1. Premessa
Tra i numerosi immigrati che lasciarono l’Italia per attraversare l’oceano in direzione del continente americano si trovavano soprattutto contadini che partivano con l’obiettivo di scappare dalla miseria delle campagne in patria. Ma il mondo rurale, sebbene rappresentasse la porzione più significativa del contingente emigrante, non era l’unico a lanciarsi alla scoperta del Nuovo Mondo. A questo gruppo si potrebbe aggiungere, ad esempio, una categoria d’immigrati con caratteristiche peculiari: il clero secolare, cioè i preti italiani che non appartenevano ad alcuna congregazione religiosa e che decidevano di recarsi in America non come missionari, ma come veri e propri emigranti alla ricerca di una vita nuova.
Benché il ruolo dei religiosi presso le comunità d’immigrati in Brasile, in particolare nel Rio Grande do Sul, sia stato evidenziato da studi recenti[1], il caso dei preti secolari italiani merita approfondimenti. Nella storiografia brasiliana, uno dei primi autori ad aver sottolineato la presenza numerosa e la specificità di questi immigrati è stato José Ulisses Leva che dedicò al tema una breve monografia [2]. Più recentemente, inoltre, l’argomento è stato ripreso per quanto riguarda i flussi migratori di sacerdoti nel Brasile monarchico [3]. Nell’ambito della storia sociale, invece, l’importanza del clero straniero nella formazione di un nuovo ordine politico-religioso in Brasile dopo l’avvento della Repubblica (1889) era già stata sottolineata dal sociologo Gilberto Freyre. Questo autore attribuiva ai religiosi europei il merito di aver promosso durante i primi anni dell’esperienza repubblicana un rinascimento della vita spirituale brasiliana [4]. Di fatto, l’affermazione non era esagerata: la maggior parte delle iniziative del periodo ‒ in particolare la creazione di scuole e di seminari ‒ è attribuibile appunto ai religiosi europei arrivati all’inizio del secolo XX [5].
Il fenomeno del clero emigrato contiene alcune particolarità che lo rendono, per certi versi, un capitolo a parte nella storia dell’immigrazione. Possiamo individuarne almeno tre: innanzitutto si trattava di un’immigrazione a titolo privato, senza uno scopo missionario immediato; in secondo luogo, l’azione pastorale di questi preti si svolgeva nelle parrocchie brasiliane e non necessariamente presso gli immigrati; la situazione, infine, assunse man mano proporzioni tali da costringere la Santa Sede a inquadrare normativamente questi flussi migratori con regole più restrittive. La prospettiva quindi di un prete che andava in Brasile alla ricerca di una vita nuova era diversa da quella dei missionari che vi si recavano provvisoriamente con il solo obiettivo di prestare assistenza spirituale ai loro connazionali. Inoltre la presenza di questi sacerdoti in mezzo ai brasiliani, anziché isolati in colonie composte soltanto dagli immigrati, ci fornisce qualche pista sulle relazioni interculturali che si stabilirono tra i cattolici brasiliani e il clero straniero. Dal punto di vista romano, il fenomeno segnò una tappa significativa nel discernimento della linea politica e pastorale da adottare nella complessa questione della mobilità umana, ormai una costante negli affari della Santa Sede.
2. I preti stranieri: cosa farne?
I preti italiani cominciarono ad arrivare in Brasile a fine Ottocento, partendo soprattutto verso lo stato di San Paolo e gli altri stati meridionali, le destinazioni preferite degli immigrati. Ai primi del Novecento il numero di sacerdoti stranieri nelle circoscrizioni ecclesiastiche del sudest era addirittura superiore a quello dei preti brasiliani. In effetti, le diocesi in cui i preti avventizi eccedevano i brasiliani erano quelle appena erette: Botucatu (1908), Curitiba (1892), San Carlos (1908), Sorocaba (1924) e Santos (1926). Allo stesso tempo, quei territori corrispondevano alle zone in cui si erano stabilite molte colonie italiane: l’entroterra paulista, con le sue numerose fazendas ove i coloni si dedicavano alla coltivazione del caffè; il porto di Santos dove sbarcavano gli europei; la città di Curitiba, centro urbano di riferimento per la colonizzazione italiana del Brasile meridionale.
Non tutti i sacerdoti stranieri provenivano dall’Italia: la maggior parte, in realtà, veniva dal Portogallo, in particolare dopo la proclamazione della Repubblica portoghese nel 1910 con cui si inaugurò una fase politica ostile nei confronti del clero [6]. Nonostante ciò, i vincoli che legavano l’ex-colonia all’antica metropoli erano ancora stretti e l’arrivo di cittadini portoghesi non era ritenuto un fenomeno atipico. D’altro canto, era diversa la situazione degli italiani, il cui arrivo suscitò un particolare interessamento da parte delle autorità civili ed ecclesiastiche.
Non è possibile stabilire con esattezza quanti sacerdoti italiani si trasferirono in Brasile: da un lato, non tutti partivano con l’autorizzazione delle autorità diocesane italiane; dall’altro, molti abbandonarono il sacerdozio nel nuovo paese. Ma si può comunque cogliere qualche indizio statistico nel rapporto inviato dal nunzio apostolico alla curia romana nel 1927: secondo il documento, vivevano in Brasile in quella data, esercitando il ministero sacerdotale, 190 preti secolari italiani [7]. Il numero rappresentava, infatti, una tendenza crescente nell’incremento del clero straniero. Ne dà testimonianza il rapporto che aveva inviato il nunzio in Brasile alla segreteria di Stato nel 1915, nel quale il rappresentante pontificio trasformava i numeri assoluti in numeri relativi. Prendendo il solo esempio dello stato di San Paolo, diviso allora in sei diocesi, il nunzio informava che vi risiedevano 388 sacerdoti in totale, 141 brasiliani e 247 europei, di cui 93 italiani [8]. Del resto, la proporzione del clero straniero aumenterebbe ancora di più qualora si prendesse in considerazione il clero regolare.
