emergono dalla produzione di Rosanna Ambrosi. Ne I bagni di Caldiero [32] e in Morte a Zurigo – funerali a Trieste [33], il racconto dell’infanzia affrontava la migrazione interna, dalla provincia di Verona a Padova, come un fatto subito, scelto dagli adulti di casa, generatore delle prime fratture nel suo orizzonte di bambina:

a Padova, la città dove siamo emigrati con i miei sette anni, si parlava una lingua che non era la mia. La “mia” lingua la parlavo solo in casa e con mia madre e mio fratello. Già con mio padre, che era tornato dalla guerra quando io avevo sei anni, non la potevo parlare, con lui parlavo italiano: il dialetto era riservato agli intimissimi con cui ero cresciuta, mia madre e mio fratello appunto. Quella era stata la mia prima emigrazione, dalla campagna veronese e Padova, da un’ampia casa di campagna con un grande giardino ad una piccola casa di città che mi era totalmente estranea. Quella era stata la mia prima emigrazione, forse la più dolorosa [34].

In generale, il discorso della Ambrosi sulla migrazione faceva sempre i conti con una dimensione traumatica, perché foriera di spaccature, generatrice di assenze e di distanze. Nella raccolta Gomitoli, pubblicata nel 1990, la poesia Personalità frantumata forniva una intensa sintesi dell’esito che l’esperienza migratoria ebbe per la sua autrice:

mille piccoli pezzetti/ qua e là/ Svizzera/ Italia/ Zurigo – Padova/ Venezia – Verona// due cognomi/ due figli/ belli tutti e due e diversi// due-tre-quattro lingue/ e (almeno) altrettanti dialetti// due uomini/ due matrimoni/ (o quasi)// anche due case?/ per il momento una/ per il momento qui// qui dove vivo ormai da anni/ dove sono nati i miei figli/ dove ho capito il senso delle illusioni/ degli entusiasmi/ delle delusioni// dove ho cercato di costruire/ (pezzo per pezzo)/ questa personalità/ totalmente/ sbrindellata// dove ho l’impressione di vivere/ da privilegiata// dove tutto/ (o quasi)/ arriva/ filtrato/ ovattato/ senza scosse/ senza traumi// dove/ le scritte sui muri/ vengono accuratamente/ costosamente/ regolarmente/ settimanalmente/ ripulite// dove/ la Bahnofstrasse/ risplende/ (come ogni anno a Natale)/ del suo sfarzo lussoso/ di un consumismo/ elveticamente/ (apparentemente)/ discreto [35].

Ancora, il rapporto con i luoghi delle origini e con il tempo trascorso acquisiva nei discorsi di Rosanna Ambrosi toni molto cupi, poiché il passato veniva sovente presentato come il contenitore delle stagioni perdute, dei lutti, delle cose morte. Si facevano largo, nei suoi scritti, tutte le tensioni provate da una donna che sentiva di non appartenere più a nessun luogo:

In fondo vorrei che le cose non cambiassero, che il giardino rimanesse sempre uguale, che il mare di Vernazza [luogo di vacanza nel passato della autrice, nda] rimanesse sempre pulito, che non facessero la strada per arrivarci (e invece l’hanno fatta), che quella casa in campagna nella quale abitavamo, quando io ero bambina, fosse ancora nostra e invece non lo è. E così, in Italia, non ho un posto dove poter ritornare. Forse il mio posto dove tornare è adesso Zurigo, almeno lì ho una casa. E questa è la mia emigrazione; secondo molti un’emigrazione di lusso (mi hanno tolto anche il passaporto gratuito), ma un’emigrazione da poveri, invece, se consideri che in Italia non ho un posto mio in cui ritornare [36].

