Nelle pagine precedenti è stato tracciato un quadro impressionante dei periodici che trattano di migrazioni e mobilità, ogni tanto o sempre. In questo panorama mancano le pubblicazioni di alcuni Paesi, perché non abbiamo trovato esperti in grado di aiutarci. Così la nostra ricognizione è del tutto carente per quanto riguarda Cina, Giappone e Paesi arabi; sfiora appena l’Europa centro-orientale; trascura alcune nazioni di quella occidentale. Tuttavia qui possiamo menzionare quanto la produzione di due nazioni come il Portogallo e la Svizzera si imparenti con i filoni editoriali esplorati in alcuni saggi di questo fascicolo.
Le riviste portoghesi sono collegate a quelle brasiliane e galiziane, pur avendo una loro specificità. Si pensi alla “Revista Migrações” dell’omonimo Osservatorio di Lisbona lanciata nel 2007 per seguire soprattutto i flussi verso il Portogallo (https://www.om.acm.gov.pt/publicacoes-om/revista-migracoes) e gli “e-cadernos CES” del Centro de Estudos Sociais dell’Università di Coimbra (https://journals.openedition.org/eces/), iniziati un anno dopo e aperti allo studio delle comunità immigrate, nonché a “População e Sociedade” del Centro de Estudos da População, Economia e Sociedade di Porto (1995, https://www.cepese.pt/portal/pt/publicacoes/menu/populacao-e-sociedade-1), attenta alle partenze dal e agli arrivi nel Portogallo. Le riviste svizzere appartengono a loro volta ai filoni della produzione in lingua francese o tedesca, in particolare per quanto concerne la prospettiva sociologica. Articoli sulle mobilità dalla e nella Svizzera si trovano nel “Bulletin de l’Académie suisse des sciences humaines et sociales” (che pubblica anche in tedesco: https://www.sagw.ch/fr/assh/actualites/publications/bulletin) e nella “Schweizerische Zeitschrift für Soziologie – Revue suisse de sociologie – Swiss Journal of Sociology” (1975, https://seismoverlag.ch/fr/zeitschriften/schweizerische-zeitschrift-fur-soziologie/). Inoltre diversi autori svizzeri o residenti in Svizzera, ma di origine italiana, pubblicano sulle riviste della Penisola e collaborano con gruppi di ricerca italiani.
Sempre pensando alle pubblicazioni europee esiste un blocco di riviste ancora più imponente da prendere in considerazione, quelle edite nel Regno Unito. Queste non sono esclusivo prodotto di studiosi britannici: le grandi case editrici dell’isola, come alcune conglomerate statunitensi e tedesche di cui parleremo più avanti, si sono trasformate in office a pagamento aperti ai contributi e ai finanziamenti delle università e dei gruppi di ricerca di il mondo. Queste imprese commerciali hanno rafforzato hub editoriali, particolarmente attrattivi nel campo delle scienze dure e attivi anche negli studi migratori. Analizzare queste riviste non è semplice, perché, al di là della storia e della missione originaria di ciascuna, sono ormai parte di un mercato accademico-editoriale attento soprattutto a pubblicare il più possibile, a detrimento di qualsiasi riflessione e validazione scientifica. In questo modo anche marchi storici si sono trasformati in una “vanity press”, implicata negli ultimi anni in numerosi scandali politico-accademici. Affrontando questo campo minato, non ripeterò ulteriormente i commenti negativi da esso attirati, ma non per questo considererò tale aspetto da ignorare. Inoltre procederò per blocchi editoriali, perché questa è sostanzialmente una produzione “industriale”, che in parte si distacca dalla semplice elaborazione culturale.
Il primo blocco commerciale è costituito da una delle più vecchie case editrici inglesi, la Taylor & Francis che nel 1852 ha preso il posto di una precedente impresa, nata a fine Settecento. Dopo essersi espansa con moderazione tra Otto e Novecento, la Taylor & Francis ingloba nel 1998 Routledge, sua storica rivale nel campo dell’editoria accademica, e concentra ad Abingdom nell’Oxfordshire un piccolo impero, il quale alla fine degli anni 2010 comprende più di 2.700 riviste e, oltre ai fascicoli di queste, stampa mediamente altri 7.000 volumi l’anno. Nel nostro secolo la Taylor & Francis è di diritto una delle cosiddette Big Four che si spartiscono il mercato internazionale, imponendovi prezzi assai elevati [1]. Le altre tre sono la britannica Reed-Elsevier, la statunitense Wiley-Blackwell e la tedesca Springer, che ritroveremo.