Una presenza così importante di preti stranieri nella vita quotidiana delle parrocchie e delle diocesi indica la rilevanza della questione del clero immigrato e richiede una riflessione sugli scambi culturali tra i cattolici brasiliani e i sacerdoti italiani. In effetti, i preti immigrati, assumendo ruoli attivi nell’attività religiosa locale, divennero il fermento della cultura cattolica che la gerarchia ecclesiastica intendeva promuovere sotto il nuovo regime politico brasiliano. In tutta evidenza, la libertà dell’episcopato acquisita sotto la Repubblica, il riordinamento delle strutture ecclesiastiche e la profonda trasformazione sociale scaturita dalle ondate migratorie cambiavano rapidamente il volto del paese e della Chiesa brasiliana [9].
Ma non tutto accadeva in maniera serena poiché le incomprensioni derivanti della convivenza tra culture diverse furono anche in questo caso presenti. A ben vedere, in mezzo alla moltitudine d’italiani che attraversarono l’Atlantico non tutti erano ispirati da propositi evangelici. Ne sia prova l’aneddoto raccontato da monsignor José Marcondes Homem de Melo, vescovo di San Carlos, al nunzio Giuseppe Aversa nel 1914. Ricordando una discussione tenutasi durante un ricevimento offerto da un italiano nel 1900, il prelato brasiliano, dopo aver girato l’Italia, confessava di aver chiesto a uno dei presenti all’evento dove si trovasse la “gente cattiva” del paese. La risposta spiritosa gli rimase impressa nella memoria: “Un ingegnere mi si avvicinò, con entrambe le mani mi circondò l’orecchio e disse piano: caro sig. canonico, la gente cattiva d’Italia se è andata tutta nel Brasile con l’immigrazione” [10].
La ragione del racconto di monsignor Melo era una richiesta di spiegazioni pervenutagli dalla nunziatura a causa delle lamentele dei preti italiani circa il modo in cui venivano trattati dall’autorità diocesana. Del resto, persino la stampa in lingua italiana della capitale brasiliana denunciò l’atteggiamento dei vescovi di San Paolo e di San Carlos nei confronti dei sacerdoti italiani presenti nelle loro diocesi. Nel 1914, il giornale “La Voce d’Italia” accusò i prelati d’italofobia sostenendo che essi manifestavano un’aperta avversione verso i preti provenienti dall’Italia. Su monsignor Duarte Leopoldo e Silva, vescovo di San Paolo, scrisse il periodico: “Mons. Duarte aveva principiato a manifestare la sua italofobia fin da quando era semplice canonico. Ma allorché assunse all’alta carica di arcivescovo, egli credette giunta l’ora dell’ostracismo e della persecuzione più inumana e non solamente chiuse le porte della propria diocesi ai sacerdoti nostri connazionali ma principiò a bersagliare quelli che per canonizzazione, o per diritti acquisti anche con la loro lunga permanenza e con la loro opera umanitaria e cosciente, credevano di essere al sicuro dal furioso vento della xenofobia arcivescovile” [11]. La denuncia proseguì con un altro articolo in cui si leggeva una critica ancora più dura verso l’episcopato brasiliano: “Continueremo ad esporre e a commentare i casi che ci vengono comunicati, anche perché il nostro intervento diretto promuova un interessamento della nunziatura a favore di tante infelici vittime dell’italofobia vescovile brasiliana. È tutta un’intesa di prelati a danno dei sacerdoti italiani che bisogna denunciare!” [12].
L’eco delle critiche arrivò persino a Roma, per cui la curia ne chiese spiegazioni al nunzio in Brasile che scrisse subito all’arcivescovo di San Paolo: “Di tanto in tanto giungono reclami alla Santa Sede sul modo poco caritativo come vengono trattati i sacerdoti italiani dalle curie vescovili del Brasile. Tali reclami ordinariamente prendono di mira l’arcidiocesi di S. Paolo e la diocesi di S. Carlos do Pinhal” [13]. Occorre, però, relativizzare i giudizi della stampa: a prima vista, l’accusa rivolta al vescovo di San Paolo sembra paradossale, dal momento che il clero straniero era addirittura maggioritario in quello stato. Lo stesso nunzio Angelo Scapardini propose, infatti, la chiave di lettura del fenomeno in un rapporto inviato a Roma nel 1916: “Il clero italiano non ama occuparsi molto delle colonie italiane, dove il guadagno è minimo e la fatica è massima. Perciò esso preferisce assai più le parrocchie brasiliane, dove il popolo abituato più o meno alle tasse del paese, non sente ripugnanza grande a pagarle. Non succede lo stesso con il contadino italiano che abituato a tasse ecclesiastiche minime in Italia si spaventa quando sente, per esempio, che per l’elemosina di una messa alle 8.30 del mattino deve pagare per lo meno diecimila réis, che al cambio ordinario pagano le 15 lire italiane. D’altronde, lo stesso contadino italiano è convinto di un altro fatto ed è questo: che a somiglianza di lui, che è venuto al Brasile per far denaro, anche il prete italiano è venuto per lo stesso scopo. Manca quindi la fiducia necessaria del contadino italiano nel prete suo compaesano” [14]. E il rappresentante pontificio concludeva proponendo una giusta sintesi del problema: “Per non errare negli apprezzamenti bisogna ben distinguere due fatti essenzialmente diversi: la popolazione italiana nel Brasile e il clero italiano nel Brasile. Chi confonde i due erra grossolanamente” [15].