In sostanza, il rapporto della Ambrosi con le radici e con i ricordi è speculare a quello della Moraschinelli. Infatti, mentre per l’autrice valtellinese la memoria assumeva il carattere di un rifugio e di una terapia, di una via da percorrere per ritrovare il senso delle cose, la Ambrosi pareva vedere nel passato un territorio abitato da vampiri, da morti che ritornano per indebolire e togliere le energie, portandola di conseguenza a preferire l’oblio, a fissare lo sguardo sul presente:

siamo passati anche [dalla Carnia, la terra natale del suo ex-marito, anch’egli militante e poeta, Leonardo Zanier. Nda], per portargli Andrea in vacanza, il mio figlio minore. E anche lì i ricordi mi sono piombati addosso, ancora più pesanti, ancora più forti; perciò l’indomani sono ripartita, quasi fuggita, perché non ce la facevo a stare in quella casa, in cui da ragazza e poi appena sposata avevo passato giornate serene. Sono scappata senza nemmeno andare al cimitero a trovare i suoi morti, che sono un po’ anche i miei morti, ho preferito non andarci e anche Andrea ha preferito non andarci “perché se no” ha detto “ci sono ricordi tristi” [37].

Le due autrici parteciparono a lungo e intensamente alla vita associativa e culturale degli italiani nella Confederazione Elvetica, entrando tuttavia a far parte di ambienti collocati politicamente su poli opposti. Luisa Moraschinelli era infatti una donna dalla profonda fede cattolica, con un’esperienza di vita religiosa presso il convento delle Canossiane di Bergamo, che, una volta in Svizzera, partecipò regolarmente alle attività della Missione cattolica di Berna. Tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta si avvicinò ai circuiti culturali regionali valtellinesi e collaborò con diverse riviste e testate locali – come l’“Almanacco agricolo valtellinese”, l’“Eco delle Valli”, il “Corriere della Valtellina”, la “Rassegna valtellinese”, “Tirano e dintorni”, “La Provincia di Sondrio”, “Centro Valle” – e a testate ticinesi – come il “Bernina” e il “Corriere del Ticino”. Sulla sponda opposta, Rosanna Ambrosi fu una militante delle Colonie Libere, prese parte alle iniziative organizzate in seno ai circuiti del mondo comunista italiano a Zurigo e conobbe tra fine anni Sessanta e inizio anni Settanta, momenti di grande attivismo e impegno organizzativo [38]. Con l’amica Maria Delfina Bonada, all’epoca giornalista da Ginevra de “l’Unità”, promosse il Primo Convegno sulla donna emigrata – che si tenne a Olten il 22 ottobre del 1967 –, mentre negli anni successivi collaborò alla realizzazione di un documento dedicato ai problemi scolastici dei figli delle lavoratrici e dei lavoratori italiani [39]. Tale fu la radicalità delle sue azioni, rispetto ai parametri di un mondo fortemente anticomunista come quello elvetico che, insieme all’amica Bonada, venne intercettata dal corpo di polizia politica attivo in Svizzera negli anni della guerra fredda, allo scopo di contenere le presunte attività sovversive [40]. In anni più recenti, ha poi dedicato un volume alla storia di otto ex-gastarbeiterinnen, donne emigrate in Svizzera e alle prese con il complesso lavoro dell’incontro con l’altro e la sua cultura: anche in questo caso, sebbene il lavoro abbia il valore di una ricerca riconosciuto nella prefazione dalla sociologa Rosita Fibbi, è chiara la prospettiva politica e la vocazione intellettualmente militante dell’autrice [41].
Un riflesso della differente collocazione politica e culturale delle due autrici si ritrova, infine, anche nelle loro scelte linguistiche. La ricerca delle radici spinse la Moraschinelli non solo alla scrittura di numerosi volumi che narrassero storie valtellinesi [42], ma anche alla realizzazione di poesie e racconti dialettali, come Uita d’Abriga cüntada an dal so dialet (agn ’40) [43]. Invece, la vocazione internazionalista e cosmopolita della Ambrosi si esibiva nei frammenti in lingua francese o tedesca che la stessa ritenne di includere in alcune opere, come, per esempio, nella prima raccolta poetica, Diario discontinuo, pubblicato nel 1981:

c’était étrange/ quand même/ de te rencontrer/ – tu te rappelles -/ juste un année/ après ton cancer/ entre le six e le neuf mars/ à la rote fabrik de Zürich/ pour le ubu roi/ est-ce que c’était/ l’anniversaire de ton ablation/ est-ce que c’était l’anniversaire de ton survivre [44].

