Mobilità e flussi migratori prima dell’età moderna: una lunga introduzione

Questo testo è stato pensato e redatto come capitolo introduttivo di un volume di sintesi sulla storia dei fenomeni migratori e di mobilità della popolazione nella penisola italiana nel lunghissimo periodo e in particolare dal medioevo. Purtroppo il progetto del volume si è interrotto, ma si è ritenuto di proporre qui il testo, senza nessuna pretesa di fornire un quadro sufficientemente elaborato del fenomeno, ma allo scopo di interessare i lettori e gli studiosi, stimolando eventuali proposte di contributo su queste tematiche da sottoporre alla redazione. Si ricordi infatti che la nostra Rivista ha tra i suoi propositi scientifici anche quello di collegare la storia delle migrazioni che investono l’Italia, come stato unitario, a tutta la variatissima congerie di fenomeni di mobilità interna e esterna che hanno caratterizzato le varie realtà regionali, subregionali e urbane del territorio dell’intera Penisola nei secoli precedenti. In questo settore di studi, molte delle scansioni periodizzanti tradizionali sono state infrante. Da tempo gli studiosi del basso medioevo, forse i primi a interessarsi compattamente del problema con Rinaldo Comba e Gabriella Rossetti e molti altri protagonisti di affollati convegni, sono approdati a saldare i secoli XIII-XV con il XVI. Inoltre, malgrado gli sconvolgimenti dell’età napoleonica, la seconda metà del XVIII secolo si pone in una linea di continuità tipologica con la prima parte del XIX, pur se nel segno di un significativo accrescimento quantitativo degli spostamenti. Infine, in questi ultimi anni, si è accentuato l’interesse per un quadro d’insieme che parta dall’Antichità connettendosi, attraverso l’età tardoantica, all’Alto e al Basso Medioevo, come emerge dall’ampio progetto diretto da Claudia Moatti. In questo contesto si vuol porre anche la nostra rivista, iniziando con questo modesto memorandum di dati e di questioni, da leggersi anche come un call for papers per studiosi che vogliano dare un contributo per nuovi studi, ma anche per analisi di fonti, come nello spirito dell’“Archivio storico dell’emigrazione italiana”.

1. Posta al centro del Mediterraneo, punto d’incontro di tre continenti, la penisola italiana ha visto la costante presenza di correnti migratorie di popolazione fin dai tempi preistorici. All’incirca a partire dal 2000 a. C. giunsero, con un movimento “a tenaglia” da nord e da sud distanziato nel tempo, i grandi flussi di popolazione di lingua indoeuropea che formarono le varie popolazioni italiche. In epoca storica si collocano le prime immigrazioni celtiche (VI-IV sec. a. C.) che contrastarono la colonizzazione etrusca dell’Italia settentrionale. Inoltre comunità fenicie si attestarono nelle stazioni commerciali di Sardegna e Sicilia. Successivamente si affermarono in Italia meridionale le colonie greche, originate in un primo tempo da autonomi flussi di popolazione agricola e proseguite nell’età classica da stanziamenti organizzati sotto l’egida delle città elleniche, che dettero luogo alla formazione di un tessuto urbano nella cosiddetta Magna Grecia.
Dal III sec. a. C. si sviluppò la colonizzazione romana che, all’inizio, rispondeva a esigenze di carattere militare, costituendo a un tempo la ricompensa ai legionari sotto forma di terre da abitare e l’opportunità di sottomettere e controllare, attraverso la colonizzazione, le popolazioni vinte. Ma dalla fine del II secolo a. C. le conquiste militari offrirono possibilità di stanziamento per la plebe romana e si sviluppò così un ampio e continuato movimento di popolazione romana e italica nella Penisola e oltre. Parallelamente, l’Italia era il luogo d’arrivo di schiavi di etnie diverse convogliati in occasione delle campagne militari romane. L’integrazione degli stranieri a Roma avveniva soprattutto dal punto di vista politico. Si mantenevano invece le differenze tra i vari popoli. Venne così a costituirsi una società multietnica che si confrontava con le gentes al di là del confine.
Per tutta l’età antica il Mediterraneo e l’Italia furono quindi al centro di spostamenti umani di diversa natura che incisero in vario modo nelle società di arrivo, ad esempio dal punto di vista della legislazione favorevole o sfavorevole all’accoglienza e all’integrazione dello straniero, oppure a livello della mentalità con lo sviluppo di atteggiamenti xenofobi, come nel caso delle espulsioni coatte quali quella degli ebrei da Roma del I secolo d.C. Le migrazioni forzate (oltre alle deportazioni di schiavi) furono diffuse per tutta l’antichità, con espulsioni di popolazioni intere, ma anche di gruppi più ristretti (famiglie di maggiorenti, categorie professionali) in conseguenza di guerre e rovesciamenti politici.
L’età tardo-antica e l’inizio del medioevo coincisero con una fase secolare di movimenti di popolazione conosciuti generalmente come invasioni barbariche. La vastità dell’Impero romano e la necessità di difenderne gli smisurati confini aveva già reso necessario stabilire contatti stretti con le popolazioni germaniche attraverso accordi e federazioni. A partire dal IV secolo, sotto la pressione dei popoli asiatici (unni, avari), i barbari “germani” irruppero nella parte occidentale dell’Impero, più debole rispetto all’Oriente. Nel 410 i visigoti di Alarico saccheggiarono Roma, mentre gli unni di Attila vennero fermati ai confini. Nel 476 Odoacre, a capo di popolazioni barbare già insediate nella Penisola, depose l’ultimo imperatore Romolo Augustolo, segnando la fine dell’Impero d’Occidente. Pochi anni dopo nel 489 Teodorico si affacciava al confine orientale con centomila ostrogoti, prendendo il potere in tutta la Penisola e colonizzandola fino a sud di Roma. La politica tollerante e d’intesa verso l’aristocrazia romana cattolica non fu sufficiente alla costruzione di uno stato, soprattutto a seguito della opposizione franca e bizantina.