In effetti, la motivazione economica dei preti immigrati e il modo in cui partivano per il Brasile, senza autorizzazione e senza essere stati chiamati da alcun referente diocesano, erano spesso la causa dei conflitti tra l’episcopato brasiliano e i sacerdoti italiani. Inoltre la morale cagionevole e le male opere dei preti stranieri contribuivano ad aumentare le tensioni. Lo scenario litigioso persistette a lungo ed è significativa la riflessione fatta a posteriori, nel 1923, da un altro nunzio in Brasile, monsignor Enrico Gasparri, al cardinal Gaetano de Lai:
Questa questione [l’avversione al clero italiano] è molto antica. Rispetto al passato io non voglio né debbo giudicarla. Anche ammettendo però qualche caso sporadico da parte di qualche vescovo, sto perfettamente convinto che tale questione non ebbe origine da cause reali e giuste; che fu molto esagerata e generalizzata indebitamente. E date le circostanze non poteva essere altrimenti. Infatti, vi fu un tempo in cui il Brasile divenne il ricettacolo di tutta la feccia dei sacerdoti portoghesi, italiani, spagnoli e di tutte le altre nazioni, che senza spirito ecclesiastico, anzi senza pudore naturale, animati solo dall’avidità del denaro disseminarono i loro scandali per tutto il Brasile, perché o scacciati da una diocesi per i loro delitti o sedotti da guadagni maggiori, emigravano continuamente da una diocesi all’altra. Furono essi che trasformarono la tanto decantata avversione dell’episcopato brasiliano in mania di persecuzione, perché con ciò coprivano efficacemente i loro abusi, i loro delitti e il loro continuo movimento da una diocesi all’altra [16].
Tornando alla vicenda denunciata dal giornale “La Voce d’Italia”, proprio sulla morale deficitaria dei preti italiani insistette José Marcondes, vescovo di San Carlos, con una lettera del 1914 al nunzio. Citando i nomi di alcuni sacerdoti stranieri che si trovavano nella sua diocesi, egli commentava la loro condotta reprensibile. Uno di questi si chiamava Mariano Curia e fu descritto dal prelato brasiliano in questi termini: “era vittima del vizio dell’ubriachezza e […] ultimamente aveva dato segni di squilibrio e d’insorgenza di delirium tremens” [17]. Nonostante ciò, il presule ammetteva di averlo conservato in carica per mancanza di clero. Riferendosi ad altri casi, il prelato aggiungeva: “Ho licenziato due sacerdoti italiani perché avevano moglie e figli: uno è andato in una diocesi lontana, l’altro ha abbandonato la talare, è operaio” [18]. Sottolineando che il problema era noto a Roma, monsignor Marcondes ricordava l’udienza che ebbe con Pio X durante una visita ad limina nella quale fece presente al pontefice i problemi causati dai sacerdoti italiani. La risposta del papa, stando alle parole del prelato, fu severa: “Siate forti contro questi sacerdoti (ditelo ai vescovi del Brasile), che muoiono per strada! È meglio di scandalizzare la Chiesa di Dio. Il Santo Padre Leone XIII ha fatto una legge forte, io ne farò un’altra ancora più forte” [19].
Benché sia impossibile valutare l’esattezza del messaggio papale, il problema dell’emigrazione irregolare dei preti italiani era una questione di cui la Santa Sede si occupava ormai con attenzione. Sempre nel 1914, il vescovo di San Paolo chiamava l’attenzione del nunzio a questo inconveniente: “Dall’inizio del mio episcopato a San Paolo fino ad oggi nessun sacerdote italiano si è ancora presentato a questa curia con documenti guidati dalle regole del decreto Clericos peregrinos” [20]. Il rappresentante pontificio, a sua volta, aveva segnalato il problema alla Concistoriale, organo curiale incaricato di vigilare sul governo di tutte le diocesi dell’orbe cattolico. Essa sostenne il parere del nunzio a riguardo delle migrazioni irregolari: “Ottimo proposito è quello […] di usare somma circospezione e severità nell’accogliere sacerdoti forestieri, e specialmente italiani, se non sono del tutto degni e sicuri” [21].
Occorre peraltro ricordare che il documento cui faceva riferimento il vescovo brasiliano (il decreto Clericos peregrinos, del 14 novembre 1903) prendeva spunto dai documenti pontifici che avevano già trattato dell’emigrazione e fissava il procedimento da adottare riguardo ai sacerdoti che desiderassero emigrare [22]. Il testo sottolineava anzitutto i pericoli che potevano risultare dallo spostamento dei preti diocesani in terre lontane con diversità di persone e di cultura [23]. Per scongiurare le minacce il decreto vietava in linea di massima l’emigrazione dei preti secolari verso l’America, pur lasciando ai vescovi d’Italia la possibilità di fare delle eccezioni ai richiedenti ritenuti idonei [24]. Prima del decreto, il tema era già stato oggetto di riflessioni dei prelati latinoamericani che si radunarono a Roma nella primavera del 1899 in occasione del Concilio Plenario Latinoamericano. Sebbene il problema della mobilità umana interessasse ormai diversi paesi lì rappresentati, i vescovi si limitarono ad accennare genericamente all’importanza di creare nelle loro diocesi delle associazioni che si prendessero cura degli immigrati in modo da proteggerli sia dagli sfruttatori di manodopera che dalla propaganda socialista [25]. Sul clero straniero, invece, i documenti conciliari si limitavano a rinviare alle regole della Concistoriale [26].
Oltre a ciò, per rendere efficaci in Brasile le norme della Santa Sede, i vescovi brasiliani emanarono nel 1904 una pastorale collettiva che fissava i criteri per l’accoglienza dei preti stranieri. L’episcopato nazionale insisteva, in particolare, sull’importanza di valutare le qualità morali, le capacità teologiche e la conoscenza della lingua portoghese, oltre a far rispettare scrupolosamente i decreti della Concistoriale: “I sacerdoti stranieri che sono arrivati di recente […] saranno sottoposti a esame di moralità, dogma e lingua portoghese. Per i sacerdoti italiani ed europei in generale, devono essere osservate le istruzioni della Congregazione Concistoriale del 14 novembre 1903. In conformità con queste istruzioni, i sacerdoti europei che non sono stati precedentemente e personalmente presentati dai loro ordinari non saranno accettati. Di questo sarà data pubblicità nei giornali d’Europa” [27].