3. Conclusioni
Le donne hanno avuto uno spazio molto significativo nell’ambito della letteratura dell’emigrazione italiana in Svizzera. Le principali opere dedicate al tema hanno infatti sempre riconosciuto alle autrici un ruolo importante, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. Si tratta, certo, di autrici molto diverse a cui la critica ha assegnato variabile valore dal punto di vista letterario. Silvana Lattmann, per esempio, ha prodotto raccolte poetiche capaci di uscire dalla cerchia degli appassionati di questioni migratorie e ha ottenuto diversi premi letterari nella Confederazione Elvetica. Attilia Fiorenza Venturini è stata considerata tra le madri di questo genere, grazie a un’opera come Nudi con il passaporto che, non solo ha precocemente denunciato e portato all’attenzione di migliaia di persone le situazioni drammatiche in cui hanno vissuto centinaia di migliaia di connazionali, ma ha contribuito a costruire la memoria collettiva della comunità italiana nella Confederazione Elvetica, segnandone a lungo gli immaginari e nutrendone le forme dell’autorappresentazione. Luisa Moraschinelli e Rosanna Ambrosi, invece, hanno costituito non solo due modi opposti di essere autrici e migranti, ma sono per molti versi figure emblematiche dei due mondi politico-culturali italiani che si fronteggiavano nella Svizzera della guerra fredda. La prima fu una donna cattolica e molto sensibile al tema delle radici, che trascorse la sua intera vita in un continuo contatto con la terra d’origine: intese la scrittura come strumento per metabolizzare le distanze e le trasformazioni imposte dal tempo e dallo sviluppo economico, risolvendo le tensioni in racconti pacificanti perché capaci di ritrovare il senso delle cose nelle storie di mondi andati. La seconda, invece, è stata militante di sinistra, sbilanciata sui problemi della comunità italiana all’estero, attiva presso le organizzazioni che si occupavano di integrazione e di scolarizzazione dei migranti: per lei la scrittura è stata una sorta di immersione continua nelle contraddizioni, nelle relazioni problematiche, nei traumi e negli interrogativi esistenziali – legati alla migrazione ma non soltanto – che non si risolvono se non nella capacità di resistervi, trovando le energie necessarie per affrontarli, anche quando pare di rimanere come sospesi sulle proprie gambe.

[1] Jean- Jaques Marchand, La letteratura dell’emigrazione: gli scrittori di lingua italiana nel mondo, Torino, Fondazione Agnelli, 1991, pp. XVII-XXXIII.

[2] Jean-Jacques Marchand, Letteratura dell’immigrazione italiana, in Italianità plurale. Analisi e prospettive elvetiche, a cura di Rosita Fibbi, Marco Marcacci e Nelly Valsangiacomo, Locarno, Dadò, 2023, pp. 81-84; Id., Svizzera, in Poeti della diaspora italiana, a cura di Luigi Bonaffini e Joseph Perricone, Isernia, Cosmo Iannone, 2019, pp. 535-577; Id., Emigrazione e scrittura degli italiani in Svizzera: il mutamento negli anni, in À l’italienne. Narrazioni dell’italianità dagli anni Ottanta a oggi, a cura di Niccolò Scaffai e Nelly Valsangiacomo, Roma, Carocci, 2018, pp. 59-72; Id., Scrittori e scriventi “emigrati” italiani in Svizzera, in Scrittori e scriventi italiani esuli ed emigrati in Svizzera dall’Otto al Novecento, a cura di Id. e Marziano Guglielminetti, Lausanne, Université de Lausanne, 1996, pp. 51-116.

[3] Italianità plurale. Analisi e prospettive elvetiche, a cura di R. Fibbi, M. Marcacci e N. Valsangiacomo; À l’italienne, a cura di N. Scaffai e N. Valsangiacomo.