Alla fine del regno ostrogoto seguì un’altra invasione, l’ultima di grande portata, da parte dei longobardi (circa 300.000 uomini) che si installarono in gran parte della Penisola a partire dal 568. Lungo i secoli della loro dominazione si assiste alla progressiva integrazione dell’etnia longobarda con leggi e usi della popolazione dominata (adesione al cattolicesimo, uso del latino e del diritto romano, il ritorno del latifondo). Tuttavia tale processo non avvenne allo stesso modo in tutto il territorio. Inoltre la presenza longobarda non si estese su tutta la Penisola, che per la prima volta dall’antichità risultò frazionata in unità politiche diverse. Naturalmente non si trattava di territori delimitati da confini nel senso moderno del termine, ma di aree sulle quali si cercava di estendere un controllo sociale e politico da parte di Longobardi e Bizantini. Nell’VIII secolo il re longobardo Rachtis promosse una “legge sui passaporti” rivolta specificamente al controllo della mobilità in un periodo di conflitti tra i longobardi e i franchi a Nord e i bizantini a Sud, nel quale ebbe un ruolo centrale anche il Papato con la formazione del proprio Stato temporale. Questa fase fu decisiva per la definizione delle entità territoriali. La divisione politica della penisola italiana (destinata a durare fino al 1870) ebbe anche conseguenze durature sulla mobilità delle persone. Anche prima di costituire delle unità coese dal punto di vista geo-politico, queste realtà territoriali tesero comunque a esercitare un controllo sulle persone e sui loro spostamenti. D’altra parte ciò non poteva impedire che si creassero entità etniche a parte, anche di consistenza ridottissima. Ad esempio, alcuni soldati di origine bulgara dell’esercito longobardo si installarono in Toscana dando luogo a toponimi tuttora esistenti, come Bolgheri, paese ora in provincia di Livorno.
Nel frattempo in Sicilia si era stabilita una cospicua e variegata presenza musulmana in costante contatto con l’altra sponda del Mediterraneo e con le differenti etnie (berberi e arabi) che la abitavano. Nella loro secolare permanenza dall’832 al 1130 gli arabi esercitarono una notevole influenza in campo economico e culturale. Questo presenza si arrestò e iniziò a declinare con la conquista normanna dell’isola. Provenienti dalla Scandinavia i normanni si erano attestati nella Francia del Nord e nell’Inghilterra orientale, giungendo poi nel Mezzogiorno italiano. Inseritisi in un primo momento come avventurieri mercenari nelle lotte interne tra Puglia e Campania, essi coagularono le loro energie grazie anche a successive ondate migratorie, sotto la dinastia degli Altavilla, in seguito alle quali furono introdotte le strutture feudali del nord Europa all’interno di uno stato accentrato dinastico (Roberto il Guiscardo nel 1059; Ruggero II nel 1130). Riconosciuti dal papa, che traeva vantaggio dalla nuova situazione anche nella prospettiva di una progressiva latinizzazione della Chiesa meridionale, i normanni ampliarono il loro dominio alla Sicilia, ponendo a Palermo la capitale del loro regno, che si estendeva su tutta l’Italia meridionale, continentale e insulare, per la prima volta dai tempi dell’Impero romano unificata sotto un’unica autorità politica. Ciò provocò una cospicua emigrazione degli arabi, anche per il conseguente mutamento religioso, che tuttavia non esaurì certamente la loro presenza sull’isola. La Sicilia, come anche il Mezzogiorno peninsulare, si apriva quindi a una prospettiva di multietnicità, cui cominciavano a contribuire, come vedremo in seguito, anche le emigrazioni dall’odierna Lombardia. La stessa componente normanna era composita, formata di uomini della Normandia, ma anche di altre aree francesi.

2. L’arrivo dei normanni si inserisce in un quadro dell’Italia medievale che, malgrado il frazionamento politico, comincia a definirsi come unitario, nonostante le forti differenziazioni interne, in particolare la divaricazione tra il Nord e il Sud della Penisola. All’interno di un processo che investe l’intera Europa, la penisola italiana conosce – già a partire dal Mille – un complessivo processo di crescita demografica e economica. In tale contesto anche i fenomeni di mobilità geografica a breve, medio e lungo raggio aumentano considerevolmente. Da una fase tardo-antica e alto medievale nella quale la Penisola è stata oggetto di successive invasioni, che si presentano come flussi migratori di interi popoli, si passa a una situazione di spostamenti più diffusi che coinvolgono realtà locali e situazioni individuali. Con una sommaria generalizzazione si potrebbe dire che dall’era delle migrazioni dei popoli si passa a quella della migrazione degli individui. Naturalmente questa cesura temporale, posta intorno al Mille, ha un valore periodizzante generale, di comodo per lo studio. Anche in precedenza erano esistite figure di italiani viaggiatori e, inversamente, pure in seguito si realizzarono – come nel caso dei normanni, oppure dei flussi dai Balcani su cui torneremo – presenze di nuove popolazioni.
Tuttavia nel Basso Medioevo il mutamento del quadro sociale complessivo dell’Italia e dell’Europa appare maturato e ciò incide anche sull’approccio metodologico e concettuale dello storico rispetto al fenomeno migratorio. Da un’attenzione a flussi di popolazioni definite su base soprattutto etnica si passa necessariamente a un’analisi più dettagliata relativa a gruppi, anche piccoli, identificati non solo su base geografica, ma anche in rapporto alla loro attività lavorativa o alle loro competenze tecniche o culturali. La Penisola si presenta, sia al suo interno, sia in rapporto all’Europa e al Mediterraneo, come un’area di partenza e di arrivo di flussi migratori, di spostamenti di categorie e di individui ed è verso questa situazione diversificata e questa dimensione locale e individuale che si appunta l’interesse degli storici. Certamente, rispetto ai secoli precedenti, un tale approccio è consentito dalla maggiore disponibilità di fonti che consentono di formare un quadro storico generale a partire dalla conoscenza di realtà locali, addirittura individuali.