Divenne quindi compito degli ordinari valutare le circostanze di ogni richiesta d’immigrazione offrendo ai postulanti, qualora decidessero di accettare la loro partenza, una lettera che attestasse l’idoneità del prete emigrante e lo autorizzasse ad assentarsi della diocesi di appartenenza [28]. Gli obiettivi della misura erano evidenti: da un lato, evitare l’emigrazione di preti inidonei; dall’altro, impedire che gli immigrati, dopo essere arrivati oltreoceano, abbandonassero il sacerdozio oppure trascurassero i doveri del ministero. Inoltre, il permesso era provvisorio (di solito con una durata di sei mesi) e il rinnovo rimaneva condizionato all’accettazione reciproca del vescovo brasiliano che accoglieva il sacerdote e del vescovo della diocesi italiana di provenienza. Di fatto, i conflitti tra il clero emigrato e l’episcopato nazionale riguardavano spesso la questione del rinnovo della licenza.
Malgrado le norme romane al riguardo, si sono verificate in Brasile diverse situazioni che lasciavano intravedere la negligenza del clero straniero. In effetti, molti furono i casi di preti arrivati senza il permesso del vescovo italiano; molti furono anche i casi di coloro che, seppure in possesso della licenza, si sono insediati in qualche diocesi brasiliana e vi rimassero oltre la scadenza dell’autorizzazione. La situazione, perciò, fu di nuovo segnalata a Roma dal nunzio apostolico che, senza nascondere l’impazienza di fronte all’inosservanza delle regole, scrisse alla curia pontificia nel 1912:
Mi è capitato varie volte di pregare l’E.V. Rma. a voce e per scritto che si faccia osservare dai vescovi anche dell’Italia le disposizioni […] sugli ecclesiastici che emigrano per le Americhe […] Mi si presentò qui alcune settimane fa un sacerdote, certo Giuseppe Lojelo Bianchi […] Avendogli domandato perché era venuto qui mi rispose che al paese suo non aveva da far nulla e che i parenti suoi che vivono in Taubaté gli avevano fatto sapere che qui c’era bisogno di preti ed era venuto. Gli domandai se sapesse che intorno ai preti che vogliono venire qui vi sono disposizioni molto precise e tassative della S. Sede, che io sono obbligato a far rispettare. Ed il Lojelo mi rispose che sapeva tutto, che era andato a Roma, che un amico suo, impiegato alla stessa S. Congregazione gli aveva dato questo consiglio: andasse al Brasile senz’altro, trovasse un vescovo disposto ad accoglierlo, scrivesse a lui dopo mandando l’accettazione del vescovo; e avrebbe ricevuto subito la necessaria licenza dalla S.C. del Concilio [29].
In realtà, già nel 1905 era stato inviato dalla diocesi di San Paolo un resoconto al rappresentante pontificio sulla questione dei preti italiani. Per evitare gli abusi, il vescovo informava il nunzio circa il suo modo di procedere: “Non ricevere più questi sacerdoti che arrivano qui senza essere chiamati; opportunamente, e per soddisfare le esigenze di questa diocesi, intendersi direttamente con i vescovi del nord Italia chiedendo loro buoni sacerdoti” [30]. Inoltre, il vescovo di San Paolo affermava che come misura di precauzione, finalizzata a regolarizzare la situazione dei sacerdoti italiani che già si trovavano nella diocesi, aveva deciso di rifiutare la facoltà di dire la messa ai neoarrivati. Tale condotta spiega in parte le accuse d’italofobia rivolte dai sacerdoti italiani al prelato, il quale si giustificava argomentando che si trattava dell’unico modo di costringere il clero straniero a rispettare le norme della Santa Sede, evitando che esso rimanesse nella diocesi oltre la scadenza della licenza [31]. A ben vedere, il problema dei preti immigrati divenne una questione paradossale: da un lato, il basso numero di sacerdoti e la creazione di nuove diocesi richiedevano il soccorso degli ecclesiastici stranieri; dall’altro, le condizioni irregolari e la condotta non sempre adeguata degli immigrati rendevano spesso ostile il rapporto tra gli europei e i brasiliani. Si aggiunga, inoltre, la preoccupazione della Santa Sede di evitare la dispersione, geografica nonché morale, del clero italiano e di affrontare il problema tramite norme adatte a rispondere alle nuove esigenze.
Ma la questione aveva aspetti ambigui persino dal punto di vista romano: da una parte, il numero crescente d’immigrati italiani che raggiungevano il territorio brasiliano accentuava la necessità di provvedere alla loro assistenza religiosa, preferibilmente per mezzo di sacerdoti connazionali; dall’altra, la Santa Sede non voleva lasciar partire dei preti in maniera disordinata e senza qualche garanzia del beneficio reale della loro presenza in Brasile. L’urgenza di controllare i flussi migratori spinse dunque la curia a ragionare sul tema in modo da fissare regole più chiare al riguardo.