[4] Switzerland and Migration: Historical and Current Perspectives on a Changing Landscape, a cura di Barbara Lüthi e Damir Skenderovic, Cham, Palgrave Macmillan, 2019; Paolo Barcella, Per cercare lavoro. Donne e uomini dell’emigrazione italiana in Svizzera, Roma, Donzelli, 2018; Toni Ricciardi, Breve storia dell’emigrazione italiana in Svizzera. Dall’esodo di massa alle nuove mobilità, Roma, Donzelli, 2018; Migrationsgeschichte(n) in der Schweiz: ein Perspektivenwechsel. Histoire(s) des migrations en Suisse: un changement de perspective, “Schweizerische Zeitschrift für Geschischte”, a cura di Irma Gadient e Damir Skenderovic, 65, 1 (2015); La migration italienne dans la Suisse d’après-guerre, a cura di Morena La Barba, Christian Stohr, Michel Oris e Sandro Cattacin, Losanna, Antipodes, 2013.

[5] Italianità plurale, a cura di R. Fibbi, M. Marcacci e N. Valsangiacomo, p. 11.

[6] J.-J. Marchand, La letteratura dell’emigrazione, pp. 301-311 e 323-331.

[7] Saro Marretta, L’Associazione Scrittori Italiani in Svizzera. Cronologia di un’esperienza tra associazionismo e letteratura, “Studi emigrazione”, 214 (2019), pp. 289-298.

[8] P. Barcella, Per cercare lavoro; Migrationsgeschichte(n) in der Schweiz, a cura di I. Gadient e D. Skenderovic; Sarah Baumann, …und es kamen auch Frauen. Engagement italienischer Migrantinnen in Politik und Gesellschaft der Nachkriegsschweiz, Zurigo, Seismo, 2014; Toni Ricciardi, Associazionismo ed emigrazione. Storia delle Colonie Libere e degli Italiani in Svizzera, Roma-Bari, Laterza, 2013; Diversità nella comunione. Spunti per la storia delle Missioni Cattoliche Italiane in Svizzera, a cura di Giovanni Graziano Tassello, Roma-Basilea, Fondazione Migrantes- CSERPE, 2005.

[9] Paolo Barcella e Valerio Furneri, Una vita migrante. Leonardo Zanier, sindacalista e poeta (1935-2017), Roma, Carocci, 2020.

[10] Giovanna Meyer Sabino, Scrittori allo specchio: trent’anni di testimonianze letterarie italiane in Svizzera. Un approccio sociologico, Vibo Valentia, Monteleone, 1996.

[11] Più svizzeri, sempre italiani. Mezzo secolo dopo l’iniziativa Schwarzenbach, a cura di Silvio Mignano e Toni Ricciardi, Roma, Carocci, 2022.

[12] J.-J. Marchand, Letteratura dell’immigrazione italiana, p. 81.

[13] Jean-Jacques Marchand, Leonardo Zanier: dalla Gastarbeiterliteratur alla lirica, “Studi emigrazione”, 214 (2019), pp. 269-288; Valerio Furneri, La figura del Gastarbeiter nella letteratura tedesca contemporanea, ibid., pp. 187-208; J.-J. Marchand, Letteratura dell’immigrazione italiana.

[14] J.-J. Marchand, Leonardo Zanier, p. 277.

[15] J.-J. Marchand, Letteratura dell’immigrazione italiana.

[16] G. Meyer Sabino, Scrittori allo specchio.

[17] Raffaele De Nuccio, Tempo della rottura, tempo della dialettica, tempo della progettualità nella letteratura dell’immigrazione italiana in Svizzera, Cosenza, Pellegrini Editore, 2008.

[18] Francesca Nuccio, Donne d’oltre frontiera: storie di migrazione tra Lombardia e Grigioni nel secondo dopoguerra, Roma, Viella, 2020; P. Barcella, Per cercare lavoro; S. Baumann, …und es kamen auch Frauen; Saffia Elisa Shaukat, L’approccio di genere alla prova delle migrazioni di stagionali in Svizzera (1949-1973), in a cura di, Migrazioni femminili attraverso le Alpi. Lavoro, famiglia, trasformazioni culturali nel secondo dopoguerra, a cura di Anna Badino e Silvia Inaudi, Milano, Franco Angeli, 2013, pp. 87-100; Cristina Allemann-Ghionda e Giovanna Meyer-Sabino, Donne italiane in Svizzera, Locarno, Dadò, 1992.

[19] Silvana Lattmann, La favola del poeta, della principessa, della parola e del gerundio, Bellinzona, Casagrande, 1989; Silvana Lattmann, Assolo per tromba in fa maggiore, Bellinzona, Casagrande, 1985.