Il composito quadro offerto dall’Italia bassomedievale e molte delle tipologie migratorie che ne fanno parte costituisce una base di partenza per un’analisi di lungo periodo dei fenomeni migratori che si prolunga nei secoli dell’Età moderna fino alla fine dell’Ottocento e al Novecento, all’epoca dei grandi mutamenti socio-economici determinati dalla transizione demografica e dalla rivoluzione industriale. Per spiegare compiutamente tali fenomeni occorre porsi da due punti di vista differenti. Da un lato è possibile prendere in esame veri e propri flussi, spostamenti compatti di uomini, che hanno una loro precisa collocazione nello sviluppo storico; dall’altro lato, per spiegare le ragioni profonde delle migrazioni, occorre risalire a casi esemplari di piccoli gruppi o anche di individui, analizzando le loro motivazioni specifiche, soggettive in rapporto alla situazione economica, sociale, familiare, con la quale essi interagivano.
Questi due approcci sottintendono il fatto che per tutto l’antico regime la mobilità è un elemento presente e costante nella società e nell’economia italiana e europea e che, se possono darsi dei momenti nei quali i fenomeni migratori acquistano una particolare evidenza e sono riconducibili a determinate popolazioni o categorie, più spesso la società è caratterizzata da piccoli flussi numericamente limitati, ma storicamente significativi, vuoi per la loro durata secolare, vuoi per la rilevanza dei personaggi che li formano. Inoltre la mobilità più diffusa e permanente è quella a breve raggio, ad esempio dei contadini inurbati, oppure delle donne che spostano la loro residenza dalla casa paterna a quella del consorte. Gli studiosi dibattono accanitamente su questo punto. Alcuni propongono di considerare come migrazioni soltanto i fenomeni che prevedono uno sradicamento dal luogo di origine. Essi ammettono l’esistenza di una mobilità a breve raggio o per determinati momenti del ciclo di vita degli individui, ma la valutano come una componente interna a un mondo, soprattutto quello contadino, fondamentalmente sedentario. Altri studiosi invece, pur distinguendo nei singoli casi tra una mobilità migratoria e una micro-mobilità che non produce allontanamenti definitivi o rotture con il luogo d’origine, sostengono che queste diverse esperienze non possono essere viste come compartimenti stagni, ma come fenomeni che si intersecano e che ritroviamo compresenti nelle medesime realtà e addirittura nelle esperienze di vita di singoli individui. Naturalmente i diversi modelli proposti dipendono dai caratteri delle grandi aree prese in esame. Ad esempio la storiografia sulla Francia (Pierre Goubert, Jean-Pierre Poussou, Jacques Dupâquier) ha messo a lungo in evidenza la ridotta “vocazione migratoria” della popolazione francese fino alla seconda metà del XIX secolo, dando luogo a un “paradigma della sedentarietà” (grande micro-mobilità a brevissimo raggio inserita in un contesto rurale complessivamente immobile) che oggi viene contestato da altri studiosi (Alain Croix, Paul-André Rosental) i quali ritengono, anche in base a un diverso approccio metodologico, che tutto il fenomeno sia stato sottostimato.
Per quanto riguarda l’Italia gli studiosi non sono potuti arrivare a concepire un modello generale sugli spostamenti di popolazione, né ciò avrebbe senso in un contesto tanto differenziato al suo interno. Di sicuro si ammette una grande mobilità che investe la popolazione della Penisola, nella quale la dimensione della distanza non ha un significato determinante. Sugli stessi percorsi, brevi o lunghi, possono realizzarsi spostamenti provvisori (stagionali, temporanei) o anche abbandoni definitivi del luogo d’origine. A ciò si aggiunga come elemento peculiare il fatto che l’Italia è politicamente divisa fino al XIX secolo e dunque immigrati provenienti da zone geograficamente vicine furono considerati stranieri avendo attraversato la frontiera politica tra due stati. In generale, tranne il caso della mobilità dei poveri e dei vagabondi in cerca di carità e di assistenza, in età medievale e moderna le migrazioni furono in misura prevalente determinate da motivi di lavoro o professionali, non solo e non tanto legati alla ricerca di un’occupazione qualunque, ma anche e soprattutto all’offerta da parte del migrante di un determinato lavoro, di una competenza tecnica e di un “mestiere” (già posseduti in origine) laddove questi potevano costituire una risorsa maggiormente valorizzata. Il fattore “lavoro” (messo in relazione con gli altri elementi della realtà storica: le crisi economiche e politiche, i cicli demografici, gli eventi militari, le persecuzioni religiose…) sembra esser quindi l’indicatore più affidabile per un’analisi d’insieme dei vari fenomeni quanto a direzione, distanza, intensità e durata dei flussi. Da questo punto di vista sembra difficile definire i flussi migratori sviluppatisi nella penisola italiana esclusivamente secondo elementi “esterni”, oggettivi. Del resto è chiaro che un flusso migratorio ben evidenziato e consolidato nel tempo non è altro che il risultato di una somma di esperienze individuali – protrattesi anche nei secoli – che possono avere carattere definitivo o temporaneo. Pertanto, come già si è affermato, per cercare di comprendere la natura dei flussi e definire le costanti nel lungo periodo occorre passare continuamente dalla dimensione generale del fenomeno in quanto tale e dei suoi rapporti con la storia delle aree di partenza e di quelle d’arrivo alla dimensione individuale, relativa alle motivazioni dei singoli o delle categorie sociali che compongono tali flussi.