Del resto, i vescovi brasiliani erano consapevoli del dilemma: accettare un prete secolare immigrato, anche se irregolare, oppure lasciare senza preti le parrocchie delle loro diocesi? Era il calcolo che faceva, ad esempio, José Carlos de Aguirre, vescovo dell’appena eretta diocesi di Sorocaba, riferendosi a un prete portoghese in una lettera indirizzata al nunzio nel 1927: “Nella mia diocesi si trova un sacerdote portoghese, appena arrivato dalla sua patria solo con la lettera di ordinazione sacerdotale. L’arcivescovo di Braga si è rifiutato a dargli le licenze senza un documento di accettazione da parte di qualche vescovo del Brasile […] Ho scritto all’arcivescovo di Braga chiedendogli informazioni sul sacerdote. Egli è conosciuto da un parroco portoghese di questa diocesi, che lo raccomanda. La nunziatura potrebbe dare un’autorizzazione limitata e provvisoria a questo sacerdote fino a quando non riceverà la licenza dal Portogallo? Ho cinque parrocchie vacanti, nonostante lo sforzo fatto per fornirle. Se potessi, almeno per qualche tempo, approfittare del ministero di questo sacerdote, allevierei molti mali” [32].
3. La Concistoriale e il suo Ufficio per l’emigrazione
Intanto, a Roma divenne compito della Concistoriale provvedere all’assistenza spirituale degli immigrati e analizzare le richieste dei preti secolari che desideravano andare in America. Del resto, riflettendo nel 1924 sulla creazione di nuove diocesi nello stato di San Paolo, il dicastero romano collegò il frazionamento dei territori diocesani ‒ tema strettamente ecclesiastico ‒ alla questione dell’immigrazione, come si verifica in un rapporto scritto dai membri dell’organo: “Tanto le diocesi erigende [Sorocaba e Santos], quanto quelle che dovrebbero dismembrarsi [San Paolo, Botucatu e Taubaté], sorgono entro lo stato di S. Paolo; entro quello stato ove ha affluito e vive la maggioranza dei nostri emigrati, i quali sono talmente numerosi che ivi la lingua italiana ha il sopravvento […] Vedranno gli Emi. Padri se anche qui sia il caso di fare qualcosa per loro” [33]. In effetti, sin dai primi anni del Novecento la curia si adoperava per fare una mappatura del clero italiano presente in Brasile, come dimostra una circolare inviata dal nunzio ai vescovi brasiliani nel 1907 che partiva dalla constatazione che le norme della Concistoriale non erano ancora integralmente rispettate [34].
Per perfezionare le pratiche sul tema, Pio X creò nel 1912 all’interno della Concistoriale l’Ufficio per l’emigrazione finalizzato a seguire, appunto, la questione della mobilità del clero europeo, oltreché a provvedere all’assistenza spirituali ai migranti di rito latino [35]. Nelle carte dell’ufficio troviamo, ad esempio, le lettere inviate dai preti emigranti per spiegare le ragioni che li spingevano ad attraversare l’oceano oppure a rimanere nella patria di adozione. Spesso si faceva riferimento al contesto religioso brasiliano, ai problemi del clero nazionale nonché all’atteggiamento dei vescovi nei confronti dei sacerdoti europei.
Nel 1913 il sacerdote Riccardo Gnani scrisse alla Concistoriale, dalla diocesi brasiliana di Cravinhos, per raccontare alla curia le difficoltà che riscontrava in Brasile per svolgere il suo ministero. Proveniente dalla diocesi di Ferrara, il prete sottolineava che, pur essendo in possesso dell’autorizzazione dell’arcivescovo ferrarese, l’autorità ecclesiastica di San Paolo non lo volle accogliere. Il prete decise, dunque, di dirigersi verso l’entroterra nella speranza di trovare un’occupazione. Arrivato alla città di Cravinhos, il sacerdote la descrisse così alla curia: “Sono in una cittadina in cui la religione va diminuendo di giorno in giorno per causa delle teorie moderne ma anche per colpa specialmente di preti scandalosi posti al governo di una parrocchia di 20.000 abitanti che fino dalla sua formazione fu sempre retta malamente da parroci che ebbero sempre per mira il turpe guadagno” [36]. Il prete italiano non risparmiò dalle critiche il parroco brasiliano, descrivendolo in maniera ben poco lusinghiera: “L’attuale parroco di Cravinhos, padre João Macario Monteiro è uno scandaloso, ha cinque figli in casa, gli morirono tre donne non senza sospetto di procurato aborto. L’ultima una mulatta detta Dona Julia manifestò a diverse persone che era costretta, trovandosi incinta, di prendere l’abortivo in presenza del padre Macario… morì in Taubaté impenitente tre mesi or sono” [37].
Ma le cose erano più complesse di quanto apparivano. Dopo aver preso conoscenza della lamentela di Riccardo Gnani, la Concistoriale scrisse all’arcivescovo di San Paolo chiedendogli qualche spiegazione. La risposta di monsignor Duarte Leopoldo e Silva dimostra quanto fossero scivolose le interpretazioni circa la condotta del clero, rendendo il compito della curia romana ancora più complesso nella gestione dell’affare. L’arcivescovo brasiliano iniziava la risposta criticando l’atteggiamento del prete: “Il sacerdote Riccardo Gnani si è presentato alla curia arcivescovile di San Paolo piuttosto come chi esige un diritto a lui dovuto, anziché come chi domanda una grazia” [38]. Il prelato aggiungeva che il soggetto non gli aveva presentato la lettera del vescovo di Ferrara, per cui non lo volle accogliere ritenendo che “non sarebbe facile né prudente dare un posto qualunque ad un sacerdote sconosciuto, come pure sconosciuti erano i suoi precedenti” [39]. Dinnanzi alle condizioni irregolari dei preti che si presentavano, senza rispettare quanto disposto dalla Santa Sede, monsignor Silva preferiva adottare un posizionamento fermo, il quale veniva interpretato dagli stranieri come segno di cattiva accoglienza. Il prelato sintetizzò così il problema posto alla Chiesa brasiliana:
Avviene che, con manifesta inosservanza e contro lo spirito del decreto Clericos peregrinos, quasi ogni settimana giungono a codesta capitale sacerdoti di varia nazionalità, i quali pretendono di rimanervi senza occupazione ecclesiastica fissata, occupati nel commercio ed in altri uffizi meno convenienti. Non potendo l’arcivescovo collocare si gran numero di sacerdoti stranieri nelle poche parrocchie dell’arcidiocesi, non avendo pure autorità per obbligare loro a cercare altrove una occupazione, e non essendo peraltro conveniente l’affilarsi di tanti sacerdoti disoccupati in una città grande, dov’è più difficile la vigilanza, non c’è altro che negare loro l’esercizio degli ordini, come una misura preventiva imposta dalla esperienza e dalle circostanze locali. Questo è il caso del sacerdote Gnani e quello di molti altri sacerdoti, i quali tutti adducono ragioni d’interesse delle famiglie quasi mai veraci. Pur nondimeno l’arcivescovo, tanto quanto possibile, non ha mai rifiutato benevola accoglienza a qualsiasi sacerdote straniero, specialmente agli italiani, qualora portando buone e valevoli referenzi e raccomandazioni, li possa occupare con vantaggio per i suoi connazionali, secondo le necessità dell’arcidiocesi [40].