[20] G. Meyer Sabino, Scrittori allo specchio, pp. 109-117; Alide Airaghi, Rosa rosse rosa, Verona, Bertani, 1986.

[21] Fiorenza Attilia Venturini, Nudi col passaporto. La verità sull’emigrazione italiana in Svizzera, Milano, Pan, 1969, pp. 32-33.

[22] AA.VV., La Svizzera dopo Schwarzenbach, Roma, CSER, 1970; Comité d’action romand contre l’initiative Schwarzenbach, Étrangers. Ouvrier étrangers. Emprise étrangère. Documentation relative a l’initiative II «contre l’emprise étrangère», Genève, 1970; P. Gessler e S. Corda, L’initiative Schwarzenbach contre l’emprise étrangère en Suisse, Genève, Conseil Oecuménique des Église, 1970.

[23] R. De Nuccio, Tempo della rottura, pp. 287-305.

[24] G. Meyer Sabino, Scrittori allo specchio, p. 131.

[25] Luisa Moraschinelli, La mia esperienza di disoccupata (diari 3-31 gennaio 1977), Lugano, 1977.

[26] Rosanna Ambrosi, Diario discontinuo, Zurigo, Hibiscus, 1981.

[27] Luisa Moraschinelli è morta a Poschiavo nel dicembre del 2020. Rosanna Ambrosi vive a Zurigo.

[28] Luisa Moraschinelli, Le estati di Pia: l’iniziazione alla vita negli anni ’40, Sondrio, Bonazzi, 1998.

[29] Luisa Moraschinelli, L’albero che piange (testimonianze d’emigrazione in Svizzera (1953-1976), Sondrio, Bonazzi, 1994, p. 18.

[30] Ibid., pp. 18-19.

[31] Luigi Lorenzetti e Raul Merzario, Il fuoco acceso. Famiglie e migrazioni alpine nell’Italia d’età moderna, Roma, Donzelli, 2005.

[32] Rosanna Ambrosi, I bagni di Caldiero, Bellinzona, Casagrande, 1991.

[33] AA.VV., Passaporti prego! Ricordi e testimonianze di emigrati italiani, Zurigo, FCLIS, 1985.

[34] AA.VV., Passaporti prego!, p. 101.

[35] Rosanna Ambrosi, Gomitoli. Poesie 1979-1989, Zurigo, Hibiscus, 1990, pp. 54-55.

[36] AA.VV., Passaporti prego!, p. 100.

[37] Ibid.

[38] S. Baumann, …und es kamen auch Frauen, cit.; Saffia Elisa Shaukat, La militance des femmes, travailleuses, étrangères. Entretien avec Rosanna Ambrosi, activiste au sein des Colonie Libere de Zürich, in Femmes, Syndicats, Engagements, a cura di Nelly Valsangiacomo e Carole Villiger, “Cahiers d’histoire du mouvement ouvrier”, 29 (2013), pp. 57-76.

[39] Federazione Colonie Libere in Svizzera e Società Umanitaria di Milano, Gli emigrati e la scuola, Zurigo, 1973; La storia di Rosanna Ambrosi è stata recentemente raccontata anche da Mattia Lento e Manuela Ruggeri in un interessante lavoro di Public History online, Libere di dover partire: https://mattialento.pageflow.io/liberedidoverpartire.

[40] P. Barcella, Per cercare lavoro, pp. 3-9.

[41] Rosanna Ambrosi, Tra due culture. Otto ritratti di donne italiane in Svizzera, Zurigo, Hibiscus, 2004.

[42] Luisa Moraschinelli, Una parentesi fuori dal mondo. Storia di una novizia, Sondrio, Polaris, 1999; L. Moraschinelli, Le estati di Pia; Ead., Ricordi di guerra: una ragazza valtellinese racconta, Sondrio, Bonazzi, 1995.

[43] Luisa Moraschinelli, Uita d’Abriga cüntada an dal so dialet (agn ’40), vita d’Aprica raccontata nel suo dialetto (anni ’40), Sondrio, Bonazzi, 1996.

[44] Ambrosi, Diario discontinuo, p. 39.