Taylor & Francis pubblica molto sulle migrazioni, sia tramite riviste sia tramite volumi ancora sotto il marchio Routledge, e lo mette a disposizione, anche gratuitamente, sulla propria piattaforma (tandfonline.com). Le Big Four, come pure le conglomerate di dimensioni medie, non sono contrarie alla pubblicazione “open access”, perché se la fanno pagare a monte tramite i fondi di ricerca delle università. Il lettore ottiene articoli gratis, ma gli autori e le istituzioni dalle quali questi dipendono finanziano profumatamente le pubblicazioni, dai listini pubblicati un articolo può infatti richiedere circa 9.000 euro. D’altronde la carriera del singolo ricercatore e il “rank”, cioè la posizione in classifica, delle istituzioni cui questi appartiene sono misurati in base a quanto viene pubblicato, soprattutto se questo avviene in riviste e collane che hanno larga diffusione.
Tra le riviste di Taylor & Francis che si occupano di aspetti specifici delle migrazioni possiamo menzionarne alcune che sono state pionieristiche: “Journal of Ethnic and Migration Studies” (fondata nel 1971-1972 per esplorare la dimensione europea, poi allargatasi a coprire le migrazioni mondiali, www.tandfonline.com/loi/cjms20) ed “Ethnic and Racial Studies” (nata nel 1978 per incrociare le analisi sulle migrazioni a sulle realtà razziali ed etniche in tutto il pianeta: www.tandfonline.com/loi/rer). Altre sono nate dalla riflessione degli anni novanta del secolo scorso davanti all’esplosione dei nazionalismi “etnici” nell’ex impero sovietico e più in genere in tutti i continenti: “Nationalism & Ethnic Politics” (1995: www.tandfonline.com/loi/fnep20) ed “Ethnicity & Health” (1996: https://www.tandfonline.com/journals/ceth20). Un terzo gruppo di periodici è di fondazione più recente e riflette le crisi del nostro millennio: “Journal of Immigrant & Refugee Studies” (inaugurato nel 2002 come “Journal of Immigrant & Refugee Services” e ribattezzato nel 2006: https://www.tandfonline.com/journals/wimm20) “Mobilities” (2006: https://www.tandfonline.com/journals/rmob20), “Migration and Development” (2012: https://www.tandfonline.com/loi/rmad20).
Alcuni contributi appaiono in riviste sempre della Taylor & Francis e sempre sulla stessa piattaforma, ma non centrate sulle migrazioni. Oltre a quelle genericamente storiche o sociologiche, possiamo ricordare “Cultural Studies” (1987, www.tandfonline.com/toc/rcus20/). Questa dedica singoli articoli e interi numeri monografici alla mobilità tra i Caraibi e l’Europa o le Americhe, talvolta tagliandoli seconda un’ottica basata sulle prospettive più recenti, basti menzionare il fascicolo Reframing the Black Atlantic: African, Diasporic, Queer and Feminist Perspectives (37, 2, 2023). Questi incroci non sono comunque casuali né solo ispirati alle mode odierne: il fondatore dei cosiddetti “cultural studies”, il giamaicano Stuart Hall (1932-2014), si era infatti trasferito nel Regno Unito ed è sempre stato affascinato dal movimento tra i Caraibi e l’Europa o il Nord America [2].