L’esperienza dimostrava quindi alla Santa Sede che l’opera dei sacerdoti italiani in America, anziché dare i risultati benefici per loro e per gli immigrati connazionali, sarebbe potuta diventare una fonte di nuovi problemi se non fosse stata sottoposta a regole più rigide. Persino tra l’episcopato italiano correvano voci di allerta sui rischi legati alla partenza dei preti. Ne dà testimonianza il posizionamento dell’arcivescovo di Verona, cardinale Bartolomeo Bacilieri, che chiamato dalla Concistoriale a pronunciarsi nel 1912 riguardo alla richiesta d’immigrazione formulata da un membro del suo clero, rispose: “Io mi sono sempre opposto all’emigrazione dei sacerdoti di questa diocesi nelle Americhe per i molti e gravi pericoli a cui sarebbero esposti, di perdere la loro vocazione e l’eterna loro salute” [41].
Tra intrighi, ricadute morali, precedenti incerti e spostamenti costanti, la storia di alcuni preti emigranti aveva dei contorni pressoché romanzeschi. Il sacerdote Giuseppe Fabrizi, ad esempio, membro della diocesi di Albano, fu condannato dalla giustizia italiana sotto l’accusa di diserzione durante la Prima guerra mondiale. Dopo un periodo in prigione, partì in Brasile senza l’autorizzazione del vescovo che l’accusava, peraltro, di essere socialista, bestemmiatore e di averlo minacciato di morte. Arrivato a San Paolo, il vescovo brasiliano gli rifiutò il diritto ai sacri ministeri a causa del mancato rispetto dei criteri stabiliti dalla Santa Sede: divieto severo giacché l’amministrazione dei sacramenti era l’unica fonte di reddito del prete. Fabrizi scrisse dunque al nunzio apostolico ripetute volte protestando per avere il diritto di celebrare la messa. Il rappresentante pontificio avvertì la Concistoriale che, a sua volta, chiese informazioni sul sacerdote alla diocesi di Albano. Quando venne a scoprire le vicende del prete, l’Ufficio per l’emigrazione del dicastero romano diede all’interessato due opzioni: entrare in un ordine religioso di penitenza oppure ridursi allo stato laicale. Giunta la lettera della Concistoriale in Brasile, Fabrizi diede voce al proprio malcontento con notevole creatività trasformandolo negli spiritosi versi con cui rispose alla curia pontificia:
Segretario vigliacco
della Concistoriale Congregazione
che desti un altro scacco
alla mia ultima intenzione!
scimunito o fellone!
Per ultimo conforto,
coraggio avesti ancor di darmi torto
dopo che mezzo morto
son restato dai tanti patimenti
causati a me da ingiusti e prepotenti
porporati eminenti
senza aver dato io loro motivi certi
e sol per colpe che sarebbe morti
se non da ignari o inerti
o da superbi e tronfi farisei
giudicaste a dovere i falli miei?
Ah! cari miei dieci anni d’esistenza
che in esser prete inutili ho sprecati!
a quanti affari, a quanta penitenza
foste voi meco a torto condannati!
perché non ebbi anch’io la gran prudenza
d’imitar quei bricconi matricolati
che predicando altrui la sofferenza
contenti e lieti vivono e beati?
e soddisfazione Iddio che buon gabbano
contentasi del fumo e dell’incenso;
e soddisfano il grosso gregge umano
Che, come tutti sanno, è assai melenso!
siche a una fava ei colgono due piccioni
di parer santi ed esser gran bricconi
Ed or pensando che la mia esistenza
ebbi io dannata a dura penitenza
e misera fini la vita mia
per colpa vostra, o perfida genia
ipocrita, maligna e maledetta
e non potendo prendermi vendetta
di vero cuor vi faccio i complimenti
mandandovi un milione d’accidenti [42].
In tutta evidenza, casi come questo spinsero la Santa Sede a controllare in maniera ancora più attenta i flussi migratori dei sacerdoti diretti verso le Americhe. Del resto, il clero europeo continuava a essere necessario – e perciò ricercato dai vescovi – per innalzare la vita religiosa nelle terre americane. Una relazione del nunzio in Brasile alla Concistoriale metteva in rilievo il rapporto ambiguo tra l’episcopato nazionale e il clero straniero, facendone una pertinente sintesi:
La necessità quindi di clero secolare straniero è evidente e imperiosa. I vescovi, soprattutto quelli dell’interno (non è esagerazione) vanno proprio a caccia di sacerdoti di qualunque nazionalità essi siano, e non di rado se li attraggono e tentano rubarseli l’uno all’altro. Per ben due volte ho dovuto già intervenire per fare pace fra vescovi per casi di questo genere. Se un sacerdote straniero è di buona condotta e zelante ha sempre sopra di sé gli occhi di molti vescovi e di quando in quando se ne sperimenta le attrattive. Data questa situazione, quantunque i vescovi brasiliani, generalmente parlando, non amino ex corde il clero straniero, ciononostante pressati dall’estrema necessità che ne hanno, furono, sono e saranno sempre facili ad accettare sacerdoti avventizi. D’altra parte, è precisamente questa necessità, ossia la facilità di trovare collocazione, che ha fatto approdare alle spiagge del Brasile buon numero di questi sacerdoti; e ne farà approdare ancora, perché la mancanza di clero è tale che v’è posto ancora per tutti quelli che verranno. Vi sono delle diocesi che sono esclusivamente servite da questi sacerdoti avventizi, in massima parte portoghesi. Alcune hanno appena uno, due o al più tre sacerdoti nazionali. Io non ho alla mano i dati esatti, ma da un calcolo approssimativo può affermarsi che nel Brasile di clero secolare nazionale non ve n’è neppure la terza parte [43].