Questa diversità di approcci si riverbera necessariamente sulla storiografia disponibile che offre dunque uno spettro tematico notevolmente ampio. Da un lato, è necessario seguire lo sviluppo dei fenomeni principali sulla base di una storiografia erudita, spesso a carattere locale, fondata su ricerche di prima mano, che risale almeno al XIX secolo e che fornisce una messe di dati polverizzati in una miriade di situazioni esaminate da un punto di vista giuridico (ad es.: i forestieri), politico-religioso (ad es.: i fuoriusciti) o economico (la grande epopea dei mercanti-banchieri italiani nel mondo). Dall’altro, lato troviamo studi di taglio demografico e antropologico sulle società di partenza dei flussi tradizionali (ad es.: le società alpine) o di taglio economico-sociale sull’accoglienza e l’inserimento nei luoghi d’arrivo (ad es.: nelle corporazioni di mestiere cittadine).

3. Questa vasta produzione storiografica, che ha tuttavia pochi riscontri nelle opere generali di sintesi sulla storia d’Italia nelle quali il fenomeno migratorio è stato spesso troppo marginalizzato o trascurato, ha uno dei suoi più frequentati campi d’applicazione nell’epoca medievale, nella quale si sviluppano alcune tipologie migratorie che si mantengono a lungo nei secoli successivi.
Nell’Italia centro settentrionale la società urbana viveva una fase di espansione attirando popolazione sia dal contado, sia da luoghi più remoti. Le città infatti rappresentavano centri di offerta di lavoro che attraevano manodopera, da quella specializzata a quella non qualificata, in un contesto generale di crescita demografica che dal Mille arriva fino al Trecento. Giungevano nelle città e vi si stabilivano anche proprietari terrieri che, pur mantenendo i loro interessi economici in campagna, abbracciavano mestieri e professioni urbane, dal mercante al notaio. Inoltre il bacino d’attrazione non era uniforme. Le città economicamente e politicamente più forti come Firenze o Milano attiravano popolazione non solo dalle campagne, ma anche dai centri urbani minori. Il quadro d’insieme appariva quindi policentrico e territorialmente disomogeneo, toccando l’area di sviluppo della società cittadina comunale, da cui restavano escluse porzioni territoriali del centro-nord, esterne alla Padania, e la Toscana costiera e meridionale che opponeva alla tradizionale immagine urbana della regione quella di un territorio ben miseramente colonizzato. La Penisola presentava un’area centrale (individuabile tra Pisa e Ancona fino a Perugia e Corneto, l’attuale Tarquinia) dove la presenza urbana era sempre più rarefatta, ma dove tuttavia i centri urbani mantenevano una funzione di stimolo ai traffici tra Nord e Sud.
All’Italia urbanizzata del Nord e del Centro si contrappone, secondo uno schema radicatosi nella storiografia, l’Italia meridionale sempre più attirata nell’orbita economica del Nord peninsulare. Durante il XIII secolo le città del Mezzogiorno, anche quelle marinare – che pure avevano avuto un brillante sviluppo tra XI e XII – contrassero la loro attività entro un raggio più limitato e conobbero un relativo calo demografico. Inoltre lo sviluppo urbano precedente si era realizzato in modo eccentrico, non integrato rispetto al territorio, guardando soprattutto ai traffici marittimi. Infine la limitata struttura del tessuto urbano era instabile, con la frequente creazione di nuovi centri (a carattere soprattutto rurale) e l’abbandono dei vecchi a causa di una forte mobilità interna, locale, funzionale allo sfruttamento delle terre. Diversamente dall’Italia settentrionale, nel Regno di Napoli e in Sicilia vi era una forte discontinuità tra insediamenti antichi, che venivano abbandonati, e i centri urbani medievali, frutto di colonizzazioni legate alla produzione agricola per l’esportazione. L’economia dell’Italia del Sud divenne sempre più funzionale a quella delle città del Nord che la controllavano anche tramite un’immigrazione di un ceto di “tecnici” dell’economia, della finanza e dell’amministrazione che abbandonavano la Lombardia e la Toscana, dove erano in soprannumero, per far fortuna nel Mezzogiorno dove invece tali ruoli erano lasciati pressoché vuoti dai locali.
Il contesto politico-economico della Penisola, che abbiamo sommariamente tratteggiato, con la sua instaurazione di un sistema dualistico (diviso da una fascia intermedia di passaggio) e complementare tra le due Italie formate dalle aree del Nord e del Centro e da quelle del Sud e delle grandi isole, va ulteriormente inserito in un panorama europeo e mediterraneo nel quale l’Italia urbanizzata aveva assunto un ruolo centrale, un primato economico, politico e culturale. In tale spazio europeo, che si mantenne grosso modo dal XII al XVI secolo unificandosi progressivamente soprattutto nei rapporti economici (dalle fiere, allo sviluppo degli strumenti finanziari, alla diffusione della cultura giuridica), la funzione di polo di attrazione e di spinta delle città italiane stimolò una vasta gamma di flussi migratori e di spostamenti di individui, di personaggi “di qualità” professionale e economica.
All’interno di questo “sistema di rapporti” (secondo l’espressione di Gabriella Rossetti), nel quale restarono in vigore forme di mobilità a breve raggio, si sviluppò la rete degli spostamenti a lunga distanza degli italiani. La lunghezza del trasferimento non sembra essere tuttavia l’elemento decisivo nella scelta delle destinazioni. Da un lato infatti – come già accennato – il processo decisionale alla base della migrazione si fonda sulle possibilità di guadagno, di valorizzazione delle proprie competenze professionali e di mestiere per le quali le destinazioni meno agevoli possono tuttavia offrire migliori prospettive. Dall’altro lato, la decisione individuale di partire si inseriva in una strategia familiare nella quale la migrazione di un membro faceva parte di una valorizzazione complessiva delle risorse a disposizione. Inoltre tali decisioni si formavano spesso in un contesto comune a tutto il paese d’origine anche per la necessità di appoggiarsi a compaesani precedentemente emigrati. Si creavano così dei percorsi consuetudinari che collegavano un determinato luogo di partenza a uno d’arrivo. Questo è il caso ad esempio della presenza in Sicilia dei toscani nel tardo Medioevo, ma si potrebbe dire lo stesso dei lombardi. In effetti questo costituisce il carattere costante dell’emigrazione di ancien régime, che si connota quasi sempre come una scelta condotta in base a conoscenze tradizionali, diffuse all’interno delle comunità, mantenendo i legami con la madrepatria e la possibilità di ritorno. Anche nei casi di espulsioni drammatiche, come quelle derivate dalle decisioni politiche nelle città medievali, le “fughe” avvenivano attraverso canali preparati, in particolare per quanto riguarda i ceti mercantili e di servizio.