Le altre grandi dell’editoria commerciale si interessano meno al nostro tema, ma non lo trascurano. A Wiley-Blackwell appartiene “International Migration” fondata dalla International Organization for Migration (IOM) nel 1961 (https://onlinelibrary.wiley.com/journal/14682435). Inoltre sono da considerare le pubblicazioni geografiche come “Population, Space and Place” (1995, https://onlinelibrary.wiley.com/journal/15448452), che stampano abbastanza regolarmente articoli sulla mobilità. Merita una citazione a sé stante “Global networks. A Journal of Transnational Affairs” (https://onlinelibrary.wiley.com/journal/14710374), che dal 2000 opera a cavallo tra la geografia vera e propria, l’antropologia e la sociologia, offrendo spazio anche alle migrazioni. Reed-Elsevier privilegia le scienze dure, ma suoi periodici, vecchi e nuovi, pubblicano comunque sui problemi derivati dalle mobilità, da “Comprehensive Psychiatry” (1960, in open access dal 2019, https://www.sciencedirect.com/journal/comprehensive-psychiatry) ad “Asia and the Global Economy” (2021, https://www.sciencedirect.com/journal/asia-and-the-global-economy). Springer infine ha note riviste in inglese incentrate sul nostro tema: “Journal of Immigrant and Minority Health” (1999, https://www.springer.com/journal/10903), “Journal of International Migration and Integration” (2000, https://www.springer.com/journal/12134) e “Comparative Migration Studies” (2013, https://comparativemigrationstudies.springeropen.com/), sulla quale torneremo. Inoltre il suo sito web segnala oltre 6.000 articoli sull’argomento, ripartiti tra questi tre periodici e altri appartenenti alle discipline più varie. Si possono citare alla rinfusa e senza ulteriori indicazioni: “Pastoralism: Research, Policy and Practice”; “EPJ Data Science”, “Applied Network Science”, “The Journal of Chinese Sociology”, “City, Territory and Architecture”, “International Journal of Anthropology and Ethnology”.
Le Big Four non sono solo britanniche, una è infatti statunitense e un’altra tedesca. Tuttavia pubblicano quasi esclusivamente in inglese per rifornire tutto il mercato accademico librario. Accanto a loro perseguono lo stesso fine marchi editoriali minori, alcuni dei quali sono molto ben strutturati nel settore migratorio. La Sage Publishing, una casa editrice newyorchese fondata nel 1965, stampa le già analizzate “International Migration Review” e “Asian and Pacific Migration Journal”, nonché “The Journal on Migration and Human Security” del Center for Migration Studies di New York (2013: https://journals.sagepub.com/home/MHS). Tutte e tre queste testate appartenevano in origine al network di ricerca scalabriniano, con il quale oggi hanno legami abbastanza laschi. Ad esse Sage affianca altri periodici specializzati. Per esempio, “Ethnicities” (2001, https://journals.sagepub.com/description/ETN), a cavallo tra sociologia e politologia, studia quanto già indicato dal suo titolo, nonché il ruolo del nazionalismo, delle politiche identitarie e della difesa dei diritti delle minoranze. Sempre sul tema migratorio intervengono ricorrentemente altre pubblicazioni della stessa casa editrice: “Current Sociology”, “International Regional Science Review”, “International Sociogy”, “European Union Politics”, “Latin American Perspectives”, “Journal of Interdisciplinary Economics”, “Journal of Family Issues”, “American Behavioral Scientist”, “Journal of Peace Research”, “Social Science Information”, “Journal of Contemporary History”, “Journal of South Asian Development”, “Transfer: European Review of Labour and Research”, “The British Journal of Politics and International Relations” e “The Annals of the American Academy of Political and Social Science”. Mi fermo, ma segnalo che i periodici appena citati occupano soltanto le prime tre schermate delle 201 offerte dal sito di Sage Journals alla query “migrations”.
Alcune piattaforme di riviste in inglese appartengono a gruppi ancora più piccoli. Intellect, nato a Bristol nel 1984 per riflettere sui nuovi media e il loro impatto, pubblica “Crossings: Journal of Migration & Culture” (2010, https://www.ingentaconnect.com/content/intellect/cjmc), molto attento agli aspetti più originali del fenomeno migratorio. Di qui i suoi articoli sui risvolti digitali delle mobilità, ma anche i fascicoli un po’ modaioli come il quattordicesimo, uscito nel 2023, su Postmigration: Aesthetics and Interventions. In ogni caso la rivista dall’inizio segue più continenti e più riflessi mediologici, ma con una prospettiva schiacciata sul solo presente. Inderscience ha come base Ginevra e pubblica l’“International Journal of Migration and Border Studies” (2014, https://www.inderscience.com/jhome.php?jcode=ijmbs) che affronta ogni aspetto dei problemi migratori legati al passaggio delle frontiere.