Questo stato di cose fece sì che molti vescovi brasiliani, chiudendo gli occhi alle regole della curia circa l’emigrazione del clero, autorizzassero la permanenza dei sacerdoti oltre la durata della licenza inizialmente concessa. Il nunzio d’altronde ne era consapevole ed espose il problema alla Concistoriale: “Ora i vescovi brasiliani dinanzi alla mancanza quasi assoluta di clero secolare nazionale; dinanzi al continuo aumento delle popolazioni; dinanzi alla straboccante valanga immigratoria e dinanzi alla straordinaria attività che hanno principiato a spiegare da alcuni anni in qua i protestanti, sono veramente atterriti dall’eventuale partenza dei sacerdoti secolari avventizi, e soprattutto dalla loro eventuale sospensione dal ministero perché i protestanti rimarrebbero padroni assoluti del campo e sfrutterebbero a loro favore anche il caso della sospensione dei sacerdoti cattolici” [44].
Il nunzio ammetteva dunque di essere disposto ad accettare le richieste di proroghe che gli pervenivano dai sacerdoti stranieri, a prescindere dell’autorizzazione dei prelati europei, qualora i richiedenti fossero raccomandati dai vescovi brasiliani. Del resto, il rappresentante pontificio riteneva opportuno che i preti avventizi si stabilissero in una diocesi, in modo da evitare la “falange di sacerdoti girovaghi che passavano continuamente di una diocesi all’altra e che danno tanti scandali e commettono tanti delitti” [45]. A questo proposito, infatti, la Concistoriale emanò nel 1918 un decreto regolamentando i cambiamenti di diocesi dalla parte dei sacerdoti immigrati (De clericis in certas quasdam regiones demigrantibus) [46].
Oltre alle regole progressivamente emanate dalla Santa Sede, anche a livello locale si procedeva ad una selezione più accurata del clero straniero. Nell’arcidiocesi di San Paolo, ad esempio, l’accoglienza dei preti veniva condizionata alla verifica del percorso e della formazione degli immigrati. Per ogni sacerdote straniero che si presentava davanti a quella sede vescovile si apriva, infatti, un processo di abilitazione in cui si procedeva al controllo dei documenti, della condotta pregressa nonché delle conoscenze teologiche degli interessati [47].
4. Conclusione
Se il contributo degli immigrati per il rinnovamento del cattolicesimo brasiliano a cavallo tra Otto e Novecento è oggetto di una vasta storiografia, un aspetto meno conosciuto della questione riguarda i preti secolari italiani partiti in Brasile. La peculiarità di questi individui indica che siamo di fronte ad una categoria specifica d’immigrati la cui traiettoria diverge da quella dei missionari e dei contadini. Come abbiamo visto, il fenomeno dell’emigrazione dei sacerdoti verso le Americhe spinse la Santa Sede ad adottare nuove misure per contrastare il problema. D’altra parte, la presenza numerosa di preti europei nelle parrocchie del Brasile mise l’episcopato di fronte al dilemma: accoglierne tutti per rimediare alla carenza di parroci oppure attenersi alle regole per evitare gli avventurieri? Del resto, merita approfondimenti l’esame dell’impatto del clero italiano nello sviluppo del cattolicesimo nazionale, dal momento che il periodo in cui esso arrivò in maggior numero coincise, appunto, con la fase di riordinamento istituzionale della Chiesa brasiliana. Conoscere la traiettoria di questi immigrati, compito a cui le carte della Concistoriale possono offrire un importante contributo, è un modo di gettare luce su un capitolo meno noto della vicenda migratoria in Brasile.
[1] Vania Beatriz Merlotti, O mito do padre entre descendentes italianos, Caxias do Sul, EST/UCS, 1979; José Oscar Beozzo, O clero italiano no Brasil, in A presença italiana no Brasil, a cura di Luís Alberto de Boni, I, Porto Alegre, EST, 1987, pp. 34-62; Maíra Vendrame, Padres imigrantes nos núcleos coloniais do Sul do Brasil, in 140 anos da imigração italiana no Rio Grande do Sul, a cura di Roberto Radünz, Caxias do Sul, Educs, 2015, pp. 342-359; Alexandre Karsburg, O eremita das Américas: a odisseia de um peregrino italiano no século XIX, Santa Maria, Editora UFSM, 2014.
[2] José Ulisses Leva, Clero secular italiano em São Paulo (1873-1894). Do anonimato ao reconhecimento, San Paolo, Loyola, 1996.
[3] Anna Clara Lehmann Martins, O frágil pertencimento e os fortes deveres do clero estrangeiro. O Concílio de Trento e a regulamentação multinível da migração de eclesiásticos seculares para o Brasil imperial, “Revista do Instituto Histórico e Geográfico Brasileiro”, 184 (491), 2023, pp. 195-238.
[4] Gilberto Freyre, Ordem e Progresso, San Paolo, Global, 2004, p. 840.
[5] Kenneth Serbin, Needs of the Heart: A Social and Cultural History of Brazil’s Clergy and Seminaries, South Bend, University of Notre Dame Press, 2006.