La storiografia sul Medioevo ha accumulato un grande numero di studi specifici sul tema dello spostamento di uomini d’affari e di altri personaggi di qualità. Essa è senza dubbio l’antesignana di questi studi, essendosi sviluppata fin dall’Ottocento, anche se solo negli ultimi decenni si è assistito a un tentativo di interpretazione generale. In precedenza infatti, in un contesto storiografico permeato dalla ricerca erudita di matrice positivistica e influenzato talvolta da uno spirito nazionalista o campanilista, si ricercavano nella polvere degli archivi figure di italiani che avevano raggiunto la fama all’estero, prediligendo il medioevo come periodo di particolare lustro, nel quale le Repubbliche marinare stabilivano insediamenti nel Mediterraneo, dalla Grecia al Levante, dall’Egitto al Maghreb, talvolta vere e proprie colonie con proprie strutture nazionali di rappresentanza (consolati) e di autogoverno. Tali insediamenti mostravano il ruolo centrale della Penisola nelle rotte e nei traffici e le capacità tecniche, giuridiche e commerciali sviluppatesi nell’età comunale che consentirono la formazione di comunità il cui tessuto sociale mantennero caratteristiche proprie anche dopo la fine dell’apogeo della presenza italiana nel Mediterraneo.
Nella temperie storiografica ottocentesca di rivalutazione delle virtù dell’Italia comunale e del suo spirito di libertà e indipendenza, nasceva così il tema de “Gl’Italiani fuor d’Italia” (presente nella Storia d’Italia di Cesare Balbo del 1846), tema ripreso poi con forza da Gioacchino Volpe nel primo dopoguerra (in un saggio intitolato Italiani fuori d’Italia alla fine del Medioevo del 1922). Non si trascurava di studiare la presenza di italiani all’estero in età moderna, ma vi si alludeva allora come a un ripiegamento rispetto a un periodo di espansione, e comunque vi si innestava il tema degli italiani di genio al servizio delle monarchie transalpine, mentre per la Penisola trascorreva il tempo delle “preponderanze straniere” e dell’oscurantismo. Il tardo medioevo è dunque il momento di svolta nel quale gli stati italiani non riescono a sfruttare a loro vantaggio il patrimonio intellettuale formatosi nell’epoca precedente, tranne che per le arti figurative e la musica. Il fenomeno dei grandi navigatori corrisponde alla fase di crisi e Cristoforo Colombo che offre i suoi servigi ai re iberici ne è il simbolo. Si chiude l’epoca della esportazione delle tecniche commerciali, della finanza “dell’azione pratica” e si apre quella della diffusione della cultura italiana. Su questo tema si esprimeva anche Antonio Gramsci sottolineando nei Quaderni dal carcere la sostanziale estraneità rispetto alla terra natia degli italiani all’estero in età moderna, ormai coinvolti nei loro paesi d’adozione e in un contesto europeo cosmopolita aperto ai processi di rinnovamento. Gramsci tuttavia riconosceva nell’epoca rinascimentale una comune matrice formativa di una classe intellettuale italiana di respiro europeo.
Nella storiografia di fine XIX e inizio XX secolo (fortemente imperniata sulla dicotomia medioevo-età moderna) il fuoco dell’analisi sta sui singoli personaggi, sia quelli di risonanza nazionale (i Colombo, i Marco Polo… ai quali si intitolavano strade e piazze in tutta Italia), sia quelli di fama locale sui quali l’erudizione delle Accademie e delle società e deputazioni di storia patria ha svolto un prezioso lavoro di preservazione dall’oblio. Furono persino lanciati progetti di veri e propri Dizionari di italiani all’estero, ripresi e portati a termine in seguito.
Nell’insieme a questa storiografia mancava un approccio di taglio sociale che contestualizzasse i vari casi, nonché l’apertura verso le tessere meno importanti di questo vasto mosaico e le destinazioni meno famose dei flussi migratori. In questa congerie di studi di vario valore, non mancarono da parte degli studiosi e degli storici medievisti e modernisti più avvertiti, come Volpe e Gramsci oppure in seguito Carlo Morandi e Fernand Braudel, appelli a problematizzare la ricerca, a comparare situazioni, diverse nel tempo e nello spazio, senza omologare le varie casistiche, a “superare l’aneddotica” (Braudel). Nella seconda metà del Novecento, queste raccomandazioni sono state seguite e nuove piste di ricerca sono state battute in modo particolare dagli specialisti del Medioevo i quali, attraverso un’ampia ricerca archivistica e una cospicua storiografia, grazie anche alla formazione di equipe di studiosi, hanno impresso una netta evoluzione agli studi favorendo comparazioni utili alla definizione di un quadro generale coerente, non derivato dalla mera giustapposizione di una infinita serie di casi singoli. Per quanto riguarda il tema, ora citato, dell’emigrazione al di fuori della Penisola di personaggi di qualità, in particolare di mercanti, gli studi si sono sviluppati soprattutto verso la ricostruzione delle reti di rapporti economici a lunga distanza nelle quali si svolgeva lo spostamento degli uomini. Oltre all’approfondimento degli aspetti commerciali e finanziari legati alla presenza italiana, si sono incentivate le ricerche sulla formazione e l’articolazione delle comunità all’estero con attenzione ai fenomeni di carattere sociale e religioso e alle questioni giuridiche e politiche. Ancora più importante è stato negli ultimi decenni il relativo aumento dell’interesse per la mobilità generale e le migrazioni, anche di raggio breve e medio, di uomini di livello sociale non particolarmente elevato attraverso gli studi prosopografici su determinate categorie. Lo studio di questi fenomeni, forse poco appariscenti, ma quantitativamente cospicui, ha definitivamente cancellato – semmai ce ne fosse stato ancora bisogno – l’idea di un Medioevo statico, durante il quale la popolazione era legata indissolubilmente alla terra d’origine. Da un lato, sono stati ripresi gli studi sull’inurbamento in età comunale approfondendo l’analisi della politica popolazionista delle città, tradizionali centri di attrazione di flussi dal contado e anche da più lontano. Dall’altro lato, è cresciuta l’attenzione ai luoghi di origine di questi flussi per individuare tipologie causali di valore generale dei fenomeni migratori. In questo sviluppo è stato centrale l’utilizzo più approfondito di fonti documentarie e dell’approccio multidisciplinare, in particolare esaminando le caratteristiche geografiche e i comportamenti demografici di quelle località, nonché tenendo presente anche la dimensione politica, amministrativa e giuridica che può influire decisivamente nel breve periodo tramite politiche fiscali o legislazioni repressive. Tale multidisciplinarietà dell’analisi (dalla demografia all’economia, dalla geografia al diritto) è un elemento comune che caratterizza l’intera storiografia degli spostamenti di popolazione.