Di nuovo siamo qui nel caso di produzioni anglofone non edite nel Regno Unito o in altri paesi di lingua inglese. Allo stesso settore appartiene la rivista tedesca “New Diversities” (1999, https://newdiversities.mmg.mpg.de/), incentrata sulla composizione multiculturale di tante società, così come il “Journal of Identity and Migration Studies” (2007, https://www.jims.e-migration.ro/) del Research Centre on Identity and Migration Issues dell’Università di Oradea in Romania. Si tratta di un campo enorme e difficilmente perimetrabile, così come non è semplice seguire le riviste in inglese dedicate a specifiche diaspore. Possiamo tuttavia citare “TRANSIT A Journal of Travel, Migration, and Multiculturalism in the German-speaking World” (https://transit.berkeley.edu/), che presta molta attenzione agli incroci tra dimensioni culturali, spesso soprattutto letterarie, e migrazioni. Basti ricordare che il primo fascicolo (2005) è su Migration, Culture, and the Nation State. In questo panorama anglofono possiamo inserire anche la rivista della Association of European Migration Institutions (2003, http://aemi.eu/category/aemi-journal/publications/), un network di una quarantina di enti europei, che si occupano di migrazioni continentali nel passato e nel presente. L’associazione, fondata in Germania nel 1991, “per documentare e far conoscere .la ricerca internazionale sulle migrazioni” porta avanti oggi la missione di “collegare istituti di ricerca, biblioteche, università e musei che nel mondo si dedicano al passato, presente e futuro delle migrazioni”, come ha scritto Hand Storhaug direttore della rivista fino al 2017. La vita dell’associazione non è stata sempre lineare e ha visto cambiare notevolmente la membership. Però, è stata sempre caratterizzata dagli incontri internazionali che si svolgono annualmente nelle città sedi dei vari istituti. La rivista è attualmente edita dall’Istituto per la ricerca dell’emigrazione slovena del Centro di ricerca dell’Accademia slovena delle scienze e delle arti (ZRC SASU).
Negli ultimi anni il sito e le pubblicazioni più importanti sono state legale all’IMISCOE (International Migration Research Network) una rete di 63 istituti di ricerca europei e non solo, che si interessano di sociologia, scienze politiche, antropologia, economia, diritto, demografia, geografia e storia. Inizialmente tale rete è stata coordinata dall’Institute for Migration and Ethnic Studies dell’Università di Amsterdam, poi dal 2018 al 2022 il centro si è spostato verso l’Università Erasmiana di Rotterdam e in seguito verso l’Università di Liegi. La rete produce una collana pubblicata da Springer, nella quale è da poco uscito Migration and International Relations di Catherine Wihtol de Wenden, nonché una rivista, “Comparative Migrations Studies”, già ricordata e molto quotata per esempio fra gli economisti e i sociologhi.
Tornando al mondo più propriamente di lingua inglese, alcune riviste hanno la propria piattaforma e sfuggono così al controllo di conglomerate più o meno vaste, anche se sono al centro di progetti assai complessi. “Forced Migration Review” (https://www.fmreview.org/) è pubblicata dal Refugee Studies Centre del Department of International Development della Università di Oxford ed è disponibile in inglese, francese, spagnolo e arabo. Inoltre, sempre nell’ambito oxoniense, bisogna tener conto della locale casa editrice universitaria, che stampa numerosi periodici attenti alle migrazioni, in particolare nel settore del diritto. Possiamo menzionare l’“International Journal of Refugee Law” (1989, ijrl.oxfordjournals.org) e “The Journal of Refugee Studies” del già citato Refugee Studies Centre (1988, https://academic.oup.com/jrs/). Sempre a proposito di rifugiati abbiamo anche “Refugee Survey Quarterly” (1982, https://academic.oup.com/rsq), una delle più antiche pubblicazioni del settore. Infine la casa editrice pubblica anche “Migration Studies” (2013, https://academic.oup.com/migration), una rivista dell’approccio molto tradizionale, ma anche assai solido.