[6] José Carvalho, Anticlericalismo/anticatolicismo e clericalismo/catolicismo em Portugal nas vésperas da I República (1881-1910) – breve panorâmica histórico, “Revista Lusófona di Ciência das Religiões”, 20 (2017), pp. 283-311.
[7] Archivio Apostolico Vaticano (d’ora in poi AAV), Nunziatura in Brasile, busta 191, fasc. 1092, ff. 3-9.
[8] AAV, Nunziatura in Brasile, busta 157, fasc. 786, ff. 127-140.
[9] José Oscar Beozzo, Mudanças nas relações entre a Igreja, a sociedade, o Estado e o povo dos fiéis, in L’ecclesiologia di Scalabrini, a cura di Gaetano Parolin e Agostino Lovatin, Roma, Urbaniana University Press, 2006, pp. 51-71.
[10] AAV, Nunziatura in Brasile, busta 157, fasc. 786, ff. 4-11.
[11] AAV, Nunziatura in Brasile, busta 157, fasc. 786, f. 22.
[12] Ibid.
[13] Archivio della Curia metropolitana di San Paolo, CBA-04-03-11, Nunzio all’arcivescovo, 17 settembre 1914.
[14] AAV, Nunziatura in Brasile, busta 157, fasc. 786, ff. 127-140.
[15] Ibid.
[16] AAV, Nunziatura in Brasile, busta 171, fasc. 932, f. 99.
[17] AAV, Nunziatura in Brasile, busta 157, fasc. 786, ff. 4-11.
[18] Ibid.
[19] Ibid.
[20] AAV, Nunziatura in Brasile, busta 157, fasc. 786, f. 12.
[21] Ibid, f. 29.
[22] Il tema dell’emigrazione appare nel magistero papale durante il pontificato di Leone XIII (1878-1903), il quale si riferì al problema in diversi documenti: nella lettera apostolica Ubi primum (25 ottobre 1884); nella lettera Libenter agnovimus (25 novembre 1887); nell’enciclica Paterna caritas (25 luglio 1888); nell’enciclica Quam aerumnosa (10 dicembre 1888); nell’enciclica Rerum novarum (15 maggio 1891); nella lettera apostolica De disciplina orientalium conservanda et tuenda (30 novembre 1894); nella lettera apostolica De privilegiis Americae Latinae (18 aprile 1897), cfr. Matteo Sanfilippo, L’emigrazione nei documenti pontifici, Todi, Tau Editrice, 2018, pp. 46-54.
[23] Chiesa e mobilità umana. Documenti della Santa Sede dal 1883 al 1983, a cura di Graziano Tassello e Luigi Favero, Roma, Centro Studi Emigrazione, 1985, p. 46.
[24] Ibid.
[25] Cfr. Acta et decreta Concilii Plenari Americae Latinae, Titolo XI, Caput II, §§ 767, 768 e 769, Roma, Typis Vaticanis, 1900, pp. 338-339.
[26] Ibid, Titolo VIII, Caput II, § 632, p. 276.
[27] Pastoral Collectiva dos Senhores Arcebispos e Bispos da Província Ecclesiástica de S. Sebastião do Rio de Janeiro, Cap. I, Clero, § 7°, Rio de Janeiro, Typ. Martins de Araújo, 1904.
[28] Altre norme hanno successivamente rinforzato la disciplina della questione dei sacerdoti emigranti. Il decreto Nemini latet del 1911 estese l’obbligo della licenza ai sacerdoti europei di tutte le nazionalità; il decreto Ethnographica studia del 1914 estese le norme anche al clero regolare; il decreto Magni semper negotii del 1918 accomodò le regole precedenti con il nuovo Codice canonico (cfr. Alejandro Mario Dieguez e Matteo Sanfilippo, Gli organismi della Santa Sede per l’emigrazione, “Archivio Storico dell’Emigrazione Italiana”, 18, 2022, p. 57).
[29] AAV., Nunziatura in Brasile, busta 157, fasc. 786, f. 30.
[30] Archivio della Curia metropolitana di San Paolo, CBA-04-03-06, Lettera del vescovo al nunzio, 9 febbraio 1905.
[31] Ibid.
[32] AAV, Nunziatura in Brasile, busta 262, fasc. 1626, f. 173.
[33] AAV, Congregazione Concistoriale: Ponenze, anno 1924, 67, Prot. 767/23, f. 2-4.
[34] Archivio della Curia metropolitana di San Paolo, CBA-04-03-09, Circolare del nunzio, 1° giugno 1907.
[35] A.M. Dieguez e M. Sanfilippo, Gli organismi della Santa Sede per l’emigrazione, cit., pp. 57-58. La novità venne introdotta dal pontefice con il motu proprio Cum omnes catholicos del 15 agosto 1912.
[36] AAV, Congregazione Concistoriale: Ufficio emigrazione, Nominativi 1. Le carte dell’ufficio per l’emigrazione si compongono di 383 unità archivistiche. Una delle serie s’intitola “Nominativi” e contiene appunto le lettere dei preti che chiedevano di emigrare oppure di rinnovare il permesso per rimanere oltreoceano. Questa documentazione non è ancora stata inventariata, perciò ringrazio il dott. Alejandro Mario Dieguez, archivista responsabile del fondo, che mi ha gentilmente consentito di consultare alcune buste.
[37] Ibid..
[38] Ibid.
[39] Ibid.
[40] Ibid.
[41] Ibid..
[42] AAV, Congregazione Concistoriale: Ufficio emigrazione, Nominativi 5.
[43] Ibid.
[44] Ibid.
[45] Ibid.
[46] Cfr. Acta Apostolicae Sedis, 11, 1919, pp. 39-43.
[47] Archivio della Curia metropolitana di San Paolo, fondo: Padres estrangeiros.