4. Sulla base di questo quadro generale storiografico, vediamo quindi come si presenta nella fattispecie la varietà di esperienze migratorie nell’Italia medievale. Per quanto riguarda l’interno della Penisola, abbiamo già accennato ai fenomeni dell’urbanesimo e del flusso di uomini dal contado. Le città medievali sono un tema privilegiato dello studio della mobilità, suscettibile di approcci diversi. In generale il fenomeno dell’urbanesimo si presenta quasi sempre come “selezionato”. Si cercava di impedire l’arrivo dei poveri e dei vagabondi a vantaggio di coloro che potevano contribuire alla ricchezza cittadina. Inoltre, nei principali centri di produzione manifatturiera, l’immigrazione, anche da grande distanza, di personale qualificato in determinate attività veniva incoraggiata con politiche fiscali. Ad esempio, l’afflusso di manodopera lucchese nel settore della seta venne stimolato a Bologna e soprattutto a Venezia. Per tutto il tardo medioevo l’intero settore tessile fu al centro di movimenti di personale specializzato, ma anche altri mestieri mostravano analoghi sviluppi. In quell’epoca iniziò la specializzazione dei bergamaschi nel settore del facchinaggio, mestiere che restò quasi un loro monopolio anche nell’età moderna. Li ritroviamo nelle grandi città e soprattutto nei porti, come a Genova dove erano organizzati in compagnie (i caravana) la cui attività e gli specifici diritti erano regolati da accordi con le autorità.
Esistevano poi centri urbani particolari: ad esempio le sedi universitarie prestigiose come Padova erano le destinazioni di studenti e professori dall’Italia e da oltralpe. La mobilità dei religiosi era altrettanto diffusa, in particolare per i membri di quelli strutture “internazionali” che sono gli ordini regolari. Un ruolo particolare è rivestito da Roma che nel Quattrocento cominciava ad acquisire il ruolo di capitale universale del cattolicesimo. In quanto centro della Chiesa essa attirava la presenza di religiosi e, in misura sempre più crescente, di pellegrini. Tuttavia ancor più come corte pontificia e cardinalizia Roma era la meta dell’arrivo e dell’insediamento di “nationes” straniere (italiane e d’oltralpe) che popolavano determinati quartieri e i cui membri laici ed ecclesiastici si dedicavano ai “mestieri di corte”. Inoltre, pur non essendo una grande piazza mercantile, come centro di consumo di derrate Roma attirava anche piccoli commercianti specializzati su base etnica: ad esempio la presenza dei corsi, concentrata nel quartiere di Trastevere, era legata al commercio del vino.
Queste forme di immigrazione si realizzavano in modo controllato. Non soltanto infatti la città ospite attuava misure di sorveglianza e regolazione dell’integrazione dei forestieri, ma erano le stesse comunità immigrate a darsi una struttura e dei rappresentanti, acquisendo così una visibilità collettiva e un riconoscimento all’interno della città. Tale esigenza nasceva in primo luogo per motivi religiosi e assistenziali, dando luogo alla formazione delle confraternite “nazionali”. Queste istituzioni, spesso intitolate al santo patrono del paese di provenienza, tenevano unita la comunità residente e incorporavano via via i connazionali che si trovavano nella città anche solo temporaneamente. La funzione delle confraternite era volta soprattutto al culto comune in una chiesa dove si mantenevano le devozioni consuete dei paesi d’origine. In tal modo l’immigrato poteva continuare a condividere abitudini e pratiche proprie del suo paese, conservando un legame culturale con la terra d’origine. Oltre agli importantissimi aspetti assistenziali (cura dei malati, sepoltura dei defunti), le confraternite “nazionali” avevano anche una funzione nell’organizzazione dell’attività lavorativa, non solo come si è visto, stipulando accordi con le istituzioni cittadine, ma anche fungendo da regolatrici dell’afflusso di altri immigrati connazionali, in particolare i giovani apprendisti mandati per un periodo a lavorare presso parenti lontani. L’importanza sociale, culturale e religiosa di questo tipo di istituzioni mantenne a lungo un ruolo centrale nella storia dell’emigrazione, lungo tutta l’età moderna fino all’epoca della grande emigrazione italiana nelle Americhe.