Ancora nel campo del diritto troviamo il “Journal of Immigration, Asylum and Nationality Law” (2005, https://www.bloomsburyprofessional.com/uk/journals-looseleafs/journals/journal-of-immigration-asylum-nationality-law/) della Immigration Law Practitioners’ Association britannica. Argomenti analoghi sono trattati, ma su scala planetaria, da “Migration and Diversity” (2022, https://journals.tplondon.com/md. 2022), mentre è limitato al caso asiatico “Migration, Mobility, and Displacement” (2015, https://journals.uvic.ca/index.php/mmd/about) del Centre for Asia-Pacific Initiatives dell’Università di Victoria in Canada. Di nuovo su scala mondiale opera “Migration Letters” (2004, https://migrationletters.com/index.php/ml), che privilegia le “lettere”, ossia interventi concisi, sulle principali difficoltà odierne.
Per finire questa veloce carrellata possiamo segnalare l’iperspecializzata “Remittances Review” (2016, https://remittancesreview.com/). Nell’articolo introduttivo al primo numero è sottolineato come le riviste sulle migrazioni siano troppe e che quindi abbiano senso soltanto quelle molto specifiche. Quell’annotazione rifletteva la situazione di sette anni fa: dopo nessuno ha tenuto conto di tale avvertimento e si è proseguito a inaugurare riviste in inglese che affrontano la mobilità su scala mondiale, senza scegliere alcuna angolatura veramente specificica. Di conseguenza in esse, come in quelle precedenti, si trovano articoli su qualsiasi argomento (e quindi anche sui flussi italiani del passato e del presente). Ne risalta l’importanza delle migrazioni a partire dall’ultimo Novecento, ma anche una sorta di effetto inflattivo, del resto comune a tutto il settore dei “migration studies” oggi frequentatissimo.
L’offerta di articoli sul tema è dunque enorme e anche di qualità non scarsa. Tuttavia, al di là dei lavori sul campo o degli approcci iperspecialistici (la già ricordata analisi delle rimesse e delle loro conseguenze sull’economia dei paesi di partenza), colpisce la tendenza alla ripetizione e alla scarsa conoscenza di quanto si è scritto e si scrive sul tema. In particolare molti autori, soprattutto se anglofoni, non padroneggiano molte lingue e spesso conoscono solo le bibliografie scritte nella loro. Anzi, spesso, conoscono soltanto le opere più citate in quest’ultima, per un meccanismo implementato da quel mercato accademico ricordato analizzando i conglomerati editoriali. Si finisce così per trovarsi davanti decine, se non centinaia, di articoli che si vorrebbero innovativi, mentre chi li ha scritti ha soltanto ripercorso (a sua completa insaputa) cammini già esplorati da studiosi di un altro secolo o di un altro paese.
[1] L’allarme è stato lanciato tempo fa da Robert Darnton, dal 2007 al 2015 direttore della Biblioteca della Harvard University Library: cfr. il suo Il futuro del libro, Milano, Adelphi, 2011 (The case for books: past, present, future, New York, PublicAffairs, 2009). Darnton ha segnalato il costo economico dell’acquisto di riviste, soprattutto mediche e giuridiche, delle Big Four e quello altrettanto cospicuo del finanziare archivi apparentemente gratuiti. Ha suggerito di fondare Press universitarie digitali che pubblichino gratuitamente, ma dopo attenta verifica, i risultati delle ricerche di singoli e gruppi impegnati nel lavoro scientifico. A suo parere in questo modo si ridurrebbero enormemente i costi e soprattutto la pubblicazione di materiali non sufficientemente verificati.
[2] Vedi un suo celebre articolo: Cultural Identity and Diaspora, in Identity: Community, Culture, Difference, a cura di Jonathan Rutherford, London, Lawrence and Wishart, 1990, pp. 222-237.