Abbiamo visto qualche esempio di flussi migratori caratterizzati da competenze tecniche di livello medio, soprattutto in un contesto urbano. Si possono aggiungere altri casi di mestiere, sulla scorta di una preziosa rassegna di tipologie migratorie redatta da Rinaldo Comba. Dalle zone delle valli alpine arrivava nelle città manodopera specializzata nel settore edile (i magistri antelami), ma anche calderai e lavoratori metallurgici nonché manodopera impegnata nelle miniere. In quest’ultimo settore prese importanza nel XIII secolo la competenza mineraria dei “tedeschi” (indicazione da valutare come generica, attribuita a uomini provenienti dall’area germanica meridionale), che portò molti di loro nelle miniere dell’arco alpino nord-orientale (Trentino, Bellunese, Vicentino), ma anche nel Centro-Italia, dove l’attività estrattiva in Maremma, all’Isola d’Elba e nelle Alpi Apuane (dove già si era sviluppato il settore marmifero) produceva un tradizionale cospicuo spostamento di uomini dall’Appennino.
Un’altra professione che induceva allo spostamento era quella militare, che ovviamente aveva una connotazione maschile. Essa non era costituita soltanto di mercenari di bassa estrazione (spesso di comuni origini, come la Corsica, ma anche il Friuli e la Carnia o il Casentino), ma comprendeva anche nobili decaduti, fuoriusciti per ragioni politiche, per i quali il servizio sotto le armi era il modo di mantenere il proprio status. Ancora su base di genere, questa volta femminile, era lo spostamento delle serve e delle nutrici, un fenomeno di lunga durata per tutta l’età moderna. La pratica di questi mestieri era intrinsecamente legata allo spostamento, nella maggior parte dei casi non definitivo, non di rado con caratteri di stagionalità, di ingenti gruppi di popolazione, per lo più originaria di zone di montagna e collina alpina e appenninica.
Si tratta di un fenomeno rilevante, pur se non quantificabile, che corrisponde a un livello intermedio dal punto di vista economico e sociale. Al di sopra di esso troviamo il mondo dei grandi mercanti e banchieri italiani che si muovevano in un contesto geografico più vasto, l’Europa della “Repubblica internazionale del denaro” secondo la definizione di Aldo De Maddalena. Sia che si spostassero in prima persona, sia che si appoggiassero a soci connazionali, queste figure (in particolare i lombardi e i toscani, soprattutto fiorentini, lucchesi e senesi) si imponevano nell’Europa cristiana e anche oltre, attraversando il Mediterraneo e intessendo relazioni con il mondo islamico. Inoltre essi si affermavano come prestatori di denaro delle monarchie, con i rischi che ciò comportava. La creazione di una rete di rapporti e l’utilizzo di tecniche finanziarie erano gli atout dei mercanti e banchieri italiani presso le corti e le fiere del Nord Europa e negli avamposti mercantili. Inoltre erano italiani i rappresentanti del papa che andavano a riscuotere le tasse pontificie.
Alla fine del Medioevo i genovesi, oltre agli stanziamenti nel Levante, erano radicati nel Mediterraneo occidentale e soprattutto nella penisola iberica, in particolare nei porti, dove si formavano vere e proprie colonie provenienti anche da altri centri del Mar Ligure, in particolare Savona. In effetti l’attività mercantile e finanziaria produceva un effetto di trascinamento rispetto all’emigrazione di quella manodopera “tecnica” cui abbiamo sopra accennato. Nei porti spagnoli e portoghesi troviamo quindi moltissimi genovesi, savonesi e altri provenienti dalle due Riviere (in particolare dal Ponente) che esercitano mestieri artigianali legati alla navigazione, dal marinaio al carpentiere. Questi rapporti spiegano l’origine di un Cristoforo Colombo, che è tuttavia solo il caso più noto di un fenomeno più generale riscontrabile, ad esempio, esaminando le liste degli equipaggi. Questa presenza composita, dal mercante all’artigiano, all’uomo di mare, ha consentito agli italiani di inserirsi precocemente nei commerci con il Nuovo Mondo.
Il medesimo effetto di traino di un’emigrazione di mestiere da parte delle reti mercantili internazionali si ritrova per i toscani, lombardi e genovesi nelle principali città europee, come Lione, Parigi, Londra, Anversa e altri centri fiamminghi, oppure per i veneziani nell’area tedesca, in una pluralità di casi, anche incrociati tra aree di provenienza e aree di arrivo o di attività.
Tali flussi di carattere composito si dirigevano anche all’interno della penisola italiana, in particolare nel Mezzogiorno dove, a causa della mancanza di un ceto amministrativo, finanziario e mercantile locale, si inserivano immigrati dall’Italia del Centro-Nord sia nei grandi centri, sia in quelli minori dal Napoletano alla Sicilia. Si stanziavano così in via temporanea o permanente soprattutto lombardi e toscani. Talvolta all’origine di queste emigrazioni potevano esservi situazioni di crisi politica. Ad esempio la conquista di Pisa da parte di Firenze (1406) stimolò una fuga di membri di famiglie dell’aristocrazia locale in direzione della Sicilia. Tuttavia tali eventi specifici non esauriscono la spiegazione del fenomeno nella sua continuità. È stato infatti grazie alla combinazione tra un’eccedenza di uomini specializzati nel commercio e nella pratica della amministrazione in Toscana e una richiesta che di queste figure si sviluppò nel Mezzogiorno e anche altrove, che tale flusso ha potuto stabilizzarsi. Inoltre il Mezzogiorno e le isole registravano anche l’arrivo di altri stranieri, in particolare catalani e aragonesi, pur in un contesto economico dominato dalla presenza fiorentina, inserita stabilmente nel tessuto sociale del Napoletano. Mentre i grandi mercanti (ad esempio gli Strozzi di Napoli) potevano mantenere un’autonomia formale evitando di prendere la cittadinanza, gli operatori di livello più basso dovevano quasi sempre fare tale passo per meglio salvaguardare i propri interessi di fronte al potere politico. Un dato comune resta quello del mantenimento dei contatti con la madrepatria, se non a livello individuale, almeno in quanto comunità che si inseriva nel nuovo contesto con una propria identità forgiata attraverso la pratica di usanze e di culti tradizionali mutuati anche nell’organizzazione di strutture sociali. Questo aspetto centrale di definizione identitaria si ritrova in tutte le comunità anche quelle stabilitesi oltralpe. Ad esempio nel XIV e XV secolo i lucchesi di Parigi tennero viva la devozione al Volto Santo (il crocifisso ligneo venerato nella città toscana), fondando in suo nome una cappella e una confraternita e facendo fabbricare preziosi manoscritti illuminati per diffonderne la leggenda e l’iconografia nell’ambiente parigino.
Un ultimo sguardo alla mobilità che ha investito la Penisola nel tardo medioevo mette in rilievo vasti fenomeni che riguardano soprattutto aree rurali. Dall’Europa orientale balcanica (albanesi e slavi) partì un movimento di immigrazione che, originato dalla decadenza economica generale di quell’area e incentivato dalle crisi portate dalla repressione turca, approdò nella Penisola lungo l’intera fascia costiera dell’Adriatico, nelle città e nelle campagne. Mentre in quest’ultime gli immigrati trovavano spazio nelle terre sottopopolate a causa dei devastanti effetti della Peste Nera, permettendo un impulso a progetti di colonizzazione delle terre e di incentivazione della produzione, nelle città essi ricoprivano le fasce più basse venendo impiegati in lavori che i locali ormai in maggioranza rifiutavano, come la servitù domestica, specialmente femminile, in condizioni di schiavitù. La necessità di riempire questi strati inferiori della forza-lavoro fece sì che si attuassero politiche popolazioniste, che si trasformarono talvolta in vera e propria tratta di donne e uomini da parte degli intermediari proseguita fino a tutto il XVI secolo. A Venezia questa politica venne attuata sistematicamente attingendo anche nelle colonie greche della Serenissima per recuperare manovalanza nei lavori marittimi a bassa specializzazione, per i quali venne favorita anche l’immigrazione di “tedeschi”. Malgrado la progressiva integrazione, le comunità balcaniche mantennero a lungo la loro identità etnica, sia nelle campagne sia nelle città, in alcuni casi grazie anche alla conservazione dell’osservanza del rito ortodosso.
Dal XIV al XVI secolo un movimento di popolazione destinato al ripopolamento delle campagne ha luogo sul confine opposto della Penisola. Dalle Alpi piemontesi intere famiglie si spostano nelle terre abbandonate della Provenza, spopolata anche a causa dalla peste. Come è stato evidenziato, il motivo di fondo di questi flussi non stava tanto nel tradizionale ruolo della montagna di rifornire di uomini le pianure più o meno deserte, quanto in elementi politico-economici come l’aumento delle terre alpine e prealpine destinate al pascolo che liberarono manodopera agricola e l’impoverimento delle fasce più deboli della popolazione a causa della pressione fiscale. In questo flusso s’inserì anche lo spostamento di un nucleo di popolazione valdese, che attivò la repressione dell’autorità religiosa, spingendo parte di essa a ulteriori migrazioni (ad esempio verso l’Italia meridionale, dove nel XV secolo s’istallarono comunità valdesi in Calabria e Puglia violentemente represse religionis causa nel secolo successivo). La migrazione piemontese in Provenza si configura secondo il modello tipico dell’ancien régime per il quale lo spostamento avveniva su percorsi tradizionali, già noti per i secolari contatti tra la gente di montagna e le località di pianura, e restavano forti i rapporti tra zona di origine e zona di partenza e i legami tra i membri emigrati e quelli rimasti all’interno delle famiglie. Nel caso dell’emigrazione dei valdesi la frattura fu più netta, ma tra le varie comunità sparse tra Provenza e Italia vennero mantenuti i rapporti grazie anche agli spostamenti dei predicatori itineranti (i barbi).
Tutti questi diversi tipi di migrazioni, che abbiamo sommariamente descritto, mostrano come alla vigilia dell’età moderna, la penisola italiana fosse al centro di un’alta mobilità e di flussi migratori in arrivo e in partenza di raggio variabile e vedesse protagoniste fasce diverse di popolazione. Per rifarsi all’ultimo caso esposto e sulla base di quanto detto in precedenza, si può osservare come verso occidente emigrassero dalla Penisola montanari piemontesi verso le campagne provenzali, marinai liguri verso i porti iberici, mercanti genovesi verso le piazze d’affari mediterranee. Altri esempi potrebbero farsi seguendo altre direttrici geografiche. Considerati in modo sincronico questi flussi danno un’immagine molto varia, ma al tempo stesso attraversata da linee-guida generali. Malgrado la compresenza di fattori causali diversi, alcuni legati a strutture socio-economiche di lungo periodo, altri a vicende politiche e religiose puntuali e momentanee, nel medioevo il fenomeno migratorio era connotato soprattutto da fattori di regolarità. I flussi non erano fughe o esodi quanto spostamenti più o meno programmati per motivi di lavoro e interni a strategie individuali o familiari di ampliamento delle possibilità.
Queste caratteristiche si presentavano soprattutto per le categorie più elevate, i grandi mercanti finanzieri che, pur stabilitisi in uno dei grandi centri internazionali del commercio, mantenevano legami sia affettivi e parentali, sia economici con la città d’origine nonché con altre dove altri loro concittadini (spesso anche loro parenti) si erano stabiliti. Tali atteggiamenti si confermavano anche per i gruppi emigrati di più modesto livello, manodopera qualificata e specializzata che accettava lo spostamento in altri luoghi senza distruggere i legami con la famiglia e con la madrepatria, anzi spesso ritornandovi ogni anno (emigrazione stagionale) o alla fine di un’esperienza di lavoro (emigrazione temporanea).

La bibliografia che si indica qui di seguito non ha altro valore che quello di segnalare opere tenute presenti per la redazione del testo, cui si rimanda per ulteriori riferimenti.

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